ELEKTRA, RICHARD STRAUSS – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, MARTEDI’ 17 NOVEMBRE 2015







La scelta se vogliamo un po’ rischiosa del Comunale di Bologna di portare in scena un’opera non esattamente popolare come la Elektra di Richard Strauss risulta decisamente premiata dallo spettacolo straordinario cui abbiamo assistito, grazie alla produzione in collaborazione col teatro de La Monnaie / De Munt di Bruxelles ed il Gran Teatro de Liceu di Barcellona.
La tragedia della principessa Elektra, rielaborata dal colto poeta Hofmannsthal, che si avvicinò ad inizio secolo scorso anche agli studi sull’isteria umana, spesso è definita come la versione femminile dell’Amleto Shakespeariano e trova nella musica di Strauss una incredibile suggestione nata da chi evidentemente non solo è in stretta sintonia col librettista, ma subisce il fascino dei suoi contenuti e ne resta talmente coinvolto da coglierne l’essenza di cui intingere la partitura fino al midollo. E’ questa un’opera di grandi duetti musicali: quello tra Elektra e sua sorella, carico di tensione drammatica ma anche affettiva, tra la stessa principessa e sua madre: un incontro scontro tra due potenze che si odiano pur se unite dallo stesso sangue; ed il meraviglioso duetto tra Oreste ed Elektra stessa, che raggiunge il culmine nella scena dell’agnizione, unico momento se vogliamo di vero lirismo.


Per il regista  Guy Joosten è importante spogliare di mero classicismo i contenuti dell’opera per riportarli sostanzialmente alla pura e semplice realtà, che potrebbe essere quella a noi contemporanea, in cui di massima centralità è chiaramente il personaggio di Elektra intorno a cui tutto ruota anche scenicamente. L’impianto visivo fisso, fatto salvo un piccolo spostamento in verticale nel finale, è una specie di scantinato/prigione concepito da Patrick Kinmonth, sottostante il palazzo reale, ove è rinchiusa la protagonista e gli interpreti principali sembrano come avvolti in un mondo irreale, mentre le ancelle e gli altri personaggi di contorno paiono essere i sani di mente preposti alla sorveglianza ed al controllo, come farebbero pensare anche i costumi di questi ultimi dal taglio contemporaneo e militaresco, in opposizione a quelli classici della famiglia di Elektra, cui è lasciata solo una chaise longue dorata a rimembrarle le sue antiche stanze. Le scene si susseguono senza tregua per gli interpreti che il regista coinvolge infatti in movimenti continui, scontri anche corporali, insomma li carica di una dinamicità che non lascia quasi tregua.

Complice la conduzione del Maestro Lothar Zagrosek, l’orchestra del Comunale ha mantenuto sempre molto alta la tensione musicale, non solo con ritmi serrati che assecondassero la dinamicità degli eventi, ma caricando anche di profondità ed ampiezza un suono altamente drammatico e comunque intriso di emozione.

Alta dunque la tensione per tutto lo spettacolo sì da impegnare profondamente dal punto di vista emotivo la compagnia di canto che ne esce a testa alta in generale per tutti gli interpreti. Di grande partecipazione emotiva è la Elektra di Elizabeth Blancke-Bigg, la cui voce non particolarmente squillante si presta a sottolineare il lato scuro della personalità del ruolo. Presenza scenica di indubbio carisma, il soprano è una principessa forte, non solo folle di voglie vendicative, ma a tratti anche vaga immagine della fanciulla che un tempo adornava i suoi capelli ed amava gli abiti eleganti.

Più eterea la voce della sorella impersonata da Sabina von Walther, anch’ella chiamata ad affrontare sia vocalmente che fisicamente non poche difficoltà in scena, risolte con una interpretazione tesa, accorata. Chiude la triade femminile principale una volitiva e dinamica Natascha Petrinsky, abile tanto in scena quanto vocalmente, causa e vittima delle sofferenze filiali e qui non vista solo come la solita vecchia megera.

Thomas Hall è un Oreste che oscilla tra l’amore per la sorella e la perplessità nel fronteggiare il suo stato mentale, forte e deciso a compiere la vendetta acclamata dalla principessa, il baritono offre una generosa e quanto mai sentita interpretazione vocale.  Egisto è un Jan Vacik forse meno coinvolgente rispetto ai suoi colleghi, ma già la sua parte è certamente meno significativa;  

Nella folta schiera dei comprimari segnaliamo le cinque ancelle di Constance Heller, Alena Sautier (anche confidente), Daniela Denschlag, Eleonora Contucci (anche ancella dello strascico), Eva Oltiványi , un buon precettore di Oreste, Luca Gallo, il giovane servo  Carlo Putelli e la sorvegliante, anch’ella dalla spiccata personalità, Paola Francesca Natale.

Il coro preparato da Andrea Faidutti gestisce al meglio i suoi interventi come sempre.

Nonostante la sala non fosse piena, il pubblico ha salutato con molte ovazioni la protagonista ed in generale tutti gli interpreti ed il direttore d’orchestra; un bel successo che come dicevamo premia gli sforzi di ampliare il cartellone con titoli più coraggiosi e a nostro avviso di grande impatto emotivo.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore
Lothar Zagrosek
Regia
Guy Joosten
Scene e costumi
Patrick Kinmonth
Luci
Manfred Voss
Assistente alla regia
Wolfgang Gruber
Maestro del Coro
Andrea Faidutti

GLI  INTERPRETI

Elektra

Elizabeth Blancke-Biggs
Klytämnestra
Natascha Petrinsky
Chrysothemis

Sabina von Walther
Aegisth
Jan Vacik
Orest
Thomas Hall
Pfleger des Orest (Precettore di Oreste) / Ein alter Diener
Luca Gallo
Die Vertraute (La confidente) / Zweite Magd
Alena Sautier
Die Schleppträgerin (Ancella dello strascico) / Vierte Magd
Eleonora Contucci
Ein junger Diener (Giovane servo)
Carlo Putelli
Die Aufseherin (La sorvegliante)
Paola Francesca Natale
Erste Magd
Constance Heller
Dritte Magd
Daniela Denschlag
Fünfte Magd
Eva Oltiványi

  
Allestimento Teatro Comunale di Bologna
da Théâtre de La Monnaie / De Munt Bruxelles
e Gran Teatro de Liceu Barcelona

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna





Foto Rocco Casaluci

TRISTAN UND ISOLDE, RICHARD WAGNER - TEATRO COMUNALE LUCIANO PAVAROTTI DI MODENA, DOMENICA 15 NOVEMBRE 2015



Noch losch das Licht nicht aus,
noch ward's nicht Nacht im Haus:
Isolde lebt und wacht;
sie rief mich aus der Nacht.

Ancora la luce non si è spenta,
ancora non s'è fatto notte in casa;
Isolda vive e veglia,
ella m'ha richiamato dalla notte.


Opera musicale di profondi cambiamenti, a partire da quell' inestricabile accordo iniziale non risolto che ha aperto una profondissima crepa iniziando a demolire in maniera inesorabile l'intero sistema tonale, Tristan und Isolde di Richard Wagner è un lavoro che richiede sforzi immani di esecuzione.

Nel 150° anniversario della sua creazione, il teatro Comunale di Modena, unica realtà in Italia, ha pensato bene di proporre alla sua città e per la prima volta nel suo teatro (era ora...) il capolavoro wagneriano rischiando non poco sulla resa artistica e sulla risposta di un pubblico da sempre abituato a ben altri titoli.


Proveniente dal Teatro di Stato di Norimberga, l'allestimento pensato da Monique Wagemakers  con le scene “spaziali” di Dirk Becker e gli anonimi costumi di Gabriele Heimannè tutto sommato di impianto tradizionale se si esclude l'ambientazione atemporale, e la regia si limita a non creare danni rasentando spesso la banalità e il torpore in un lavoro che deficita sicuramente di azione scenica tout court, ma che permette di osare con la fantasia. Fantasia che manca alla Wagemakers, dove la staticità e la rigidità fisica sono la sua chiave di lettura. Lettura che tocca pericolosamente il ridicolo soprattutto nel grande duetto d'amore del secondo atto, cantato quasi per intero dai due interpreti mano nella mano immobili al proscenio come due scolaretti alla recita di fine anno; o nel finale ultimo, dove un Tristano resuscitato, abbraccia dal di dietro una Isotta allibita allargandole le braccia verso un futuro radioso.

La compagnia di canto presentava un preparatissimo Vincent Wolfsteiner  nel ruolo di Tristano, vera voce di Heldentenor dalla tenuta impeccabile e dal colore molto chiaro, ha saputo conferire al suo personaggio credibilità musicale (molto più che scenica...non possedendo esattamente il fisico del giovane guerriero) non comune per tenuta e perfetto controllo di quei fiati che nell'economia della sua parte permettono di arrivare incolumi allo scoglio del terzo atto, cantato senza risparmio di voce e interpretazione.

Molto al di sotto delle aspettative Claudia Iten, una Isolde che si mostra affaticata nella voce già al termine del primo atto, spingendo oltre il limite delle sue capacità una vocalità che manca di armonici e volume, risultando totalmente inespressiva per un ruolo che richiede grande partecipazione emotiva e capacità di modulazione. Il suo Liebestod è portato a termine con estrema fatica e senza la minima partecipazione.

Molto bene il Kurwenal di Jochen Kupfer, capace di finezze vocali non comuni in un ruolo che si sviluppa al meglio nel terzo atto, sofferto e partecipato senza fare ricorso ad un declamato eccessivo.

Anche la prova di Alexey Birkus quale Konig Marke è notevole, nonostante la mancanza di quella ieraticità richiesta in un ruolo di vecchio re sofferente, la voce è possente negli accenti come capace di morbidezze paterne.

Svetta su tutti la Brangaene di Roswitha Christina Müller per freschezza, bellezza e sicurezza di voce che nel concertato che chiude il primo atto copre spesso addirittura la voce di Isolde per potenza e squillo.

Corretti il Melot di Javid Samadov, anche se dal colore della voce troppo scura per il suo personaggio, il timoniere di Romano Franci, il pastore e la voce di un giovane marinaio di Kwonsoo Jeon. .

Marcus Boschalla guida della Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna si limita a far eseguire correttamente ciò che è scritto in partitura, escludendo un dolorosissimo taglio nel duetto del secondo atto, ed è già molto. Se si escludono i preludi del primo e del terzo atto, dove si è notata una minima concertazione, il resto dell'opera è scorso via senza un particolare coinvolgimento emotivo in una partitura che è la quintessenza del cromatismo.

Il Coro della Fondazione Teatro Comunale di Modena preparato da Stefano Colò fa il suo intervento alla fine del primo atto con precisione.

Applausi entusiasti per tutti da parte di un teatro esaurito in ogni ordine di posti fino alla fine della recita.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE
Direttore                    Marcus Bosch
Regia                          Monique Wagemakers
Scene                          Dirk Becker
Costumi                     Gabriele Heimann
Drammaturgia          Sonja Westerbeck
Maestro del coro       Stefano Colò


GLI INTERPRETI

Tristan                       Vincent Wolfsteiner
König Marke             Alexey Birkus
Isolde                         Claudia Iten
Kurwenal                   Jochen Kupfer
Melot                          Javid Samadov
Brangäne                   Roswitha Christina Müller
Un pastore /               Kwonsoo Jeon
Voce di un giovane marinaio            
Un timoniere             Romano Franci

Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna
Coro della Fondazione Teatro Comunale di Modena 
Progetto e allestimento dello Staatstheater Nürnberg
Ripresa della Fondazione Teatro Comunale di Modena
in coproduzione con Fondazione Teatro Comunale di Ferrara




Foto Teatro Pavarotti Modena

DIE ZAUBERFLÖTE, W. A. MOZART – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 08 NOVEMBRE 2015







Si conclude la stagione 2014/15 al Teatro Filarmonico di Verona con Il Flauto magico di Mozart ed uno spettacolo pensato dal regista Mariano Furlani in collaborazione con la coppia artistica dei Masbedo, alias Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni, celebri video maker. Uno spettacolo pulito, immediatamente fruibile, che conserva un sapore fiabesco ma non troppo e che lascia allo spettatore quella sensazione di essersi lasciato trasportare in un altro mondo per circa tre ore. La storia del giovane Tamino che corre nel regno di Sarastro per salvare e conquistare la figlia di Astrifiammante è chiara, alla portata di tutti, senza fronzoli né significati nascosti e tutti i contenuti sono esattamente quelli che il libretto di Schikaneder illustrava originariamente. Il registra si concentra soprattutto sul viaggio iniziatico dei due giovani per il raggiungimento della maturità, dell’affrancamento dai vincoli familiari, della scoperta di sé al fine di una elevazione spirituale; la cupa Regina della notte ed il saggio Sarastro sono inizio e fine di un viaggio materiale e spirituale fatto di prove fisiche e morali, grazie alle quali gli innamorati conquistano il premio finale di una serenità quasi ascetica. 

Il palcoscenico è riempito soprattutto dai filmati creati da Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni, costituiti per lo più da elementi naturistici inseriti spesso in un contesto astratto, oppure da figure e soggetti colorati che interagiscono con gli interpreti. Il serpente dell’apertura è visibile solo in video e sembra quasi circondare Tamino, come anche il suo flauto, prezioso ausilio per superare le prove, appare filmato per udirne successivamente solo il suono come fosse un elemento sognato, lontano, ma semprpresente. Le scene di Giacomo Andrico completano l’allestimento con elementi che scendono dall’alto e poi scompaiono, oppure con supporti verticali su cui si proiettano parte dei filmati, ed anche uno squarcio del tempio con Sarastro ed il suo seguito, di cui vediamo appunto solo una scalinata sotto cenni di pareti, come a sottolineare che non servano altri dettagli. Straordinario il lavoro sui personaggi da parte di Furlani, che ne accentua le caratteristiche, rende ognuno perfettamente autonomo ma in ottima intesa scenica con gli altri, in un continuo di corse e movimenti ben studiati, usando tutto ciò di cui si dispone, anche se minimo, condito da espressività ed un pizzico di libertà. Le luci di Paolo Mazzon tendono al blu, grigio o rosso, restando sostanzialmente su toni scuri, come in un sogno ad occhi aperti. Infine i costumi sempre ad opera di regista e scenografo sono in linea con l’allestimento, anche un po’ eccentrici se pensiamo alle piume enormi che cingono la schiena di Papageno, ma in generale piacevoli, soprattutto i delicati abiti nuziali di Tamino e Pamina uniti nel finale in veste bianca.

Voci maschili in forma con Leonardo Cortellazzi nei panni di un Tamino che quasi non ha tregua sul palco, la cui voce delicata e uniformemente acuta accentua i toni di un sensibile ma coraggioso principe. Ancora più attivo, come sempre del resto, il Papageno di Christian Senn che qui trova linfa vitale da vendere nel personaggio del simpatico, furbo ma buono amico degli uccelli, dalla voce solida e considerevolmente ambrata.
Autorevole e profondo come la sua voce tenebrosa un bravissimo InSung Sim come Sarastro, mentre forse meno incisivo degli altri vocalmente, ma a suo agio nel ruolo di Monostatos Marcello Nardis il cui costume molto vistoso con cappotto scuro, guanti di pelle ed elmetto multisfaccettato, non passa certo inosservato.
Sul fronte femminile Pamina è interpretata da Ekaterian Bakanova che possiede un timbro vocale certo uniforme e dall’ottimo volume, come pure le doti attoriali sono evidenti e ben si pone sul palco; forse dal punto di vista prettamente vocale il ruolo di Pamina resta leggermente stretto ad una voce così importante. Al contrario Sofia Mchedlishvili come regina, sua madre, ci è parsa un po’ trattenuta se pur perfetta nei punti critici delle sue arie; un po’ di mordente in più avrebbe reso maggiormente credibile il ruolo della oscura regina la cui voce deve essere sì acuta, ma anche uniforme su tutta la gamma per non scomparire appena scende leggermente sul rigo. Piacevolissimo il suono della voce di Papagena, Lavinia Bini, alla cui vista il povero ed ‘affamato’ Papageno non resiste proprio e si fionda subito a consumare una prima notte di effusioni per ampliare la famiglia (dietro le quinte). Le tre dame di Francesca Sassu, Alessia Nadin ed Elena Serra nell’insieme formano un buon impasto vocale, mentre ci sono apparsi parecchio emozionati i giovani fanciulli Federico Fiorio, Stella Capelli, Maria Gioia.
Romano Dal Zovo e Cristiano Olivieri sono ottimi Primo e Secondo sacerdote (nonché rispettivamente secondo e primo armigero), come molto bene anche Andrea Patucelli come Oratore.

Bravo e preparato il coro areniano di Andrea CristofoliniL’orchestra guidata da Philipp von Steinaecker ha prodotto un suono molto profondo e ricco, dalle dinamiche stringenti ed adeguate alle varie scene; in una parola brillante.  

Successo davvero unanime da parte di un folto pubblico che ha apprezzato tutti gli interpreti, il direttore e il team registico, con applausi prolungati e convinti.

Maria Teresa Giovagnoli



LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra             Philipp von Steinaecker
Ideazione e Progetto               Mariano Furlani e Masbedo
Regia                                      Mariano Furlani
Scene                                      Giacomo Andrico
Costumi                                  Giacomo Andrico e Mariano Furlani
Video                                      Masbedo - Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni
Luci                                        Paolo Mazzon
Maestro del Coro                   Andrea Cristofolini
Direttore
allestimenti tecnici                  Giuseppe de Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Sarastro
InSung Sim
Tamino
Leonardo Cortellazzi
Primo sacerdote/
Secondo armigero
Romano Dal Zovo
Secondo sacerdote/ Primo armigero
Cristiano Olivieri 
La regina della notte
Sofia Mchedlishvili 
Pamina
Ekaterian Bakanova
Prima Dama
Francesca Sassu
Seconda Dama
Alessia Nadin
Terza Dama
Elena Serra
Primo fanciullo
Federico Fiorio
Secondo fanciullo
Stella Capelli
Terzo fanciullo
Maria Gioia
Papagena
Lavinia Bini
Papageno
Christian Senn
Monostatos
Marcello Nardis
 L'oratore Degli Iniziati

Andrea Patucelli

Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona

Ed. Bärenreiter. Rappresentante per l'Italia Casa Musicale Sonzogno di Piero Ostali Milano
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona in lingua originale




 








FOTO ENNEVI - FONDAZIONE ARENA DI VERONA

CONCERTO DI VERONA LIRICA CON L’ARENA DI VERONA BRASS QUINTET-TEATRO FILARMONICO DI VERONA, 1 NOVEMBRE 2015




Il secondo concerto che l’Associazione Verona Lirica ha tenuto al Filarmonico di Verona è stato omaggiato dalla presenza del Primo cittadino Flavio Tosi che, confermando la collaborazione tra l’Associazione e la Fondazione Arena, ha augurato a tutti un buon lavoro ed anche ringraziato per l’impegno che il direttivo e tutto lo staff, rappresentato dal Presidente Giuseppe Tuppini sul palco, ha da sempre mostrato nell’organizzare tanti bei pomeriggi musicali.  


Ospite graditissimo e grande ritorno l’Arena di Verona Brass Quintet, che con davvero gran spirito e compartecipazione offre ogni volta interessanti contaminazioni tra i vari generi musicali, inoltre dobbiamo dire che questi musicisti sono anche sempre più spigliati e pronti ad interagire col pubblico. Il tema presentato dal gruppo di ottoni, che ha aperto il concerto, è stato la musica stile ‘Dixieland’, ossia il genere jazzistico attivo negli Stati Uniti agli inizi del Ventesimo Secolo e che univa in sé i ritmi e le melodie delle bande militari, del gospel, del reggae e del blues. Primo brano scelto è stato un tema da cerimonia funebre che inneggia alla vita dei defunti piuttosto che piangerne la dipartita, per poi proseguire con una trascrizione dello swing ‘Harlem’ originariamente per clarino e jazz band, del musicista Henghel Gualdi, molto caro al gruppo di musicisti. Riproposto con lo stesso successo del 2012 il melange ‘When the saints…hallelujah’, una contaminazione molto ben riuscita del tema americano di resurrezione con la celebre ‘Halleluljah’ di Händel, per chiudere poi i loro interventi con un pezzo di uno dei massimi compositori di ragtime, Scott Joplin, un altro brano dedicato alla città di Harlem, seguito da ‘America’, ancora di Gualdi. Davvero un plauso a questi musicisti che, impegnati sempre con le produzioni areniane, sanno anche esplorare generi affini con freschezza, energia e professionalità.

Per la parte dedicata all’opera quattro interpreti amati dal pubblico veronese: il soprano Hui He, il mezzosoprano Sanja Anastasia, il tenore Andrea Carè, il baritono Federico Longhi, perfettamente accompagnati dal Maestro Patrizia Quarta al pianoforte.

Il soprano Hui He torna sempre volentieri a cantare per gli amici dell’associazione lirica veronese, donando sempre tanto di sé al pubblico in sala con la sua voce dal colore inconfondibile ed incredibilmente aggraziato. Tra le arie scelte non poteva mancarne una tratta dalla Madama Butterfly di Puccini, ove nel duetto d’amore del finale primo atto col tenore Carè ha offerto tutta la grazia che la contraddistingue sia nel canto che nella presenza scenica, laddove con Un ballo in maschera e Trovatore di Verdi è apparsa più ‘pacata’, pur nella liricità delle arie ‘Morrò, ma prima in grazia’, e ‘Tacea la notte placida’.

Sanja Anastasia marca molto nel carattere le donne che interpreta spingendo anche con la voce ricca di corpo, soprattutto nei centri che sono il suo forte. Per lei un’aria davvero frequente nei concerti lirici, la celebre ‘Oh mio Fernando’ di Leonora da la Favorita di Donizetti, seguita da un battagliero finale della Carmen di Bizet col tenore Carè, ed un’altra aria amatissima dai mezzosoprani: ‘Acerba voluttà’ dalla Adriana Lecouvreur di Cilea.

Altro interprete dalla carriera internazionale, Andrea Carè ha scelto oltre ai duetti, due pietre miliari del repertorio tenorile, ‘E lucean le stelle’ dalla pucciniana Tosca e ‘Quando le sere al placido’ dalla Luisa Miller di Verdi, generose interpretazioni che danno risalto alla sua voce dalla pasta omogenea con uno squillo in acuto importante. Chiude il poker d’interpreti un bravissimo Federico Longhi  con tre personaggi incredibilmente adatti alla sua personalità: dal verdiano Ford del Falstaff al furbo e manipolatore Schicchi di Puccini, per concludere con un emozionante e sentitissimo Valentine del Faust di Gounod.

Premiazione consueta per gli ospiti tra gli applausi soddisfatti di tutto il pubblico.


Maria Teresa Giovagnoli



IWAN SUSSANIN UNA VITA PER LO ZAR, MICHAIL GLINKA - OPER FRANKFURT, 30 OTTOBRE 2015


Opera d'esordio e autentico capolavoro del musicista russo, che senza abusare delle fonti folkloristiche, qui seppe tradurre le melodie nazionali in una composizione di largo respiro, è diventata negli anni modello di riferimento per eccellenza di numerosi  lavori successivi come il Boris o Principe Igor, e con essa si può dire nasca l'opera russa in Russia.

La musica di Glinka rivela in modo inequivocabile l'appartenenza del compositore russo al mondo spirituale dei romantici, ai loro problemi e ai loro obiettivi, anche se la struttura del suo melodramma rimane quella a forme chiuse con arie, cavatine, cabalette di derivazione occidentale con influenze marcate dai lavori di Bellini e Donizetti (che conobbe personalmente durante un suo viaggio in Italia) e talora anche del grand-opèra francese, impostata su una partitura di grande genialità, ricca di colore, trasparenza e suggestione con un' orchestrazione abilissima, tanto da aver ricevuto le lodi di un esperto come Berlioz.


L' allestimento visto all' Opera di Francoforte va lodato innanzitutto per il coraggio avuto nel mettere in scena un lavoro tipicamente russo che richiede uno studio approfondito sia della lingua sia del colore metrico e ritmico dato dalla parola russa, ma anche per aver assemblato un cast che al di fuori dei circuiti dei grandi teatri russi di tradizione, sembra impossibile trovare.

Sebastian Weigle a capo della direzione musicale, a parte qualche taglio nei ballabili del secondo atto, presenta una partitura integrale scegliendo tempi morbidi soprattutto nei momenti corali, e sono tantissimi, sia nei momenti strumentali, prediligendo una concentrazione sul colore piuttosto che sull'accentuazione ritmica a scapito certo di una minore tenuta drammatica di insieme. Riesce tuttavia a dare una sua impronta personale ad una partitura spesso abusata nella sua accezione russa, avvicinandosi di più al colore dell'opera romantica italiana piuttosto che al fiabesco ed al colore espressivo. Ne risulta un lavoro che musicalmente in parte perde il suo fascino “folklorico” ma ne acquista per precisione e scavo della nota.

Harry Kupfer, all'alba dei suoi 80 anni, immagina una messa in scena che si discosta anni luce da quell' armamentario fiabesco e tradizionale tipico di questi lavori, per trasportare l'azione durante la seconda guerra mondiale dove gli invasori polacchi sono soppiantati dai soldati tedeschi.
Ecco allora che nel secondo atto Kupfer fa cantare il coro non più in russo ma in tedesco e così sempre quando non interagiscono con la controparte russa. Se da un lato può risultare interessante per marcare ancora di più la differenza tra due parti nemiche, alla lunga diventa fuorviante dando l'impressione di un pasticcio al quale sicuramente avremmo fatto a meno, così come delle scialbe coreografie di Irene Klein, completamente decontestualizzate.

Le spurie scene di Hans Shavernock, aiutate dai video di Thomas Reimer rimandano ad una desolazione metafisica, nella quale comunque la regia di Kupfer si muove a suo perfetto agio concentrata in maniera efficacissima sulla recitazione dei singoli e sui movimenti delle masse, qui vere protagoniste. L'Epilogo si svolge quindi su di una Piazza Rossa dove dal Mausoleo di Lenin, la nomenklatura russa assiste e celebra la morte degli eroi del popolo diffondendo da altoparlanti su tutta la piazza, il giubilo corale.

Vero mattatore della serata è stato il sempreverde Sir John Tomlison, che dall'alto dei suoi 70 anni celebra un Ivan perfettamente a suo agio nella figura come nella drammaturgia e poco importa se la voce risulti a tratti affaticata o imprecisa, dalla sua parte c'è un uso sapientissimo del colore e delle dinamiche che spesso coprono le manchevolezze date dall'uso non familiare con l' idioma russo. Tomlinson è un Sussanin credibilissimo che si spende fino in fondo per creare un personaggio pieno di carattere e partecipazione emotiva.

Meravigliosa Kateryna Kasper quale Antonida: vera voce di soprano lirico di agilità, si muove perfettamente a suo agio nelle difficoltà della sua parte a partire dalla cavatina del primo atto risolta, assieme alla cabaletta successiva, con sicurezza e trasporto, con il più di essere madrelingua russa che sa dare la giusta accentazione alla fonetica nell'intera rappresentazione.

Così pure  il tenore russo Anton Rositskiy nella parte di Sobinin dalla voce chiara e duttilissima che sa piegarsi senza indugio alle agilità, così come all' accentuazione drammaticolirica che il suo personaggio richiede.

Deludente la prestazione di Katharina Magiera quale Wanja che se dalla sua ha una scrittura musicale infima perennemente sulle note di passaggio, ha notevoli problemi di intonazione, evidenziati soprattutto nel duetto IwanWanja nel quarto atto così come nella tremenda cabaletta con coro che chiude la scena.

Perfetti nei loro personaggi il comandante di Thomas Faulkner e il corriere polacco di Michael McCown.

Una menzione e lode a parte merita il preparatissimo Chor und Extrachor der Oper Frankfurt diretto da Tilman Michael che ha saputo brillare per compattezza e duttilità nelle numerose prove che la partitura richiede.

Successo vivissimo per tutti da parte di un teatro pieno in ogni ordine di posti.

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

direzione musicale              Sebastian Weigle
regia                                  Harry Kupfler
scene                                Hans Schavernoch
costumi                             Yan Tax
luci                                    Joachim Klein
video                                 Thomas Reiner
drammaturgia                 Norbert Abel
direttore del coro               Tilman Michael
Coreografie                      Irene Klein


Ivan Susanin                   John Tomlinson
Antonida                         Kateryna Kasper
Sobinin                            Anton Rositskiy
Wanja                             Katharina Magiera
Un Comandante            Thomas Faulkner
Un Messaggero              Michael Mccown


Orchestra, Coro ed Extracoro dell'Opera di Francoforte



Foto Barbara Aumüller

IL CORSARO, G. VERDI – TEATRO REGIO DI PARMA, DOMENICA 25 OTTOBRE 2015





Il Corsaro, opera reietta che Verdi completò un po’ in fretta e contro voglia, spinto da tanti pensieri contingenti e nuove sfide più interessanti all’orizzonte, viene ripreso per il Festival Verdi al Regio di Parma, rispolverando la bella produzione che oltre dieci anni fa prevedeva la regia del compianto Lamberto Puggelli, ripresa per l’occasione da Grazia Pulvirenti Puggelli. Nonostante il prodotto a cui abbiamo assistito sia parecchio datato, abbiamo comunque constatato che conserva una sua funzionalità sia scenica che drammaturgica, in quanto ogni  personaggio ha lo spazio sufficiente per esprimere le sue peculiarità, all’interno della ambientazione tradizionale di Marco Capuana che sottolinea ogni scena seguendo il più possibile il libretto. Corrado è un fiero e prorompente corsaro che non accetta di piegarsi al suo nemico e nonostante le lusinghe della conturbante Gulnara resta fedele nel cuore alla compagna Medora. Il pascià Seid è altrettanto energico e sicuro di sé, iroso e vendicativo. Le due donne sono esattamente l’una l’opposto dell’altra: veste bianca e movenze da tenera donzella un po’ timida per Medora, abiti più sensuali e adatti ad un harem per la passionale Gulnara, che entra in scena mentre le odalische la aiutano ad abbigliarsi nella sua stanza. I bei costumi sono opera di Vera Marzot. Intenso il lavoro di luci di Andrea Borelli per le scene sulla nave, nell’harem e nel finale tragico, con forti contrasti tra luci ed ombre e colori dalle tinte forti

Francesco Ivan Ciampa prepara agli interpreti un tappeto molto energico su cui muoversi sin dall’apertura, con ritmi serrati che preannunciano il vigore degli eventi e la passione dei protagonisti. L’orchestra Filarmonica Arturo Toscanini offre così un suono brillante e chiaro, senza comunque cadere nel bandistico o nel troppo concitato, in armonia con le varie scene.
In questo terreno spicca la generosità di Diego Torre come Corrado, che alla recita cui abbiamo assistito è apparso in buona forma e pronto ad affrontare le sfide del ruolo, grazie alla voce che corre in avanti voluminosa con timbro ricco e pastoso.

Meno convincente il suo antagonista Seid interpretato da Ivan Inverardi, che appare subito troppo dirompente pregiudicando una limpida emissione vocale: il suono è spesso spinto senza giusto dosaggio ed anche il suo personaggio sembra più un comune uomo esasperato che un possente pascià.

Grintosa e dinamica la Gulnara di Silvia Dalla Benetta, che riprende il ruolo che le portò tanto successo anni fa e che ancora una volta ne conferma presenza scenica e capacità attoriali sostenute da una voce duttile e dal suono brillante.
Si mostra giustamente delicata la Medora di Jessica Nuccio, la cui voce si mostra sempre più agile e tecnicamente sicura ogni volta che la ascoltiamo e che qui si piega ad una interpretazione eterea e quasi sognante pensando sempre al suo eroe.

Dignitosi Luciano Leoni e Seung Hwa Paek nei ruoli di Giovanni ed Eunuco/schiavo, chiude il cast Matteo Mezzaro come Selimo.
Bellissimo il colore d'insieme delle voci del coro preparato da Martino Faggiani e Fabrizio Cassi.

Recita molto apprezzata, applausi generosi per tutti, pubblico con cospicua percentuale di ospiti d’oltralpe.
Maria Teresa Giovagnoli 

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore                  Francesco Ivan Ciampa
e direttore
Regia                                             Lamberto Puggelli
Ripresa da                                     Grazia Pulvirenti Puggelli
Scene                                             Marco Capuana
Costumi                                         Vera Marzot
Luci                                               Andrea Borelli
Maestro d'armi                             Renzo Musumeci Greco
Maestro del Coro                         Martino Faggiani
Altro Maestro del Coro               Fabrizio Cassi

GLI  INTERPRETI
Corrado

Diego Torre

Medora
Jessica Nuccio
Seid
Ivan Inverardi
Gulnara
Silvia Dalla Benetta
Selimo
Matteo Mezzaro
Giovanni
Luciano Leoni
Un eunuco
Seung Hwa Paek
Uno schiavo
Seung Hwa Paek
 
  
 
 
 
 
 
 
 
    

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Allestimento del Teatro Regio di Parma
originariamente coprodotto con Teatro Carlo Felice di Genova

Spettacolo con sopratitoli in italiano e inglese




Foto Roberto Ricci

ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO Concerto di apertura della 50 stagione concertistica



F.Liszt
SPOSALIZIO (2015)

Elaborazione per orchestra di Salvatore Sciarrino
PRIMA ESECUZIONE ASSOLUTA


G.Mahler
Sinfonia n.2 in do minore “Resurrezione”
Versione per piccola orchestra a cura di G.Kaplan e R. Mathes (2013)

PRIMA ESECUZIONE IN ITALIA

  “La dentro c'è l'eroe della mia prima sinfonia in re maggiore,
 che ora portano alla sepoltura. E' come se la sua vita fosse riflessa
  in uno specchio limpido e osservata tutta insieme, dall'alto.”

G.Malher


Apertura in grande stile per la cinquantesima stagione concertistica della Orchestra di Padova e del Veneto, la prima ideata dal suo nuovo direttore musicale Marco Angius che, interprete particolarmente sensibile per il repertorio moderno e contemporaneo, ha previsto, tra l'altro,  un vero e proprio “percorso Mahler” con la futura esecuzione della sinfonia n.1 e dei frammenti della sinfonia n.10.


Non solo, per l'occasione ha commissionato a Salvatore Sciarrino un'elaborazione per orchestra del brano pianistico che apre la parte italiana di “Année de Pèlerinage”, quaderni che sotto la metafora del viaggio raccolgono spunti letterari, colti e meditativi.

La scelta di Sciarrino di strumentare e trasportare un brano per pianoforte ad un organico orchestrale sembra dettata dal suo personale desiderio di proclamare la presenza virtuale degli autori che si intuiscono attraverso l'originale pianistico.

 Nello “Sposalizio” la scrittura Lisztiana sembra guardare più che all'epoca stessa in cui fu concepito, alle generazioni successive e in particolar modo a Debussy, Scriabin e Mahler.

Ecco quindi che il compositore siciliano trasporta in un tessuto orchestrale tutte le nuance floreali, favolistiche e sentimentali raffaellesche che già traspaiono nel lavoro di Liszt, coinvolgendo l'ascoltatore in una atmosfera trasparente analoga al quadro dal quale prende l'ispirazione.

Pagina ispirata, omaggio immaginario e tuttavia rigoroso di un compositore contemporaneo ad un genio musicale del passato.

Perchè sentire la necessità di una trascrizione per orchestra ridotta di una brano quale la sinfonia n.2 di Mahler?

Gilbert Kaplan, un mecenate plurimiliardario statunitense che attraverso la sua fondazione ha fatto della sinfonia n.2  la sua ragione di vita curandone la partitura critica, ha pensato che per ovviare alle difficoltà di esecuzione di una scrittura che richiede almeno un centinaio di professori d'orchestra, trascrivendone la partitura per un organico più snello alla portata di orchestre regionali e di teatri di provincia che non possono permettersi una mole di esecutori fuori norma,(oltre al consueto organico orchestrale, Mahler ha previsto il raddoppio di tutte le parti di legni, ottoni, arpe e timpani)  la sua ragione di vita avesse avuto più possibilità di esecuzioni.

Il risultato è una più agevole decifrabilità del gigantismo Mahleriano, giacchè se ne possono osservare più agevolmente le nervature strutturali di un lavoro che al conto finale non è fatto per stupire con l'ampollosità dei decibel ma per i piccoli dettagli che estratti da un' amalgama orchestrale stupefacente colpiscono per caratura struggente ed ispirazione.

Marco Angius sa come costruire costantemente la tensione drammatica fin dall'apertura, ecco quindi che il primo tempo, quell'”allegro maestoso con espressione assolutamente seria e solenne” diventa sottile ed efficace anche con un organico ridotto sapendo cogliere al volo tutti i diversi piani di lettura dove il culmine del climax riceve tutto il peso dovuto con la forza orchestrale di un piccolo ensemble.

Nell' “andante moderato, molto comodo”, la leggerezza del tocco orchestrale risuona straordinariamente bene soprattutto nella parte dove è richiesto agli archi un “pizzicato” di notevole difficoltà esecutiva.

E' con il quarto movimento “Urlicht” che traspare completamente la concezione cameristica di questa partitura sterminata.

Complice anche la ispiratissima esecuzione di Sara Mingardo,  dalla voce finemente controllata che sa far risaltare le sinuosità brunite della sua voce di perfetto contralto traendo dalla parola musicata tutte le struggevolezze di questa scrittura, il corale tratto dallla raccolta dei Wunderhorn è una summa di virtuosismo cameristico.

La grande esplosione all'inizio del “Im tempo des scherzo” forse perde un poco della corposità del suono richiesta ma non suona mai comunque destrutturata, mentre l'immenso corale “Die Aufestehung” prende via via corpo introdotto dai profetici annunci degli ottoni in retropalco, fino all'ingresso dell'organo, del coro (il preparatissimo e concentrato Coro del Friuli Venezia Giulia diretto da Cristiano Dell'Oste) e delle due voci soliste (molto brava il soprano Mina Yang) per concludersi  sontuosamente in un turbine di solennità musicali, perfettamente controllate dalla mano ferma e precisa di Angius.

Successo vivissimo con ripetute chiamate per Direttore, solisti ed esecutori tutti da parte di un Auditorium stipato in ogni ordine di posti da un pubblico molto attento e festoso.

Pierluigi Guadagni



Foto Silvia Lelli

LE NOZZE DI FIGARO, W. A. MOZART – TEATRO GRANDE DI BRESCIA, VENERDI’ 23 OTTOBRE 2015




Con un cast proveniente dalla 65° edizione del concorso As-Li-Co per giovani cantanti europei va in scena al Teatro Grande di Brescia Le nozze di Figaro di Mozart, con l’allestimento che nel 2006 Mario Martone ideò per il Teatro San Carlo di Napoli e qui ripreso da  Raffaele di Florio. In una ambientazione molto semplice, che prevede soltanto l’utilizzo di una doppia scala che converge al centro di una grande sala da pranzo, rimanendo pressoché uguale per tutto il tempo salvo piccoli dettagli e spostamenti, è priorità per il regista  l’espressività dei personaggi con le loro fissazioni e pulsioni. Avendo infatti a disposizione una cornice immediatamente fruibile di stampo tradizionale, curata da Sergio Tramonti, è più facile calarsi nella storia sia da parte degli interpreti che del pubblico che, come spesso accade ultimamente, viene coinvolto quasi sempre grazie all’estensione del palco intorno alla buca e con i personaggi che attraversano la platea. Questi sono lasciati molto liberi di esprimersi e dobbiamo dire che abbiamo notato nei giovani protagonisti proprio una vena attoriale molto spiccata, che in taluni è stata anche più incisiva rispetto al canto. Nella tradizione anche i garbati costumi di Ursula Patzak che abbiamo appunto potuto ammirare ed apprezzare da vicino.

Nel cast molto interessante Federica Lombardi nel ruolo della Contessa. La sua interpretazione compita ma dai tratti passionali e malinconici è arricchita da una voce corposa soprattutto nella zona centrale, il che aggiunge un tocco di drammaticità al personaggio.  
Il suo conte è un buon Vincenzo Nizzardo che pur non possedendo una voce da baritono purissimo ha impersonato il marito dalle voglie fedifraghe con consapevolezza e buono spirito.

Così  Andrea Porta è un Figaro molto vivace in scena dall’espressività assai marcata, con una vocalità che secondo noi può offrire ancor di più al personaggio in futuro.
Vispa e frizzante la  Susanna di Lucrezia Drei, dalla voce fresca e acuta, anch’ella molto attiva sul palco in perfetta simbiosi col partner Figaro.

Altrettanto ricca di verve la spigliata Marcellina di Marigona Qerkezi che può vantare anche un timbro vocale rotondo e dal buon volume.
Molto delicata Cecilia Bernini come Cherubino en travesti, di cui il regista ha molto sottolineato i desideri e le passioni da giovinetto beato fra le donzelle che popolano la pazza vicenda.

Giulia Bolcato è una deliziosa Barbarina dalla voce leggera e ben impostata; il maestro di musica Basilio è interpretato da Matteo Macchioni che si conferma tenore in crescita e che vorremmo risentire anche in ruoli più impegnativi; chiudono il cast Francesco Milanese come Don Bartolo, anch’egli molto impegnato in scena, il giudice un po’ petulante di Ugo Tarquini, lo zio Antonio, Carlo Checchi e le contadine di Anna Piroli ed Elena Caccamo.

La conduzione del Maestro Stefano Montanari si mostra di notevole apporto e valore aggiunto allo spettacolo. L’esperienza del direttore in questo genere di repertorio permette ai giovani interpreti di esprimersi certo in libertà ma costantemente guidati da occhio vigile che li segue passo passo. L’ottima orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano ha inoltre trovato ancora una volta brillantezza e dinamiche atte ad esaltare ogni singolo momento, in egual misura dei recitativi, ove è impegnato al clavicembalo sempre Montanari.
Molto buoni gli interventi del coro preparato da Dario Grandini.
Applausi convinti per tutti da parte di un teatro esaurito con pubblico delle grandi occasioni.

Maria Teresa Giovagnoli      



LA PRODUZIONE

Maestro                     Stefano Montanari
Concertatore e direttore  
al clavicembalo
Regia                          Mario Martone
Ripresa da                 Raffaele di Florio
Scene                          Sergio Tramonti
Costumi                     Ursula Patzak
Luci                            Pasquale Mari
Coreografie               Anna Redi
Maestro del coro       Dario Grandini


GLI INTERPRETI

Contessa                    Federica Lombardi
Conte                         Vincenzo Nizzardo
Susanna                     Lucrezia Drei
Figaro                        Andrea Porta
Cherubino                 Cecilia Bernini
Bartolo                       Francesco Milanese
Marcellina                 Marigona Qerkezi
Basilio                        Matteo Macchioni
Curzio                         Ugo Tarquini
Barbarina                  Giulia Bolcato
Antonio                      Carlo Checchi
Contadine                  Anna Piroli, Elena Caccamo

Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro di OperaLombardia
Allestimento del Teatro San Carlo di Napoli

Coproduzione Teatri di OperaLombardia Teatro Sociale di Como Teatro Ponchielli di Cremona Teatro Grande di Brescia Teatro Fraschini di Pavia Teatro Donizetti di Bergamo

Foto  Giulia Selvaggia Virgara




DIE ZAUBERFLÖTE, W. A. MOZART- TEATRO LA FENICE DI VENEZIA,MARTEDI’ 20 OTTOBRE 2015





Conoscersi e conoscere, maturare una profonda consapevolezza di se stessi e del mondo che ci circonda, è il meraviglioso e stimolante viaggio che ci accompagna per tutta la vita. Con il Flauto Magico di Mozart, Damiano Michieletto ci racconta questo incredibile percorso formativo attraverso le vicende dei giovani Tamino e Pamina, semplici studenti dei nostri giorni, chiamati ad affrontare prove difficili e ad incontrare personaggi chiave per la risoluzione delle stesse, specchio delle vite di tutti noi impegnati a sormontare i piccoli e grandi ostacoli del quotidiano.
Il viaggio è in continua sovrapposizione tra mondo reale e mondo fatato, che si sviluppa in una vissuta aula scolastica, ove l’elemento predominante, una lavagna interattiva affissa al muro frontale, è non solo naturale simbolo di conoscenza che si ribella e si anima quando si tenta di annientarla, ma diventa anche lo scrigno attraverso il quale vediamo la cameretta della dolce Pamina che ormai ha lasciato il nido, oppure la stanza dei giochi in cui Tamino si diverte con animali di vario genere; ma è soprattutto scrigno rivelatore del mondo di Sarastro, una fitta foresta di alberi che nascondono e rivelano incontri ed avventure. Il flauto è il simbolo di questo percorso, lo strumento per immaginare e su cui contare per poter affrontare le difficoltà ed i pericoli.


Spiccano gli evidenti contrasti tra l’ignoranza e il sapere, la laicità ed il culto, la fanciullezza ingenua e un po’ svogliata e la maturità. Sarastro è infatti un vecchio sapiente il cui scopo è far sbocciare l’anima dei due giovani protagonisti, mentre la Regina della notte è una madre isterica atta a soggiogare e plasmare sua figlia; Tamino viaggia per acquisire la conoscenza dopo un iniziale rifiuto categorico, mentre Papageno è un collaboratore scolastico che preferisce confrontarsi con gli animali, esseri a lui più congeniali; le tre dame sono religiose in lotta continua tra i desideri sessuali e le regole imposte dall’abito monacale.
Non mancano momenti leggeri e divertenti come la presentazione della famigliola Papageno e Papagena nell’atto di immaginare il loro futuro con tanto di adorabili  figlioletti in grembiule  presenti in scena; oppure i siparietti offerti da Monostatos, qui visto come scolaro impenitente e poco atto all’educazione. Al termine del percorso i due giovani trionfano nella luce della saggezza mentre scorgiamo in ombra Sarastro avvicinarsi alla Regina in segno di pace e rassegnazione.
Dunque uno spettacolo ricco, vario, del genere che svela nuovi dettagli ad ogni successiva visione.
L’impianto scenografico di Paolo Fantin è perfettamente funzionale all’impostazione registica di Michieletto, così come i contemporanei costumi di  Carla Teti sono quelli che naturalmente indosserebbero studenti, presidi e collaboratori oggi.

Il cast vede una buona presenza scenica di Ekaterina Sadovnikova come Pamina, una studentessa non dall’aria fragile e dimessa, ma una ragazza quasi donna che acquista sicurezza appena comprende di doversi allontanare dalle grinfie materne per iniziare il suo cammino con Tamino; l’interprete è sciolta e dal timbro uniforme con acuti svettanti ed agili.

La voce carezzevole e chiara di Antonio Polioffre un canto morbido e disinvolto; lo studente Tamino che parte ottuso ed inconsapevole approda ad una maturazione complessiva resa evidente tanto dal punto di vista scenico che vocale.

Alex Esposito calza a pennello i panni dello stravagante Papageno. Non solo un cantante dalla tecnica solida e dalla voce sicura in tutto il suo registro, ma anche attore consumato e padrone della scena, come ormai ci ha abituati da tempo.
Non ha il piglio drammatico che ci si aspetterebbe la Regina della Notte di Olga Pudova, ma in questa produzione non è altro che una madre in ansia e mangia pillole  per smorzare i pensieri che affollano la mente. Dunque il canto giocato sulla forza degli acuti piuttosto che sulla gravità di accenti è ben studiato ed appropriato al caso.

Il saggio anziano Sarastro è un giustamente autoritario ma anche benevolo Goran Jurić, mentre ricorda l’immagine di preside ammonitore  l’oratore di Michael Leibundgut. Spigliata come sempre Caterina di Tonno  come Papagena: il soprano va a nozze con ruoli brillanti come questo reso ancora più divertente dalla presenza della bravissima Daniela Foà che impersona la versione anziana della fanciulla ancora non svelata.

Singolare il personaggio di Monostatos, alias Marcello Nardis, che in questo caso è uno studente svogliato e dalle mille voglie che canta e si muove in scena disinvolto e convincente.
Le tre dame /suore in preda a tentazioni portatrici di conflitti interiori sono  Cristina Baggio, Rosa Bove e        Silvia Regazzo  Concludono degnamente  il ricco cast il Primo sacerdote/secondo armigero di William Corrò, il Primo armigero/secondo sacerdote di          Federico Lepre ed i delicati fanciulli solisti del Münchner Knabenchor, in veste di minatori simboleggianti la ricerca profonda del sapere fin nelle viscere della terra.

Conduzione brillante e passionale da parte del Maestro Antonello Manacorda, con una orchestra della Fenice capace di offrire un suono dinamico, ricco e molto coinvolgente soprattutto nei momenti corali, animati dall’ottimo coro preparato da Ulisse Trabacchin.
Successo vivissimo per tutti gli interpreti, il direttore e l’equipe registica con applausi prolungati ed entusiasti.


Maria Teresa Giovagnoli 

LA PRODUZIONE

direttore                     Antonello Manacorda
regia                           Damiano Michieletto
regista
collaboratore             Philipp M. Krenn 
scene                          Paolo Fantin
costumi                       Carla Teti
light designer             Alessandro Carletti
video designer            Carmen Zimmermann, Roland Horvath

GLI INTERPRETI

Sarastro                      Goran Jurić

Tamino                      Antonio Poli
Oratore                       Michael Leibundgut
Primo sacerdote/
secondo armigero     William Corrò
Primo armigero/


secondo sacerdote     Federico Lepre

Pamina                      Ekaterina 
Sadovnikova
Papageno                   Alex Esposito
Papagena                   Caterina di Tonno

Regina della notte     Olga Pudova
Prima dama               Cristina Baggio
Seconda dama            Rosa Bove
terza dama                Silvia Regazzo
Monostatos                 Marcello Nardis
Tre Geni                    solisti del Münchner Knabenchor
una vecchia                Daniela Foà

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice

in coproduzione con Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino





Foto Michele Crosera

AIDA, GIUSEPPE VERDI - TEATRO REGIO DI TORINO, SABATO 17 OTTOBRE 2015




Il rapporto storico che lega la città di Torino al popolo egizio grazie all'appena rinnovato Museo ad esso dedicato, è magnifico spunto per inaugurare la nuova stagine d'Opera con il capolavoro operistico che più di ogni altro ci porta ai trionfi ed agli splendori della civiltà dei faraoni. Con l'Aida che nel 2005 William Friedkin ideò per il Regio, il cui allestimento è ripreso con soltanto minuscole migliorie, è uno squisito viaggio nel tempo nel solco di una tradizione registica che non tradisce il libretto e cerca di rispettare quanto più possibile la volontà del compositore. 

Provenendo dal mondo cinematografico Friedkin adopera con sapiente finalità tutto ciò che ha a disposizione: le maestose scene di Carlo Diappi ci portano nel palazzo di Menfi con gli splendidi decori e le statue delle divinità, la stanza da bagno di Amneris curata al dettaglio con le ancelle che la accudiscono incorniciata al centro del palco, per non parlare della scena del Nilo, ove Aida attende il suo caro tra le decorate colonne del tempio di Iside esaltate dalle luci di Andrea Anfossi, che danno proprio l'idea dell'acqua che scorre i cui riflessi illuminano le pareti dell'edificio. Minuscola è poi la tomba ove la fatal pietra è posata a condannare i due amanti, a sottolineare il senso di oppressione e di claustrofobia provato dalla coppia, ma sempre riccamente decorata e curatissima nei particolari. I costumi sono naturalmente in linea con l'allestimento e sempre opera di Diappi, che ci ha colpito per aver presentato nel finale una Amneris in manto scuro, quasi in  lutto,  prima di fronte ai continui rifiuti del suo Radames, poi di fronte al destino impietoso di costui. 

Friedkin ci mostra sin dall'apertura i due giovani in atteggiamenti affettuosi rubati poco prima che arrivi il gran acerdote, la schiava si allontani e tutto abbia inizio.

Davvero una serata di grazia per l'Aida impersonata da Anna Pirozzi che con voce uniforme e ricca di colori dà vita ad una donna forte e volitiva e mai dimessa, neanche nei momenti più sconfortanti, in cui trova sollievo nell'invocare i suoi numi in nome dell'amore per la patria e per il suo uomo. 

Per contro manca di spessore sia vocale che interpretativo il Radames di Riccardo Massi, che già dalle primissime battute vive la sua recita molto in sordina, senza slanci emotivi e qusi trattenuto, così da non passare la pur attentissima orchestra che ha fatto di tutto per sostenerlo.

Appassionata e felina la Amneris di Anna Maria Chiuri, dalla voce corposa e multisfaccettata, si  conferma anche attrice navigata nel mostrarsi abile donna di potere, ma anche amante docile ed irrimediabilmente ostinata fino alla fine.

Intenso ed autoritario Dimitri Platanias come Amonasro, la cui voce pastosa e piena aggiunge credibilità al ruolo di monarca depauperato e padre inflessibile.

Ramfis è un buon Giacomo Prestia che però potrebbe cantare meno raccolto visto lo strumento magnifico ed importante che possiede. Ci piace molto la voce del Re In-Sung Sim e davvero interessante il timbro del messaggero Roberto Guenno. Brava e delicata la sacerdotessa Kate Fruchterman.

Capitolo a parte a sostegno di questa maestosa produzione la direzione del Maestro Gianandrea Noseda. Che sia molto amato dal pubblico del Regio è chiaro ed evidente, ma è la qualità del suo lavoro che incornicia queste serate rendendole preziose. La ricchezza di colori ed accenti, il suono ampio che si piega al volere degli eventi e che si impasta con gli interpreti seguiti passo passo verso la meta. L'attenzione al dettaglio e la cura con cui guida e sostiene tutte le sezioni sono perfette. Per lui un autentico trionfo.

Bravissimi i ballerini coreografati originariamente da Marc Ribaud con la rielaborazione di Anna Maria Bruzzese; come sempre preciso il coro di Claudio Fenoglio.

Pubblico davvero entusiasta ed emozionato, che ama il suo teatro e lo ha riempito applaudendo per diversi minuti ancora prima del termine, prontamente richiamato all'ordine dal gesto del direttore, con ovazioni per lui e le due protagoniste/rivali. 

Maria Teresa Giovagnoli


 
 LA  PRODUZIONE


Direttore d'orchestra    Gianandrea Noseda
Regia                                   William Friedkin
Scene e costumi               Carlo Diappi
Coreografia                       Marc Ribaud
ripresa da                          Anna Maria Bruzzese
Luci                                     Andrea Anfossi
Sagome animate              Michael Curry
Assistente alla regia       Riccardo Fracchia
Assistente alle scene 
e ai costumi                        Valentina Dellavia
Maestro del coro              Claudio Fenoglio


GLI  INTERPRETI


Aida, schiava etiope      Anna Pirozzi 

Amneris, figlia del re    Anna Maria Chiuri
Radamès, capitano
delle guardie                  Riccardo Massi 
Amonasro, re d’Etiopia,
padre di Aida                 Dimitri Platanias 
Ramfis, capo 
dei sacerdoti                  Giacomo Prestia
Il re                                   In-Sung Sim
Un messaggero              Roberto Guenno
Una sacerdotessa         Kate Fruchterman


Orchestra e Coro Teatro Regio Torino

Allestimento Teatro Regio
In occasione della riapertura del Museo Egizio
 




Foto Ramella & Giannese

NORMA, V. BELLINI – TEATRO VERDI DI PADOVA, VENERDI’ 16 OTTOBRE 2015




La stagione lirica di Padova si inaugura al Teatro Verdi con un capolavoro come la Norma di Vincenzo Bellini e con un allestimento ritenuto sì spettacolare da colpire nel segno sin dal primo titolo in cartellone. Nonostante le premesse dobbiamo dire che tanta meraviglia è rimasta purtroppo soltanto sulla carta. Paolo Miccichè, che ha curato regia, scene ed installazioni visive, si è limitato a 'riempire' il palcoscenico con sfondi alquanto statici arricchiti da elementi naturistici quali pietre, fronde in primo piano e poco altro ancora che potesse fungere da giusto supporto al tessuto drammatico dell'opera. E non bastano immagini di idoli che avanzano e retrocedono sullo schermo infuocato  per sottolineare la sacralità della vicenda stessa. Oltre a ciò gli interpreti sono quasi sempre fissi in scena e appaiono talvolta lasciati a se stessi nel trovare una adeguata linea interpretativa; anche il coro è parso notevolmente in difficoltà nel trovare un sua dimensione tanto scenica quanto vocale. I costumi di   Alberto Spiazzi, certo opulenti sia per i Romani che per la stirpe gallica, non sono stati sempre di ottimo gusto a nostro parere. Davvero un peccato: ci aspettavamo qualcosa di più originale e soprattutto coinvolgente dal punto di vista drammaturgico.


Molteplici perplessità abbiamo riscontrato anche per quanto riguarda la direzione orchestrale del Maestro Tiziano Severini. Nonostante una partenza che facesse ben sperare, dopo una sinfonia brillante e coinvolgente, i tempi si sono dilatati talvolta in misura quasi estenuante, soprattutto nei duetti che hanno messo a dura prova i protagonisti in più punti. Non abbiamo sentito il colore e la ricchezza noti della partitura belliniana, mentre non è mancata qualche imperfezione tra le sezioni d'orchestra. 
La compagnia di canto presenta nel ruolo principale il soprano Saioa Hernàndez, che non ha certo  trovato terreno facile per una interpretazione da ricordare. La voce, pur gradevole all'ascolto e capace di emettere, per esempio, dei buoni filati che le consentono di dar voce ai momenti più soavi, pecca nel fraseggio piuttosto approssimativo e negli acuti dove pare mancare l'appoggio.
Serata alterna per il Pollione di Luciano Ganci. Dotato di una voce tenorile molto bella e slanciata in avanti, ci ha regalato sia momenti molto intensi e carichi di pathos, che altri in cui è parso in difficoltà soprattutto in acuto il cui suono era schiacciato e tendente a perdere l' intonazione.
Adalgisa è impersonata da Annalisa Stroppa che ci è parsa ben immersa nel ruolo di giovane novizia,  piuttosto sciolta sul palco, dalla voce vellutata e calda, pur non essendo sempre a suo agio con la difficilissima e piuttosto alta tessitura della sua parte.
Bene interpretato invece l'Oroveso di Cristian Saitta: generoso, austero ed incisivo; chiudono il cast un buon Antonello Ceron come fedele Flavio e la Clotilde di Alessia Nadin che hanno in generale ben figurato in scena.
Come detto, anche il coro di Dino Zambello ha avuto i suoi  momenti di difficoltà sia negli attacchi che nel reggere i 'difficili' tempi orchestrali.
Pubblico numeroso accorso alla prima di stagione soddisfatto al termine.
 
Maria Teresa Giovagnoli
 
 
LA  PRODUZIONE
 
regia, scene, visual graphic               Paolo Miccichè
Maestro concertatore e direttore    Tiziano Severini
costumi                                                    Alberto Spiazzi
 
GLI INTERPRETI

Norma                                                  Saioa Hernàndez 
Pollione                                               Luciano Ganci
Oroveso                                               Cristian Saitta
Adalgisa                                              Annalisa Stroppa
Flavio                                                   Antonello Ceron
Clotilde                                                Alessia Nadin
 
CORO CITTÀ DI PADOVA DIRETTO DA DINO ZAMBELLO

 

ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO



 



Foto Giuliano Ghiraldini

DON PASQUALE, G. DONIZETTI - TEATRO DONIZETTI DI BERGAMO, GIOVEDI' 15 OTTOBRE 2015




“Divorzio!Divorzio!
Che letto che sposa peggiore consorzio di questo non v'ha!”


Con la nuova direzione artistica di Francesco Micheli, prende il via, con un'edizione scoppiettante di Don Pasquale,  l'edizione 2015 di Lirica Bergamo quest'anno denominata DoREMix, introdotta da un marketing ed un battage pubblicitario innovativo e invitante (curato da Andrea Compagnucci) vede un cartellone molto interessante per titoli (le opere di Donizetti in programma sono tutte nell'edizione critica curata dalla Fondazione Donizetti) ed interpreti.
Un' edizione scoppiettante appunto di Don Pasquale ha aperto i giochi in un' felicissimo allestimento curato da Andrea Cigni approdato nella città del suo compositore dopo essere stato presentato con successo in vari teatri francesi nei mesi scorsi.



Opera che potremo definire “commedia musicale borghese”, il Don Pasquale Donizettiano, in cui non agiscono che personaggi borghesi affiancati da servi, inaugura il genere comico-sentimentale dove i personaggi hanno tutti una loro caratteristica individuazione melodica e ritmica, e nella fluidità dell'azione, ciascuno mantiene la sua indipendenza, eppure tutti si fondono: il crescendo parodistico  giunge al culmine con le bizze di Norina sposata, quindi scoppia e si capovolge immediatamente quando, accentuandosi l'interesse sulla figura del vinto Don Pasquale, tutta la vicenda si colorisce di pietà.
L'idea registica di Cigni, coadiuvato nelle scene e nei costumi da Lorenzo Cutuli, colloca la vicenda nell'immediato secondo dopoguerra e immagina un Don Pasquale taccagno, avaro, che rimanda al personaggio esilarante del Barone Antonio Pelletti di Totò nel film “47 morto che parla”.
Un personaggio che vive la sua vita in una cassaforte che protegge il suo “tesoro” da occhi e mani indiscrete dove custodisce con spasmodica curanza i suoi averi. Di contro il mondo di Norina, lieto, fiorito e felice fa da controfigura alla cupezza della casaforziere di Pasquale
Norina quindi, con la complicità del  fratello Malatesta , visto come un personaggio eccentrico e sessualmente border line, dovrà riuscire a svaligiare la cassaforte dagli averi materiali di Pasquale per custodire quanto di più caro esiste nel suo mondo: l'amore con Ernesto, il ragazzo della porta accanto, per bene e di seri principi.

La compagnia di canto sfoggiava il lusso di Paolo Bordogna nel ruolo protagonistico, un Don Pasquale dalla voce duttile e dal sillabato precisissimo che sfoggia grande verve d'attore consumato in un ruolo che gli calza a pennello. La voce si è irrobustita nei gravi senza perdere tuttavia quel declamato “alla Bruscantini” suggello di un'interpretazione autorevole per questo ruolo.

Maria Mudryak ha espresso una Norina perfetta dal punto di vista scenico, giovane, scaltra. spigliata e bella. La voce corre fresca e precisa nelle agilità, nelle dinamiche e nel colore pur mostrando segni di squilibrio non nella tenuta quanto nel volume degli acuti sempre urlati anche se precisi di intonazione.

Vera sorpresa della serata l'Ernesto di Piero Adaini, il giovanissimo cantante siciliano dimostra fiducia e sicurezza con la partitura regalando spontaneità e naturalezza nella voce come nel movimento scenico. Sicuri e precisi gli acuti, il fraseggio e la tenuta anche se l'eccessivo ricorso ai suoni nasali risulta a volte fastidioso oltre che inutile per una voce come la sua baciata dalla fortuna.

Spassoso il Malatesta di Pablo Ruiz, qui presentato come il fratello effeminato, vanesio e damerino di Norina, interessato solo ai soldi e ai vestiti di lusso. La voce di Ruiz è chiara e timbrata da un fraseggio forse un po' generico ma mai pesante.

Sugli allori la direzione di Christopher Franklin a capo dell'orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano, scegliE tempi decisi ed attua scelte oculate in materia di versione testuale, condotta ritmica e impostazione interpretativa, ma alla precisione e al senso della misura il direttore ha unito pure l'elasticità e la fantasia di cui spesso sono avari in questo repertorio i direttori statunitensi.
Perfetto il coro preparato da Diego Maccagnola

Successo vivissimo e pieno per tutti da parte di un teatro stracolmo di un pubblico divertito e molto partecipe.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                    Christopher Franklin
Regia                          Andrea Cigni

Scene E Costumi       Lorenzo Cutùli
Light Designer          Fiammetta Baldiserri
Maestro Del Coro     Diego Maccagnola

GLI  INTERPRETI

Don Pasquale            Paolo Bordogna
Dottor Malatesta       Pablo Ruiz
Ernesto                      Pietro Adaini
Norina                       Maria Mudryak
Un Notaro                 Claudio Grasso

Orchestra I Pomeriggi Musicali Di Milano
Coro Operalombardia

Coproduzione Teatri Di Operalombardia E Fondazione Pergolesi Spontini Di Jesi
Allestimento Di Opéra-Théâtre De Clermont-Ferrand, Opéra De Reims, Opéra-Théâtre De Limoges, Opéra De Rouen Haute-Normandie, Opéra Théâtre Saint-Étienne, Opéra De Massy, Opéra Grand Avignon, Opéra De Vichy





FOTO ROTA

L’ORCHESTRA DELL’ARENA DI VERONA PER IL CONCERTO INAUGURALE DI VERONA LIRICA – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 11 OTTOBRE 2016



La fortunata abitudine di inaugurare la stagione concertistica insieme all’orchestra dell’Arena di Verona si è ripetuta anche quest’anno per l’associazione Verona Lirica che per numero di soci riesce a riempire quasi l’intero teatro Filarmonico. Diretti da Giorgio Croci, quattro interpreti attivi nei teatri di tutto il mondo hanno regalato un pomeriggio di musica che ha visto trionfare l’arte ed il buon gusto.
In circa due ore e mezzo di musica abbiamo ascoltato arie dalle opere di Verdi, Puccini ed anche ouverture ed intermezzi da opere di Wagner, Cilea, Leoncavallo e Von Weber.

Cominciamo subito col rivolgere un plauso agli organizzatori per la scelta di pezzi per orchestra alquanto inusuali da noi, che hanno dato la possibilità ai musicisti di potersi esprimere anche in un repertorio per così dire meno navigato durante le stagioni operistiche, per lo meno più recenti, eccetto naturalmente per quanto riguarda Pagliacci e Lecouvreur. Il Maestro Croci, alla guida dell’orchestra, ha così scelto due modi differenti di approcciarsi alle diverse partiture, scegliendo ad esempio tempi distesi e morbidi per la potente Ouverture Wagneriana di Tannhäuser, che in alcuni momenti sembra portare ad una maestosa riflessione. Molto intenso e ricco di piccole sfumature l’intermezzo dell’ Adriana Lecouvreur di Cilea, un attimo di sospensione tra sogno e realtà, come leggero e delicato l’intermezzo de I pagliacci di Leoncavallo. Con la Ouverture de Il franco cacciatore di Weber, invece il Maestro imprime una certa solennità all’esecuzione, staccando sempre tempi piuttosto allungati che portano ad un senso di languore, per poi via via acquistare energia.

Nell’accompagnare gli ospiti del concerto, il suono diventa anche più brillante ed offre un buon sostegno alle interpretazioni de il tenore Rudy Park,  il soprano Tiziana Caruso, il baritono Dalibor Jenis, ed il mezzosoprano Anna Malavasi
Rudy Park ormai è un idolo al Filarmonico, il pubblico lo ama e lo sostiene per il suo modo generoso di offrire un canto sempre spinto in avanti, che dobbiamo dire ha acquistato anche un certo velluto che ne addolcisce il timbro. Per lui, reduce dal Festival Verdi a Parma con Otello, proprio dalla celebre opera verdiana il duetto d’amore con Desdemona/Tiziana Caruso ed il duetto con Jago/ Dalibor Jenis. Immancabile il 'Nessun dorma' pucciniano che ha sfiorato il bis.
Il soprano Tiziana Caruso si è mostrata  cantante accorata, dalla voce scura e tornita che le dona un carattere deciso anche nell’esprimere sentimenti romantici. Con La forza del destino si conferma interprete di vibrante  drammaticità, il cui strumento si esalta soprattutto nei centri pieni.
Il concentratissimo baritono Dalibor Jenis  possiede una voce sicura in tutta la sua gamma, che trova un suono più chiaro salendo sul rigo musicale, esaltato da un colore ricco e pastoso. Molto acclamato il suo intenso Nabucco.
Il mezzosoprano Anna Malavasi offre infine la Azucena a cui siamo abituati: molto aggressiva e dalla voce multi sfaccettata, tanto cupa e profonda nel grave, quanto chiara e più brillante in acuto.

Finale per tutti gli interpreti con il lungo finale del quarto atto da Il Trovatore di Verdi.
Bis dell’orchestra: Danza ungherese n. 5 di Brahms.

Successo pieno per tutti gli interpreti e l’orchestra. Appuntamento al 1 novembre per il secondo concerto della stagione.


Maria Teresa Giovagnoli


PROGRAMMA DEL CONCERTO

Prima parte
R. Wagner, Tannhäuser                    Ouverture
G. Verdi, Il Trovatore                        Stride la vampa!
G. Verdi, Nabucco                              Son pur queste mie membra!... Dio di Giuda!...
F. Cilea, Adriana Lecouvreur           Intermezzo (atto II)
G. Verdi, Otello                                  Già nella notte densa
Seconda parte
C. M. von Weber, Il franco cacciatore (Der Freischütz)      Ouverture
G. Verdi, Otello                                    Era la notte… Sì, pe ‘l ciel marmoreo giuro!
G. Verdi, La forza del destino            Son giunta!… Madre, pietosa vergine
R. Leoncavallo, Pagliacci                    Intermezzo
G. Puccini, Turandot                           Nessun dorma!

G. Verdi, Il Trovatore                         Finale ultimo





MACBETH, G. VERDI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDI’ 08 OTTOBRE 2015





Quando ci si pone a dover mettere in scena un capolavoro come il Macbeth di Giuseppe Verdi che unisce in sé la drammaticità dei contenuti shakespeariani e la potenza della musica per esso composta, unitamente ai molteplici spunti politici e morali che da questo emergono, potrebbe essere facile cercare chiavi di lettura complicate, allestimenti pesanti o magari totalmente avulsi dai contenuti esposti.  Robert Wilson risolve la questione nel suo stile concependo uno spettacolo atemporale e in un certo senso asettico, capace comunque di attrarre l’occhio di chi osserva che resta quasi ipnotizzato da tutti gli elementi che continuamente appaiono, domandandosi in certi casi persino come siano venuti in mente al regista.
Non possiamo parlare di ambientazione poiché tutto si svolge in una semioscurità che ci riporta un po’ al teatro delle ombre cinesi. Pertanto osserviamo  le sagome dei personaggi in penombra senza godere dei dettagli dei pur mirabili costumi di Jacques Reynaud  e tutto ciò che circonda e riguarda Macbeth e la sua Lady è abbozzato, immaginato, trasognato. Gli interpreti stessi si muovono attraverso una serie di installazioni visive che accennano ai contenuti del testo sempre in maniera alquanto astratta. Non vi è contatto fisico tra di essi, sempre rivolti al pubblico e costretti in posture rigide degli arti, quasi fossero marionette viventi, i cui volti sono celati da maschere bizzarre o da autentici capolavori del make up.
Dunque un plauso particolare va fatto alla compagnia di canto impegnata in condizioni davvero particolarissime.
 

Macbeth è interpretato da Dario Solari che conferma di possedere un bellissimo timbro baritonale tornito che risulta solido soprattutto nella zona grave. Perde leggermente mordente nella gamma più acuta, ma l’interprete gestisce il suono con misura ed intelligenza. Il suo personaggio sembra spesso visivamente messo in secondo piano dal regista rispetto alla consorte che come si sa regge il filo degli eventi.
 
E se spietata deve essere la celeberrima ‘Lady’ tale si mostra Amarilli Nizza nel proporre la sua signora Macbeth. Personaggio chiave della vicenda, Wilson ha infatti posto quasi sempre la sua figura al centro ed in effetti a completamento delle originali installazioni visive. Dark lady dal volto di ghiaccio i cui occhi sprizzano odio e sete di potere, il soprano rende graffiante la voce che emana potenza ed energia, pur non disdegnando momenti di morbidezza come nella scena del sonnambulismo.
  
Banco è interpretato da un acclamato Riccardo Zanellato che grazie alla voce profonda e robusta riesce a mostrare ragione e sentimento nel suo ruolo, pur nella rigidità delle posture imposte dalla regia.
Macduff è un discreto Lorenzo Decaro che si disimpegna con decoro nella sua aria del quarto atto.
La dama della Lady ed il medico sono rispettivamente  Marianna Vinci e Alessandro Svab, che entrano in scena quasi irriconoscibili, soprattutto per via del mascherone che copre il volto del medico.
Malcom è il tenore  Gabriele Mangione dal timbro piuttosto squillante. Il cast si completa con le numerose voci di contorno che animano i personaggi de il sicario, Sandro Pucci; il domestico di Macbeth e prima apparizione, Michele Castagnaro, l’Araldo di Luca Visani, la seconda e terza apparizione, un po’ emozionate, Chiara Alberti, Alice Bertozzo; mentre mimano i personaggi di Duncan e Fleanzio Jacopo Trebbi e Valentina Vandelli.
 
Alla testa dell’orchestra del teatro bolognese il Maestro Roberto Abbado ha spinto i musicisti con energia nell’esecuzione della partitura verdiana che qui risuona possente e grintosa, ottenendo una certa plasticità di suono, sempre tenendo saldamente in linea tutte le sezioni ed imponendo ritmi serrati a questo spettacolo che altrimenti perderebbe di significato.  
 
Il coro preparato come sempre da Andrea Faidutti, eccettuata qualche mini sbavatura all’inizio negli attacchi, è stato degno protagonista delle scene ad esso dedicate, sia per quanto riguarda le streghe che il popolo scozzese sofferente nella celebre ‘Patria oppressa’.
 
Trionfo con diversi minuti di applausi festosi per tutto il cast con ovazioni gioiose per Solari, Nizza ed il Maestro Abbado.
 

Maria Teresa Giovagnoli
 
 
LA PRODUZIONE
 
Direttore
Roberto Abbado 
Regia, ideazione luci, scene e coreografia
Robert Wilson 
Maestro del Coro
Andrea Faidutti 
Costumi
Jacques Reynaud 
Collaboratore alla scenografia
Annick Lavallée-Benny 
Light designer
Aj Weissbard 
Regista collaboratore
Nicola Panzer 
Regia ripresa da
Gianni Marras 
Preparatore Voci Bianche
Alhambra Superchi 
 
 
GLI INTERPRETI
 
 
Macbeth
 
Dario Solari   
Banco
 
Riccardo Zanellato

Lady Macbeth
Amarilli Nizza   
Dama Lady Macbeth
Marianna Vinci 
Macduff
 
Lorenzo Decaro

Malcolm
 
Gabriele Mangione

Il Medico
Alessandro Svab 
Un domestico di Macbeth
Michele Castagnaro 
Il sicario
Sandro Pucci 
L'araldo
 
Luca Visani 

Prima apparizione
 
Seconda e terza apparizione
 
Duncano
 
Flenazio  
           
Michele Castagnaro

Chiara Alberti, Alice Bertozzo
 
 
Jacopo Trebbi
 
Valentina Vandelli
 
Produzione del Teatro Comunale di Bologna
in coproduzione con Change Performing Arts Milano
 
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
 
 
 
 

 

 
 
 

 

 

Foto Rocco Casaluci

DITTICO: JANÁČEK ZÁPISNÍK ZMIZELÉHO (IL DIARIO DI UNO SCOMPARSO)/ POULENC LA VOIX HUMAINE (LA VOCE UMANA) - FONDAZIONE LA FENICE DI VENEZIA, MARTEDI’ 06 OTTOBRE 2015



Il Teatro Mailbran di Venezia si mostra ancora una volta luogo in cui la Fondazione Fenice coltiva esperimenti e serate particolari come il curioso dittico cui abbiamo assistito, che vede l’accostamento del pezzo per voci e piano,  Il diario di un scomparso di  Janáček, composto agli inizi del Novecento, ed il componimento per sola voce ed orchestra, La Voce umana di Poulenc che invece è da ascrivere alla fine degli anni cinquanta dello stesso secolo. Tale esperimento vede coinvolto il giovanissimo regista Gianmaria Aliverta che ha cercato di trovare un unico filo conduttore che giustificasse la messa in scena di due opere per la verità parecchio distanti tra loro.


La storia del contadino onesto e puro, ma imbrigliato nella quotidianità della vita di campagna con la sua famiglia bigotta e opprimente, che finalmente scopre la felicità del vero amore e della paternità grazie alla giovane e bellissima gitana Zefka, viene sostanzialmente stravolta per divenire un drammone famigliare misto al poliziesco che possa fungere da premessa al pezzo successivo. Troviamo difatti già all’apertura la donna che sarà protagonista de La voce umana e che farneticherà disperatamente al telefono immaginando di conversare con il presunto compagno. Scopriamo successivamente che secondo il regista il contadino Jan qui non è un puro ed innocente ragazzo di campagna, ma il compagno fedifrago di questa donna ormai impazzita e disperata. Viene introdotta anche la figura dell’ispettore di polizia impegnato con la sua collega nelle ricerche del fuggitivo, ormai già cadavere inerte assassinato proprio dalla compagna gelosa e drogata di farmaci e calmanti, che risolve definitivamente la sua follia con il classico gesto suicida prima di essere arrestata.
Massimo Checchettofirma l’ambientazione molto semplice di una casa con salotto e camera adiacente, dietro le cui pareti appare a più riprese l’immagine della ‘tentatrice’ per la prima parte dello spettacolo, che si tramuta facilmente in sala d’aspetto ospedaliera ove la protagonista sembra impiegare il tempo con la famosa telefonata, accanto alla camera di degenza che cela il cadavere del povero Jan. Non potevano che essere contemporanei i costumi di Carlos Tieppomolto semplici, eccetto per l' eccentricità della zingara Zefka.
Nel ruolo di Jan muto molto bravo il mimo Francesco Bortolozzo, mentre Leonardo Cortellazzi è impegnato nell’interpretare quindi il poliziotto che rinviene il diario dello scomparso, dalla lettura del quale prende il via tutta la vicenda. Se davvero è impegnativa la parte musicale per il tenore, dobbiamo dire che Cortellazzi la risolve con tenacia e sicurezza, anche considerando la difficoltà nel cantare tutto il tempo con la testa china fingendo di leggere. Altrettanto bene  dicasi per Angela Nicoli che si presenta adatta al ruolo di Zefka grazie al colore ambrato della voce ed alla notevole presenza scenica. Le tre voci femminili Loriana Marin, Gabriella Pellos, Alessandra Vavasori completano il mini cast impreziosendo il racconto del fuggiasco. Sensibile, preciso e ottimo accompagnatore il Maestro Claudio Marino Moretti al pianoforte posto dietro le scene al centro del palco e quindi in posizione ideale per goderne il suono.
Nella seconda parte una straordinaria Ángeles Blancas Gulín  impressiona innanzitutto per tenuta scenica e grande caratura vocale: l’emissione ferma e generosa, l’omogeneità nel timbro e il volume ampio le consentono una interpretazione riuscita a tutto tondo.
L’orchestra della Fenice vede il giovane  Francesco Lanzillotta raccogliere un’altra sfida difficile ma ben riuscita della sua carriera. Riesce a trovare un tessuto uniforme al suono gestendo la partitura con piglio sicuro e deciso. I ritmi sono serrati e l’energia è palpabile. Aggiunge colore e brillantezza allo spettacolo in fusione con la protagonista che segue ed esalta.
Il pubblico purtroppo ha visto qualche defezione nel corso della serata, ma coloro che sono rimasti hanno molto apprezzato i protagonisti, lo spettacolo e l’orchestra nella figura del direttore.
Maria Teresa Giovagnoli
PRODUZIONE E INTERPRETI
 Zápisník zmizelého 

Jan                              Leonardo Cortellazzi
Zefka                         Angela Nicoli
Tre voci femminili    Loriana Marin, Gabriella Pellos, Alessandra Vavasori
mimo
                          Francesco Bortolozzo
pianoforte                  Claudio Marino Moretti

La voix humaine 
Direttore                    Francesco Lanzillotta
Regia                           Gianmaria Aliverta 
Scene                           Massimo Checchetto
Costumi                     Carlos Tieppo
Light designer           Fabio Barettin
Una donna                 Ángeles Blancas Gulín  
mimo                          Francesco Bortolozzo

Orchestra del Teatro La Fenice




Foto Michele Crosera

OTELLO, G. VERDI – TEATRO REGIO DI PARMA, domenica 4 ottobre 2015







Come primo appuntamento operistico del Festival Verdi 2015 il Regio di Parma punta su un titolo come Otello che immediatamente suscita forte impatto ed anche grandi aspettative da parte del pubblico che difatti alla recita cui abbiamo assistito è accorso numeroso e da diverse parti del mondo. Gioco forza richiedere un regista del calibro di Pier Luigi Pizzi, che ha naturalmente concepito l’intero allestimento di questa produzione curando regia, scene e costumi. 
C’è da dire che dal punto di vista drammaturgico lo spettacolo ci sembra rispondere a quanto la nostra mente è portata ad immaginare conoscendo gli avvenimenti. I singoli ruoli sono caratterizzati da una evidente forza interiore che sfocia poi nelle diverse personalità: Otello è animato da fiero valore militare che si trasforma in forza passionale nei riguardi della sua sposa, capace certo anche di carezzevoli maniere quando solo con essa; potenza distruttiva invece diviene la sua fierezza nello scatenarsi della gelosia. Jago è fondamentalmente l’eterno secondo che cerca di emergere colpendo chi è più in alto di lui, ma l’incertezza di riuscire ne fanno un alfiere marcatamente duro, a tratti rozzo, per cui l’ira che rode il suo animo non può che condurlo alla sconfitta morale. L’innocente Desdemona è una donna incredibilmente austera, quasi divina nel suo incedere ed agire, con veste bianca a contrasto (tipico) con gli altri interpreti in pelle nera o comunque vesti scure. La sua fermezza nell’affermare l’innocenza è mista al dolce afflato amoroso che nonostante le calunnie ed il disprezzo, soffia sempre per il suo sposo. Tutti i ruoli che contornano i protagonisti, Cassio in primis tra questi, sono come trottole che agevolano il divenire degli eventi, ma apportando ciascuno del proprio.

Dal punto di vista scenografico probabilmente è già tale la forza stessa dei personaggi che non si è pensato servisse altro: il palco è pressoché sempre uguale con lo spostarsi di architetture scarne e monocromatiche, che da archi e scalette si trasformano in una specie di anonima e squadrata sala del trono, che poi lascia il posto al letto di Desdemona per l’ultimo atto in luogo della camera da letto. Grande dunque il lavoro delle luci di Vincenzo Raponi ad arricchire di effetti ad impatto visivo le emozioni in scena.

Risponde in modo adeguato tutto il cast, con due leoni come  Rudy Park e Marco Vratogna a dettar letteralmente legge tra tutti.

Il giovane Park affronta davvero con generosa passione il ruolo del protagonista. In lui troviamo il condottiero che arde di vera passione per tutto ciò che gli sta a cuore: il suo dovere di governante e la sua adorata sposa. Nella sua voce calda e robusta vibra tanta energia quanto entusiasmo nell’affrontare un sì mastodontico ruolo. Se nel primo atto abbiamo notato qualche piccolissimo portamento atto probabilmente a gestire in sicurezza il suono, ben più controllato e sicuro dal secondo atto in poi il tenore ha regalato emozioni sia vocali che interpretative. La sua pronuncia dell’italiano è inoltre molto migliorata rispetto a quanto sentito diverso tempo fa. Insomma questo ragazzo continuerà certo a far parlare di sé e sempre in meglio.

Vratognasi cala nella parte dell’ingannatore Jago con audacia, forza e rabbia che esplode in potenza soprattutto quando in scena col suo antagonista.  Anch’egli dotato di una voce singolare che lo porta naturalmente verso ruoli di carattere, qui trova terreno fertile per colpire e stupire.

La dolce ma fiera Desdemona è una Aurelia Florian dalla voce molto particolare che ci colpisce favorevolmente: si lancia squisitamente in acuto e diviene facilmente sottile nei filati. La pasta è morbida e il suono si fa corposo nei centri per un effetto vibrante e sentito. Il personaggio è gestito con molta compartecipazione ed aggiungiamo anche evidente emozione che rende ancor più veritiero l’effetto complessivo.

Cassio è la pedina per attuare i piani di Jago ed il tenore Manuel Pierattelli adempie al suo ruolo con scioltezza e diremmo in contrasto col protagonista, offrendo una voce più mite e naturalmente portata all’acuto. Bene anche il Roderigo di  Matteo Mezzaro, come il Montano di Stefano Rinaldi Miliani ed il Lodovico di Romano Dal Zovo; di particolar bella voce scura è dotato l’Araldo Matteo Mazzoli.
Molto bene anche la Emilia di Gabriella Colecchia, dal timbro avvolgente e compartecipe nell’agire in scena.
La Filarmonica Toscanini diretta da Daniele Callegari trova lo stesso impeto dei cantanti sin dall’apertura in tempesta e per tutto lo spettacolo ci è sembrata accompagnare con viva energia gli eventi in essere. Il maestro ha tenuto salde le redini di cotanta compagine musicale lasciando a nostro avviso anche che gli interpreti potessero esprimersi al meglio.
Bene è stato istruito il coro del Regio da Martino Faggiani, di cui abbiamo apprezzato l’amalgama e l’impasto vocale. Il coro di voci bianche di Gabriella Corsaro ha animato con dolcezza e precisione la canzoncina del giglio per Desdemona.
Recita molto gradita con ovazioni per Park, Ventre e Florian e calorosi applausi per gli altri interpreti ed il direttore.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
 e direttore                              Daniele Callegari
Regia, Scene, Costumi          Pier Luigi Pizzi
Maestro Del Coro                  Martino Faggiani
Regista Collaboratore            Massimo Gasparon
Luci                                        Vincenzo Raponi 
Movimenti Coreografici        Gino Potente
Maestro D'armi                     Renzo Musumeci Greco
Scenografo Collaboratore     Serena Rocco 
Costumista Collaboratrice     Lorenza Marin 
Assistente Alla Regia             Marco Fragnelli

GLI INTERPRETI

Otello

Rudy Park 
Jago
Marco Vratogna
Cassio
Manuel Pierattelli
Roderigo
Matteo Mezzaro
Lodovico
Romano Dal Zovo
Montano
Stefano Rinaldi Miliani
Un araldo
Matteo Mazzoli
Desdemona
Aurelia Florian
Emilia
Gabriella Colecchia
   
   
   
   
   
   
   
   
     


Maestro concertatore
 e direttore                              Daniele Callegari
Regia, Scene, Costumi          Pier Luigi Pizzi
Maestro Del Coro                  Martino Faggiani
Regista Collaboratore            Massimo Gasparon
Luci                                        Vincenzo Raponi 
Movimenti Coreografici        Gino Potente
Maestro D'armi                     Renzo Musumeci Greco
Scenografo Collaboratore     Serena Rocco 
Costumista Collaboratrice    Lorenza Marin 
Assistente Alla Regia             Marco Fragnelli

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA
CORO DI VOCI BIANCHE E GIOVANILI ARS CANTO “GIUSEPPE VERDI”

Maestro del coro di voci bianche
GABRIELLA CORSARO
 
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
Spettacolo con sopratitoli in italiano e inglese








 Foto Roberto Ricci

BOHEME, G. PUCCINI - TEATRO GRANDE DI BRESCIA, VENERDI' 2 OTTOBRE 2015






Il progetto che debuttò nel 2012 con successo al Macerata Opera Festival approda al Grande di Brescia per inaugurare la nuova stagione d’Opera con la Bohème di Puccini secondo Leo Muscato. In questo allestimento il regista ha visto un parallelismo tra i famosi disordini rivoluzionari della capitale francese di metà Ottocento e la rivoluzione a tutto campo che si svolse nel Sessantotto del secolo scorso nel nostro paese, immaginando che i poveri ma rampanti giovani bohèmien potessero essere trasportati a quell’epoca in cui anche i nostri ragazzi  fecero sentire forte la voce di protesta. Così la La Barriera d'Enfer qui diventa una fonderia ove gli operai sono sfruttati e sottopagati in ambiente malsano e sfilano con cartelloni di protesta per ottenere condizioni lavorative più umane, mentre i gendarmi cercano di sedare lo scompiglio. Mimì, la dolce fioraia di Puccini, pur conservando il carattere che da sempre contraddistingue questo ruolo,  non è altro che una delle tante operaie della nostra storia recente intossicata da ciò che respira a lavoro e per questo vittima della sua stessa condizione sociale. 
Il viaggio nella Bohème di Muscato passa dalla realtà visiva con sottofondo storico-sociale, all’astratto dei sentimenti umani, sottolineando con forza e, a nostro avviso in certi casi in maniera troppo marcata, gli stati d’animo dei quattro protagonisti e delle loro amiche, che passano da una rassegnazione ingenua e spensierata, alla stessa rassegnazione aggravata dal dolore. La scenografia creata da Federica Parolini si innesta in questo tessuto registico divenendo sempre più cupa man mano che la storia avanza: primo quadro intriso del colore dei dipinti posti in una soffitta scarna ma vivace, se non altro per l’energia degli inquilini; il caffè Momus del secondo quadro sembra invece un disco/ pub piuttosto kitsch con qua e là motivi zebrati negli allestimenti. Si cambia decisamente con il terzo quadro ove la protesta operaia prende vita nella ‘Fonderia D’Enfer’ sotto la neve fitta, ma allo scomparire dei picchetti, la scena è giustamente incentrata sulle due coppie che rinnovano i propri sentimenti. Una tenda da campeggio offre ospitalità alle effusioni di Musetta e Marcello mentre Mimì e Rodolfo si stringono fuori incuranti del freddo. Niente soffitta che difatti sparisce al volo nell’ultimo quadro: i ragazzi impacchettano tutto quando sopraggiunge Mimì moribonda su di un letto d’ospedale con medici ed infermiere a confermarne lo stato di malattia terminale.

Il viaggio è così compiuto, la parabola della vita ha catapultato i giovani artisti verso la dura e fredda realtà.
Stile anni sessanta naturalmente gli abiti di Silvia Aymonino facilmente identificabili soprattutto dai motivi stampati sugli abiti femminili.

Nel cast di giovani troviamo innanzitutto una davvero ottima Maria Teresa Leva che ci ha convinti da tutti i punti di vista. La Mimì che interpreta qui è una lavoratrice forte e coraggiosa, povera ma dignitosissima nei gesti e negli sguardi cha sa condire di dolcezza e malizia quando in compagnia di chi le interessa. Il timbro è solido dalla pasta ricca e duttile, supportato da tecnica vocale e preparazione. Meravigliosa la resa di ‘…e la man tu mi prendevi’ , glissando e smorzando come se effettivamente stesse per venir meno, così come riuscitissimo l’ultimo sospiro: ‘..e dormire’ emesso con precisione ma effettivamente morente e straniante, gran classe!

Le si affianca un generoso Matteo Lippi, spensierato Rodolfo finché la vita gli consente di andare avanti, ma il cuor che duole e la miseria lo rendono sempre più vulnerabile. Abbiamo già incontrato il tenore in questo ruolo e ci sembra notare una certa maturazione dal punto di vista interpretativo, molto più centrato nel personaggio anche grazie ad una regia che come detto amplifica atteggiamenti e situazioni. La sua voce morbida e delicata è atta a sottolineare soprattutto l’aspetto elegiaco del suo essere.

Bene il Marcello di Sergio Vitale, altro anello fondamentale della cerchia di amici e artisti, che si trova impelagato in una storia di odio-amore con la furbetta ma buona Musetta. Ci piace il colore della sua voce scura e penetrante che aggiunge calore e robustezza alla sua interpretazione viva ed efficace.
La sua Musetta Larissa Alice Wissel invece è un po’ troppo ed esclusivamente civettuola, complice certo la regia che la vede come una specie di soubrette tutta paillettes e poco cervello, ma anche dal punto di vista vocale ha tenuto sempre un atteggiamento eccessivo colpendo il suono negli attacchi che risultano scattosi e nell’emissione che talvolta stride anche in acuto.

Alessandro Spina risolve il suo Colline con cuore e sentimento, in linea con i suoi compagni di sventura/avventura, coronando la sua serata con una buona ‘vecchia zimarra’.
Il meno felice dei quattro è parso lo Schaunard di Paolo Ingrasciotta, che abbiamo applaudito in tutt’altro repertorio e che qui forse non trova una sua appropriata collocazione: eccessivamente caricato nel fare il giovane ganzo e a briglia sciolte, che il regista talvolta ha voluto quasi sciocchino, come ad esempio nella scena dei balletti nel quarto quadro che a nostro avviso è sì ironica, ma affatto demenziale.

Il folto cast vede infine un ottimo e simpatico Paolo Maria Orecchia come Benoit / Alcindoro, il sergente dei doganieri di Eugenio Bogdanowicz col doganiere Victor Andrini, ed il venditore ambulante di Mattia Rossi col Parpignol Daniele Palma, che entra in scena col coloratissimo e grazioso armamentario ambulante dei suoi giocattoli.
Sempre piacevole assistere ad un coro giovanile ben preparato come quello dell’ Istituto Monteverdi di Cremona di Hector Raul Domiguez, i cui bimbi indossavano dei cappellini natalizi. Preparato invece da  Antonio Greco è l’ottimo coro di OperaLombardia.

Infine l’orchestra è guidata dal Maestro Giampaolo Bisanti, il quale ogni volta che dirige un capolavoro di Puccini sembra trovare nuovi spunti e nuove attenzioni nei confronti della partitura, sempre al servizio dello spettacolo e dei cantanti che dirige: non un mero accompagnamento al canto, ma un sottolineare sfumature e dinamiche con colori ed accenti che fanno il suono ricco, avvolgente, in sintesi immenso.

Il pubblico si è scaldato man mano nella serata tributando al termine un bel successo con calorosi applausi per tutti i protagonisti, il direttore ed anche gli ideatori dell’allestimento.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Giampaolo Bisanti
e direttore    
Regia                                     Leo Muscato

Scene                                     Federica Parolini
Costumi                                 Silvia Aymonino
Light designer                       Alessandro Verazzi
Maestro del coro                   Antonio Greco
Maestro del coro di voci bianche    Hector Raul Domiguez


GLI INTERPRETI

Rodolfo                                   Matteo Lippi
Marcello                                 Sergio Vitale
Schaunard                              Paolo Ingrasciotta
Colline                                    Alessandro Spina
Benoit / Alcindoro                  Paolo Maria Orecchia
Mimi'                                      Maria Teresa Leva
Musetta                                  Larissa Alice Wissel
Parpignol                                Daniele Palma
Un venditore ambulante        Mattia Rossi
Un sergente dei doganieri    Eugenio Bogdanowicz
Un doganiere                         Victor Andrini

ORCHESTRA I POMERIGGI MUSICALI DI MILANO
CORO OPERALOMBARDIA
CORO VOCI BIANCHE ISTITUTO MONTEVERDI DI CREMONA – PROGETTO MOUSIKE’
BANDA DI PALCOSCENICO ISIDORO CAPITANIO BRESCIA

ALLESTIMENTO DEL MACERATA OPERAFESTIVAL
COPRODUZIONE TEATRI OPERALOMBARDIA E FONDAZIONE I TEATRI DI REGGIOEMILIA






Foto Umberto Favretto

paolo_bordogna

DO RE MI…..PRESENTO – intervista a PAOLO BORDOGNA

L’Artista che incontriamo oggi è uno dei più ricercati bassi-baritoni degli ultimi tempi, il grande Paolo Bordogna, che sta riscuotendo un bel successo al Teatro San Carlo di Napoli proprio in questi giorni con il ruolo di Don Pasquale, nella celebre opera di Donizetti. Recentissimo il suo debutto alla Washington National Opera - Kennedy Center Opera House con la Cenerentola di Rossini ed alla Wiener Staatsoper nel ruolo di Leporello nel Don Giovanni di Mozart. Inoltre ad agosto ha debuttato nel ruolo di Figaro alla Opera House di Sydney in una nuova produzione de Le Nozze di Figaro di Mozart sotto la direzione di Sir David McVicar. Grande è il successo del suo CD dal titolo “Tutto Buffo” dedicato ai suoi ruoli principali per l’etichetta DECCA, che ha visto la definitiva affermazione di Bordogna come uno dei cantanti italiani di maggior valore internazionale.Con la simpatia che lo contraddistingue e tanta disponibilità tra i suoi mille impegni siamo riusciti a porgli qualche domanda a cui ha risposto con schiettezza e cordialità.

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VIDEO INTERVISTE - IL MAESTRO GIAMPAOLO BISANTI

Il Direttore d'orchestra milanese ci parla del suo lavoro, del mondo dell'Opera e di qualche piccola curiosità sulla sua vita, tra una prova e l'altra di Bohème a Brescia.

Maria Teresa Giovagnoli

 

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LA CAMBIALE DI MATRIMONIO, GIOACHINO ROSSINI – VENEZIA, TEATRO LA FENICE, MERCOLEDI’ 9 SETTEMBRE 2015





La prima delle farse comiche in un atto del poco più che adolescente Gioachino Rossini torna questa volta al Teatro la Fenice con l’allestimento che nel 2013 fu una deliziosa produzione per il progetto Atelier al Malibran. In un pout-pourri di temi cari al teatro buffo del settecento si dipana la vicenda in verità semplice che oppone due giovani innamorati ad un vecchio genitore burbero e calcolatore. Nonostante possa sembrare raccapricciante il tema di fondo, ossia voler ‘vendere’ la propria figlia con tanto di cambiale che ne certifichi l’acquisizione, è tale la leggerezza con cui si susseguono le scene che scorrono come un fiume in piena, che a noi resta solo il buon umore per quanto visto e quasi non ci si accorge del tempo che passa. Complice certo il libretto di Gaetano Rossi, ma naturalmente e soprattutto la musica di Rossini fresca e carica di giovane impeto. Gli interpreti non hanno tregua nell'azione resa frizzante da gag che inducono spesso al sorriso, per quello che in fin dei conti è un fatto verosimile portato fino all’assurdo, noto a quel tempo per la omonima commedia di Camillo Federici. Come già riportammo a suo tempo la vicenda secondo il regista ed ex grande interprete rossiniano Enzo Dara è trasportata dal suolo inglese alla nostra Venezia, non solo rappresentata dai romantici scorci che si intravedono dalla elegante casa del ricco Tobia Mill, ma  anche sui raffinati costumi dei protagonisti, in linea con l’epoca del compositore e davvero molto belli da vedere, opera di Federica Miani. Tra le pareti di casa Mill, a cura di Stefano Crivellari, abbiamo ritrovato anche i servitori/maschere del carnevale veneziano che con i loro muti siparietti hanno contribuito a rendere frizzante lo spettacolo. Il lieto fine riserva anche la sorpresa di una Fannì in dolce attesa da Milfort, per la gioia di uno stupito ma ormai domato papà Tobia.


E se gli avvenimenti scorrono via rapidi, frizzante è la concertazione di Lorenzo Viotti, giovanissima bacchetta alla testa dell’orchestra della Fenice, che impone ritmi serrati allo spettacolo, non mancando certo di slanci lirici soprattutto nell’accompagnare i giovani amanti, si pensi alla delicatezza di ‘Tornami a dir che m’ami’. Fondamentale il contributo di Alberto Boischio al fortepiano.

In tal senso dinamici e spigliati gli interpreti che compongono il piccolo cast dell’opera.
Vero mattatore ed assoluto padrone degli eventi ritroviamo come nella precedente edizione Omar Montanari. Non solo maestro nel canto preciso e dal timbro vocale voluminoso, ma anche attore consumato e collante di tutto il cast. Il tanto desiderato genero Slook è un brillante Filippo Fontana, che eccelle molto più in recitazione che in canto. Altro ritorno nel cast è quello della giovane Marina Bucciarelli come Fannì. La voce è squillante e facilmente si lancia in acuto, l’interprete è sempre fresca e disinvolta. Discreto l’innamorato Edoardo Milfort impersonato da Francisco Brito, che ha sì una bella voce dal velluto morbido, ma potrebbe affrontare la parte con ancora più slancio emozionale. Norton è un buon Claudio Levantino partecipe e disinvolto; mentre ritorna Rossella Locatelli come Clarina, dalla voce interessante dotata di un certo volume, anch’ella con buone capacità interpretative. Applaudita soprattutto per la sua aria ‘Anch’io son giovane’.

Teatro pieno di pubblico festante che ha attribuito molti applausi a tutti gli interpreti, al giovane direttore ed al regista che ci ha omaggiato della sua presenza.


Maria Teresa Giovagnoli  



LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Lorenzo Viotti
regia                                       Enzo Dara
scene                                      Stefano Crivellari
costumi                                  Federica Miani
luci                                         Elisa Ottogalli
maestro al fortepiano           Alberto Boischio

GLI INTERPRETI

Tobia Mill                             Omar Montanari
Fannì                                     Marina Bucciarelli
Edoardo Milfort                   Francisco Brito
Slook                                      Filippo Fontana

Norton                                   Claudio Levantino
Clarina                                  Rossella Locatelli

Orchestra del Teatro La Fenice
 

Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia

con sopratitoli in italiano e in inglese
allestimento Fondazione Teatro La Fenice


progetto Atelier della Fenice al Teatro Malibran




Foto Michele Crosera