Ci voleva forse il Bibiena. Anzi: ci voleva proprio il Bibiena. Quel teatro che sembra esistere più come idea del teatro che come edificio, con le sue prospettive lignee, le balconate che salgono come una fantasia architettonica del Settecento e quella sensazione di entrare non in una sala, ma dentro un'incisione. Perfetto, dunque, per il Monteverdi Festival che, con una scelta assai meno scontata di quanto possa sembrare, ha deciso di allargare il proprio orizzonte fino all'Inghilterra della Restaurazione, accostando Purcell al padre dell'opera moderna senza alcun timore reverenziale. Peccato soltanto che tanta bellezza sia stata accompagnata da una temperatura degna di una serra tropicale. Il Bibiena, privo di qualsiasi sistema di refrigerazione, ha accolto spettatori e artisti in un clima abbondantemente superiore ai trenta gradi. Circostanza tutt'altro che marginale, perché quando il teatro diventa una sauna l'estetica lascia inevitabilmente spazio alla fisiologia. E se il fascino del luogo rimane intatto, sarebbe auspicabile che il Festival, nelle prossime edizioni estive, valutasse sedi più compatibili con il comfort del pubblico e con le esigenze degli interpreti. Prima ancora che Purcell prendesse la parola, Michele Pasotti ha avuto la felice idea di far ascoltare alcune pagine da The Instrumental Musick used in The Tempest di Matthew Locke. Un'ouverture culturale, oltre che musicale. Locke appartiene infatti a quello stesso mondo sonoro da cui Purcell nascerà pochi anni dopo: un'Inghilterra che sta ricostruendo i propri teatri, le proprie orchestre, perfino il proprio gusto dopo il lungo intermezzo puritano. Non semplice riempitivo, dunque, ma intelligente premessa storica. Poi arriva Dido and Æneas.