CONCERTO DI VERONA LIRICA DI DOMENICA 12 MARZO 2017 AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA

Prosegue la collaborazione tra l’Associazione Verona Lirica e la Fondazione Arena di Verona, che questa volta ‘ha prestato’ il lieto ritorno Gunther Sanin, primo violino dell’orchestra areniana, per il concerto che si è tenuto domenica 12 marzo con la partecipazione di artisti quali Rosanna Savoia, Sarah M’ Punga, Stefano Secco, e Mikeil Kiria.

Come sempre i pezzi scelti sono un mix tra i più conosciuti ed in un certo senso attesi dal pubblico e qualcosa di più ricercato e meno noto. Partenza con un classico duetto tra il soprano Rosanna Savoia ed il baritono Mikeil Kiria con ‘Quanto amore!’ da Elisir d’amore di Donizetti. Il soprano ha poi proposto le non affatto semplici arie di Donna Anna dal Don Giovanni di Mozart ‘Non mi dir, bell’idol mio’, la lunga ed impegnativa scena della pazzia di Lucia di Lammermoor di Donizetti con ‘Il dolce suono mi colpì’; infine un po’ di brio con Bohème di Puccini ed il valzer di Musetta. L’interprete ha una voce pulita e chiara, trasmette come abbiamo già notato in altre occasioni energia ed amore per ciò che sta eseguendo.

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IL TURCO IN ITALIA, G. ROSSINI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, VENERDI’ 10 MARZO 2017

Dal ROF di quest’estate arriva a Bologna Il turco in Italia di Rossini nell’allestimento creato da Davide Livermore e la sua ambientazione felliniana che ci catapulta negli anni d’oro del cinema italiano, fatto di immagini popolari, personaggi tipici e perché no, di tanti sogni nel cassetto. Tipici erano i personaggi del regista romagnolo, a cui chiaramente si è ispirato Livermore, pensando a Prosdocimo ed alla sua ricerca di una storia perfetta da scrivere. Così come un novello Mastroianni il poeta indice una serie di provini alla ricerca degli attori adatti e come in un vero set cinematografico si muovono telecamere, si girano i ciak ed il set è costantemente aggiornato nei suoi elementi essenziali, coadiuvati dalle immagini video della D-WOK. Deliziosi i costumi di Gianluca Falaschi, che richiamano nelle fogge e nei colori proprio quelli indossati nei film di Fellini. Simpatiche e coreografiche tutte le comparse. Tante volte gli adattamenti dei libretti ci hanno perplesso, ma in questo caso il contenuto viene rispettato e soprattutto lo spirito della vicenda conservato. Un po’ esagerato ci è parso il ruolo di Selim, a tratti davvero macchiettistico e fin troppo ridicolo nei suoi atteggiamenti.

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La Fondazione Pergolesi Spontini ricorda il M° Alberto Zedda, il suo esempio fondamentale per progetto su Spontini e Pergolesi

Comunicato stampa

 

Jesi (AN), 7 marzo 2017

 

La Fondazione Pergolesi Spontini ricorda il M° Alberto Zedda, il suo esempio fondamentale per la nascita del progetto di valorizzazione di Gaspare Spontini e di Giovanni Battista Pergolesi.

 

«Profondo cordoglio e tristezza della Fondazione Pergolesi Spontini per la scomparsa del M° Alberto Zedda. Uomo di sterminata cultura musicale e di profonda sensibilità artistica, con l’esempio di quanto realizzato a Pesaro con il Rossini Opera Festival ha contribuito in maniera significativa alla nascita di un progetto di valorizzazione dell’opera di Gaspare Spontini nella città natale del compositore, Maiolati Spontini. Da quella esperienza nacque la Fondazione Pergolesi Spontini, oggi tra le eccellenze internazionali della musica italiana nel mondo, e che il M° Zedda ha sostenuto fin dagli esordi con la sua amicizia generosa ed il suo prezioso consiglio. Mi unisco al cordoglio con commozione, insieme al presidente della Fondazione Pergolesi Spontini, Massimo Bacci, al vicepresidente Umberto Domizioli, alle comunità di Jesi e di Maiolati Spontini e all’intero nostro consiglio di amministrazione».

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STAGIONE SINFONICA DELLA FONDAZIONE ARENA DI VERONA, CONCERTO DEDICATO A SHAKESPEARE AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, SABATO 4 MARZO 2017

Ogni volta che si pensa ad un programma dedicato a William Shakespeare sono veramente tantissime le opportunità di scelta poiché tanti musicisti celebri hanno dedicato almeno una volta le loro composizioni ai capolavori del poeta inglese.  Ancora una volta Verona, una delle città più vicine al poeta dell’amore e delle passioni, offre una serata totalmente a lui ispirata, con pezzi di Verdi e Cajkovskij e la direzione del Maestro Andrea Battistoni.

La tempesta è l’ultimo capolavoro di Shakespeare ma è il primo pezzo ad aprire il concerto. Con i suoi simboli, la magia ed il potere della giovinezza che vince sui complotti e gli inganni degli adulti, ispirò Cajkovskij a comporre uno spartito narrante la storia del saggio re Prospero confinato dal fratello Antonio su un’ isola con la figlia Miranda. La tempesta è l’espediente con cui Prospero fa naufragare il fratello usurpatore del trono di Milano e da cui ha avvio tutta la vicenda. Il compositore russo ha riportato in musica il susseguirsi degli eventi con particolare attenzione al motivo del mare, prima piatto e poi tumultuoso, ed al motivo di Miranda e Ferdinando, innamorati nonostante di parti avverse (tanto per cambiare in Shakespeare). Così ascoltiamo note lunghe e silenziose che chiaramente indicano il preludere alla tempesta, ove invece il volume si intensifica ed il ritmo diventa stringente. Compare anche lo spirito dell’aria Ariel con la sua lievità, mentre le sonorità più aspre sono attribuibili al deforme Calibano. Battistoni guida l’orchestra dosando le energie calibrate a seconda dei diversi momenti, con precise indicazioni e la solita grande partecipazione.

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THE RAVEN, TOSHIO HOSOKAWA – STAGIONE OPERA 20 . 21 DELL’ORCHESTRA HAYDN DI BOLZANO E TRENTO, TEATRO COMUNALE DI BOLZANO, 3 MARZO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Si inserisce nel cartellone della stagione Opera 20.21 dell’Orchestra Haydn anche questo che potremmo definire uno spettacolo di prosa musicata più che di opera in senso stretto: The raven (il corvo) del compositore Toshio Hosokawa. Ci troviamo di fronte ad una messa in scena sui generis che nasce dall’idea di accompagnare con una sorta di atmosfera sonora e coreografie di danza, la lettura cantata del celebre pezzo del poeta Edgar Allan Poe, ‘The raven’ appunto. Al di là del contenuto, dei significati reconditi del componimento o dell’epoca in cui fu scritto (1845), ci soffermiamo soprattutto sulle sensazioni che trasmette questo poema per cercare di interpretare gli intenti del musicista giapponese e del regista Luca Veggetti che ha messo insieme lo spettacolo cui abbiamo assistito.

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LA WALLY, ALFREDO CATALANI – TEATRO COMUNALE LUCIANO PAVAROTTI DI MODENA, VENERDI’ 24 FEBBRAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Ancora una volta ci professiamo felici di poter assistere ad un’opera che in Italia latitava dai cartelloni lirici da troppi lustri e che il Teatro Comunale di Modena ha portato in scena in collaborazione con Piacenza, Reggio Emilia e Lucca: si tratta de La Wally di Catalani, penultimo appuntamento di una stagione che dobbiamo dire è stata piuttosto ricca.

La regia è di Nicola Berloffa, il quale sceglie di analizzare e sottolineare l’aspetto psicologico dei personaggi privilegiandone il lato più truculento. Sono tutti estremamente caricati nel gesto scenico e nel canto che certamente è sollecitato anche dalla partitura, come in preda ad un istinto di autodistruzione, forse dovuto alla durezza del clima in montagna o a difficoltà oggettive di ciascun personaggio.  Stromminger tratta la figlia con energica forza volitiva, la stessa Wally si muove come una iena mossa da profondo astio verso chiunque non comprenda i suoi sentimenti: che sia il genitore egoista o lo spasimante indesiderato (salvo ripensamenti di comodo), e perfino l’amato Giuseppe fidanzato con un’altra. Costui non è certo da meno, ed anche alla festa del Corpus Domini nella taverna di Afra aleggia una atmosfera che prelude alla tragedia.

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I CAPULETI E I MONTECCHI, V. BELLINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, GIOVEDI’ 23 FEBBRAIO 2017

Ritorna al Filarmonico di Verona I Capuleti e i Montecchi di Bellini con lo spettacolo che il regista  Arnaud Bernard aveva elaborato quattro anni fa e che oggi viene affidato a Yamala Das-Irmici per questa ripresa. I tragici amanti dello scrittore Matteo Bandello sono concepiti nella loro immortalità di coppia che, pur se soltanto nell’aldilà, superano barriere di casta ed odio atavico in nome di un sentimento anch’esso eterno. Perciò una sede museale ove sono racchiusi simboli eterni d’ arte e bellezza è parsa la cornice ideale per raccontare la storia di Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, che quasi come in un sogno surreale, si materializzano lasciando le cornici dei capolavori in cui sono racchiusi per tornare a vivere negli ambienti creati da  Alessandro Camera. Viene da pensare a delle ombre che di notte si aggirano nella pinacoteca rivivendo le proprie emozioni e storie, in attesa che il giorno rinasca e tutto svanisca con la luce del sole. La coppia protagonista ha qui un carattere molto forte, i due si spintonano, cadono a terra, mostrano una grande energia nell’esprimersi, soprattutto Giulietta, la cui forza dei sentimenti è tanto grande con Romeo quanto nei confronti di papà Capuleti, a cui si oppone per le nozze combinate.  Tutto il resto però è alquanto statico come notammo già a suo tempo. Il coro si sposta principalmente da una parte all’altra del palcoscenico e in generale tutti i protagonisti sembrano avere una sorta di rabbia in corpo che però esprimono sempre con pochi gesti ripetuti. Molto invece fanno le luci dai toni foschi e sinistri che (si fa per dire) illuminano le pareti e le tele esposte. Sembra quasi si voglia accentuare l’aspetto onirico dell’ambientazione. I costumi creati da  Maria Carla Ricotti sono di forgia pregevole e molto adatti al contesto che risulta di fatto raffinato.

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KATIA KABANOVA, LEOS JANACEK - TEATRO REGIO DI TORINO , 21 FEBBRAIO 2017

Edizione in lingua originale ceca con sopratitoli in italiano

Prima esecuzione a Torino

 

Di Pierluigi Guadagni

Io vi voglio bene quanto a mia madre, ve lo assicuro....”

Janàcek, questo sconosciuto.

In Italia quando si discute della produzione musicale del musicista moravo, anche con addetti ai lavori, si viene guardati con sguardo interrogativo o curioso come se si stesse parlando di una marca di birra slovacca dal nome tipicamente slavo.

E' vero, l'approccio con Janàcek non è immediatamente tra i più facili, non tanto  per quel che riguarda la musica strumentale relegata ormai ad una nicchia di intenditori da circolo del bridge, ma soprattutto per la fruizione della sua produzione operistica che per le sue specificità timbriche e linguistiche legate al policonsonantico idioma ceco, spaventa al primo ascolto.

Janàcek è da considerare quindi un compositore che mal sopporta il paragone con altri, sicuramente un “alieno” della musica moderna a causa del suo radicalismo con cui ha forgiato  il suo originalissimo stile che non si è mai voluto confrontare con altre espressioni musicali del Novecento, e se la novità di un melodizzare nato dalla lingua parlata e dalle sottili intermittenze emotive dell'animo umano hanno spaventato musicisti a lui vicini, figuriamoci un ascoltatore medio che si trovi di fronte ad una musica virile, incalzante, estremamente concisa nella sua forza espressiva, personale e difficilmente imitabile.

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L'INCANTATRICE (ČARODEJKA), PYOTR I. TCHAIKOVSKY – TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI, SABATO 18 FEBBRAIO 2017





(libretto di Ippolit Vasil’yevich Shpazhinsky dalla sua tragedia omonima)

Accogliamo sempre con favore ed entusiasmo l'iniziativa di riportare in auge composizioni andate nel dimenticatoio per i più disparati motivi o semplicemente perché non ritenute capolavori. Questa volta il San Carlo di Napoli riscopre Čarodejka di Tchaikovsky e la riporta in scena in questa stagione operistica con un allestimento di stampo tradizionale. All'epoca non ebbe il successo sperato dal compositore poiché dopo il grande Onegin troppe forse erano le aspettative da parte dei contemporanei. Ma in questo lavoro riconosciamo comunque molti elementi cari al russo: passione e dramma nella vicenda, la presenza di elementi popolari, una implicita analisi della società contemporanea, che sappiamo quanto facesse soffrire il compositore pensando alla sua vita privata. Musicalmente parlando fa piacere ritrovare anche le danze e i balletti per cui l’ autore fu superlativo in altri contesti.

Il regista David Pountney ha pensato ad uno spettacolo che definire semplice sarebbe riduttivo, poiché ciò che avviene tra gli ambienti creati da Robert Innes Hopkins risponde sì al libretto, ma con una chiave interpretativa molto moderna, che secondo il regista va cercata già nell’idea che il compositore aveva di tutta la vicenda. Egli sottolinea il lato umano di Nastas’ja, detta Kuma, una donna niente affatto volgare e con una dignità ben marcata, pur chiaramente sciolta nei confronti del sesso opposto. Il regista sottolinea come forse anche più corrotta e problematica può essere la vita di una famiglia all’apparenza rispettabile quale quella dei principi protagonisti, devastata dalla follia del capofamiglia, rispetto a quella comunque evidente ed alla luce del sole di Kuma e della sua locanda. Ecco che dunque lo scenografo ha utilizzato sempre lo stesso impianto scenico per le due diverse realtà, ossia una stanza dai toni neutri, che di volta in volta si trasforma nella locanda o nella sala dei principi, o nel boudoir della bella locandiera. Meno convincente l’adattamento scenico per l’atto conclusivo, ove due tronchi e qualche altro elemento aggiunto non ci danno molto l’idea del bosco dove Kuma viene avvelenata dalla principessa e poi gettata nel fiume Oka.  I ricchi e bei costumi di Tatiana Noginova vedono una prevalenza del colore rosso per Kuma e le sue amiche, in contrasto con il nero che impera tra i componenti della famiglia principesca cupa e a cui la morte strizza l’occhio lungo tutta la vicenda.

La locandiera soprannominata Kuma conquista ogni sorta di essere maschile che osi incontrare il suo sguardo ammaliatore, ed i guai cominciano quando sue prede diventano figlio e padre, costui vicario del Gran Principe a Nižnij-Novgorod. Si innesta a quel punto un meccanismo di odio e vendetta nei confronti della protagonista per cui bene o male tutti ce l’hanno con lei: il principe respinto, la moglie gelosa, il figlio in ambasce per la madre oltraggiata, e tutti i ben pensanti che ruotano attorno ai protagonisti principali, come il diacono Mamyrov, il vagabondo Paisij, e così via.

Il cast impegnato in questa coproduzione russo/portoghese è stato piuttosto omogeneo se pur con elementi di spicco. A cominciare da  Ljubov’ Sokolova che era secondo noi una spanna sopra tutti: traccia una principessa Evpraksija Romanovna dal piglio drammatico e vendicativo utilizzando le sue doti interpretative in ottimo connubio con la voce calda ed ambrata. Il marito, il principe Nikita illuso e respinto, è  Jaroslav Petrjanik, che ha sostituito il collega previsto per questa recita; il suo ruolo è altrettanto appassionato e tremendo, lacerato tra la vendetta e la passione per la bella locandiera, dalla voce solida e corposa. L’incantatrice, Nastas’ja o Kuma, è una passionale, quasi suo malgrado verrebbe da dire, Marija Bajankina, anch’essa in sostituzione della collega prevista. Identificata con termini ingiusti, incantatrice, strega, maliarda, insomma ciò che l’invidia della gente spinge a definire una bellezza in grado di colpire (come fosse artefice di malefici o chissà quali arti sconosciute), il soprano si muove con leggerezza e la necessaria drammaticità gestendo questo ruolo ambivalente con intelligenza e grazie ad una voce non esageratamente voluminosa, ma uniforme e melodiosa. Il principe Jurij è il vero destinatario delle attenzioni di Kuma, ma non tollera inizialmente le sofferenze della madre e si propone anch’egli come giustiziere della povera locandiera. Tanta passione è trasmessa anche vocalmente da Nikolaj Emcov. La lunghissima schiera di ruoli di contorno vede spiccare la figura del vagabondo vestito da monaco, l’ottimo Savva Hastaev, tenore dalla voce bellissima e melodiosa che interpreta il vagabondo con forza e determinazione. Timbro interessante ma poco udibile nella sua zona grave  Anna Barhatova nel ruolo di Polja, l’amica di Kuma. Aleksej Tanovickij ha dalla sua parte una voce molto corposa e pastosa, impegnato con energia nel ruolo del diacono Mamyrov e dello stregone Kud’ma. Ricordiamo più o meno allo stesso livello la sorella della principessa, Ljudmila Gradova, Grigor Werner come valletto del principe, lo zio di Kuma Denis Beganskij, e tutti gli ospiti della locanda: Balakin, Artëm Melihov, Potap, Lev El’gardt, Lukaš, Vitalij Dudkin, il non entusiasmante (anche per il costume a strisce) pugile Jurij Evčuk, un altro ospite, Rosario Natale e Masha,  Gloria Vardaci.  

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CONCERTO DELL’ASSOCIAZIONE VERONA LIRICA, TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 12 FEBBRAIO 2017

 

Protagonisti dell’appuntamento musicale di febbraio per l’Associazione Verona Lirica queta volta sono stati il soprano Irina Lungu,  il baritono Alessandro Luongo, il tenore  Matteo Falcier ed il mezzosoprano  Cristina Melis. Diretti inoltre dal Maestro Massimo Longhi per la prima volta i musicisti della Banda Musicale di San Martino Buon Albergo sono stati la vera sorpresa del concerto.

Questa formazione che ha ripreso solo di recente ad esibirsi  è costituita anche da elementi dell’orchestra dell’Arena di Verona e mostra una energia incoraggiante nell’ affrontare i brani proposti anche con professionalità e precisione. Molto orecchiabile la nota ouverture per banda dall’operetta ‘Cavalleria leggera’ di Franz Von Suppé. Il suono è ampio e rotondo e la coordinazione tra i musicisti è molto buona. Anche con il ‘Concerto per trombone e banda militare’ di Nikolaj Rimskij Korsakov l’atmosfera resta frizzante e dal tocco diremmo cerimonioso, appropriato per una composizione di questo genere. Il bravissimo solista Diego Gatti ha poi giocato anche col pubblico concedendo un bis ritmico. Atmosfere quasi cinematografiche con un’altra ouverture per banda, questa volta  ‘Ross Roy’ di Jacob de Haan. Bellissimo pezzo ricco di variazioni ritmiche e contrasti stilistici, che alternano allegrezza a momenti dal sapore addirittura drammatico. Un’altra chicca proposta dalla Banda è la Marcia di Rossini scritta nel 1852 nientemeno che per il sultano turco Abdul Medjid, che richiama i meravigliosi crescendo del pesarese in allegria e leggerezza.

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GINA, FRANCESCO CILEA – TEATRO MALIBRAN DI VENEZIA, VENERDI’ 10 FEBBRAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

 

Continua l’attività dell’Atelier Accademia di Belle Arti di Venezia al Teatro Malibran, con la riscoperta di opere poco praticate o comunque adatte ad un pubblico frizzante e giovane come i ragazzi impegnati in questo tipo di produzioni. E’ la volta di Gina, opera del ventiduenne Cilea alle prese con l’esame finale al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, di cui fu poi grande direttore. Ovviamente non si parla di capolavoro né si pretese all’epoca lo fosse: esso è di per sé uno scritto ludico, fresco e comunque interessante, poiché esprime in erba il futuro compositivo del grande Cilea della Lecouvreur. Opera di arie lievi, pervase di leggerezza, concepita in ogni caso da uno studente del conservatorio, e quindi giovane, che ne trasse anche un discreto successo. Il libretto di Enrico Golisciani è semplice e lineare: dalla commediola Catherine ou La croix d’or di Nicolas Brazier e Mélesville, ambientato in Francia al tempo di Napoleone, pochi personaggi ruotano attorno al destino del povero Uberto chiamato a  partir soldato e lasciare fidanzata e sorella in ambasce. La musica non diventa mai tragica o grave, pur nel dramma sfiorato già si preannuncia la felice soluzione, con lo scambio al fronte del volontario Giulio, pronto a sacrificarsi per la bella Gina e lasciarle il fratello a casa.

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ANNA BOLENA, G. DONIZETTI – TEATRO NACIONAL DE SAO CARLOS LISBONA – SABATO 4 FEBBRAIO 2017

di Simone de Angeli

Arrivare nella splendida capitale portoghese per turismo e riuscire ad ascoltare qui una splendida edizione di un’Opera del primo ottocento italiano è davvero una singolare coincidenza!

In particolare se pensiamo che “nei patri lidi” è opera funestata da recentissime e scadenti esecuzioni in Teatri forse ben più blasonati e che, a brevissimo, sarà messa in scena alla Scala.

Ebbene, venendo alla rappresentazione del Teatro Nacional de Sao Carlos dobbiamo dire che è stata una rappresentazione davvero notevolissima.

Lo spettacolo di Graham Vick è di taglio “moderno” ma con costumi d’epoca e stilisticamente molto appropriati.

La scena di Paul Brown, che ruota su se stessa in diversi e sincronici movimenti, è rappresentata da due pedane che formano spesso una croce, più o meno inclinata, ed incorniciano paesaggi e movimenti di volta in volta differenti.

La recitazione dei cantanti è curata e di qualità pur senza guizzi, forse inutili in un’opera tutto sommato “statica”.

Le luci di Giuseppe di Iorio sono suggestive e creano un bellissimo contesto di chiaro scuri molto adatto ad una vicenda dal sapore vagamente “gotico”.

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LA BELLA DORMENTE NEL BOSCO, O. RESPIGHI – TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, VENERDI’ 3 FEBBRAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Il Teatro lirico di Cagliari sceglie di inaugurare la stagione d'opera con un altro lavoro del compositore bolognese Ottorino Respighi, che l’anno scorso aveva riscosso un bel successo con La campana sommersa, proponendo quest’anno la delicata fiaba  La bella dormente nel bosco, tratta ovviamente dal celeberrimo racconto di Perrault e con adattamento testuale di Gian Bistolfi. Era all’apice del successo Respighi quando compose questa piccola opera nel 1922, che in origine fu pensata per il teatro di marionette di Podrecca a Roma e destinato prevalentemente ad un pubblico di fanciulli. Quella che il Lirico porta in scena è invece la versione successiva del ’34  che, consentitecelo, piace anche agli adulti che una volta tanto tornano indietro e pensano alle fiabe narrate da mamma e papà prima di andare a letto. Naturalmente ciò è possibile grazie alle mani sapienti del regista Leo Muscato, il quale ha a disposizione un team capace di realizzare esattamente quanto nei suoi intenti nel felice rispetto dell’autore, tanto della partitura, quanto del testo.  

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IL RATTO DAL SERRAGLIO (Die Entführung aus dem Serail), W. A. MOZART - TEATRO COMUNALE MARIO DEL MONACO DI TREVISO, VENERDI’ 27 GENNAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Chiude la stagione operistica 2016/17 con il quarto titolo in programma il Teatro trevigiano intitolato a Mario del Monaco, affidando a Robert Driver la responsabilità di portare in scena Il ratto dal serraglio di Mozart e proprio il giorno del compleanno del compositore. È davvero interessante a nostro avviso poter testimoniare in quanti modi diversi si possa interpretare e rielaborare questo Singspiel a seconda della sensibilità del regista e del team che ruota attorno alla sua figura. In questo caso abbiamo assistito ad uno spettacolo giovane, fresco e delicato che, pur con gli aggiustamenti del caso, non tradisce lo spirito originario e scorre via piacevolmente.

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DIE ENTFÜHRUNG AUS DEM SERAIL , W. A. MOZART – TRATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDÌ 26 GENNAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Spinti da molta curiosità abbiamo voluto anche noi assistere allo spettacolo che ha inaugurato la stagione del  Teatro Comunale di Bologna e che tanto sta facendo discutere,  Die Entführung Aus Dem Serail di Mozart per la regia di Martin Kušej. Ci viene subito da pensare che l’idea su cui si basa questa messa in scena sia stata concepita con lo specifico scopo di far discutere, nel bene o nel male, purché se ne parli. A nostro avviso non è soltanto il fatto che sia stato completamente snaturato e alterato il contenuto delle vicende originarie a suscitare un certo clamore, ma soprattutto il constatare che lo spettacolo in se stesso non offra nulla di particolarmente significativo, tanto dal punto di vista drammaturgico quanto musicale. Ancora una volta le tristi vicende politiche internazionali e i fatti di cruda violenza cui assistiamo fin troppo spesso al giorno d’oggi, diventano fonte di ispirazione per mettere in scena un capolavoro che invece aveva già tutto quanto serviva per incantare e stupire. Nessun palazzo principesco per il pascià Selim, ma soltanto una landa desolata in cui si scorge una tenda beduina nella scenografia di Annette Murschetz. Siamo nel corso della prima Guerra Mondiale e l’unico interesse del Pascià e le sue guardie è guadagnare maggior autorità nei confronti delle grandi potenze tramite la cattura di alcuni ostaggi. Selim diventa dunque un terribile terrorista islamico, il cui capo delle guardie è un implacabile vendicatore, che non riuscendo ad ottenere i favori bramati dalla prigioniera Konstanze e dalla sua cameriera Blonde, decapita lei e tutti i suoi amici per vendetta, spacciando il gesto come prova di estremo rispetto per il suo signore. Certo anche nella versione originale questi non era uno stinco di santo, ma qui ci viene proposto davvero come un assassino sanguinario nei fatti e non solo nelle intenzioni. E via di corpi immersi nella sabbia in attesa del giudizio finale, guardie incappucciate che filmano i prigionieri minacciati da lame affilate.. Insomma uno spettacolo ben lontano da ciò che cerca chi si reca a teatro per evadere dalle brutture del mondo odierno.

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PAGLIACCI, RUGGERO LEONCAVALLO – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 22 GENNAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Secondo appuntamento operistico al Filarmonico di Verona con Pagliacci di Leoncavallo, nel ricchissimo e colorato allestimento ormai parte della storia registica italiana, firmato da Franco Zeffirelli e ripreso quest’anno per il teatro veronese da  Stefano Trespidi. Ambientato dal regista toscano a cavallo tra gli anni Sessanta ed il secolo successivo, in una periferia degradata i cui condomini fatiscenti nascondono segreti e tragedie, conserva il sapore del Sud d’Italia, con la gente che si accalca incuriosita in piazza o si affretta alla finestra per origliare il litigio tra Nedda ed il respinto Tonio, i motorini che si fanno largo tra la folla, i panni stesi al balcone e naturalmente la voglia di vivere con l’energia di chi ha sempre qualcosa da raccontare, nonostante le difficoltà. Potrà essere un allestimento ormai datato, ove, come spesso accade con le regie di Zeffirelli, i cantanti quasi non si scorgono tra le folle delle comparse e gli immancabili animali, ma ne registriamo la cura dei più piccoli dettagli, come ad esempio aver arredato anche gli scorci delle camere che si intravedono dalle balconate, e poi la ricchezza dei costumi estrosi di Raimonda Gaetani, che non stonano trattandosi di personaggi atti a divertire un pubblico in scena altrettanto folcloristico, e naturalmente la piena adesione al libretto, elementi che ne fanno ancora oggi uno spettacolo funzionale che piace al pubblico, intrattenuto dai figuranti anche a sipario chiuso.  

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TANNHÄUSER, RICHARD WAGNER – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 20 GENNAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

 

Fa veramente piacere trovare in cartellone un’opera non facile e soprattutto scenicamente impegnativa come il Tannhäuser di Wagner, ed il Teatro La Fenice di Venezia ha accettato la sfida di mettere in scena questa meraviglia con uno spettacolo intenso e ricco  proposto da Calixto Bieito. Dietro ogni azione, gesto ed immagine percepita si cela infatti un concetto o comunque un pensiero volto alla riflessione. In evidenza i sentimenti e i desideri dell’uomo perennemente e storicamente combattuto tra l’amore puro verso l’amore carnale, la fedeltà verso la tentazione, il sacro verso il profano. Nell’idea del regista la natura è come una Madre assoluta alla quale tutto si piega e persino gli eventi sono deviati dai suoi desideri. Come se inghiottisse cose e persone, anche la dea Venere sembra amoreggiare o combattere con essa e, come posseduta da una forza superiore, riesce ad avvincere Tannhäuser che quindi è vittima del desiderio e delle sue debolezze. Persino la pura Elisabeth non è qui in netta contrapposizione con la sua rivale in amore, lascia la sua aura quasi sacrale che la avvicinerebbe all’amore della Vergine, per porsi con un’immagine se vogliamo aggressiva, che non cede avvinta neanche quando il regista la vede molestata durante la gara dei cantori, conservando comunque dignità ma soprattutto carattere. Lo stesso protagonista lotta con forza contro se stesso,  nel cedere alle passioni sembra quasi divincolarsene energicamente.

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ANNA BOLENA, GAETANO DONIZETTI - TEATRO REGIO DI PARMA, MARTEDI’ 17 GENN AIO 2017

Di Pierluigi Guadagni

 

“Svenami tu, ma non espormi, o sire,

all'onta d'un giudizio: il regio nome,

fa che in me si rispetti.”

Anna Bolena è titolo di cesura nella produzione del compositore bergamasco.

L'elemento umano, il palpito della commozione cercato con ansia ovunque, porterà Donizetti ad abbattere barriere tra il genere serio ed il comico, riconquistando quella particolare unità di elementi che sarà la cartina di tornasole nella sua futura produzione musicale.

La protagonista del lavoro del Bergamasco, condannata innocente, è la tipica eroina dell'ideale melodrammatico; la pagina delle visioni allucinanti di Anna nel carcere di Londra, rompe ogni legame anche formale con gli schemi fin qui adottati da Rossini, Mayr ed altri compositori, aprendo la strada ad un nuovo declamato e ad un nuovo colorito strumentale dell'opera romantica.

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DON CARLO DI G. VERDI – TEATRO ALLA SCALA MILANO, MARTEDÌ 17 GENNAIO 2017

Di Simone De Angeli

Poter ascoltare Don Carlo nella versione “integrale” in 5 atti è ormai evento sempre più raro. Probabilmente i costi, la durata, l’impegno complessivo economico ed artistico, scoraggiano le Istituzioni e fanno più “semplicemente” propendere per la tradizionale versione “ridotta”.

Non ha scelto la strada facile il Teatro alla Scala che, con questa operazione di “recupero” si pone al centro della Scena Lirica Internazionale reclamando il posto che, per diritto, storia e prestigio, le spetta.

Un lavoro “ciclopico” per energia, costi artistici e gestione delle masse che, possiamo dire fin da subito, è stato vinto senza tema di smentita.

Lo spettacolo è stato molto affascinante.

Le scene di Ferdinand Woegerbauer erano semplici, lineari, prive di orpelli, asciutte ma non fuori luogo, non fastidiose e non ridondanti (e questo in un’opera così “carica” è già un grandissimo pregio!).

Il sapiente gioco di luci di Joachim Barth e i bellissimi costumi di Anna Maria Heinreich che giocavano tutti sui toni più o meno accesi e “fluorescenti” del verde, oro (stupendo il costume di Filippo II) e melanzana (altrettanto splendido il mantello con pelliccia di Elisabetta di Valois) facevano da contrasto ai toni più cupi e scuri del blu violaceo e nero di Rodrigo e Don Carlo.

Costumi e luci dunque hanno fatto da “riempimento” dell’essenzialità delle scene e la regia di Peter Stein era molto curata nella gestione delle interazioni tra i diversi protagonisti. Tanto le passioni animavano il loro canto quanto erano volutamente “trattenuti” come se ci fosse sempre un filo, più in alto di loro, che gestiva le loro azioni portandole inevitabilmente al destino tristissimo che li attendeva.

Una regia di gusto, sobria, precisa, attenta, senza inutili guizzi e senza mai scadere in facili tentazioni di grossolaneria o di volgarità.

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CONCERTO DELL’ASSOCIAZIONE VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA - DOMENICA 15 GENNAIO 2017

Con il nuovo anno continuano gli appuntamenti concertistici organizzati dall’Associazione Verona lirica, che dobbiamo dire si prodiga molto affinché una così bella forma d’arte quale la musica classica, fiorisca e venga diffusa il più possibile, almeno nell’ambito della propria città. Con molto piacere questa volta, come già in altre felici occasioni, oltre a cantanti lirici quali Valeria Sepe, Walter Fraccaro, Romano dal Zovo e Devid Cecconi, per la parte squisitamente strumentale si è unito al gruppo il Quartetto d’ Archi dell' Arena di Verona, in compagnia di Stefano Conzatti al clarinetto, per un Quintetto d’eccezione. Patrizia Quarta come sempre ha accompagnato i cantanti al pianoforte.

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