CENERENTOLA, G. ROSSINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 31 GENNAIO 2016

‘La Cenerentola’ di Rossini è una fiaba dal sapore romantico che ci spinge a riflettere su amore/ famiglia, l’onestà e la nobiltà d’animo, in contrapposizione con l’indifferenza, l’inganno e la dabbenaggine. Una delle storie più celebri del mondo infantile è portata in scena al Filarmonico di Verona con una produzione che coniuga realtà e sogno con ironia, leggerezza e uno sguardo costante alla vita nel suo quotidiano. In un impianto abbastanza semplice ma colorato, luminoso ed estremamente funzionale, ideato da Franco Armieri, il regista Paolo Panizza mette in piedi una Cenerentola per tutti, guardando alla tradizione ma con l’occhio puntato alla modernità dei contenuti. Riesce ad entrare perfettamente nel soggetto senza reinventarlo o sconvolgerlo, proponendo però i personaggi con estrema modernità  e concretezza, tanto che potremmo riconoscere in ognuno di essi qualcuno di nostra conoscenza.
 

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L'ITALIANA IN ALGERI, G. ROSSINI, TEATRO COMUNALE di TREVISO 27 GENNAIO 2016

          “Con questa Signorina
          Me la voglio goder, e agli uomini tutti
          Oggi insegnar io voglio
          Di queste belle a calpestar l'orgoglio.”
L'opera in cui decolla definitivamente il genio comico di Rossini è come una sorta di Giano bifronte, da un lato tende al passato, con un piede addirittura nella commedia dell'arte, dall'altro guarda al futuro. Della vecchia opera buffa, l'Italiana in Algeri conserva la suddivisione in pezzi chiusi, la struttura del finale primo come culmine dell'azione scenica.
Il libretto di Anelli ripropone infatti i tratti tipici del naufragio felice in terra esotica e della beffa giocata dall'astuta protagonista ad un ingenuo Bey. Ma le atmosfere rassicuranti e il buonismo degli operisti precedenti lasciano il posto ad un geniale gioco dell'assurdo che si sviluppa a diventa riproduzione del nonsenso della vita stessa i cui personaggi ne diventano ingranaggi del gioco folle e crudele. La musica di Rossini esprime quasi sempre un che di diverso rispetto a quanto appare in scena, arriva addirittura ad esprimere il delirio del puro gioco verbale nel finale del primo atto: una cascata di fonemi che spezzano il discorso in sillabe e suoni superbamente concatenati.

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ATTILA, G. VERDI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, DOMENICA 23 GENNAIO 2016






L'Attila di Giuseppe Verdi inaugura la stagione d’opera al Teatro Comunale di Bologna, con una produzione che vede Daniele Abbado impegnato come regista ed un allestimento dalle molteplici interpretazioni per la sua atmosfera piuttosto cupa e fumosa. L’epoca in cui ci troviamo infatti è abbastanza generica, data una certa atemporalità insita nell’ambientazione curata da Gianni Carluccio,  che tra il grigio ed il blu rimanda quasi ad un luogo fatiscente o devastato, ove talvolta sono collocate anche sagome di uomini in ginocchio a simbolo dei prigionieri sottomessi. Alcuni tendaggi richiamano alle fattezze di un veliero con delle corde pendenti che sanciscono al termine la cattura e seguente uccisione dell’invasore unno. Non ci sono particolari colpi di teatro e gli interpreti interagiscono tra di loro circondati da pochi elementi che il regista ha voluto come chiusi in una grande scatola astratta. Tutto sommato, pur nella sua semplicità, risulta abbastanza in linea con l’idea di oscurità e mistero che circonda la figura del quasi leggendario Attila. I pur pregevoli costumi dello stesso Carluccio e di Daniela Cernigliaro sono altrettanto estranei da precisa collocazione, in un misto tra verginali vesti bianche con velo, divise militari da secolo scorso e  tuniche decisamente più in linea col contorno.   
 

Nessun dubbio invece sulla qualità del fronte musicale.
 
Ildebrando D'Arcangelo ha non solo presenza scenica per un Attila imponente e volitivo, ma è abile anche nel mostrare il lato umano del condottiero, tormentato tra gli incubi e gli eventi a lui contrari, ed il desiderio di proseguire nella conquista della città eterna con la certezza della sua forza. Così l’interprete adopera la sua voce calda e robusta per assecondare certo il dominio di sé, ma anche la sofferenza e lo stupore nella sconfitta.
 
La sua controparte al femminile è una  Maria Josè Siri dal piglio guerriero la cui voce si conforma al personaggio, divenendo quasi cattiva nella sua pienezza:  Odabella sfodera un bel fraseggio, sicurezza negli acuti ed un’emissione vocale da vera combattente.
 
Sontuoso l’Ezio di Simone Piazzola: la cura del dettaglio ed il canto sulla parola, il suono ricco e pastoso della voce da baritono vero, la musicalità e l’ espressività sono ormai certezza per un giovane che possiamo annoverare tra i migliori baritoni della sua generazione.
Ricco di sfumature è anche il timbro di Fabio Sartori interprete di un imponente Foresto: il tenore possiede passione, forza e generosità tanto nella voce quanto nel suo agire in scena.
 
 Antonio Di Matteo ricopre il ruolo di papa Leone con fermezza ed autorevolezza anche vocale, così come molto buono è l’Uldino di Gianluca Floris.
Gli interventi complessivamente molto buoni del coro sono curati da Andrea Faidutti.
 
Ancora una volta siamo testimoni di una prova maiuscola del Maestro Michele Mariotti alla testa dell’ottima orchestra del teatro bolognese. E’ pressoché infinita la quantità di sfumature da cui è composto il suono che si esprime in mille colori. Le dinamiche perfette assecondano la scena in un divenire sempre dinamico e la cura di ogni minuscolo particolare rende la partitura viva e vibrante. Il Maestro fa parte della schiera di quei pochi direttori che cantano e respirano insieme agli interpreti, accompagnandoli passo passo lungo il cammino.
 
Applausi trionfali per tutti i protagonisti seguiti da autentiche ovazioni e grandi manifestazioni di gioia. Qualche minuscola ed isolata contestazione alla regia.
 
Maria Teresa Giovagnoli  
 
LA PRODUZIONE
 
Direttore
Michele Mariotti
Regia
Daniele Abbado
Scene e luci
Gianni Carluccio
Costumi
Gianni Carluccio
Daniela Cernigliaro
 
Movimenti scenici
Simona Bucci
Regista collaboratore
Boris Stetka
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
 
 
GLI  INTERPRETI
Attila
 
Ildebrando D'Arcangelo
Ezio
 Simone Piazzola
Odabella
 Maria Josè Siri 
Foresto
 Fabio Sartori
Uldino
 Gianluca Floris
Leone
Antonio Di Matteo
 
Nuova produzione del TCBO con Teatro Massimo di Palermo e Teatro La Fenice di Venezia
Orchestra, Coro e Tecnici del TCBO







 
 
 

 

Foto Rocco Casaluci

STIFFELIO, G. VERDI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 22 GENNAIO 2016




Una nuova produzione di Stiffelio ha sancito il proseguimento della stagione d’opera al Teatro La Fenice di Venezia, cui dobbiamo attribuire certo il merito di allestire un’opera che fino a non molto tempo fa non vantava presenze copiose nei cartelloni operistici, perché come si sa viene spesso preferita da titoli più blasonati. Se è vero che il libretto di Piave tratto dal dramma di Souvestre e Bourgeois si concentra fondamentalmente sul tradimento svelato e magnanimamente perdonato, in un susseguirsi di azioni piuttosto lineari, ci sembra tuttavia che il regista Johannes Weigand si sia limitato a portare in scena gli interpreti senza seguirli particolarmente dal punto di vista drammaturgico. Stiffelio subisce un’onta come marito e come uomo di fede, sua moglie si strugge tra pentimento e rimorso, il conte di Stankar è sconvolto dagli eventi posti in essere per l’imprudenza della figlia. Ma siamo noi a dover cogliere queste sensazioni e gli interpreti sono chiamati ad aggiungere molto della propria esperienza per entrare nei diversi ruoli, mentre stanno semplicemente in scena. Intorno il regista ha voluto un ambiente diremmo geometricamente essenziale, scarno ed austero, in cui Guido Petzold ha dato risalto principalmente alle luci, anch’esse fondamentalmente scure, a sottolineare l’atmosfera tesa e rigida della vicenda. Non c’è molto altro in questo allestimento, il cui fulcro è un pulpito ferrigno da cui il generoso Müller perdona la moglie fedifraga. In linea col resto i costumi di Judith Fischer.
 
 

In tal contesto si inserisce anche la conduzione di  Daniele Rustioni, che guida l’orchestra feniciana con sobrietà quasi austera, staccando tempi diremmo prudenti e con qualche guizzo in più nei momenti concitati. Il braccio è comunque sicuro tanto quanto il feeling col palcoscenico.
 
Nel cast è libero di esprimersi Stefano Secco come Stiffelio/Müller, che utilizza tutti i suoi mezzi vocali ed interpretativi al servizio di un ruolo il cui animo è dilaniato dall’affronto subito, ma confortato dalla fede e dalla responsabilità verso i suoi fedeli, forte anche di un timbro morbido e molto gradevole.
 
Non perfettamente inquadrata nel personaggio ci è sembrata la Lina di Julianna Di Giacomo. Non cogliamo i sentimenti che vibrano nel cuore della donna, certo non aiutata dalla regia, e sebbene dotata di forti mezzi vocali pare esprimersi al meglio solo nella zona media del suo registro.
 
Ruspante e di cuore il genitore, conte di Stankar: Dimitri Platanias risolve il ruolo di austero ed autoritario padre utilizzando il suo strumento vocale robusto e voluminoso con cuore e forza d’animo.
Molto buono e dalla voce fresca ed orecchiabile il cugino di Lina, Cristiano Olivieri come Federico; ottimo grazie alla particolarissima voce ambrata lo Jorg di Simon Lim; buon interprete di Raffaele  è Francesco Marsiglia al cui personaggio pure si sarebbe potuto offrire di più;  a chiudere il cast la Dorotea di  Sofia Koberidze.
 
Preciso e quasi solenne il coro diretto da Claudio Marino Moretti.   Applausi copiosi per tutto il cast da un pubblico folto e soddisfatto.
 
Maria Teresa Giovagnoli
   

LA PRODUZIONE
 
Direttore                     Daniele Rustioni
Regia                           Johannes Weigand
Scene e luci                Guido Petzold
costumi                       Judith Fischer

GLI INTERPRETI
 

 

Stiffelio                      Stefano Secco
Lina                            Julianna Di Giacomo
Stankar                      Dimitri Platanias
Raffaele                     Francesco Marsiglia
Jorg                            Simon Lim
Federico di Frengel  Cristiano Olivieri
Dorotea                      Sofia Koberidze

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro  Claudio Marino Moretti

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
 

 

 

Foto Michele Crosera

LULU, ALBAN BERG – TEATRO COMUNALE DI BOLZANO PER OPERA 20.21, VENERDI’ 15 GENNAIO 2016




Con Lulu di Berg continua a Bolzano la stagione della Fondazione Haydn OPER.A. 20.21 che, come detto in occasione della precedente messa in scena, rivolge una particolare attenzione ai titoli di questo e del precedente secolo. Opera questa dalla gestazione travagliata, con la dipartita del compositore dopo aver orchestrato soltanto due atti nel 1935, essa fu completata col terzo grazie all’intervento di Friedrich Cerha molti anni più tardi su materiale dello stesso Berg. Ma la versione rappresentata a Bolzano è quella ulteriormente rivisitata soltanto nel 2010 da Eberhard Kloke per orchestra da camera, nell’allestimento proveniente dalla Welsh National Opera, che si adatta maggiormente al palcoscenico del teatro bolzanino e che vede anche nella parte musicale un apporto più intimistico a supporto di tale allestimento. Non più un azzardo oggi come oggi portare sul palco la vita a dir poco lasciva di una donna come Lulu dai mille volti e dai numerosi nomi/nomignoli che man mano i suoi amanti le attribuiscono. Femme fatale in tutti i sensi vista l’incredibile escalation di morti causate tra infarti, suicidi ed omicidi per sua stessa mano. Nonostante la miriade di personaggi, pur ridimensionati da Berg rispetto alle opere da cui trasse la storia di Lulu (Il vaso di pandora e Lo spirito della terra di Wedekind) tutto si svolge attorno a lei con i suoi mariti ed amanti. Il regista David Pountney tende a sottolineare in tutto lo spettacolo l’ambientazione circense da cui prende atto: non solo la protagonista, ma tutti gli interpreti sono delle figure animalesche le cui allegorie agiscono guidate come sotto ipnosi dalla Lulu- serpente, donna e tentatrice. I colori la fanno da padrone nelle scene di Johan Engels come nei costumi di Marie-Jeanne Lecca, che per la protagonista sono luminosi ed appariscenti con le immancabili pailettes. Al centro di questo circo dalle ‘luci rosse’ o comunque dalle atmosfere lugubri, ben giocate da Mark Jonathan, una scala/spirale vuole sottolineare il turbinio degli eventi innanzi alla quale vengono sistematicamente appesi i corpi delle vittime, mentre le loro anime sono accompagnate in processione nell’aldilà uscendo di scena.
Risultano talvolta superflue o un quanto meno ridondanti le voci registrate che fuoricampo aggiungono pensieri ai protagonisti.



Fulcro dell’opera è Marie Arnet impegnata a rappresentare questa donna che probabilmente è vittima più che causa del suo destino: un personaggio pericoloso per gli altri e per se stessa, in continua ricerca di attenzioni, come evidentemente si evince dal continuo cambiare marito o partner; perennemente insoddisfatta, in cerca dell’ascesa sociale e poi in caduta libera fino alla prostituzione ed al fatale incontro con lo Squartatore. Se non ha colto forse in pieno tutte le sfaccettature del ruolo nella sua drammaticità, il soprano ha cercato comunque una sua dimensione interpretativa anche dal punto di vista vocale, data la non certo semplice scrittura musicale.
Gli uomini che girano intorno a lei sono tutti pedine di una scacchiera comandata forse più dal destino che dalla stessa protagonista, generalmente molto partecipi con qualche punta di eccellenza: sugli scudi il dott. Schön di Paul Carey Jones che si trasforma da editore ed amante appassionato (ma che al momento giusto molla la ‘lolita’ per un più prestigioso matrimonio) in un terribile Jack lo Squartatore con disinvoltura sia vocale che attoriale; Roland Serra è un povero e cornificato primo marito che non regge al colpo e ci lascia le penne; Clive Bayley è un pittore e secondo marito molto passionale e probabilmente inconsapevole di chi ha come compagna; Alwa, il figlio di Schön, forse il più manipolato e che riesce pure a ‘sorvolare’ sull’omicidio del padre, è un Johnny Van Hal quasi stralunato ed ipnotizzato dalla donna, tanto che il regista lo ingabbia in più scene in un costume da coniglio bianco, al suo servizio. Molto buono e spigliato in scena Duccio dal Monte come banchiere e soprattutto direttore di teatro.
 
Per molti la vera protagonista morale, se così si po' dire, della vicenda è la contessa Geschwitz interpretata da una  Natascha Petrinsky in buona forma: accorata, drammatica anche nella voce, persa nelle fantasie per la sua Lulu, disperata e pronta a condividerne anche la fine.
 
Nella lunga lista dei personaggi di contorno ricordiamo anche Jurgita Adamonyte nel triplice ruolo di Una guardarobiera  teatrale,  studente e Groom; il principe, nonché domestico e marchese di Alan Oke, l’atleta Steven Scheschareg, Bernd Hofmannmolto buono come Schigolch e domatore,  il  commissario di polizia, Carlo-Emanuele Esposito, la quindicenne Mary-Jean O’Doherty, sua madre,  Anna Lucia Nardi, una arredatrice, Rebecca Afonwy – Jones, un giornalista, Keith Harris, un domestico,Johannes Held, il clown di David Thaler, un macchinista, Andrea Deanesi.
 
Molto si discute infine se sia più fedele al compositore la versione completata da Cerha o se si possa considerare veramente aderente alle idee di Berg questa versione di Kloke,  peraltro ben accolta a Copenaghen nel 2010. Noi ne registriamo la direzione di Anthony Negus per questa occasione molto intimistica, quasi attenta a non strafare, con tempi piuttosto distesi nonostante la scrittura a tratti davvero brillante, come se il palco parlasse da sé e non fosse opportuno prevalere troppo.
Applausi moderati al termine dello spettacolo con punte di apprezzamento per il Maestro Negus.
Maria Teresa Giovagnoli
 
LA PRODUZIONE
 
Direttore                    Anthony Negus
Regia                          David Pountney
Scene                          Johan Engels
Costumi                     Marie-Jeanne Lecca
Luci                            Mark Jonathan
 
GLI INTERPRETI
Lulu                           Marie Arnet
Contessa Geschwitz  Natascha Petrinsky
Una guardarobiera   Jurgita Adamonyte
teatrale/ studente/Groom 
Il medico                    Roland Serra
Il pittore/ un negro    Clive Bayley
Dott. Schön/              Paul Carey Jones
Jack lo squartatore    
Alwa                          Johnny Van Hal
Atleta                         Steven Scheschareg
Schigolch/domatore  Bernd Hofmann
Il principe/domestico/           Alan Oke
 marchese
Il direttore del teatro/           Duccio dal Monte
banchiere                                         
Un commissario di polizia    Carlo-Emanuele Esposito
La quindicenne                     Mary-Jean O’Doherty
Sua madre                             Anna Lucia Nardi
Arredatrice                           Rebecca Afonwy - Jones
Un giornalista                       Keith Harris
Un domestico                        Johannes Held
Un clown                               David Thaler
Un macchinista                     Andrea Deanesi

Orchestra Haydn Trento e Bolzano

 

Allestimento Welsh National Opera
 
 

 

Foto Benedetta Pitscheider

ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO, 50a STAGIONE CONCERTISTICA - AUDITORIUM POLLINI DI PADOVA, concerto di giovedì 14 gennaio 2016


Programma impegnativo con molta carne al fuoco quello del concerto n.6407 dell'Orchestra di Padova e del Veneto.
 
Affiancare al musicista principe del rinnovamento musicale italiano del novecento, Respighi, il maggior rappresentante della Dodecafonia italiana, Dallapiccola e concludere con una rielaborazione della ricostruzione dagli abbozzi dell'adagio della Decima Sinfonia di Mahler, è impresa arditissima soprattutto per un organico come quello dell'Orchestra di Padova e Del Veneto, non particolarmente avvezzo a questo repertorio.
Ma non è impresa da spaventare Marco Angius, direttore navigato tra le partiture del novecento, che riesce a portare a compimento nonostante qualche difficoltà la serata Patavina.
 


Il Trittico Botticelliano di Respighi è una partitura che fa parte di quell' “archeologia musicale” tanto in voga nell'Italia musicale fascista degli anni '30 del '900 e dimostra l'accademica reverenza del musicista bolognese ad un passato dal quale trarre ispirazione.
Superbo compositore di poemi sinfonici, soprattutto nel Trittico Botticcelliano descrittivismo ed evocazione coloristica sono esplicazione  naturale di quella smagliante abilità respighiana di strumentatore che è di derivazione russa e specificatamente rimskiana.
Angius riesce ad esaltare tutti i colori e le nuances che in partitura derivano dai dipinti di Botticelli. Particolarmente riuscita l'interpretazione della nascita dei Venere per coesione organica e capacità di esaltazione del dettato respighiano risultando immediatamente percepibili la volontà e la capacità costruttiva del compositore, nei rapporti tra le diverse sezioni, nelle relazioni tematiche e nelle interessanti sovrapposizioni contrappuntistiche dei temi.
 
Nel piccolo concerto per Muriel Couvreux per pianoforte e orchestra (che precedono di pochi mesi i possenti Canti di prigionia) Dallapiccola esalta l'estrema discrezione, la spoglia sobrietà cameristica che distingue questa composizione contro quel gigantismo orchestrale postmahleriano al quale proprio Schoenberg e Stravinsky avevano recato i contributi più estremi.
I 25 esecutori previsti in partitura dialogano in pacifica sintonia con il pianoforte, qui non protagonista ma “solista principale”, in uno stile omoritmico quasi corale lungo tutti i brevi movimenti. Ottima l'interpretazione del navigatissimo Aldo Orvieto che ha fatto di questo repertorio il suo cavallo di battaglia, assecondato dalla mano ferma e precisa di Angius. Assieme hanno saputo ricostruire quella preziosa “pedagogia dello sguardo” insita in  questo mirabile pezzo, di un compositore non ancora sufficientemente apprezzato.
 
Con la cantata “An Mathilde”, Dallapiccola ci trascina nella più vorticosa dodecafonia sonora. La poesia allucinata e visionaria di Haine, trova nella composizione un luogo eletto di metamorfosi sonore. Spiace solo che la voce minuscola del soprano Livia Rado, perennemente alla ricerca della giusta intonazione e di un punto di appoggio musicale con l'ensemble strumentale, non sia riuscita ad esaltare le invocazioni sonore e le paure insite nella poesia di Heine, perdendosi in una continua ricerca interpretativa.
 
Elaborare l'adagio dalla Sinfonia N.10 di Mahler, credo sia impresa non facile soprattutto se ci si deve basare su degli abbozzi musicali di un compositore solito a rivedere generalmente quanto scritto più e più volte prima di dare al mondo la sua visione definitiva.
Quanto non sia riuscito Cliff Colnot a comprimere in un ensemble ridottissimo rispetto alle intenzioni del compositore , le atmosfere rarefatte, il colore e l'impatto sonoro della pseudo partitura malheriana, credo risulti palese a chiunque.
Ma è impresa ancor di più pericolosa, l'eseguire le ardite note e rendere la tensione emotiva e un rebus compositivo unico, da un organico di 25 strumentisti perennemente scoperti e a tratti a parti staccate, soprattutto se manca quel rigore interpretativo necessario per composizioni di questo genere.
Nonostante la mano esperta di Angius, non siamo riusciti a convincerci della interpretazione data dall'Orchestra di Padova e del Veneto, perennemente in bilico tra intonazioni approssimative e un rigore d'insieme che ha latitato per quasi tutta la durata dell'esecuzione.
 
Successo convinto comunque per tutti gli interpreti da parte di un pubblico numeroso e concentratissimo.
 
Pierluigi Guadagni
 
PROGRAMMA
 
Ottorino Respighi
Trittico botticelliano
 
Luigi Dallapiccola
Piccolo concerto per Muriel Couvreux per pianoforte e orchestra 

"An Mathilde" per soprano e orchestra
 
Gustav Mahler
Adagio / Sinfonia n. 10
(vers. Cliff Colnot)
 
 
Direttore    Marco Angius
Soprano     Livia Rado

 

Pianoforte Aldo Orvieto

LE NOZZE DI FIGARO, W.A. MOZART - TEATRO REGIO DI PARMA, 12 gennaio 2016




Dove sono i bei momenti di dolcezza e di piacer,
 dove andaro i giuramenti di quel labbro menzogner?
 

Apertura in gran spolvero al Teatro Regio di Parma per la stagione d'opera 2016 con una produzione di Nozze di Figaro ed un cast notevole.

L'allestimento firmato da Mario Martone per il Teatro San Carlo di Napoli nel 2006, ha girato ormai mezza Italia per approdare sulle tavole del teatro parmigiano ripreso da Raffaele di Florio, sostanzialmente invariato.

La scena fissa che ci propone Sergio Tramonti per tutti i quattro atti, fa da scatola magica agli intrecci della Folle Giornata ma limita un poco la fantasia drammaturgica, tutta concentrata al proscenio e mai particolarmente brillante, a discapito di una briosità scenica, vitale nel lavoro mozartiano.


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PRIMO CONCERTO DELLA STAGIONE SINFONICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA – domenica 10 gennaio 2016



Dopo la sessione autunnale al teatro Ristori la musica sinfonica si sposta al Filarmonico per proseguire per alcune tappe la stagione invernale, e dobbiamo dire che l’inizio è stato più che positivo, con un’orchestra dell’Arena veronese parecchio convincente grazie anche all’apporto dell’ottimo direttore  Federico Ferri.
Con un programma piuttosto popolare che difatti ha visto un teatro quasi esaurito, abbiamo ascoltato tre pietre miliari del repertorio sinfonico di fine settecento ed inizio ottocento, partendo da Mozart, passando per Beethoven, concludendo con Schubert.
 

Il concerto per pianoforte e orchestra n. 23 K. 488 di W.A. Mozart è come si sa uno dei più ascoltati ed amati, composto nel periodo probabilmente più felice della vita musicale del compositore, quegli ultimi dieci anni viennesi, tra il 1781 ed il  1791, che lo videro richiestissimo e nei quali creò i suoi più grandi capolavori. Questo concerto composto nel periodo quaresimale del 1786 profonde gioia e lirismo in tutte le sue parti, come evidentemente il musicista voleva trasmettere dato il momento dell’anno in corso. La imminente Pasqua di resurrezione è infatti motivo di gioia, come lo sono il primo e terzo movimento, ma anche di pausa e riflessione sul proprio operato, cosa che ci avvicina al secondo e più disteso movimento. Ferri interpreta questo pezzo in modo molto asciutto, senza i troppi fronzoli che spesso vengono aggiunti a certe composizioni mozartiane, basandosi semplicemente sul fatto che esse sono ‘allegre’; il piglio del Maestro è sicuro e l’omogeneità del suono fra le sezioni è sintomo di intesa ed approfondimento della partitura. A ciò si aggiunga l’apporto fondamentale del pianoforte che qui gioca un ruolo da prima donna assoluta nelle mani di Federico Colli, anch’egli particolarmente brillante sulla tastiera, ma non esagerato: è la musica ad esprimersi, l’interpretazione sentita ha alla base tecnica e grande feeling con l’orchestra.
 
Altresì ricco di colori e con una misurata maestosità è il pezzo che Beethoven scrisse nel 1808 e che qui si avvale della partecipazione del coro areniano:  la Fantasia per pianoforte, coro e orchestra op. 80 con testo del poeta Kuffner, che dovette praticamente mettere le mani alle parole di un precedente Lied che Beethoven utilizzò per ispirarsi per suo questo lavoro. La parte corale arriva come summa conclusiva di un percorso musicale leggiadro ed inneggiante alla vita, alla poesia, alla natura, alla pace fonte di letizia, e naturalmente all’amore che ricompensa l’uomo di ogni rancore ed amarezza passati. Come detto misurata ma puntuale è stata anche la direzione di Ferri anche per questo pezzo, in cui riteniamo che Colli si sia lasciato andare ancor maggiormente sin dall’inizio, per poi fondersi man mano con l’orchestra per una dolce e generale armonia, a cui il coro si aggiunge provocando quasi una catarsi in chi ascolta. Molto buono il lavoro di Vito Lombardi che ha preparato il coro della fondazione Arena.
 
E per un crescendo in bellezza, la meravigliosa Sinfonia D. 944 in do maggiore di Schubert, eseguita postuma soltanto nel 1839, ‘grande’ non solo per nome attribuitole, ma anche per quanto a nostro avviso riesca ad emozionare al suo ascolto. Prezioso, ci piace sottolinearlo, in particolar modo il secondo movimento, in cui abbiamo apprezzato il suono dei fiati, nella dolce fusione con gli archi, davvero d’atmosfera. In questo pezzo Federico Ferri è riuscito ad ottenere un suono ancor più profondo e ricco di accenti, come se avesse programmato un climax a termine programma, con tempi giustamente morbidi e con altrettanta brillantezza sfociata nel terzo movimento, i cui ritmi di valzer avvolgono e sorprendono, per chiudere poi nella grandezza, appunto, dell’Allegro finale.  In sintesi una serata molto ben riuscita, accolta con calorosi applausi da parte del pubblico in sala.

PROGRAMMA
 
Wolfgang Amadeus Mozart
Concerto per pianoforte e orchestra n. 23 K. 488 in la maggiore
 
Ludwig van Beethoven
Fantasia per pianoforte, coro e orchestra op. 80
 
Franz Schubert
Sinfonia D. 944 in do maggiore, La grande
 
Direttore        Federico Ferri
Pianoforte      Federico Colli

 
 
 
Maria Teresa Giovagnoli

 

 

Marco Angius, Direttore Musicale OPV, ricorda Pierre Boulez



Il mondo musicale piange la scomparsa di Pierre Boulez, compositore e direttore d'orchestra, protagonista assoluto della musica del Novecento, morto a 90 anni.



Lo ricorda anche Marco AngiusDirettore Musicale dell'Orchestra di Padova e del Veneto e direttore italiano di riferimento per il repertorio contemporaneo. Oltre ad aver diretto l'Ensemble Intercontemporain a Parigi, fondato da Boulez, Angius è stato sul podio dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI lo scorso 20 febbraio in occasione dell'omaggio di "RAI Nuova Musica" per i 90 anni del geniale musicista francese.


Dichiara Angius: «La scomparsa di Pierre Boulez lascia un vuoto incolmabile nella cultura e nella musica mondiali, non solo per la musica contemporanea -di cui era testimonianza storica vivente e autorevole spiritus rector- ma anche per la ricchezza e l'innovazione che la sua figura ha rappresentato per intere generazioni di musicisti. Essendo stato altrettanto determinante come compositore e direttore d'orchestra, il patrimonio culturale e artistico che Boulez consegna in eredità alle epoche future costituisce un valore di assoluto riferimento. È stata per me un'esperienza cruciale oltre che un grande onore dirigere l'ensemble da lui fondato, l'Intercontemporain di Parigi, così come confrontarmi costantemente con le sue composizioni, dal Marteau sans maître al recente omaggio per i novant'anni nel febbraio 2015 a Torino, e mi sento profondamente in lutto per questa perdita.
La sua opera continuerà ad essere il "paese fertile" per tante nuove creatività e immaginazioni compositive.
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RICHARD WAGNER, DER RING DES NIBELUNGEN, Ein Bühnenfestspiel für drei Tage und einen Vorabend; ZWEITER TAG:SIEGFRIED- Teatro Massimo di Palermo, 20 dicembre 2015





O eroe fanciullo!
O stupendo ragazzo!
Tu di auguste gesta
inconscio tesoro!
Ridendo, io ti debbo amare,
ridendo, voglio io accecare,
ridendo, lasciaci rovinare,
ridendo, a perdizione andare!


Interrotto il progetto di prima messinscena completa del Ring Wagneriano due anni fa per problemi finanziari, il Teatro Massimo di Palermo riprende l' ardimentosa impresa con una nuova produzione di Siegfried.
Nell'insieme della Tetralogia Wagneriana, Siegfried viene spesso considerata come una fiaba autonoma.
Pur avendone tutte le caratteristiche  (unitarietà chiusa della narrazione, continuità di  un clima poetico e musicale, coerenza delle strutture  drammatiche e musicali) Siegfried con le sue strutture in perfetto equilibrio, risulta essere il centro focale di tutta la Tetralogia, il cuore pulsante soprattutto musicale nel quale tutti i punti dell' immenso dramma wagneriano convergono e poi divergono.
Gli stessi Leitmotiv, struttura portante del dettato wagneriano e protagonisti autentici, qui rinvigoriscono e quelli già uditi e che qui ritornano, si piegano docilmente alle rinnovate necessità di espressione, poiché Siegfried è il lavoro dell'ottimismo, della felicità suprema, come Walkuere era il lavoro del pessimismo e Goetterdammerung sarà quello della catarsi suprema.


In questo contesto di fresca giovinezza si è inserita, in un proseguo coerente con le precedenti giornate, il lavoro del regista Grahm Vick.
Chi conosce l'artista, sa perfettamente che ogni lavoro di Vick non è mai banale né scontato, anche se richiede spesso una capacità di adattamento intellettivo non indifferente per le sue scelte spesso discutibili ma sempre comunque intelligenti e coerenti con la sua visione generale del teatro d'opera, un teatro vivo e pulsante sotto tutti i punti di vista.
Il lavoro di Vick per questo Siegfried viene plasmato sulla strutture architettoniche portanti dell'apparato scenico del Teatro Massimo, e le scene e i costumi di Richard Hudson, moderne e per nulla convenzionali, perfettamente si adattano a questa idea.
Per nulla convenzionale è la recitazione che Vick richiede agli interpreti, curando ogni dettaglio in maniera maniacale, come pure risolvendo i momenti topici del dramma Wagneriano con idee innovative e per nulla scontate.

Pensiamo alla scena della forgiatura della spada, al duetto MimeWanderer del primo atto, alla scena dell'uccisione di Fafner o all'attraversamento delle fiamme nel terzo atto, tutte risolte con una maestria scenica da lasciare a bocca aperta pur nella sua semplicità (e anche nella sua banalità), ma che riportano ad un contesto intellettivo di grande spessore e di grande efficacia.
Formidabile l'idea di inserire dei mimi, coordinati nelle azioni sceniche da Ron Howel, nel contesto di un opera “solitaria” che si sviluppa per strutture simmetriche a due o massimo tre personaggi per volta, dando così l'idea di favola corale in un lavoro che è corale solo musicalmente grazie alla selva contrappuntistica dei leitmotiv.
In tanta fantasia registica, ben si amalgama la compagnia di canto scelta per questa produzione pur con qualche distinguo.

Trionfatore della serata è stato a mio avviso il Mime di Peter Bronder che ben si inserisce nel solco di quella tradizione superba creata da cantanti come Stolze, Zednik o Clarck risolvendo il personaggio con una maestria scenica e vocale notevoli per un ruolo che richiede duttilità vocale non indifferente e una presenza scenica continuamente giocata sull'ambiguità.

Da dimenticare in un silenzioso oblio la prova vocale di  Christian Voigt, probabilmente afflitto da un fastidioso raffreddore, ma non essendo stata annunciata la sua indisposizione, fatichiamo a credere possa portare a termine le recite successive. Se da un lato bisogna annotare la grande presenza scenica, la straordinaria recitazione e il carisma dell'attore, dal punto di vista vocale la sua interpretazione prestava il fianco a momenti di imbarazzante delusione; la mancanza di appoggio della voce, e una non corretta emissione nei passaggi di registro unito ad una fonazione fissa e spesso non intonata, hanno compromesso la sua interpretazione.

Notevole il Wanderer di Thomas Gazheli, dotato di una magnifica pasta vocale di vero basso acuto, nobile in scena e nel fraseggio, carismatico, è stato di volta in volta carezzevole, autoritario, scolpito e protervo. Ha disegnato un personaggio a tutto tondo, credibile e veramente regale, forte di una tecnica, di un timbro e di un colore che lo pongono senza dubbio tra i migliori in questo ruolo.

Altrettanto bravo Sergei Leiferkus come Alberich, cantato con ottima tecnica e varietà di inflessioni, nonché con una notevole profondità di consumato interprete. Si sarebbero desiderati forse un volume e un impatto vocale più autorevoli come il ruolo richiederebbe.

Un poco sottotono il Fafner di Michael Eder, molto bene e sicura nella sua breve parte di Erda Judit Kutasi come pure Deborah Leonetti nella parte del Stimme des Walvogels.
Nonostante una lieve indisposizione annunciata, Meagan Miller è stata una Brunnhilde rigogliosa e in ottime condizioni che ha avuto il pregio di saper cantare una parte dove quasi tutte urlano con fiati ed acuti lunghissimi.

Persa per strada la bacchetta algida ed inesperta di Pietari Inkinen che aveva diretto le precedenti giornate, l'Orchestra del Teatro Massimo trova la mano esperta di Stefan Anton Reck che ha saputo far vibrare e risplendere tutte le sezioni, mantenendo un equilibrio esemplare tra orchestra e palcoscenico pur scegliendo tempi molto comodi, regalandoci una prestazione piena anche di lirismo, timbri raffinati e una discreta precisione tecnica in tutte le sezioni strumentali ed in particolare per quanto riguarda gli ottoni.
Al termine delle cinque ore di spettacolo, applausi convinti per tutti con ovazioni per Bronder e Gazheli da parte di un pubblico attento e partecipe.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                     Stefan Anton Reck
Regia                           Graham Vick
Scene e costumi          Richard Hudson
Azioni mimiche
         Ron Howell
Luci                            Giuseppe Di Iorio
Assistente alla regia  Lorenzo Nencini
Assistente a scene
e costumi                    Elena Cicorella

GLI INTERPRETI

Siegfried                    Christian Voigt
Mime                          Peter Bronder
Wanderer (Wotan)   Thomas Gazheli
Alberich                     Sergei Leiferkus
Fafner                        Michael Eder
Erda                           Judit Kutasi
Brünnhilde                Meagan Miller
Stimme
des 
Waldvogels              Deborah Leonetti

Orchestra del Teatro Massimo





Foto Rosellina Garbo/ Franco Lannino StudiocameraIMG

L'ELISIR D’AMORE, G. DONIZETTI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, MERCOLEDI’ 16 DICEMBRE 2015




Con la felice ripresa dell’Elisir d’amore di Donizetti che debuttò a Bologna nel 2010 termina il cartellone operistico del Teatro Comunale per quest’anno solare che volge a conclusione. Definire allegro, delizioso o semplicemente divertente lo spettacolo concepito dalla regista Rosetta Cucchi è forse riduttivo, poiché sono veramente tanti e molto intelligenti gli spunti che questa messa in scena offre, sì da far riflettere oltre che divertire. Se forse adesso può non sembrare più una novità trasportare le storie di giovani innamorati in un istituto scolastico, in questa opera tale ambientazione risulta ancora particolarmente efficace.

Difatti i nostri Nemorino, Adina e Belcore sono gli studenti di una scuola d’arte americana di stampo anni Ottanta, ove Adina è una capricciosa ragazza pon pon che sa bene ciò che vuole ma si intenerisce di fronte al cuore tenero ed al sacrificio di Nemorino; costui è lo sfigatello di turno tutto paure e dolci sogni, che però tira fuori grinta e coraggio arruolandosi nella banda di teppisti di Belcore (in luogo dell’esercito previsto dal libretto), il quale è il classico bulletto sciupa femmine, pantaloni di pelle stretch e immancabile giubbotto, che ci richiama ai tanti artefici di episodi di bullismo di cui sentiamo ahinoi parlare oggigiorno. Poi c’è l’incredibile Dulcamara: un venditore di spinelli e false promesse che nel finto Elisir trova l’arma vincente per raggirare lo studente disperato e pronto a tutto per il cuore della sua bella; altro personaggio tipico della società odierna, che fa sorridere per quante ne combina in scena, persino quando viene arrestato nel finale, con un pizzico di amarezza. Insomma il libretto originale si fonde e si amplia con le idee registiche di Rosetta Cucchi, tra banchi di scuola, laboratori di pittura, sala mensa e luoghi similari, opera di Tiziano Santi, davanti alle enormi finestre che affacciano su una New York mutevole e sempre affascinante. Perfetti i costumi anni ’80 di Claudia Pernigotti.  

La recita a cui abbiamo assistito ha visto figurare come Nemorino un ispiratissimo Fabrizio Paesano: centrato è il ruolo del ragazzotto buono ed ingenuo, dalla voce pastosa, sottile e squillante. Adina è invece interpretata da Rocio Ignacio. Il giovane soprano punta molto su una interpretazione spigliata, fresca e a tratti sfacciata, come richiesto dal personaggio in questa regia, ma non sembra sostenuta da una voce duttile come ci aspetteremmo, che è invece spinta un po’ troppo in acuto e risulta spesso monocromatica. Di lusso il Dulcamara di Marco Filippo Romano: non solo fa ciò che vuole con la voce assecondando i vezzi e i lazzi del suo personaggio, ma è un incredibile animale da palcoscenico grazie al quale anche il pubblico poco attivo della serata ha riso di gusto. Il bulletto di quartiere è un ottimo Vittorio Prato, anch’egli parecchio sciolto e padrone della scena, forte di una voce ricca e squisitamente brunita. Elena Borin completa correttamente il cast di questa recita.

Potremmo definire piuttosto ‘sontuosa’ la direzione di Stefano Ranzani, che sostiene costantemente gli interpreti in scena, con piglio fermo e quasi austero, offrendo un suono ampio, profondo,  perfino sofisticato. 
Anche in questa prova il coro di Andrea Faidutti  ci è parso completare con precisione e ottima partecipazione lo spettacolo.

Successo pieno per tutti gli interpreti ed il direttore, anche se a nostro avviso il pubblico di questa rappresentazione è stato piuttosto freddino, considerando quanto invece dinamico e senza tregua sia lo spettacolo offerto.

Maria Teresa Giovagnoli

  

LA PRODUZIONE

Direttore
Stefano Ranzani
Regia
Rosetta Cucchi
Scene
Tiziano Santi
Costumi
Claudia Pernigotti
Luci
Daniele Naldi
Assistente alla regia
Stefania Panighini
Maestro del Coro
Andrea Faidutti

GLI  INTERPRETI

Adina
Rocio Ignacio
Nemorino
Fabrizio Paesano 
Belcore
Vittorio Prato 
Il dott. Dulcamara
M. Filippo Romano
Giannetta
Elena Borin


 Orchestra, Coro e tecnici del TCBO






Foto  Rocco Casaluci

Foto Fadil Berisha

DO RE MI…..PRESENTO – intervista a Saimir Pirgu

Oggi facciamo una bella chiacchierata con un giovane tenore albanese che ha letteralmente realizzato un sogno: quello di dedicare la sua vita alla musica ed al canto. Sono tantissimi i teatri internazionali in cui ha cantato, diretto dai più grandi direttori d'orchestra, tra cui citiamo Claudio Abbado, Riccardo Muti, Lorin Maazel, Daniele Gatti, Seiji Ozawa, Antonio Pappano, e la lista è ancora lunga. Una persona molto schietta, solare e con tanta voglia di arte nel cuore!

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LA FORZA DEL DESTINO, G. VERDI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 13 DICEMBRE 2015





Nel giorno di Santa Lucia, nonostante le difficoltà economiche in cui versa la Fondazione Arena di Verona, si inaugura anche la stagione lirica 2015/16, che porta in scena al Filarmonico un allestimento de La forza del destino proveniente dalla Slovene National Opera and Ballet,dal sapore un po’ nostalgico della tradizione e squisitamente cinematografico. Il regista Pier Francesco Maestrini infatti decide di puntare tutto sulla forza narrativa del libretto, fin dallo spostamento dell’ouverture alla fine del primo atto, considerando dunque la morte di Calatrava una sorta di antefatto da separare con una ‘sigla’ dal resto dell’opera, cosa già accaduta in passato per chi si ispirò alla famosa trasposizione del libretto in tedesco operata da Franz Werfel negli anni Venti del secolo scorso. Grazie alle suggestive scene di Juan Guillermo Nova, dettagliatissime e ricche di particolari, possiamo gustare il dramma in ogni suo dettaglio, completato anche dalle proiezioni video sul pannello trasparente in proscenio, che non disturba ma integra perfettamente gli sfondi allestiti sul palco. Molto ricchi e curati i costumi di Luca Dall'Alpi. Di routine le coreografie di Renato Zanella per gli interventi dei primi ballerini della Fondazione Arena.


Lo spettacolo scorre via molto dinamico tra scoppi di armi da fuoco, fumo, incensi, lampi e quant’altro attiri l’attenzione del pubblico, richiamando gli interpreti a dare il massimo per coniugare al meglio il canto con l’interpretazione accorata dei diversi ruoli.
Walter Fraccaro, il seduttore Alvaro, ci è noto per la forza che imprime ai suoi personaggi dal carattere sanguigno e passionale, tuttavia tanta passione ci sembra talvolta mal dosata nel canto e causa di qualche imperfezione soprattutto nelle note di passaggio.

La fuggitiva compagna, dolce e coraggiosa Leonora, è una Hui Heforse un po’ emozionata ma che mostra di entrare nel ruolo sia vocalmente che dal punto di vista scenico con intelligenza e preparazione. I dolci filati, la rotondità della voce che spazia ampia nel suo registro e la sensibilità interpretativa sono le armi vincenti di un soprano di grande caratura che conquista ancora una volta una serata vincente.

Perfetto Dalibor Jenis come vendicativo Carlo di Vargas: espressività, canto sulla parola e colore squisitamente bruno della voce delineano un fratello forte, spietato, in una parola convincente.
Il duo Padre Guardiano e Fra Melitone è costituito da due interpreti fantastici: ottimo Simon Lim per autorevolezza, timbro vocale profondo ed imponente; spigliato, simpaticissimo e molto ben cantato il ruolo del frate vispo per un Gezim Myshketa in gran forma.

Spumeggiante e molto dinamica dalla voce duttile e frizzante, perfetta per il ruolo di Preziosilla, Chiara Amarù conquista meritatamente gran parte dei consensi della serata.
Completano il cast il marchese Calatrava di Carlo Cigni, e gli altri ruoli di contorno ben eseguiti di Milena Josipovic come Curra, il Mastro Trabuco di Francesco Pittari ed il doppio ruolo di Alcade e chirurgo di Gianluca Lentini.

Alla testa dell’orchestra della Fondazione Arena Omer Meir Wellber sceglie tempi coerenti alla narrazione pur con qualche leggero sfasamento col palco. Il suono è ricco e con una certa varietà di colori, particolarmente vivi nei momenti più drammatici. Molto validi gli interventi del coro areniano preparato dal Maestro Vito Lombardi.

Pubblico entusiasta con diverse chiamate alla ribalta ed ovazioni per tutti i protagonisti, la regia ed il direttore. Speriamo vivamente che spettacoli del genere, che vedono anche una folta partecipazione di pubblico, facciano capire a chi di dovere quanto importante sia il lavoro della Fondazione Arena per la città e non solo, e che possa proseguire la sua opera per tanto ancora nel tempo.

Maria Teresa Giovagnoli  



LA PRODUZIONE

Direttore d’orchestra                        Omer Meir Wellber
Regia                                                  Pier Francesco Maestrini
Scene                                                  Juan Guillermo Nova
Costumi                                             Luca Dall'Alpi
Coreografia                                       Renato Zanella
Primi ballerini                                  Alessia Gelmetti, Teresa Strisciulli, Amaya Ugarteche,
                                                           Evghenj Kurtsev, Antonio Russo


GLI INTERPRETI
Il marchese di Calatrava                Carlo Cigni
Donna Leonora, sua figlia              Hui He
Don Carlo di Vargas, suo figlio      Dalibor Jenis
Don Alvaro                                      Walter Fraccaro
Preziosilla, giovane zingara            Chiara Amarù
Il Padre guardiano                         Simon Lim
Fra Melitone                                   Gezim Myshketa
Curra, cameriera di Leonora        Milena Josipovic
Mastro Trabuco                             Francesco Pittari
Un alcade/Un chirurgo                  Gianluca Lentini

Direttore del corpo di ballo Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici Giuseppe de Filippi Venezia
Maestro del Coro Vito Lombardi
Allestimento Slovene National Opera and Ballet
ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA






Foto ENNEVI - Fondazione Arena di Verona




CONCERTO DI VERONA LIRICA, TEATRO FILARMONICO DI VERONA - DOMENICA 6 dicembre 2015




Concerto degli auguri di Natale quello programmato da Verona lirica per il mese di Dicembre che ha coinvolto il suo pubblico di associati per una raccolta fondi a favore dell'Associazione Oncologica Italiana Mutilati Della Voce.

Concerto travagliato nella gestazione che ha visto defezioni negli artisti precedentemente annunciati, ma che ha saputo regalarci come sempre quasi tre ore di buona musica.

Il concerto ha visto la presenza del soprano Maria Letizia Grosselli, del basso Mattia Denti, del tenore Rubens Pellizzari, del mezzosoprano Nino Surguladze e del Quartetto d'Archi dell' Arena di Verona composto da Gunther Sanin, Vincenzo Quaranta, Sara Airoldi e Luca Pozza diventato per l'occasione un quintetto con il pianista Roberto Corlianò.


Il concerto si è aperto con la lettura di un comunicato da parte dei lavoratori della Fondazione Arena preoccupati per il futuro della Fondazione in un momento difficile a causa anche di scelte gestionali non sempre felici effettuate nel passato. L'augurio anche da parte nostra, è che si possa risolvere in maniera coraggiosa e sensata una vertenza che vede coinvolte non solo le maestranze artistiche che vi lavorano ma anche la vita culturale dell'intera città di Verona.

Il Quartetto dell'Arena di Verona ha aperto le danze con l' esecuzione dell' Inno Nazionale Francese per non dimenticare i tragici attentati avvenuti a Parigi ed è proseguito con l'esecuzione del preludio dal Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi nella trascrizione per quintetto da parte di Luca Pozza (come tutte le trascrizioni udite al concerto).

Nel corso poi del concerto è stato eseguito anche l'intermezzo di Manon Lescaut di Puccini e una parafrasi (pensata e suonata al solo piano dal Maestro Corlianò) dell'aria “Mon coeur s'ouvre a ta voix” dal Sanson di Saint-Saens, oltre ad accompagnare buona parte delle arie presentate dai cantanti.
Il Quartetto dell'Arena di Verona si è dimostrato compagine di estremo rigore artistico ed elevata qualità musicale, dimostrando ancora una volta l 'elevata professionalità che da sempre lo contraddistingue, vanto ed orgoglio della città di Verona.

Il basso Mattia Denti ci ha proposto arie da Nabucco (vieni o Levita), Mefistofele (Ecco il mondo), ed Ernani (Infelice! E tuo credevi).
Dotato di un bel timbro anche se un poco chiaro e leggero per affrontare la parti proposte in concerto, Denti ha le carte in regola per crescere senza problemi professionalmente non mancando di una tecnica corretta soprattutto nel fraseggio.

Il soprano Maria Letizia Grosselli, ha proposto brani da Tosca (Vissi d'arte), La Rondine (Chi il bel sogno) e Otello (Ave Maria).
Tecnica impeccabile, filati argentini e mezze voci curatissime sono gli assi nella manica di questa cantante che, nonostante qualche fibrosità nella parte alta del rigo e un'interpretazione a tratti approssimativa, ha saputo regalarci momenti veramente intensi e molto apprezzati dal pubblico.

Il tenore Rubens Pelizzari ha proposto brani da Das Lands des Laechelns (Tu che m'hai preso il cuor), Pagliacci (Vesti la giubba) e in coppia con Nino Surgulazde la prima scena del quarto atto di Aida.
Facilità all'acuto, fiati robusti, e bel timbro caldo fanno di Rubens Pellizzari un artista completo dalla schietta voce di tenore lirico. I notevoli successi che sta riscuotendo sui palcoscenici internazionali ne sono la conferma.

Il mezzosoprano Nino Surguladze, ben conosciuta al pubblico areniano per essere presenza fissa nel suo cartellone estivo, ha proposto Granada (nella versione originale per voce femminile di Augustin Lara), un canto tradizionale Georgiano (La faccia del sole) e in coppia con Pellizzari la prima scena del quarto atto di Aida.
Voce caldissima e ben proiettata in avanti senza mai utilizzare quella fastidiosissima voce di petto che contraddistingue molte sue colleghe, la Surguladze è artista completa nel senso più ampio del termine, sapendo coniugare bellezza stilistica della voce e controllo dei fiati. Auspichiamo di poterla risentire presto in ruoli di rilievo sui nostri palcoscenici.

Ha presentato il concerto con la consueta preparazione e ironia Davide da Como.

Al termine, tra le ovazioni del numeroso pubblico, saluti e auguri natalizi da parte di tutto il direttivo di Verona Lirica, al qual si aggiunge il nostro più sentito ringraziamento per la meritevole e ammirevole passione che contraddistingue il loro lavoro di appassionati divulgatori d' Opera.

Pierluigi Guadagni


A HAND OF BRIDGE (Barber)/ TROUBLE IN TAHITI (Bernstein) – Teatro comunale di Bolzano, venerdì 4 dicembre 2015





Dopo l’apertura a Trento con Così fan tutte di Mozart approda anche a Bolzano la stagione della Fondazione Haydn firmata dal neo giunto direttore artistico Matthias Lošek, il cui intento è di presentare grazie ai titoli in cartellone l’ironia della vita in tutte le sue sfaccettature, quasi a sottintendere che in fondo bisogna prenderla con filosofia, per quanto imprevedibile possa essere. Iniziando da un classico per eccellenza quale è l’opera mozartiana, la stagione prosegue invece con opere tratte dal repertorio del ventesimo e ventunesimo secolo, tanto da intitolare questo progetto proprio ‘Opera 20.21’. In scena dunque a Bolzano un curioso dittico proveniente dall’opera di Lipsia che vede succedersi senza soluzione di continuità il brevissimo  A hand of bridge di Samuel Barber affiancato dallo scorrevole e piacevolissimo Trouble in Tahiti, atto unico di Leonard Bernstein anche in veste di librettista. Le due storie costituiscono uno spaccato dello stile di vita americano anni Cinquanta del secolo scorso, ove il boom economico ed il crescente consumismo hanno sì creato tante famiglie benestanti ed apparentemente felici e soddisfatte, ma tanto benessere ha spesso nascosto, allora come oggi, anche insoddisfazioni profonde, amarezze ed incomprensioni. Gli interventi del Trio Jazz nella seconda opera sdrammatizzano e se vogliamo ridicolizzano certi falsi miti, tra cui la fantastica vita in campagna.


Con una soluzione scenica piuttosto intimistica, il regista Patrick Bialdyga ha pensato di fare accomodare il pubblico direttamente sul palcoscenico, circondando la scena centrale creata da Norman Heinrich, costituita da una pedana girevole divisa in quattro zone, atte ad ospitare le diverse scene previste. Una enorme radio dietro cui si cela l’orchestra fa da sfondo ed anche sipario alle entrate dei protagonisti e funge da palchetto per il trio jazz, che simpaticamente ricorda personaggi/icone americane tra cui spicca la voce femminile in stile Marilyn dal tipico abito di ‘Quando la moglie è in vacanza’. La regia è coadiuvata per l'aspetto drammaturgico da Johanna Mangold ed impegna molto i personaggi in scena anche fisicamente: ciascuno mostra a chiare lettere le fissazioni ed i tratti tipici di queste coppie borghesi in crisi.

I soli dieci minuti di A hand of bridge bastano ad addentrarsi nei pensieri delle prime due coppie protagoniste, con sopra tutti l’ottima Geraldine di Jennifer Porto, che rimpiange un rapporto mai avuto con la madre, gioca di gusto con la voce e l’ espressività del volto muovendosi con estrema disinvoltura. Suo marito David è un buon Toby Girling, uomo depresso che vorrebbe di più dalla vita. Sally, la brava Sandra Maxheimer, mostra con fare realmente ossessivo la sua fissazione per il cappello di piume ed è anche una deliziosa Girl nel Trio jazz; il consorte Billy è il classico infedele che teme di essere scoperto, un Patrick Vogel che altrettanto si disimpegna bene come Boy del Trio jazz. 

In Trouble in Tahiti Dinah e Sam conducono una vita ormai stereotipata che si articola in momenti ben stabiliti, spesso alleggeriti solo dall'andare al cinema (il titolo è appunto ispirato ad un film amato dalla povera Dinah). Gli interpreti sono ancora una volta Jennifer Porto e Toby Girling, sempre più espressivi e smaliziati. Felix-Tillmann Groth completa il Trio Jazz che come detto stempera con leggerezza le piuttosto noiose vicende della coppia in scena.
Complessivamente, pur non potendo esprimerci sullo spessore vocale degli interpreti perché microfonati, i giovani protagonisti offrono tutti delle voci molto piacevoli e secondo noi particolarmente adatte a questo genere, che spazia dal jazz puro al moderno musical.

Lo spettacolo è interamente in tedesco, debitamente sottotitolato in italiano, e si apre con video interviste, per la verità un po’ stucchevoli, di varie tipologie di coppie moderne che rappresentano i più tipici cliché amorosi, tra sdolcinerie varie e piccole scaramucce solo accennate. Le stesse compaiono più volte nel corso di tutta la rappresentazione, come se le due storie fossero l’una il seguito dell’altra, o semplicemente una serie di quadri famigliari posti a confronto ed interazione tra loro. Tant’è che la coppia Sally - Bill sembra comparire anche successivamente tra le elucubrazioni esotiche di Dinah e Sam.

L’orchestra Haydn è condotta con brio dal Maestro Anthony Bramall, che gli interpreti hanno potuto seguire solo attraverso i video posti sulla scena, esaltati da ritmi incalzanti e dal suono particolarmente brillante negli interventi del trio jazz di Trouble in Tahiti.  

Applausi calorosi per tutti e naturalmente per l’orchestra che ha sfilato al termine sul palco col suo direttore per raccogliere i meritati consensi.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Direzione musicale               Anthony Bramall
Regia                                      Patrick Bialdyga
Coreografia                           Friedrich Bührer
Scene, costumi                      Norman Heinrich
Drammaturgia                      Johanna Mangold

GLI INTERPRETI

Geraldine/Dinah                   Jennifer Porto
Sally/Girl in Jazz-Trio         Sandra Maxheimer
David/Sam                            Toby Girling
Bill/Boy in Jazz-Trio            Patrick Vogel
Boy in Jazz-Trio                   Felix-Tillmann Groth

Orchestra Haydn di Bolzano e Trento
Coproduzione  Oper Leipzig, Fondazione Haydn Stiftung







Foto  Luca Ognibeni

ANNA BOLENA, GAETANO DONIZETTI – TEATRO DONIZETTI DI BERGAMO, DOMENICA 29 NOVEMBRE 2015





Edizione critica a cura di Paolo Fabbri
Ricordi, Fondazione Donizetti, Edizione Nazionale delle opere di Gaetano Donizetti

La figura di Anna Bolena rappresenta da sempre nell’immaginario collettivo colei che usurpò con l’astuzia e gli appoggi giusti il trono della impareggiabile Caterina d’Aragona, prima e secondo molti all’epoca unica legittima moglie di Enrico VIII d’Inghilterra, benedetta da Dio e dal popolo. Senza soffermarci su questioni politiche ed interessi internazionali che guidarono le scelte reali inglesi nel ‘500, è anche vero che la volubilità del grande Enrico in fatto di mogli è storia nota, ma soprattutto  la sua irrefrenabile missione di generare un erede maschio lo tormentò fino alla fine dei suoi giorni, facendone quasi una malattia. La Anna Bolena di Donizetti è ormai già una figura in ombra (quasi da non credere che grande regina sarà poi sua  figlia Elisabetta), nonché mesta se pur mai arrendevole al cospetto del re, che ormai  ha già posato gli occhi sulla dolce Giovanna Seymour, futura terza moglie ed unica tra l’altro a dargli l’agognato figlio maschio (che come si sa non sopravvisse a lungo).

Ecco dunque che il regista Alessandro Talevi è partito proprio da qui per immaginare la sua Bolena: l’oscurità regna sovrana nelle scene di Madeleine Boyd i cui costumi sono anch’essi scuri e quasi si confondono con le pareti; le luci di Matthew Haskins sottolineano allo stesso modo questo senso di oppressione che sovrasta tutti i protagonisti, che per volere del regista agiscono intorno e sopra ad una pedana girevole simbolo della famosa ruota del destino, in un palco ove solo qualche elemento essenziale incornicia azioni molto semplici, perché sia la parola immersa nella musica di Donizetti ad esprimere sentimenti e pulsioni, molto più delle immagini.
Grande orgoglio della fondazione Donizetti l’aver eseguito per la prima volta l’edizione critica definitiva a cura di Paolo Fabbri, che ha visto impegnata una compagnia di canto molto affiatata nei ruoli principali esaltati, è d’obbligo sottolinearlo, da una direzione magnifica che non dimenticheremo.

Nel ruolo eponimo ha debuttato una Carmela Remigio davvero in gran forma. È riuscita ad imprimere allo stesso tempo forza e disperazione al suo personaggio ma senza esasperarne il carattere dal punto di vista vocale, delineando dunque una Bolena quasi incredula della sorte sopraggiunta, ma sempre orgogliosa e fiera fino alla fine.

Le fa da contraltare la Giovanna di Sofia Soloviy, la cui voce un po’ dura forse poco si addice al ruolo della donna innamorata e dilaniata tra senso di colpa nei confronti della sua regina e l’allettante prospettiva di un futuro come sua sostituta. Il canto però è corretto come pure molto buona la presenza in scena.

Debutto felice anche per Alex Esposito come Enrico: stupisce la cattiveria mostrata in scena in perfetto accordo con l’oscurità d’animo richiesta dal regista. La sua voce qui si piega ai dettami della partitura risultando ancora più profonda, quasi cavernosa e sempre precisa, ottimo fondamento per una interpretazione a tuttotondo quale un animale da palcoscenico come il cantante bergamasco sa offrire sempre.

Suo rivale, che si batte invece per la salvezza di Bolena, è il Percy di Maxim Mironov. Il vibrato molto stretto e la non volumetrica voce potrebbero penalizzare questo giovane interprete che invece mostra di possedere tutte le note che tempestano la sua parte mostruosamente acuta. Inoltre il suo personaggio suggerisce una interpretazione piuttosto dimessa, ma che in sala ha ricevuto parecchi consensi.

Tutt’altro che dimesso il fratello della sventurata protagonista, Gabriele Sagona è un ottimo e disinvolto Lord Rochefort , già ascoltato ed apprezzato in ruoli accorati di questo calibro, cui la voce penetrante e sinuosa pare offrire ottimo terreno fertile per una eccellente resa scenica.

Intensa ed appassionata Manuela Custer comeSmeton: sia l’espressione del volto che la voce intensa ed uniforme in tutta la gamma le attribuiscono un carattere compassionevole, sinceramente innamorato e dove occorre ingenuo, nel contribuire alla condanna della sua amata. Un ruolo per interpreti di grande esperienza come è certamente il mezzosoprano.  Chiude il cast un buon Sir Hervey correttamente interpretato da Alessandro Viola.

Dulcis in fundo sottolineiamo la colonna portante della spettacolo: la direzione orchestrale di Corrado Rovaris . Fa molto piacere affermare che questo capolavoro di quasi quattro ore di musica sia scivolato via lasciando addirittura la voglia di sentire altro ancora. La fluidità del gesto è corrisposta ad una esecuzione non solo scorrevole, ma delicata e puntuale fra tutte le sezioni con una incredibile profondità di suono. Le aperture, gli appoggi sulle note, l’attenzione ai minimi dettagli; tutto ha contribuito a creare una atmosfera emozionante ed indimenticabile.  

Teatro letteralmente preso d’assalto come ai tempi d’oro di recente memoria, con trionfo per la coppia protagonista, gli altri interpreti e naturalmente per il direttore d’orchestra. Oltre dieci minuti di applausi e numerose chiamate alla ribalta. Una grande e felicissima produzione per la Fondazione Donizetti.

Maria Teresa Giovagnoli   


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Corrado Rovaris
e Direttore d’orchestra
Regia                                      Alessandro Talevi
Scene e costumi                     Madeleine Boyd
Luci                                        Matthew Haskins
Coreografia                           Maxime Braham
Assistente alla regia              Pamela Recinella
Maestro del coro                   Fabio Tartari

GLI INTERPRETI

Enrico VIII                           Alex Esposito
Anna Bolena                         Carmela Remigio
Lord Rochefort                     Gabriele Sagona
Giovanna Seymour              Sofia Soloviy 
Lord Riccardo Percy           Maxim Mironov 
Smeton                                  Manuela Custer
Sir Hervey                             Alessandro Viola 

Produzione Fondazione Donizetti
Allestimento della Welsh National Opera di Cardiff
Orchestra I Virtuosi Italiani
Coro Donizetti








Foto Gianfranco Rota
Gianfranco Rota
Gianfranco Rota

Marco-Angius---Foto-Silvia-Lelli

INTERVISTA A...MARCO ANGIUS

Oggi incontriamo con molto piacere il Maestro Marco Angius, tra i direttori d’orchestra di riferimento per il repertorio contemporaneo, recentemente nominato direttore artistico e musicale della OPV, Orchestra di Padova e del Veneto. Ci ha raccontato della sua carriera internazionale che lo ha portato a dirigere nei teatri più prestigiosi del mondo e con le più grandi orchestre, unitamente agli interessanti progetti paralleli che con tanta soddisfazione ottengono sempre grandi consensi.

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leonora-Armellini

DUE DOMANDE A LEONORA ARMELLINI IN OCCASIONE DEL CICLO DI CONCERTI CON LA FORM

Abbiamo incontrato qualche mese fa la giovane pianista Leonora Armellini per approfondire la sua conoscenza e complimentarci con lei della sua carriera davvero in grande ascesa in teatri sempre più prestigiosi. La ritroviamo con piacere in occasione della tournée che sta effettuando con la FORM, l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, dedicata ai concerti di Beethoven, che proseguirà a dicembre, per parlare proprio del grande compositore con lei e dei progetti nel prossimo futuro.

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IDOMENEO, W.A. MOZART – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 20 NOVEMBRE 2015




La stagione lirica 2015/16 del Teatro La Fenice di Venezia ha aperto le sue porte con una nuova produzione dell’Idomeneo di Mozart, opera monumentale per durata e temi trattati, prima in ordine di tempo della serie di celeberrimi capolavori che caratterizzarono la carriera e la cifra stilistica propria del compositore. L’opera che vide anche il supporto morale di papà Leopold nella sua stesura musicale, è incentrata proprio sull’amore paterno, qui in conflitto con il volere degli dei ed il dovere di un uomo di stato nei confronti del suo popolo.   


Tali riflessioni hanno portato il regista Alessandro Talevi a trovare una corrispondenza tra le antiche gesta del popolo greco in conflitto con Troia e le vicissitudini storico/politiche di ogni luogo e tempo, creando una sorta di ambientazione mista tra classico e contemporaneo in cui poter identificare ed attualizzare i contenuti del dramma a seconda del proprio vissuto e di ciò che accade intorno a noi nel mondo. Ciò che tuttavia riscontriamo è una serie di immagini flash indefinite in ambientazioni di dubbio gusto che non ci permettono di entrare a fondo nelle vicende narrate, né francamente di trovare una collocazione concreta a quanto posto in scena. Innanzitutto l’azione è alquanto statica o comunque priva di vero pathos: i protagonisti non sembrano avere una direzione drammaturgica ben definita e spesso si lasciano trasportare più dal proprio vissuto che da una più giusta aderenza ai versi. Idomeneo stesso risulta più un uomo in preda ad isterismi che un regale condottiero in profonda crisi con la sua coscienza politica e morale, le due principesse in lotta per l’amore di Idamante non trasmettono quella forza eroica che le donne del classicismo e delle leggende greche da sempre offrono a chi si avvicini ai loro personaggi.

Piuttosto fumosa è la messa in scena curata da Justin Arienti: citiamo per esempio la specie  di laboratorio scientifico o museo con teche contenenti resti imprecisati e parti animali appese un po’ ovunque come oggetto di studio o reperto, sotto lo sguardo vigile della statua di Nettuno ed innanzi al quale siamo quasi distratti dalla figura di Ilia struggentesi per il suo destino di prigioniera; una doppia fila di cenci logori e sporchi di sangue appesi in mezzo al vuoto ci appare una soluzione troppo semplicistica se lo scopo era richiamare alla mente la tragedia di corpi straziati da sanguinose battaglie; la stessa statua di Nettuno sembra posta un po’ a caso qua e là sul palco piuttosto che trovare una sua funzione scenica specifica.     
Anche i costumi di Manuel Pedretti non sono particolarmente affascinanti, di stampo classico e un po’ kitsch per le fanciulle, dai tratti contemporanei per gli uomini, con acconciature indefinibili per i capelli. Non commentiamo i costumi in paillettes dai colori vivaci dei ballerini, a nostro avviso completamente fuori luogo. 

Non ci sorprende che la compagnia di canto non abbia espresso il meglio di sé per taluni elementi, ma in generale la parte musicale è stata la migliore dello spettacolo. Innanzitutto degna di lode la conduzione di Jeffrey Tate, con cui l’orchestra della Fenice trova una profondità di suono e una certa eleganza nel gestire i momenti culmine della partitura; il capolavoro mozartiano risulta solenne ma mai pesante, gli interpreti sono accompagnati e sostenuti per tutto il lungo spettacolo.

La figura di Idomeneo è un grintoso Brenden Gunnellche, pur nella non perfettissima pronuncia italiana, offre come detto una interpretazione molto marcata del sovrano cretese, gestendo il ruolo con forza forse anche eccessiva, che però cattura il pubblico entusiasta a fine recita.

Monica Bacelli come figlio Idamante, ha voce piena soprattutto nei centri che le facilitano l’interpretazione del personaggio maschile; a nostro avviso è la più convincente in scena, con ben chiaro il ruolo del principe dal cuore innamorato ma anche pronto al sacrificio con decisione.

Più dimessa la Ilia di  Ekaterina Sadovnikova che canta più in sordina e da’ l’impressione di avere qualche problemino contingente, manifestato anche da qualche colpetto di tosse, che però non toglie quanto lineare e dal bel colore sia la sua voce, forse sacrificata dal personaggio poco sviluppato come detto dal punto di vista scenico.

Manca di spessore drammatico anche la Elettra di Michaela Kaune, anch’ella partita con determinazione, ma poi non ci convince nella temibile aria ‘D’Oreste, d’Aiace’, cantata sì con grinta ma senza il pathos del tormento.

Anicio Zorzi Giustinianiè un corretto Arbace dalla voce morbida e delicata, discreto il sommo sacerdote di Krystian Adam; timbro profondo ed intenso per Michail Leibundgutla cui voce ci è parsa però amplificata.

Puntuale come sempre il magnifico coro diretto dall’impeccabile Claudio Marino Moretti, che in quest’opera offre momenti di lirismo spettacolare che non risparmia gli animi sensibili.
Applausi convinti e partecipi per tutti gli interpreti, il direttore e l’equipe registica, anche se il teatro non ha registrato il consueto tutto esaurito.

Lo spettacolo è stato anticipato da un breve discorso del Primo cittadino Brugnaro in ricordo della studentessa veneziana Valeria Solesin, vittima delle recenti stragi di Parigi, e dall’esecuzione dell’inno italiano e francese dopo un minuto di silenzio in ricordo di tutte le vittime del terrorismo internazionale. 


Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

direttore            Jeffrey Tate
regia 
                  Alessandro Talevi
scene 
                  Justin Arienti
costumi 
             Manuel Pedretti
disegno luci 
     Giuseppe Calabrò
movimenti
coreografici       Nikos Lagousakos
maestro
del Coro             Claudio Marino Moretti

GLI  INTERPRETI

Idomeneo           Brenden Gunnell
Idamante 
          Monica Bacelli
Elettra 
              Michaela Kaune
Ilia 
                      Ekaterina Sadovnikova
Arbace 
              Anicio Zorzi Giustiniani
Il sommo 
sacerdote
di Poseidone     Krystian Adam
La voce
dell’oracolo      Michail Leibundgut

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice


nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
col sostegno del Freundskreis des Teatro La Fenice

sopratitoli in italiano e inglese


 
    



FOTO MICHELE CROSERA

TOSCA, GIACOMO PUCCINI - NEW NATIONAL THEATRE TOKYO, MARTEDI' 17 NOVEMBRE 2015





Il Teatro Nazionale di Tokyo si conferma come una delle massime istituzioni a livello mondiale per gli spettacoli d'opera lirica al pari dei teatri più blasonati, per qualità e quantità di spettacoli proposti.
Tosca è titolo che non ha bisogno di presentazioni essendo una delle opere più rappresentate al mondo, ed è opera che arriva dritta al cuore.
Musica di sangue e di cuore appunto quella scritta da Puccini per un racconto dove la passione, sia politica che d'amore, è vera, autentica, e porta a compiere gesti anche estremi, necessitando di interpreti che sappiano coglierne senza la minima esitazione tutto il coinvolgimento emotivo a sé insito.


L'allestimento visto a Tokyo si conferma di altissima qualità sia per la scelta degli interpreti musicali che per i responsabili dell'allestimento.
Il compianto Antonello Madau Díaz, ha pensato ad un lavoro tradizionale, nell'accezione più felice possibile per questo termine, sia per impostazione scenica che per studio sui movimenti, presentando un lavoro che  appaga infinitamente per aderenza alle indicazioni degli autori. Il lavoro svolto da Madau Diaz, qui ripreso con estrema precisione da Taguchi Michiko, si fa apprezzare  soprattutto per l'estrema coerenza con il dettato del libretto, senza aggiungere nulla di superfluo o di incoerente che possa disturbare il pieno godimento dello spettacolo.

Di estrema bellezza le scene di Kawaguchi Naoji, grazie anche agli apparati tecnici del Teatro Nazionale di Tokyo e alle felicissime luci di Yohukata Yasuo, si distinguono per la spettacolarità della prospettiva scenica dove ogni minimo dettaglio, dagli affreschi di Sant'Andrea della Valle, alle carceri di Castel Sant'Angelo, è curato con maestria certosina d'altri tempi, regalandoci due autentici coupe de théâtre alla fine del primo atto, dove la prospettiva visiva viene stravolta al momento del Te Deum, e nel terzo atto dove il carcere di Cavaradossi, sprofonda nel palcoscenico per lasciare spazio e visione della terrazza di Castel Sant'Angelo. Curatissimi anche i costumi di Pier Luciano Cavallotti, coerenti con la linea tradizionale dello spettacolo.

Dal punto di vista musicale, lo spettacolo visto a Tokyo ha presentato una compagnia di canto di primissimo ordine. Nel ruolo del titolo troviamo Maria José Siri, interprete finissima per capacità di aderenza fisica e musicale con il suo personaggio. La Siri ha vocalità superba negli accenti come nel fraseggio, perfetta nella tenuta vocale, soprattutto nella parte alta del rigo, non si risparmia un solo istante per rendere quanto più possibile credibile la sua parte. Abbiamo particolarmente apprezzato la sua interpretazione del secondo atto conclusa con un intensa esecuzionione di "vissi d'arte" che ha strappato al termine una autentica ovazione da parte del pubblico.

Non da meno è stato il Cavaradossi di Jorge De Leon, credibilissimo nel personaggio del giovane amante di Tosca, ha voce calda dagli acuti facilissimi che strappa più volte l'applauso del pubblico a scena aperta.
Autentico fuoriclasse Roberto Frontali nel ruolo di Scarpia, ha reso il suo personaggio con autentica capacità espressiva senza mai cadere però nella facile scorciatoia dell'eccesso truce fine a se stesso, rimanendo sempre nei confini della coerenza musicale.

Menzione merita il sagrestano di Shimura Fumihiko per il suo ruolo da autentico caratterista e per le corretta dizione italiana.
Corretti nelle loro parti lo Sciarrone di Otsuka Hiroaki, lo Spoletta di Matsuura Ken, l'Angelotti di Onuma Toru, il Carceriere di Animoto Ken e il pastore di Maekawa Yoriko.

Eivind Gullberg Jensen a capo della Tokyo Philarmonic Orchestra dirige con gesto energico e deciso un' orchestra che brilla per precisione e coesione anche se manca a volte quell’ abbandono lirico, indispensabile in una partitura quale quella di Tosca.

Positivi gli interventi del New National Theatre Chorus e del  TOKYO FM BOYS CHOR diretto da Misawa Hirofumi.

Successo caloroso per tutti da parte di un pubblico entusiasta.
Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore           Eivind Gullberg Jensen
Produzione   
         Antonello Madau Diaz
Scene             
         Kawaguchi Naoji
Costumi                     Pier Luciano Cavallotti
Luci                            Okuhata Yasuo
Revival Director    Taguchi Michiko
Stage Manager       Saito Miho

Gli Interpreti
Tosca                       Maria José Siri

Cavaradossi
            Jorge De Leon
Scarpia
                   Roberto Frontali
Angelotti
                 Onuma Toru
Spoletta
                   Matsuura Ken
Sciarrone
                Otsuka Hiroaki
Il Sagrestano
          Shimura Fumihiko
Carceriere              Akimoto Ken
Un Pastore                 Maekawa Yoriko

Chorus Master  MISAWA Hirofumi 
Chorus New National Theatre Chorus
Children Chorus  TOKYO FM BOYS CHOR
Orchestra
 Tokyo Philharmonic Orchestra
Artistic Director  IIMORI Taijiro






Photo:TERASHI Masahiko/New National Theatre,Tokyo