A ottant’anni dal debutto areniano del titolo, La Traviata torna a infiammare l’anfiteatro veronese con un nuovo allestimento che abbandona la Parigi mondana di metà Ottocento per immergersi nella vertigine sensuale della Belle Époque. Ci immergiamo immediatamente nella giusta atmosfera dando uno sguardo al sipario chiuso, interamente composto da tutti quei manifesti simbolo dell’immaginario iconografico che si respirava nel quartiere di Montmartre a cavallo tra Ottocento e Novecento, dalle locandine de Le Chat Noir alle inconfondibili tele di Touluse-Lautrec.
Il regista scozzese Paul Curran traspone infatti il capolavoro verdiano al Moulin Rouge, costruendo un affascinante gioco di rimandi tra melodramma e cinema. Venticinque anni fa Baz Luhrmann guardava proprio alla Traviata (oltre naturalmente alle atmosfere della pucciniana Bohème) per creare il suo eclettico “Moulin Rouge!”, film-musical pluripremiato nel 2001, con Nicole Kidman e Ewan McGregor. Oggi è l’opera a riappropriarsi di quell’immaginario cinematografico, il cui anello di congiunzione risiede non solo nei parallelismi di trama ma anche nella stessa persona di Curran, allora proprio assistente e collaboratore di Luhrmann nella realizzazione della pellicola e ora regista di questa produzione areniana.