STORIA E MAGIA CON LA MOSTRA AMO PAVAROTTI A VERONA, PALAZZO FORTI, 23 aprile – 3 novembre 2013




Uno dei motivi che spinge la gente a recarsi a teatro è sicuramente il desiderio di provare forti emozioni. E spesso iniziative collegate al mondo dell’Opera si rivelano entusiasmanti esattamente quanto lo è stare seduti in platea o in un palchetto mentre il nostro cuore palpita insieme agli interpreti che in quel momento stanno vivendo un dramma o una gioia immensa in scena. Il luogo che per fama, importanza, storia e prestigio, si collega immediatamente alla grande Lirica italiana è certamente l’Arena di Verona, il cui festival estivo quest’anno festeggia come tutti sanno cento primavere. Il Museo ArenaMuseOpera (AMO) di Palazzo Forti celebra un doppio appuntamento nel suo spazio espositivo: quello della magia delle notti veronesi che si perpetuano dal lontano 1913, e quello della magia che il più acclamato italiano al mondo faceva rivivere ogni volta che saliva sul palco: Luciano Pavarotti.



L’Associazione Pavarotti, il cui cuore pulsante è la Signora Nicoletta Mantovani, che non finisce mai di stupire per le iniziative che ci regala, e per il continuo amore con cui si dedica all’associazione stessa, onora la città in cui tante volte il compianto tenore si è esibito, ben sette stagioni in Arena, con questo straordinario evento, AMO Pavarotti, che associa il nome della mostra permanente dedicata al festival areniano, all’amore che tutti hanno sempre provato per l’arte del grande modenese.

Nove sono le stanze dedicate in modo specifico al Maestro, in cui si susseguono video, installazioni multi schermo, strutture video trasparenti e di tessuto, in modo da far sentire il visitatore quasi come su di un palcoscenico e trovarsi nel mezzo di una rappresentazione. La voce del Maestro a coronare il tutto con ricordi, esperienze, emozioni e soprattutto, il suo canto che accompagna il percorso sala dopo sala. Colpiscono gli oggetti usati dall’Artista, come il suo mitico cappello di paglia, o la camicia a fiori colorati che in tante fotografie spensierate abbiamo ammirato, nonché gli spartiti sui quali studiava con i suoi appunti ancora leggibili sparsi per le pagine, ed ancora quel chiodo ricurvo che soleva cercare in giro per i palcoscenici prima delle rappresentazioni, come gesto scaramantico e portafortuna.

Impressionante la sala con le numerose foto che descrivono momenti ‘rubati’ in compagnia di  innumerevoli personalità del mondo politico ed artistico. Big Luciano era amato veramente da tutti, lo si evince anche dalle testimonianze d’affetto scritte ed inserite nell’esibizione. Molto dolce la lettera scritta da Lady Diana Spencer, che si rammaricava di non aver potuto assistere ad una sua recita, e quella della cantante Celine Dion, carica di affetto e stima, a testimonianza di come fosse in grado di unire tanti mondi diversi. Ed infiniti potremmo definire i premi assegnati nella sua lunghissima carriera. La sala ad essi dedicati li mostra in fila e stupisce come la maggior parte provengano dagli Stati Uniti, un paese che lo adorava: ben cinque Grammy Awards, un American Music Awards, un Grammy Legend Awards, e così via.

Bellissimo anche l’angolo dedicato ai costumi di scena, che alcuni fortunati potranno anche riconoscere per averli visti indossati in qualche rappresentazione. Ampio spazio è dedicato anche al ricordo dei cast che in Arena si sono esibiti col Maestro durante i festival che lo hanno visto come protagonista con immenso successo. Perla rara dell’esposizione le immagini fino ad ora inedite delle prove di Turandot datate 1997 al MET di New York proiettate in una delle sale dell’esposizione.

Alla fine di questo viaggio nel recente passato della nostra storia operistica un pensiero ha riempito la mia mente dopo tutte le emozioni che ho provato: la grandezza del nostro Paese. Il Maestro Pavarotti è stato e sempre sarà un vanto per la nostra Arte, per aver fatto conoscere ancor di più nel Mondo la grandezza dei nostri artisti, della nostra musica, dei nostri teatri. 
Ma anche la consolante consapevolezza che oggigiorno vi siano altri giovani talenti che stanno perseguendo il percorso del grande tenore, contribuendo a renderci fieri di un'Arte che non può e non deve estinguersi nonostante le difficoltà evidenti dei nostri tempi, a dimostrazione che se i più grandi musicisti, registi, compositori, e naturalmente cantanti al mondo, provengono dal Belpaese, una ragione deve esserci per forza: passione e qualità.

Un grazie ai curatori della mostra, e un grazie speciale alla meravigliosa Signora Mantovani, per questo contributo davvero unico e speciale che mi ha fatto sognare ancora una volta, come se il  grande Luciano fosse ancora qui con noi.
MTG










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OTELLO, GIUSEPPE VERDI – TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, giovedì 2 maggio 2013, ore 20,30




Inaugurazione della Stagione Lirica 2013 all’insegna del genio verdiano.
Una delle opere più difficili da mettere in scena e scelta coraggiosa di una rinnovata ed autorevole Direzione Artistica.
Otello è opera complessa per diverse ragioni: grandi scene d’assieme, vocalità sfogate ed esasperate fino ai limiti tecnici più difficoltosi ed orchestrazione densa, virtuosistica e di difficile tenuta.
Lo spettacolo andato in scena ieri sera è stato da un punto di vista registico piuttosto interlocutorio. La regia di Eimuntas Nekrosius è criptica, nebulosa e totalmente avulsa dalla vicenda shakespeariana e dalla sua rielaborazione di Boito.

I protagonisti si muovono disorientati su una scena moderna, insignificante e priva di qualsiasi riferimento anche logico al contesto storico e sociale della vicenda.
Orribili i costumi come pure i movimenti grotteschi e poco intelligenti delle masse corali e dei singoli personaggi.

Il palcoscenico vedeva alcune eccellenze e alcune perplessità. Splendida e centrata la Desdemona di Cinzia Forte; accorata, partecipe e dalla linea di canto purissima. La Forte è artista dalla voce morbida, ben proiettata in sala ed è artista capace di trasmettere tutta la sofferenza e la commozione del suo ruolo nonostante una regia sciagurata la costringesse a movimenti assurdi e del tutto incoerenti.

Paolo Gavanelliè stato un Jago intenso e dalle grandi qualità vocali ed interpretative; perfido, maligno, accattivante e sottile alla bisogna sfoggiando un timbro imponente, una tecnica agguerrita ed un colore adattissimo a questo repertorio.
Discreto il Cassio di Cristiano Cremonini come pure il Roderigo di Mirko Guadagnini.
Eccellente prova per l’Emilia di Giovanna Lanza che con la sua voce ampia, scura, quasi contraltile ha disegnato con i giusti accenti un’Emilia pressoché perfetta dimostrandosi artista di razza, un lusso per un ruolo tutto sommato marginale.

Ottime la voci gravi di Ziyan Afteh come Lodovico, Francesco Cardinale nella parte di Montano e Alessandro Perucca in quella dell’Araldo.

Purtroppo il monumento del protagonista sia vocalmente che interpretativamente ieri sera è mancato.
Kristian Benediktsi presenta a Cagliari con voce piccola, opaca, non a fuoco nel registro di passaggio, poco appoggiata negli acuti e nei gravi e con un timbro afflitto da una consistente e persistente presenza d’aria. Il personaggio è volgare e l’artista provo di qualsiasi aderenza stilistica alla parola italiana e al senso di ciò che sta cantando.

Il coro diretto da Marco Faelli ha dimostrato di essere di qualità superiore grazie a tutte le sezioni che lo compongono e ad una duttilità scenica veramente impressionante.

Protagonista indiscusso della serata il Maestro Giampaolo Bisanti che, alla guida di una straordinaria orchestra, eccellente nelle sezioni degli archi come in quelle dei fiati, trascina l’intero racconto verdiano attraverso delicatissimi ricami orchestrali, improvvisi lampi e splendide scene d’assieme.
Accompagna i cantanti gestendo gli equilibri tra palcoscenico e buca (quest’ultima davvero grande) in modo perfetto; la narrazione è sempre tesa e vibrante, il gesto ampio e chiarissimo per un risultato musicale di livello straordinario.

Al termine della serata è arriso un caldo successo per tutti i protagonisti con punte di entusiasmo e ovazioni per Bisanti e qualche isolata contestazione per il tenore; peccato non aver potuto applaudire o dissentire il regista e il suo staff dato che non hanno avuto il rispetto di presentarsi né singolarmente né con gli altri protagonisti della serata alla ribalta per ringraziare il pubblico.

LA PRODUZIONE
Maestro concertatore e direttore    Giampaolo Bisanti
Regia                                                 Eimuntas Nekrosius
Scene                                                 Marius Nekrosius
Costumi                                             Nadezda Gultiajeva
Luci                                                   Audrius Jankauskas
Maestro del coro                              Marco Faelli
Maestro del coro di voci bianche    Enrico Di Maira

GLI INTERPRETI
Otello                                                 Kristian Benedikt 
Desdemona                                       Cinzia Forte 
Jago                                                   Paolo Gavanelli 
Emilia                                                Giovanna Lanza
Cassio                                                Cristiano Cremonini
Roderigo                                           Mirko Guadagnini
Lodovico                                           Ziyan Atfeh
Montano                                           Francesco Cardinale
Un araldo                                          Alessandro Perucca

Orchestra e Coro del Teatro Lirico
Coro di voci bianche del Conservatorio Statale di Musica "Giovanni Pierluigi da Palestrina" di Cagliari

Allestimento della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari



IL ‘SUONO’ DELLA OTO E BATTISTONI PER L’INAUGURAZIONE DELLA RASSEGNA AL TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, domenica 28 aprile 2013, ore 21,00.




Nel descrivere il concerto inaugurale di ieri sera al Teatro Olimpico di Vicenza per l’annuale rassegna ‘Il suono dell’Olimpico’,  non si può fare a meno di pensare che ben quattro grandi nomi si siano incontrati in una sola serata di straordinario valore artistico, in cui la grandezza dell’arte è stata dunque protagonista nel senso più completo del termine. Innanzitutto i due giganti della musica internazionale come Verdi e Wagner, presentati in una carrellata delle loro sinfonie più note; poi la straordinaria bravura e personalità del giovane direttore d’orchestra Andrea Battistoni , che è tornato in città se vogliamo ancora più trionfalmente dello scorso dicembre;  infine, il sommo Andrea Palladio, il cui teatro stupisce ogni volta per perfezione architettonica e splendore. Qui l’orchestra che prende il nome proprio da questo gioiello, ritrova una sonorità ed una profondità di accenti ancor più che in altri luoghi. E da un incontro così felice di grandezze, una serata magica ne è stata la naturale conseguenza.

In apertura la sinfonia del Nabucco, ove il Maestro ha fatto subito intendere con che spirito avrebbe condotto l’orchestra durante la serata. Piglio deciso  per un ritmo serrato ma mai eccessivo, controllo delle dinamiche e attenzione costante verso tutte le sezioni. Con la sinfonia dal wagneriano Rienzi il suono si fa intenso e maestoso, carico di tensione e sentimento, per poi divenire più leggero e misurato con Stiffelio.

Un cambio di luci ha introdotto le atmosfere della seconda parte con Eine Faust Ouverture, ove il Maestro veronese è riuscito a trasmettere sensazioni di mistero e sospensione, con suoni che quasi trascendono l’attimo in corso, a sottolineare l’argomento misterico del dramma che tale musica descrive. Uno dei pezzi più riusciti del concerto. 
Molto bene i legni in evidenza nella ouverture di Giovanna d’Arco, ove tensione e precisione di insieme si mescolano alla dolcezza quasi fiabesca dei solisti che dialogano meravigliosamente tra loro.

Nelle note dell’Idillio di Sigfrido sono evidenti molteplici sensazioni che a nostro avviso l’orchestra ha potuto trasmettere grazie al carisma del suo direttore: pathos, romanticismo, delicatezza, ricordi sognanti, passione.. Questo meraviglioso pezzo orchestrale fu infatti scritto dal compositore di Lipsia per la signora Cosima Wagner, in occasione della nascita del terzo figlio della coppia e che non avrebbe neanche mai dovuto essere eseguito in pubblico. Con alcuni temi tratti dall'opera Sigrfied, questo delicato omaggio alla serenità coniugale desta quasi commozione, soprattutto nel riconoscibile ‘motivo della purezza’ che descrive  Sigfrido appunto, il cui nome era stato dato al neonato. Gran finale con La battaglia di Legnano, ove le note si rincorrono come cavalli al galoppo verso una trionfale chiusura del concerto.

L’Orchestra del Teatro Olimpico ha mostrato una sezione dei legni ben equilibrata che si è fatta notare positivamente, come detto,  soprattutto nelle parti solistiche. Il tutto accompagnato da violini che viaggiano sempre più all'unisono. Anche la sezione degli ottoni sta trovando un buon equilibrio nell’organico, per un risultato di insieme che evidenzia l’impegno dei professori e di chi li sta accompagnando nella loro crescita. Pregio del Maestro Andrea Battistoni è l’estrema versatilità nella sua direzione. Sicurezza dovuta ad una profonda conoscenza musicale, che gli permette di guidare i musicisti in modo da ottenere un suono di volta in volta diverso, in linea con quanto richiesto dalla partitura, ma anche dalla tensione narrativa di ciò che queste sinfonie raccontano. Il pubblico lo ha applaudito lungamente richiamandolo sul palco svariate volte, venendo premiato con il bis del primo pezzo in programma. Una serata di giganti, e come lo stesso Maestro ha sottolineato prima del bis: ‘Viva Verdi…ma anche Riccardo!’.
MTG



ELISIR D’AMORE, GAETANO DONIZETTI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, martedì 23 aprile 2013, ore 20,00






La furbizia a volte viene premiata se ci si trova al momento giusto nel posto giusto. Così il furbastro medico ciarlatano Dulcamara si trova a rifilare dietro ovvio compenso l'odontalgico mirabile liquore ad un povero innamorato senza speranze di conquistare la ricca fittavola Adina, (che meditava perfino di morir soldato, tanto era disperato), per poi addirittura vedersi attribuito il successo dell’impresa amorosa con la bella fanciulla, conquistando ancora più fama e successo, senza assolutamente esserne meritevole.
E’ su di un filo che pende tra dramma e felicità, tra la rassegnata disperazione ed il gaudio ineguagliabile di chi poi può finalmente vivere la storia che tanto desidera, che si sviluppa l’opera di Donizetti, che il Teatro Filarminico di Verona ha nel 2009 presentato con questa produzione bellissima che guarda alla tradizione, ma non risulta mai pesante e che, anzi, diverte moltissimo grazie alla gestualità e resa sul palco delle situazioni ideate da Riccardo Canessae dai simpatici costumi di  Artemio Cabassi. Si pensi a come Dulcamara si presenta in scena, dotato di un coloratissimo costume, simpatici occhialini scuri e cappello e stivali rossi.

Questo melodramma giocoso in due atti fu eseguito la prima volta 12 maggio del 1832 al Teatro della Cannobiana di Milano, da un Donizetti che veniva dal successo del 1830 di Anna Bolena, opera del tutto diversa per argomento ed atmosfere, e che di lì a poco avrebbe trionfato con un altro suo grande capolavoro, Lucia di Lammermoor. Oggi rappresenta un must soprattutto nel repertorio dei tenori di fama mondiale, e continua a richiamare un folto pubblico, come è accaduto a Verona sia alla prima che alla seconda rappresentazione da noi ascoltata.
In un’ atmosfera palesemente giocosa si inserisce la compagine canora che ha saputo mostrare sul palco il giusto equilibrio tra capacità attoriali e vocali.

Irina Lungu  ha impersonato una Adina dal carattere deciso, maturo, non solo capriccioso, ma anche dal piglio accattivante e piena di brio. Del resto lo strumento di cui dispone si lancia in sala pienamente con corpo e volume, senza esitazione e sostenuto in tutta la gamma. Una bella prova.
Non se l’è cavata male anche il giovane Leonardo Cortellazzi, Nemorino, tenore leggero dalla voce molto pastosa ed acuta. Una dolcezza espressiva si fa notare nelle prove di maggior sentimento, ove l’interpretazione ha contato ancor più che la precisione esecutiva. Il pubblico lo ha molto apprezzato, sì da chiedere ed ottenere il bis della ultra celebre Una furtiva lagrima.

Credibile, divertente, ben eseguito e molto applaudito anche il Belcore di Gezim Myshketa. Ci sono ruoli in cui una voce possente e piena di  baritono non basta a rendere il personaggio, e qui l’interprete ha centrato il suolo con maestria e resa vocale pertinente. E non poteva certo mancare l'obiettivo uno straordinario interprete di riferimento per ruoli di carattere buffo, e magnificamente eseguiti, come è Bruno de Simone, uno straordinario Dottor Dulcamara. Conoscere il proprio mestiere e donare al pubblico un personaggio come il dottore imbroglione con lo spirito giusto, che diventa protagonista della scena passo dopo passo per conquistare il pubblico fino alla fine non è certo da tutti. Simpatia, doti attoriali e voce matura e sicura sono il presupposto per una resa perfetta del personaggio.
Molto bene anche la Giannetta di Rosanna Savoia, che ad una lineare esecuzione vocale ha unito una buona integrazione con i suoi compagni di ‘viaggio’.

Il coro è stato molto presente e partecipe come sempre, mostrando le qualità consuete di bravura e precisione.
Infine la bacchetta di Giacomo Sagripantiha incorniciato uno spettacolo davvero godibile sotto tutti i punti di vista, conducendo l’orchestra in modo puntuale, con attenzione al palco e in linea con la spensieratezza dell’atmosfera in essere. Pubblico numeroso, cosa che fa veramente piacere pur non trattandosi della prima, tantissimi applausi per tutti.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore
Giacomo Sagripanti
Regista
Riccardo Canessa
Costumi
Artemio Cabassi


GLI INTERPRETI

Nemorino
Leonardo Cortellazzi
Adina
Irina Lungu
Belcore
Gezim Myshketa
Il dottore Dulcamara
Bruno de Simone
Giannetta
Rosanna Savoia


ORCHESTRA E CORO DELL’ARENA DI VERONA















HANSEL UND GRETEL, E.HUMPERDINCK - OPERA NATIONAL DE PARIS, PALAIS GARNIER, 16 APRILE 2013, ORE 19.30




GRETEL
Ho sognato                                                          Ho visto una scala dorata
di ascoltare un sussurro, un tintinnio                      e angeli che scendevano da quella,
come cori di angeli,                                              angeli molto belli, con ali dorate.
come un canto che veniva dal cielo.                      HANSEL
Nubi di cotone bagnate di luce                              Devono essere stati almeno quattordici!
si avvicinavano flottando nell’oscurità.                  GRETEL
e poi d’improvviso tutto era luce,                          Li hai visti anche tu?
luce che scendeva dal cielo                                  HANSEL
e si spargeva in tutte le direzioni.                          Sì che li ho visti! Era meraviglioso…
                                                                          E ho visto come se ne andavano per di lì.


Opera rappresentatissima nei paesi di lingua tedesca in generale, questo capolavoro di Humperdinck, risulta quasi una rarità in Italia e pure in Francia dove a Parigi è stato rappresentato solo tre volte nel '900.

Incredibile davvero come questa sublime partitura, pensata per i più piccoli ma con un occhio ai grandi non riesca ad entrare nel repertorio dei nostri teatri. Eppure Hänsel und Gretel è comunque “merce pregiata”, di quelle, intendo, che soddisfano anche il palato più fino. Lo aveva già compreso Richard Strauss al quale si rivolse il compositore per proporgli la direzione della prima rappresentazione. “Veramente, questo è un capolavoro di prima categoria. E’ da molto tempo che un’opera non esercita su di me tale impressione: che calore, che fascino, che semplicità, che arte. Mio caro amico Voi siete un grande maestro!” – questo scrisse Strauss a Humperdinck accettando di dirigere la première di Weimar, il 23 dicembre 1893, tra l’altro accolta da un clamoroso successo.
Per sopperire a questa lacuna, l'Opéra de Paris ha pensato di allestire una nuova produzione al Palais Garnier, affidando la regia a Mariame Clément, la quale ovviamente per non passare come una banale naif che pensa malauguratamente di allestire il semplice racconto dei fratelli Grimm come si debba, cioè con la casetta di marzapane, la foresta incantata, la fata Sabbiolina e la fata Rugiadina, pensa ad un allestimento onirico, ove tutta la fiaba risulti come un sogno dei bambini protagonisti.
Sdoppiamento quindi della realtà, scena divisa in quattro piani differenti, dove la vita di tutti i giorni viene affidata a degli attori (bravissimi tra l'altro) mentre il sogno (l'opera vera e propria) ai cantanti, risultando questo confine spesso labile e da oltrepassare.
Non si esce mai dall'appartamento di famiglia, ma si passa costantemente dal sogno alla realtà e dalla realtà al sogno. Sogno inteso proprio come momento onirico notturno dei bambini nei loro lettoni.
Ecco quindi che i luoghi del quotidiano si contaminano nel mondo immaginario, come quando i bambini (cantanti) si credono perduti nella foresta incantata e urlano la loro paura, i genitori (attori), che si trovano nel salotto buono a passare una serata con degli amici, inviano nella camera dei ragazzi (attori) una amabile zietta che li consola dal loro incubo, diventando al contempo la fata Sabbiolina della storia.
I bambini resuscitati dall'incantesimo finale diventano qui gli amichetti che a sorpresa vengono a festeggiare il compleanno di Hansel dividendo una grossa torta che già fu la casetta di marzapane della strega, la quale ovviamente ha le sembianze della mamma, una mamma divoratrice e sensuale in abiti borghesi che nascondono in realtà abiti ben più succinti.
Un allestimento insomma pensato più per i grandi che per i piccini, e se al sottoscritto è piaciuto immensamente, forse il pubblico parigino si sarebbe aspettato qualcosa di più semplice e meno concettuale, visto i sonori ‘buu’ che hanno accolto la regista al suo presentarsi in proscenio per gli applausi finali.
Le scene e i costumi pensati da Julia Hansen, ritraggono l'interno di una famiglia piccolo borghese di fine ‘800 con i suoi bei mobili Biedermeier e i loro membri vestiti in perfetto stile fin de siècle.
Sul versante musicale, la coppia dei discoli fratellini erano Daniela Sindram (Hansel), un mezzosoprano solido, dalla tenuta vocale perfetta e perfettamente credibile nel ruolo en travesti e Anne-Catherine Gillet (Gretel), dalla voce fresca e delicata, ma salda e sicura nel registro acuto.
Perfettamente a loro agio anche Irmgard Vilsmeier (Gertrud) e Jochen Schmeckenbecher(Peter), hanno saputo confezionare una coppia di genitori da manuale.
Corretti musicalmente e scenicamente anche Elodie Hache (Sandmannchen) e Olga Seliverstova (Taumannchen).
Per impersonare il ruolo della strega cattiva (Knusperhexe) l'opéra de Paris ha pensato di chiamare un mostro sacro come Anja Silja, la quale nonostante la buona volontà e le consumate doti di artista non è riuscita a convincere nella non facile parte.
Nonostante un vibrato ormai compromesso dal passare degli anni, gli acuti restano sonorissimi e sicuri ma ahimè i gravi sono inudibili al limite del sussurro, privando il suo personaggio di una gran parte di quel carattere cattivo e perfido dovuto.
A capo di una ispiratissima orchestre de l'Opéra National de Paris, Claus Peter Flor ha saputo gestire con i giusti contrasti drammatici, un notevole scatto ritmico e soprattutto un’efficacissima cura degli impasti timbrici la partitura. Al direttore tedesco deve evidentemente piacere molto dosare le dinamiche strumentali per trovare il miglior colore possibile. Lo si è notato sia nel Preludio dell’opera che nella Pantomima che chiude il secondo atto e, direi, un po’ in tutto il corso della rappresentazione. Atmosfere davvero seducenti in orchestra - questa è una partitura meravigliosa, stesa con rara sapienza e gusto da un Humperdinck che, ricordo, aveva collaborato una decina di anni prima con Richard Wagner ai preparativi per l’allestimento di Parsifal a Bayreuth - hanno minuziosamente punteggiato l’evolversi degli avvenimenti in un clima fiabesco di incanto e fantasia.
Bravissimi anche le voci bianche del Choeurd'enfant de l'Opèra de Paris.
Successo per tutti, tranne qualche contestazione alla responsabile della regia, in un teatro, come sempre, stracolmo di pubblico attento e partecipe.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra  Claus Peter Flor
Regia                           Mariame Clément
Scene e costumi          Julia Hansen
Luci                                       Philippe Berthomé
Coreografie                      Mathieu Guilhaumon

GLI INTERPRETI

Peter                           Jochen Schmeckenbecher
Gertrud                       Irmgard Vilsmaier
Hansel                        Daniela Sindram
Gretel                         Anne-Catherine Gillet
Die
Knusperhexe             Anja Silja
Sandmannchen          Elodie Hache
Taumannchen            Olga Seliverstova

Paris Opera Orchestra
MAÎTRISE DES HAUTS-DE-SEINE ⁄ Paris Opera Children's Chorus





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DO RE MI…..PRESENTO – INTERVISTA A … SIMONE ALBERGHINI

Indubbiamente la voce da basso o baritono ha un suo fascino indescrivibile, e lo sapevano bene tutti quei geniali compositori che ne davano gran risalto, spesso attribuendo la parte del seduttore proprio ai cantanti dotati di quel timbro specifico, si pensi a Don Giovanni di Mozart, al Conte ne Le nozze di Figaro; oppure ruoli divertenti come il Don Basilio di rossiniana memoria o il Dulcamara di Donizetti, per non parlare dei grandi ruoli drammatici come Enrico VIII in Anna Bolena, il Re d’Egitto in Aida... Questi infatti, sono solo alcuni delle decine di ruoli che Simone Alberghini ha interpretato e letteralmente impersonato sin dall’inizio della sua splendida carriera internazionale. E la lista si allunga con ruoli in Maria Stuarda (Talbot), Poliuto (Callistene), i Puritani (Giorgio), Macbeth (Bancuo), e tantissimi altri ancora nei più importanti teatri al mondo. Se c’è una qualità che aggiunge valore alle sue interpretazioni è l’immedesimazione nella parte, lo studio approfondito del personaggio per poterne esprimere al meglio le qualità caratteriali oltre che vocali. Ecco la ricetta per un Artista di qualità che porta alto il nome della nostra Arte lirica nel mondo rendendoci davvero orgogliosi.

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FRANCESCO MELI, LADA KYSSYKOVA, ROSSANA RINALDI, GEZIM MYSHKETA PER VERONA LIRICA - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 14 aprile 2013, ore 16,30



La stagione dell’associazione Verona Lirica sta volgendo al termine con una escalation di stelle che via via si alternano sul palcoscenico del bellissimo Filarmonico di Verona. E’ uno spettacolo il pubblico stesso che riempie sempre più calorosamente la platea del teatro manifestando un affetto ed una soddisfazione per tutta l’organizzazione e per le serate di musica offerte.
Così ieri un altro bel concerto ha salutato una primavera finalmente arrivata a scaldare non solo il clima, ma anche i cuori dei presenti.

Tenore di fama internazionale, Francesco Meli, prossimo Nemorino nell’Elisir donizettiano proprio sullo stesso palco, non si è risparmiato offrendo interpretazioni accorate di tutte le arie in cui si è cimentato, che vanno dal Simon Boccanegra di Verdi, dalla Tosca (E lucean le stelle) ed il duetto col basso dal quarto quadro della Bohème, di Puccini, ed ancora Verdi con Trovatore (Ah sì, ben mio) e Rigoletto, con l’ intenso quartetto dell’ultimo atto insieme alle altre tre voci. Il tenore canta con voce di petto piena e spinta in avanti, capace anche di emettere dei piano ben appoggiati e dall’emissione sicura, con una intensità d’interpretazione notevole e convinta, senza mai trattenersi appunto.

Il soprano Lada Kyssykova è stata una piacevole scoperta, soprattutto con le arie pucciniane tratte dalla Turandot (Tu che di gel sei cinta), dalla Bohème (la celeberrima Sì, mi chiamano Mimì), dalla Rondine (Chi il bel sogno di Doretta) e dalla Butterfly in duetto con il mezzosoprano, nonché il citato quartetto dal Rigoletto. La cantante kazaka ha sicuramente un buono strumento a sua disposizione, rotondo e dal suono pieno anche sul registro più acuto; potrebbe offrire qualcosa in più nell’interpretazione dei personaggi, anche se non manca certo di presenza scenica. 

Rossana Rinaldi è già nota al pubblico del circolo lirico per la sua esibizione l’anno scorso sempre sul palco del Filarmonico. Con molto calore è stata salutata per quanta espressività e compartecipazione offrano le sue esecuzioni canore. Ha cantato senza esitazione e con la sua voce da mezzosoprano pieno, corposa e senza sbavature, oltre ai citati duetti, le arie tratte da Samson et Dalila di Saint-Saëns(Amour viens aider ma faiblesse), dalla Favorita di Donizetti (Oh mio Fernando), ed un omaggio alla sua terra con la canzone popolare ‘I’ te vurria vasà’.

A chiudere la ‘squadra’ di talenti, il baritono Gezim Myshketa, anche lui impegnato nell'Elisir al Filarmonico, con arie da Faust di Gounod, dal Don Carlos di Verdi (la bellissima ‘morte di Rodrigo’), e dal Falstaff (E’ sogno o realtà), sempre di Verdi. Sia da solo che con i colleghi della serata, ha mostrato una buona voce piena e spinta anche verso il tono tenorile, dal suono caldo e potente nell’emissione.

Il Maestro Patrizia Quarta ha infine omaggiato i presenti per la prima volta con due pezzi solistici sempre tratti da repertorio operistico e che sovente vengono eseguiti in concerto: gli intermezzi da Cavalleria Rusticana di Mascagni e dalla Manon Lescaut di Puccini. Sempre perfetta nelle sue esecuzioni, sembra davvero di ascoltare una intera orchestra con il suo pianoforte.

Premiati tutti gli Artisti come di consueto, applausi ed ovazioni per tutti. Grande soddisfazione per questo Circolo sempre più grande per qualità ed organizzazione.

MTG



GUDNI EMILSSON E BORIS PETRUSHANSKY AL FILARMONICO DI VERONA, SABATO 6 APRILE 2013, ORE 20,00




Per il decimo appuntamento della stagione sinfonica il Teatro Filarmonico di Verona ha presentato un programma bellissimo e di grande richiamo che può essere considerato uno dei più significativi della stagione.
Per la gioia dei presenti l’orchestra dell’Arena di Verona è stata chiamata ad eseguire il Concerto n. 2 in si bemolle maggiore per pianoforte e orchestra op. 83 di Johannes Brahms, la suite sinfonica Shéhérazade, op. 35 di Nikolai Rimskij-Korsakov e tra le due mastodontiche performance, anche il pezzo contemporaneo Dai calanchi di Sabbiuno di Fabio Vacchi.

Il Concerto di Brahms datato 1881, rappresenta un’ incredibile sfida per gli esecutori al pianoforte, data la sua difficoltà, ma soprattutto per l’intensità interpretativa che esso richiede. Alla prova sul palco è stato chiamato un Artista che non ha bisogno di presentazioni nel nostro paese data la sua intensa attività anche da docente in Italia: Boris Petrushansky. A dirigere l’orchestra il Maestro Gudni Emilsson, anch’esso già noto per le precedenti stagioni sinfoniche al Filarmonico, ove dirige per la terza volta.

Il maestro Boris Petrushanskyha mostrato cosa significhi immergersi completamente in quello che si sta eseguendo, come se la musica fosse essa stessa parte delle sue braccia e venisse fuori come un impeto richiamato dall’orchestra. Il tocco è deciso, indiscutibile perizia tecnica. Gli archi fanno da contorno corposo, l’orchestra propone un suono forte ed asciutto allo stesso tempo. Il maestro Emilsson infatti, in questa prima parte del concerto, pur dirigendo con molta enfasi, non cede alla tentazione di trascinare il suono in maniera da sovrastare il solista, che invece è protagonista assoluto. Il suono carezzevole del terzo movimento, per esempio, sorprende per delicatezza esecutiva e rimanda l’ascoltatore all’immagine di una barca che si allontana lentamente all’orizzonte fino a lasciare solo la visione delle piccole increspature dell’acqua baciata dal vento. Il maestro torna poi ad imprimere forza e corposità al suono nel quarto e travolgente movimento finale.

In apertura della seconda parte il breve brano di Vacchi scritto nel 1995 e poi ripreso fino al 1997, composto per commemorare il cinquantesimo anniversario della Resistenza italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Il titolo richiama appunto al luogo che vide trucidate circa cento persone dai nazisti in quel periodo infernale di guerra. Chiaro ed evidente il concetto di precarietà, di sdegno e dolore nelle note che il direttore ha diretto senza bacchetta, come a volere assecondare questi fasci di melodia non propriamente definita con entrambe le braccia libere. Il ritmo è regolare, scandito dal suono della campana che quasi  richiama all’ordine. Atmosfera ‘sospesa’ che attrae, fa riflettere.

Infine, la meravigliosa ed appassionata Shéhérazade a chiudere il concerto. L’energia che il Maestro Emilsson ha impresso ai musicisti ha coinvolto tutto il pubblico ipnotizzato. Questa suite orchestrale del 1888 di magnifico richiamo orientale, è uno dei più conosciuti ed apprezzati da appassionati esperti e non, ed il Maestro lo ha diretto con una enfasi incredibilmente compartecipe. Ha danzato sul podio, ha dialogato con i musicisti per un effetto di simbiosi ed un risultato maestoso. Come una valanga che investe in pieno senza colpo ferire, l’orchestra ha eseguito con forza, passione e dolcezza estreme le quattro parti di questa composizione che ha fatto sognare davvero di essere immersi in una di quelle Mille e una notte…

Applausi interminabili e plurime chiamate sul palco al Maestro Petrushansky, ed al Maestro Emilsson. Tanta emozione, tanta gioia, grande musica per grandi interpreti, un concerto di grandissimo successo.

MTG






THE RAPE OF LUCRETIA, BENJAMIN BRITTEN - TEATRO VALLI DI REGGIO EMILIA, Venerdì 5 aprile 2013, ore 20.00.



Quest’opera dalle forti emozioni, creatura dell’inglese B. Britten, che nacque esattamente un secolo fa, fu rappresentata per la prima volta nel non lontanissimo 1946. All’indomani dei delitti mostruosi dell’Olocausto, della tragedia della Seconda guerra Mondiale, il compositore inglese scrisse questo suo lavoro in cui è manifesto tutto lo sdegno per ciò che la storia aveva appena scolpito nelle menti dei sopravvissuti e di chi ne avrebbe letto successivamente. Il tema centrale si ispirò al dramma Le Viol de Lucrèce, di André Obey, di qualche anno precedente. L’antica Roma e l’Italia in generale da sempre hanno rappresentato una fonte di ispirazione per letterati e musicisti da tutto il mondo, ed anche il compositore di Lowestoft decise di portare in musica vicende accadute nel nostro Belpaese, e l’Impero Romano in questo dramma di Obey rappresentava evidentemente l’ideale spunto per esprimere sentimenti, paure, sdegno, verso temi eterni come il male della guerre, la violenza bruta che non conosce freno se non di fronte al proprio tornaconto, la prepotenza di uomini / guerrieri che questi mostrano nei confronti delle donne indifese...

E quanto più la virtù è grande, più feroce è il desiderio di conquista, come per una una terra, un popolo, o una donna appunto. Si vuole sempre ciò che non si può ottenere. Ed il superbo Tarquinio sa perfettamente che non otterrebbe mai spontaneamente i favori della moglie di Collatino, fiero generale romano, se non irrompendo con la forza nella volontà della sventurata Lucrezia.Il parallelo tra l’epoca di Britten e quella a cui l’opera si riferisce è proprio quello che il regista Daniele Abbado ha messo in scena con questa produzione datata già alla fine degli anni ’90 e che ad intervalli di tempo di pochi anni, da allora viene riproposta con sempre crescente successo di pubblico, anche a livello internazionale. E’tutto molto buio sul palcoscenico, le luci, i colori, le ambientazioni essenziali, ma efficaci. Le proiezioni di statue romane alternate ad immagini della Seconda Guerra mondiale scorrono su uno schermo all’inizio della rappresentazione, per poi restare una costante sia sullo schermo velato innanzi al proscenio, sia su quello più piccolo a sfondo degli eventi. 

Il palco è diviso in due piani e spesso i protagonisti si rivolgono fissamente al pubblico come se stessero parlando a se stessi innanzi ad uno specchio. Molto suggestivo l’effetto globale. Non ci sono arredi, ma una serie di elementi che, combinati con gli effetti di luce e con le strutture montate appositamente sul palco, creano le atmosfere giuste. La morte di Lucrezia lascia un incredibile senso di tristezza e mette lo spettatore in uno stato di ansia emotiva, anche per il fatto che l’interprete resta per tutto il resto della scena sospesa con la testa in giù alle corde che pendono dal soffitto del palco e la imbrigliano inesorabili.
Non un’opera di facile esecuzione, soprattutto per le continue dissonanze della musica che accompagna, ma che a tratti si rende dolce e soave, come nella scena dei fiori. E particolarmente impegnativo è il ruolo dei due cori, maschile e femminile, che introducono e spiegano i fatti in essere, ed esplicitati poi solo da un’interprete femminile ed uno maschile.
Il cast è stato di buon livello, è riuscito a dar vita ad esecuzioni centrate, attente e sul peso della parola, che nella lingua inglese crea fusione con particolare forza ed armonia con la musica, quand’anche essa stessa tenda ad essere stridente. Non una classica opera di arie melodiose e lacrimevoli; un continuo riflettere sul male, sul tradimento, sulla violenza, che le note di Britten esprimono con evidenza e dissonanze continue.
Kirstin Chavez incarna ciò che Lucrezia potrebbe rappresentare nell’immaginario collettivo: bellezza, portamento, classe, ma anche energia e forza di cuore. Con la sua interpretazione accorata del ruolo del titolo ha ipnotizzato il pubblico, ha saputo dar voce con le sue abilità ad una donna incredibilmente affascinante e volitiva. La sua voce ha una corposità da grande interprete sanguigna, più le note scavano a fondo e più si trova a suo agio, donando il giusto carattere e tensione al suono.
La sua balia Bianca è una credibilissima Gabriella Sborgi. Bello il colore della voce ed uniforme nell’emissione. Anche la sua parte si mantiene su registro medio basso e sa risolverla molto bene e con estrema facilità.
Il soprano Laura Catrani è Lucia. La sua voce ha un colore cristallino ed è leggera nell’emissione. Impersona la dolce domestica di Lucrezia con correttezza e vivo sentimento.
A suo agio nella parte di Tarquinio è sembrato  Jacques Imbrailo. Innanzitutto le movenze, per quanto la regia lo consenta, e poi la sua espressività, rendono credibile il personaggio, il tutto  incorniciato da una voce piena da baritono emessa con sicurezza e buon fraseggio. La scena dell’aggressione è resa con una grande intensità da entrambi gli interpreti, che non si sono sottratti a spintoni, cadute, ed una lotta quasi vera sul palco.
Anche Joshua Bloom è un Collatino dal buono spessore. Il colore della voce scuro, profondo all’ascolto e dall’ottimo volume, regalano una interpretazione convincente ed apprezzabile. Discreto il Junius di Philip Smith,  che ha saputo ben fare da contraltare ai due personaggi antagonisti nell’amore.
Infine Susannah Glanville e Gordon Gietz nelle vesti dei due ‘cori’, hanno ben figurato, soprattutto per come, sebbene quasi fissi sulla scena, abbiano espresso i sentimenti che fanno da sfondo all’intero dramma, pur peccando leggermente di volume nel caso del coro maschile.
L’orchestra che consta di un organico ridotto, alla guida di  Jonathan Webb ha accompagnato i momenti salienti della rappresentazione in modo corretto e deciso, anche se un po’ freddo nel complesso.
Il pubblico ha apprezzato tutti gli interpreti ed il direttore d’orchestra con calore e diverse chiamate sul palco. Davvero uno spettacolo che lascia il segno.
MTG
  
LA PRODUZIONE

Maestro concertatore Jonathan Webb
e direttore                    Daniele Abbado
Regia                         
Scene, costumi e luci  Gianni Carluccio
Video                           Luca Scarzella

GLI INTERPRETI

Lucretia                     Kirstin Chavez
Male Chorus             Gordon Gietz
Female Chorus         Susannah Glanville
Collatinus                  Joshua Bloom
Tarquinius                Jacques Imbrailo
Junius                        Philip Smith
Bianca                        Gabriella Sborgi
Lucia                          Laura Catrani

Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

allestimento de I Teatri di Reggio Emilia
coproduzione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, I Teatri di Reggio Emilia, Teatro Alighieri di Ravenna
 
versione in lingua originale con sopratitoli


LOHENGRIN, R. WAGNER - HRVATSKO NARODNO KAZALISTE U ZAGREBU, TEATRO NAZIONALE CROATO DI ZAGABRIA, 29 marzo 2013, ore 18,00




Il glorioso Teatro Nazionale Croato di Zagabria, uno dei più bei teatri d' Europa, è stato nel passato, remoto e recente, fucina di voci leggendarie che hanno fatto la storia dell'opera.
Basta fare alcuni nomi per accendere in un istante la memoria di produzioni e voci storiche note nel mondo.
Milka Trnina, leggendaria Kundry a Bayreuth e Tosca per eccellenza secondo il parere dello stesso Puccini; Sena Jurinac, splendida interprete mozartiana e straussiana; Rusa Pospis Baldani, acclamata mezzosoprano nei maggiori teatri del mondo, Dunja Veizovic, interprete di riferimento wagneriana, Lilian Molnar Talajic, Veneta Janeva Ivelijc, Giorgio Surjan, Stojan Stojanov…

Per celebrare degnamente il bicentenario della nascita di R. Wagner, il teatro ha pensato di allestire una nuova produzione di Lohengrin in coproduzione con il teatro di Wurzburg, utilizzando, primo in Europa, la nuova partitura critica pubblicata da Schott Editori, che ha riesumato e  stampato tutte le varianti approvate da Wagner stesso.

La regia che Kurt Schildknecht ha pensato per questo allestimento non si discostava molto da una classica messinscena tradizionale, cigno di cartapesta incluso, ma con qualche idea interessante, come quando Ortrud nel primo atto detta sottovoce a Telramund le parole di condanna ad Elsa, oppure nel voler tratteggiare Ortrud come strega malvagia, modello Ulrica, nel suo antro di megera nel secondo atto.
Alcune idee interessanti però non sono state sufficienti a conferire alla produzione quella tensione drammatica che culmina con il duetto del terzo atto.

Si è avuta l'impressione di assistere ad uno spettacolo che avrebbe potuto dire molto, ma che nella pratica ha comunicato solo un guazzabuglio di idee confuse.
Le scena fissa di Rudolf Rischer non ha certo aiutato, consistendo in una enorme scalinata azzurra che sormontava una porta di acciaio stile ascensore, ora navicella di Lohengrin, ora antro di Ortud, ora letto nuziale, ha conferito un' atmosfera da musical che certo in un'opera come Lohengrin risulta quanto meno fuori luogo, se non supportata da un'idea registica adeguata.
I costumi di Goetz Fischer, senza tempo, epoca e fantasia, spaziavano dalle divise da soldato tipo Rambo alle paillettes anni ‘50 modello Wanda Osiris, conferendo all'insieme, ancora di più, una chiarissima idea di confusione.

Per fortuna sul versante musicale le cose sono andate molto diversamente.
Quando io penso a Lohengrin, penso esattamente ad una voce come a quella di Martin Homrich, fresca, chiara, salda.
Il tenore si cala nel personaggio completamente, senza eroismi di maniera o goffe posture da supereroe venuto da mondi lontani.
E' un giovane serio e determinato anche e soprattutto nella voce, educatissima nel fraseggio e curatissima nella dizione, vero tallone di Achille di molti Lohengrin contemporanei.
E' capace di mezzevoci impressionanti per calore e intimità, ma è anche e soprattutto dotato di  un timbro argenteo, lucente e radioso. L'emissione salda sempre sul fiato e il fraseggio sono sottoposti ad un lavoro continuo di adattamento alle esigenze interpretative.
Trionfale e meritato il successo.

Adela Golac Rilovic ha dato ad Elsa un’ interpretazione lodevole per capacità e presenza scenica, tuttavia la voce risultava spesso carente in volume. Gli attacchi, i suoni filati sono poco carezzevoli, qualche acuto non ben a fuoco, ma il candore virginale di “Einsam in truben Tagen” si è sposato bene con il timbro chiaro e leggero dell'artista.
Heinrich è stato un corretto Luciano Batinic, bella voce profonda e altera, degna di un sovrano. La parte acuta risulta spesso tirata ma nel complesso la prova è stata veramente convincente.

L'Ortrud di Dubravka Separovic Musovic non sfoggia emissioni raffinate e sinuose.
Le incursioni ai La e La # sono al limite dell'urlo, l'esaltazione all'invocazione agli dei e l'irosa e tremenda invettiva finale svelano un' emissione accidentata, sfibrata e senza appoggio. Molto meglio il duetto con Telramund, tutto note centrali e meno scoperte, dove diventa subdola consigliera, velenosa e convincente nel sottomettere il consorte.
Joachim Goltz è un Telramund magistrale sebbene con voce molto chiara.
Il suo è un Friedrich disperato, diviso tra l'obbedienza cieca a Ortrud e la fierezza del nobile deluso.
Ha proprietà di controllo dei fiati notevole, in una parte infima per scrittura. Non eccede mai nell'economia e nel controllo della voce, arrivando a regalarci un personaggio convincente.
Ljubomir Puskaric è un Araldo sicuro e preciso.

Corretti ma un poco miserini i nobili brabantini di Marko Cvetko, Sinisa Galovic, Robert Palice Alen Rusko, così come Rea Alaburic, Iva Krusic, Marta Musape Soja Runje come paggi.
Il coro, preparato dallo stesso direttore Niksa Bareza, ha risposto con professionalità al difficile compito in questo capolavoro, qualche incertezza solo nel fugato di inizio della scena terza del secondo atto “In Fruh'n versammelt uns der Ruf”.
Applausi convinti per tutti, con ovazioni per Homirch e Bareza.
Pierluigi Guadagni

 LA PRODUZIONE

Direttore       Niksa Bareza
Regia              Kurt Josef Schildknecht
Scene              Rudolf Rischer
Costumi          Goetz Lanzelot Fischer

GLI INTERPRETI

Lohengrin       Martin Homrich
Heinrich          Luciano Batinic
Elsa                  Adela Golac Rilovic
Telramund       Joachim Goltz
Ortrud             Dubravka Separovic Musovic
L'araldo           Ljubomir Puskaric
Paggi                Rea Alaburic, Iva Krusic, Marta Musap, Sonja Runje
Brabantini       Marco Cvetko, Sinisa Galovic, Robert Palic, Alen Rusko
Voce Di Gottfried     Ilir Stetencu

ORECHESTRA E CORO DELL'OPERA NAZIONALE CROATA DI ZAGABRIA



FRESCHE NOTE - DVD: L’OLIMPIADE, GIOVANNI BATTISTA PERGOLESI


 
Teatro Valeria Moriconi, Jesi, 2011

 

 
 
 
Ogni tanto ci piace andare più indietro del solito nel tempo, andando a pescare dei capolavori raramente rappresentati sulle scene dei teatri in giro per il mondo, e che quando li si trova, è un piacere poter goderne della leggerezza, delle squisite messe in scena, e di interpreti preparati che degnamente sono stati chiamati a ricoprire questi ruoli così lontani da noi. Ecco che ora in DVD e bluray, questo gioiello di Giovanni Battista Pergolesi, la Olimpiade, in una produzione di un paio di anni fa messa in scena al Teatro Moriconi di Jesi, è disponibile per arricchire la nostra bacheca di primizie.

 
 

Questa opera su libretto di Metastasio debuttò a Roma nel 1735, su nobile commissione, e non ebbe il meritato successo, come spesso avvenne per opere poi riscattatesi in futuro con crescente successo, tanto che anch'essa fu molto rappresentata poi nel secolo successivo e considerata tra le punte di diamante di Pergolesi.
Nella visione del regista Italo Nunziata le Olimpiadi sono principalmente lo sfondo distante per le sofferenze o le gioie dei protagonisti, le loro speranze, le loro delusioni, in pratica le loro vite. Invece gli  interpreti sono a stretto contatto con il pubblico e con la musica stessa in sala, grazie alla particolare scenografia fatta di passerelle incrociate, di uso dello spazio a tuttotondo, ideata per rendere tutti più vicini nel 'sentire'.
Un cast di giovani si alterna con forze espressiva in scena: Raúl Giménez, Lyubov Petrova, Yetzabel Arias Fernández, e diretti dal puntuale ed attento Alessandro De Marchi, decretandolo  un bellissimo spettacolo da tenere in archivio tra i tesori del passato.
 
MTG
 
Protagonisti: : Raúl Giménez, Lyubov Petrova, Yetzabel Arias Fernández
Orchestra e Coro: Academia Montis Regalis
Direttore d’orchestra: Alessandro De Marchi
Regia: Italo Nunziata
 

 

 

 

 
 

LA MUSICA CLASSICA IN ITALIA - I SOPRANI











Passiamo ora ad un’analisi della corda Sopranile, facendo una fotografia sul panorama attuale dei Soprani italiani che si muovono sui palcoscenici nazionali ed internazionali, regalandoci sempre splendide emozioni con l’incarnazione delle eroine protagoniste delle opere più belle dell’intero repertorio.



Tra le “punte” di eccellenza una delle palme va senza dubbio alla emergente Maria Agresta.



Soprano lirico dal timbro purissimo. Voce corposa ed eterea al contempo, capace di donare il sangue al dramma che interpreta come di ricamare il sogno di un’abilità tecnica nel filare e modulare i suoni in ogni zona e registro della sua voce.

Altro elemento di indubbio interesse è la toscana Maria Billeri.


Voce dal timbro lucente di metallo forgiato da una tempra interpretativa e da una grinta che la rendono elemento straordinariamente pertinente nel repertorio del soprano drammatico di agilità.
Grande consapevolezza dei propri mezzi vocali le rendono “semplici” le più furenti invettive e le più ammalianti melodie di questo repertorio, riuscendo sempre a suscitare emozione e stupore in chi l’ascolta.
Splendida protagonista delle ultime stagioni d’opera, dopo una lunga e proficua “gavetta” la bellissima Susanna Branchini.

Voce di soggiogante bellezza, padrona assoluta di una tecnica solidissima e interprete di gusto di un repertorio quanto mai vasto ed eclettico. Risolve ogni ruolo con la tempra e l’energia propria delle grandissime Artiste di rango.

Altra voce emergente delle ultimissime Stagioni, la catanese Tiziana Caruso.

Tipica voce all’”italiana” da soprano “sfogato”; possiede un volume che impressione ed una duttilità tecnica che le consentono di essere interprete accattivante e credibilissima tanto del repertorio del Verdi più schiettamente drammatico quanto del repertorio verista.




Grande carisma e voce splendida anche per la campana Carmen Giannattasio.


Le ultime Stagioni l’hanno vista imporsi a livello internazionale come uno dei migliori elementi italiani nel mondo. Voce corposa di soprano lirico con ambra e colori drammatici nel centro. Interprete ideale del Verdi maturo e dotata di temperamento catalizzante e grande presenza scenica.

Giovanissimo soprano lirico duttile alla coloratura ed elemento di sicuro avvenire ed interesse è Jessica Nuccio.

I Teatri incominciano ad accorgersi di lei; è un elemento da seguire con attenzione per la grande facilità nell’affrontare ruoli più “leggeri” e ruoli che prevedono difficoltà di scrittura e tessitura in regioni più “drammatiche” della voce. Il colore è schiettamente quello di un soprano di coloratura italiano con una bellissima venatura di sapore lirico pieno che le consentirà di regalarci grandi sorprese in futuro.


Altra “sorpresa” delle ultime Stagioni la campana Anna Pirozzi Simaku



Altra grande voce italiana per il repertorio più lirico-spinto e drammatico.
E’ interessante notare che finalmente si ha una “successione” in questo ambito a tutte quelle cantanti russe o dell’Europa dell’Est anche qui in Italia.
Questa Artista è il tipico esempio di una voce voluminosa, ampia e capace di cantare sul fiato tutte le numerose insidie di un repertorio difficilissimo.

Annoverata tra le grandissime cantanti degli ultimi 30 anni, nonostante la giovane età, la palermitana Desirée Rancatore è una stella luminosissima del panorama internazionale.


Acclamata interprete del più vasto repertorio del belcanto italiano e francese è una delle più prestigiose eredi della grande tradizione del repertorio del primo ottocento.
Voce estesa, ampia, coloratura pressoché perfetta, capace di sgranare i passi di maggiore virtuosismo con una “facilità” disarmante, è un faro luminoso della più bella Italia nel mondo.

Considerata dalla critica tutta e dai tantissimi trionfi in giro per il mondo, interprete mozartiana di riferimento, l’abruzzese Carmela Remigio.


Voce eterea, impalpabile nella sua perizia tecnica e nella sua capacità di “colorare” le più ardue pagine del repertorio che affronta è un’altra Ambasciatrice della cultura italiana nel mondo.
Interprete misurata e sempre attentissima alla parola cantata. Stupenda musicalità e grande pathos emotivo in ogni sua interpretazione.

Ultimo, sempre e solo in ordine alfabetico, elemento “sorpresa” delle scorse Stagioni la giovane Monica Tarone.
Voce bellissima, di smalto luminoso e lucente, grande estensione e capacità di fraseggiatrice d’altri tempi.
Una cantante che si sta imponendo all’attenzione di tutti per una grande aderenza stilistica, una marcata musicalità ed una capacità interpretativa fuori dal comune.
Sarà elemento di cui ascolteremo meraviglie per moltissimi anni a venire.

  
Ecco, questo “quadro” della corda sopranile è molto incoraggiante.
Sono sicura che tutte queste splendide donne saranno capaci di farsi valere e ci renderanno orgogliosi delle loro carriere.
Giovani italiane. Giovani donne. Il futuro e le speranze sono tutte riposte in loro!
MTG




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NUCCIO, GANCI, CUSTER E LEVANTINO AL CONCERTO DELL’ASSOCIAZIONE LIRICA MARIO DEL MONACO DI MODENA - TEATRO CARANI DI SASSUOLO, domenica 24 marzo 2013, ore 16,00



Le associazioni musicali che si prodigano per regalare momenti di gioia ai loro fedeli affezionati sono molteplici nel nostro paese, ed è grazie ad esse che spesso molti altri si avvicinano per la prima volta al mondo della lirica, magari dopo un pomeriggio trascorso a teatro, invitati da amici, o per ascoltare qualcosa di diverso, e poi si resta affascinati dalle sensazioni e dalle emozioni forti che le vibrazioni stesse della sala hanno trasmesso dritto al cuore. Per non parlare delle decine di appassionati storici che non aspettano altro che vedere riuniti artisti talentuosi susseguirsi sul palco tutti insieme, in una unica occasione, per correre a prenotare il proprio posto in platea.

Così, nonostante il tempaccio e le temperature ancora invernali,  il comune di Sassuolo ha registrato un bel successo ospitando il galà lirico che l’Associazione Mario Del Monaco di Modena ha tenuto ieri al piccolo ed antico Teatro Carani, in collaborazione con il circolo ‘Amici della Lirica’ di Sassuolo.

Quattro artisti giovani hanno eseguito le arie più note dal panorama operistico italiano, con simpatia e preparazione.
Un successo personale lo ha ottenuto la giovanissima Jessica Nuccio, soprano dalle prospettive future rosee, nota già a livello nazionale ed internazionale per i suoi primi trionfi in ruoli difficili ed impegnativi. Ha eseguito arie da l’Elisir d’amore di Donizetti, l’aria ‘Sì mi chiamano Mimì’ dalla Bohème di Puccini, con finale primo atto insieme al tenore Ganci. Stupisce come ogni volta che la si ascolti la sua voce assuma sfumature nuove e prenda colore più corposo. La sua interpretazione delle arie non copre soltanto la parte musicale, ma si cimenta nel personaggio di volta in volta esprimendo tutto l’amore per il canto e la consapevolezza di quanto sta eseguendo con perizia.

Reduce anch’egli da recenti successi teatrali, il tenore Luciano Ganci è stato chiamato a sostituire il collega Gregory Kunde, indisposto ed impossibilitato a viaggiare, che avrebbe dovuto anche ritirare il premio Mario del Monaco per i suoi meriti artistici. L’appuntamento è solo rimandato alla prossima occasione. Ganci è dotato di una voce potente, stile grandi tenori di una volta, ch si lancia verso l’acuto senza difficoltà ed esegue con sicurezza le arie proposte, anche con buona presenza scenica ed affinità con il soprano Nuccio. Il suo colore si manifesta maggiormente in tutta la sua bellezza proprio nei passaggi ‘forti’, più che nei ‘pianissimo’, offrendo anche un bel fraseggio. Per lui arie dal Corsaro e dal Macbeth di Verdi.

Il mezzosoprano Manuela Custer si diverte non poco sul palcoscenico. La sua esperienza sul campo le permette di aggiungere anche molto ‘colore’ alle sue interpretazioni, ricche di sfumature espressive. Esegue l’aria di Rosina dal Barbiere di Siviglia con estrema disinvoltura ed improvvisando notevolmente sulle agilità. Il suo timbro vocale corposo, si trasforma ancora di più verso il cavernoso quando scende nelle note più basse. Bene l’esecuzione di arie francesi e dall’Oberto di Verdi.

Infine il giovanissimo Claudio .Levantino. Ha eseguito arie da La gazza ladra di Rossini, da Le nozze di Figaro di Mozart. La sua voce si sta ancora definendo: tra il basso ed il baritono, sembra molto più a suo agio nella gamma baritonale; non sorprenderebbe un futuro in ruoli per tale tessitura. Molto sciolto sul palcoscenico, bene interpretato soprattutto il duetto di Dulcamara e Adina col soprano Nuccio, sempre tratta da l’Elisir d’Amore di Donizetti.

Bravissimo al pianoforte il Maestro Dragan Babic, ad accompagnare le arie eseguite.
Come accade di consueto in queste occasioni, premiati gli artisti per la partecipazione da parte degli organizzatori: il vice presidente Renato Ghelfi Zoboli ed il presidente Marco Impallomeni, ed anche l’assessore alla cultura di Sassuolo Claudio Corrado ha offerto un discorso beneaugurante per tutti.

Applausi e bis concessi da tutti gli artisti con generosità; un bell’inizio per l’associazione dedicata al grande tenore fiorentino!
MTG


LEOS JANACECK, VEC MAKROPULOS - TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, 23 marzo 2012, ore 15.30



« È atroce sopravviversi. Se sapeste com’è leggera la vita per voi! Siete vicini a tutto. Per voi ha tutto un senso. Tutto ha valore per voi. Sciocchi, siete felici per la stupida ragione che presto morirete. »
(Elina Makropulos, atto III)
Raramente uscendo da uno spettacolo d'opera ci si trova talmente emozionati e talmente coinvolti da volerlo rivedere da capo seduta stante.
Ieri alla fine della recita di Vec Makropulos al teatro La Fenice era invece questa la sensazione e il desiderio che nutrivo (e molti altri spettatori, ne sono convinto...) grazie allo splendido spettacolo al quale avevo appena assistito.

Il merito va in primis all'allestimento di Robert Carsen che con la collaborazione di Radu Boruzescu per le scene e di Miruna Boruzescu per i costumi ha creato un vero e proprio capolavoro.
Emozionante ed intelligentissima la trovata di pensare il preludio come la ribalta delle innumerevoli eroine alle quali la immortale Emilia Marty da voce e corpo nella sua lunga vita di cantante d'opera acclamatissima, risolta con una passerella di rocamboleschi e velocissimi cambi d'abito tra Francesca, Tosca, Contessa, Traviata, Elisabetta, Marescialla etc....

Curatissima al limite del maniacale la recitazione nella convulsa prima scena del primo atto, spettacolare la seconda scena dove durante un allestimento di una grandiosa Turandot (del resto Emilia è una acclamatissima cantante lirica) si sviluppa la vicenda.
Strepitoso il finale dove, quando ormai la protagonista, giunta al capolinea della propria esistenza e riflettendo sul senso dell'immortalità e del ciclo della vita, offre simbolicamente al pubblico dalla ribalta, la possibilità di provare cosa significhi nel concreto  la precarietà di una vita senza fine e scopo.

Il direttore chiamato a concertare la spigolosa ma affascinante partitura di Janaceck è Gabriele Ferro, che a capo di una tesissima orchestra del teatro la Fenice, ha preferito far risaltare più l'aspetto marcatamente ritmico e agogico rispetto agli indugi malinconici e onirici della scrittura musicale. Molto ben risolta la scena finale dove la tensione orchestrale si è liquefatta in un mare di emotività strabordante di colore.

Straordinaria la prova di Angeles Blancas Gulin come Emilia Marty.
L'Artista è capace di riempire la scena con un carisma ed una musicalità indispensabili per quest'opera ma senza mai dover ricorrere ad artifizi tecnici vocali e di maniera, dando un peso ed una statura al personaggio senza eguali. Estremamente emozionante la sua interpretazione della grande scena finale, accolta trionfalmente.

Altro trionfatore della serata è stato Andreas Jäggi, che avvincente dal lato vocale e guidato da Robert Carsen ha tratteggiato il personaggio di HaukSendorf in maniera encomiabile senza caricature e macchiettismi inutili.
Efficace il Gregor di Ladislav Elgr, nonostante qualche incertezza nel settore acuto della parte.
Martin Bàrtariesce a conferire al personaggio di Prus quell' aspetto piccolo borghese e lussurioso in maniera convincente.

Spigoloso e ottimamente petulante il Kolenaty di Enric Martinez- Castignani.
Perfetti anche Leonardo Cortellazzi (Vitek), Enrico Casari (Janec), Judita Nagyovà (Krista), Leona Pelešková (Camerierainserviente) e William Corrò (macchinista).

Buona la breve prova del coro della Fenice, preparato da Claudio Marino Moretti.
Successo travolgente per tutti con numerose chiamate alla ribalta.
Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore Gabriele Ferro
e direttore     
regia                           Robert Carsen
scene                          Radu Boruzescu
costumi                      Miruna Boruzescu
regista assistente       Laurie Feldman
light designer             Peter Van Praet



GLI INTERPRETI

Emilia Marty             Ángeles Blancas Gulín
Jaroslav Prus            Martin Bárta
Janek                         Enrico Casari
Albert Gregor           Ladislav Elgr
Hauk-Šendorf           Andreas Jäggi
L’avvocato
dr. Kolenatý              Enric Martínez-Castignani
L’archivista Vítek     Leonardo Cortellazzi
Krista                         Judita Nagyová
Una cameriera          Leona Pelešková
Una donna delle pulizie
Un macchinista         William Corrò

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
In lingua originale con sopratitoli in italiano e in inglese
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
in coproduzione con Opéra national du Rhin di Strasburgo
e Staatstheater di Norimberga




LA MUETTE DE PORTICI, DANIEL-FRANÇOIS-ESPRIT AUBER, TEATRO PETRUZZELLI DI BARI, 13 marzo 2013, ore 20,30



Pur essendo considerata opera formativa del genere Grand Opéra, la ‘Muette de Portici’ di Auber viene spesso ritenuta a tutt'oggi, anche da valenti critici musicali e studiosi, alla stregua di un vecchio e polveroso arredo ottocentesco, mentre all'epoca un tipico lavoro di un compositore di transizione non molto originale.
Eppure tra i suoi ammiratori vantava anche quel rivoluzionario di Wagner che la diresse più volte sull'onda di un entusiasmo nazional-popolare che ebbe il suo culmine nella rappresentazione del 1825 a Bruxelles dove, alla fine del duetto “Amour sacrè de la patrie” il popolo si sollevò contro l'oppressore olandese, decretando un anno dopo la propria indipendenza.
 
Felicemente riesumata dall'oblio da quest'allestimento dell'Opera Comique di Parigi in coproduzione con il Theatre de la Monnaie di Bruxelles, la Muette de Portici è approdata al teatro Petruzzelli di Bari nel medesimo allestimento.

Fautrice della regia, Emma Dante ci regala uno spettacolo stupefacente per bellezza e  coinvolgimento.
Perno centrale della messa in scena è appunto la muta, personaggio non cantante per il quale  Auber scrive le pagine più originali di tutta l'opera, costretto ad usare l'orchestra per esprimere i suoi sentimenti interiori.
Elena Borgogni ci dona qui un interpretazione di Fenella stupefacente, tutta tesa a far scaturire la tragedia di un personaggio lacerato dall'amore impossibile per un sovrano, puntando su di una gestualità animalesca, da donna braccata che si ribella in maniera spasmodica al suo destino cercando aiuto e trovandolo solo nella morte.

Tutta l'opera è concepita da Emma Dante per togliere quanto di più macchinoso e complesso sta nel libretto di quest' opera per riscriverla puntando tutto sulla semplicità e lavorando molto sui simboli.
Simbolo conduttore di tutta l'opera è appunto la sciarpa rossa che Fenella riceve da Alphonse da cui non si stacca mai, diventando ora tappeto, ora frusta, ora simbolo della rivoluzione.

Servirebbero almeno dieci pagine per descrivere ciò che di meraviglioso la regista si inventa per quest'opera, ma mi limito solamente ad encomiare la compagnia di attoriballerini che per tutta la durata dell'opera sottolineano i momenti corali con le coreografie di Sandro Maria Campagna, i costumi di Vanessa Sannino e l'apparato scenico di Carmine Maringola.

La compagnia di canto ha avuto nella interpretazione di Masaniello di Michael Spyres la sua punta di diamante. Cantante dotato di estensione e morbidezza encomiabili,  ha saputo regalarci un'esecuzione da manuale, soprattutto nella grande aria del quarto atto, dando sfoggio di un fraseggio morbidissimo e una tecnica impeccabile.

L'altro tenore,  Maxim Mironov, ha interpretato il ruolo di Alphonse con uno slancio ed una bravura da fuoriclasse. La sua voce, perfetta per questo repertorio è risultata solo un poco piccola nell'immensa sala del Petruzzelli, deficitando a volte del volume adeguato soprattutto nei pezzi d'assieme.
Maria Alejandres è stata una Elvire giovane e fresca, che ha ben saputo portare a termine la sua parte densa di difficoltà virtuosistiche richieste con precisione.

Molto bene Christian Helmer nel ruolo non trascurabile di Pietro, corretti  e precisi Domenico Colaianni(Borella), Miguel Angel Lobato (Lorenzo), Mikhail Korobeinikov(Selva) Caterina Daniele (Coryphée) e Gianfranco Cappellutti(pescatore).

A capo di una orchestra in gran spolvero per precisione e brillantezza, abbiamo trovato un felicissimo Alain Guingal, cha ha saputo concertare una partitura difficilissima da eseguire soprattutto per i violini, chiamati a suonare una scrittura spesso paganiniana. Guingal rinuncia a tempi serrati e manieristici puntando tutto sulla leggerezza del suono e sulla precisione, ottimamente assecondato da una orchestra sorprendente per accuratezza. Unica nota negativa sono stati i leggeri tagli operati in qualche parte corale e nei ballabili, da una ripresa così rara ci saremmo aspettati un'esecuzione integrale.

Un encomio particolare al coro guidato da Franco Sebastiani, che in quest'opera ha un ruolo vivo e risulta essere tra i protagonisti principali.

Spettacolo felicissimo al quale il pubblico ha riservato ovazioni trionfanti.
Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Direttore
Alain Guingal
Regia
Emma Dante
Maestro del Coro
Franco Sebastiani

GLI  INTERPRETI
Fenella
Elena Borgogni
Alphonse
Maxim Mironov
Elvire
Maria Alejandres
Masaniello
Michael Spyres
Pietro
Christian Helmer
Borella
Domenico Colaianni
Selva
Mikhail Korobeinikov
Coryphèe
Caterina Daniele
Pescatore
Gianfranco Cappelluti
Attori

Rémi Boissy, Ivan Herbez, Mauro Pasqualini, Luca Romani, Alaa Safi,
Alessandro Sampaoli, Giuliano Scarpinato, Tewfik Snoussi, Valerio Tambone, Stefano Vona Bianchini

Orchestra e Coro del Teatro Petruzzelli
Produzione Opéra  Comique, Parigi
Coproduzione Théâtre Royal de la Monnaie, Bruxelles
Coproduttore associato Palazzetto Bru Zane – Centre de musique romantique   française


LA CAMBIALE DI MATRIMONIO, GIOACHINO ROSSINI – VENEZIA, TEATRO MALIBRAN, venerdì 22 marzo 2013, ore 17,00



Andare all’Opera e vedere uno spettacolo ben curato, e soprattutto realizzato dagli studenti del Laboratorio Accademia di Belle Arti di Venezia, aggiunge gioia al piacere di aver trascorso davvero una piacevolissima serata. A dimostrazione che i giovani sono il motore del nostro paese e che vale la pena valorizzarli e dar loro fiducia.
L’opera andò in scena proprio a Venezia la prima volta, nel lontano 1810, al Teatro San Moisè, in un periodo floridissimo per la città veneta dal punto di vista artistico, e fa parte del gruppo di opere che il giovanissimo Gioachino Rossini compose nel suo periodo veneziano a inizio carriera.

Per questa spassosa ‘farsa comica’ il teatro Malibran di Venezia propone uno spettacolo fresco, gioviale (come lo è la partitura), dinamico e dai colori e profumi tipicamente veneziani. Colpisce subito l’ambientazione che il regista Enzo Dara ha spostato a Venezia per l’occasione, con tanto di gondolieri invece di nocchieri e la servitù vestita con i costumi della tradizione carnevalesca tanto cara alla città lagunare. I bellissimi abiti settecenteschi dei protagonisti inoltre richiamano il paesaggio veneziano, creando degli effetti sfumati e visivi molto eleganti sui tessuti.

Del resto, avendo il regista stesso interpretato per tanti anni opere del Maestro pesarese, non poteva tradire in alcun modo lo spirito e le atmosfere che la partitura detta. Un allestimento tradizionale dal sapore giovane e vivace. Così siamo nello studio-biblioteca del ricco Tobia Mill, che aprendosi sullo sfondo offre la bellissima Venezia da lontano, o un romantico cielo di luna per i giovani amanti protagonisti.
Frizzante anche il cast che ha divertito il pubblico per tutta la rappresentazione, perfino in combutta con l’orchestra che in alcuni punti ha interagito oralmente con esso.

Omar Montanari è il credibilissimo mercante Tobia Mill: le movenze, la recitazione, in poche parole un attore eccellente ed un grande interprete canoro: la sua voce è piena, di bella pasta, corposa e dall’ottimo volume, anche sugli appoggi. Il ricco padre capace di vendere la propria figlia pur di ottenere un buon affare è veramente ben reso dal baritono riminese.
Gli fa da contraltare l’altrettanto bravo Marco Filippo Romano, che interpreta il canadese Slook con perizia, spirito ed intelligenza, senza mai sfociare in caricatura, ma con una simpatia che entusiasma il pubblico. Voce scura e ben emessa, dal volume possente, che copre bene tutta la gamma della sua tessitura baritonale. Esegue con efficacia il duetto col suo amico Tobia ‘Dite presto dove sta’, aggirandosi sul palco da una parte all’altra incrociandosi col ‘compare’.

Delicata e squillante la voce di Marina Bucciarelli, nel ruolo della figlia di Mill: Fannì. La giovane cantante promette bene, si muove con disinvoltura sul palco interpretando con efficacia la fanciulla innamorata. Si esprime meglio nel registro medio, ove il suo strumento è maggiormente corposo, ed esegue correttamente l’aria conclusiva ‘Vorrei spiegarvi il giubilo’.
Giorgio Misseri è un giusto giovine innamorato, con la sua voce sottile e melodica, che con buono slancio esegue ‘Tornami a dir che m'ami’ col soprano.

Bene anche i due domestici: Norton, alias Armando Gabba, con buona vena comica e interpretazione vocale e bel colore di voce pastosa, e Rossella Locatelli, dotata di buono strumento e recitazione discreta, pur talvolta condizionata da una postura in funzione di una più efficace emissione sonora.

L’orchestra della Fenice è condotta da Stefano Montanari.  Il maestro dirige il ridotto organico con equilibrio e leggerezza, fornendo una giusta cornice alle vicende inscenate sul palco.
Pubblico visibilmente sorridente e soddisfatto, un plauso ai giovani dell’Atelier e un grande in bocca al lupo per il futuro!
MTG

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Stefano Montanari
e direttore
Regia                                     Enzo Dara
Scene e costumi                    Laboratorio Accademia di Belle Arti di Venezia

GLI INTERPRETI

Tobia Mill                             Omar Montanari
Fannì                                     Marina Bucciarelli
Edoardo Milfort                   Giorgio Misseri
Slook                                     Marco Filippo Romano
Norton                                   Armando Gabba
Clarina                                  Rossella Locatelli

con sopratitoli in italiano

Orchestra del Teatro La Fenice 
Maestro al fortepiano Stefano Gibellato

Atelier della Fenice al Teatro Malibran
in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Venezia 
e il Conservatorio di Musica Benedetto Marcello


MATTEO BELTRAMI CON LA OTO AL COMUNALE DI VICENZA, mercoledì 20 marzo 2013, ore 20,45




Si è conclusa ieri sera la stagione sinfonica al teatro Comunale di Vicenza con l’ultimo concerto dell’Orchestra del Teatro Olimpico, diretta per l’occasione dal giovanissimo Maestro Matteo Beltrami. Il viaggio iniziato nel mese di novembre scorso si è concluso con un finale siglato romanticismo ottocentesco, all’insegna di nomi quali Brahms Liszt e Dvořák. 

In apertura, la Ouverture Accademica di J. Brahms. Il brano vuole essere proprio un omaggio al mondo universitario, che aveva insignito il Maestro della ‘laurea honoris causa’ in Filosofia a Breslavia. Nell’esprimere la sua gratitudine, sono evidenti i toni festosi e l’energia che solo dei giovani e freschi studenti possono provare nel fiore dei loro anni. Così, la OTO si esprime con un inizio brillante e preciso, e a tratti anche un po’ misterioso, mostrando un buon affiatamento soprattutto tra gli archi. Nell’aprirsi, molto carichi trombe e tromboni diventano protagonisti sulle altre sezioni dell’orchestra, dato anche il carattere goliardico della composizione.

Si cambia atmosfera con F. Liszt ed i suoi Preludes, ispirati ai Poemi del famoso scrittore romantico Alphonse de Lamartine. È straordinario come il maestro Beltrami sia riuscito a cambiare completamente tono all’esecuzione, passando dal maestoso e spensierato del brano precedente ad una più solenne resa sonora. Anche in questo caso, l’orchestra si esprime con una brillantezza che è quasi misteriosa al contempo, sfociando in vibrazioni emozionanti. Il suono è qui più asciutto e teso, per poi esplodere in potenza controllata.

A chiudere, la celeberrima Sinfonia n. 9 Dal Nuovo Mondo di A. Dvořák. Ci sono tutte le atmosfere richieste in questo pezzo meraviglioso: il richiamo a terre lontane, la nostalgia per la propria casa, la contaminazione dai canti Spirituals americani, nati anch’essi con sentimenti di nostalgia e speranza insieme, e naturalmente la fierezza di nuove avventure, nel caso specifico la nomina del compositore come direttore del New York National Conservatory of Music.

Qui il direttore ha fatto capire chiaramente che la giovane età non preclude una sensibilità interpretativa non da poco, con perfetta intesa, soprattutto con i violini, capaci di dar vita sempre ad un suono armonico e morbido, con vette di soavità. Splendido il secondo movimento, quasi commuovente nel suono delicato e dolce in accordo tra legni ed archi. È difatti dagli archi che si percepiscono le sensazioni migliori. L’Orchestra del Teatro Olimpico sta così trovando un suo equilibrio ed una sua amalgama, anche grazie alla guida di interpreti sensibili e competenti come ha avuto modo di ospitare sul suo podio quest’anno. 

Tale è il Maestro  Matteo Beltrami, giovane sì, ma già dotato di quella sicurezza, di quel piglio necessario a ‘domare’ tanti leoni in corsa sulle note di cotanti musicisti, e trasmettendo emozioni al pubblico dalla prima all’ultima fila.

Bellissima ed interessante stagione sinfonica al Comunale di Vicenza, possiamo dire la migliore per interpreti e proposte musicali, tanto che in sala vi è stata anche una folta rappresentanza di giovani, e la cosa fa veramente molto piacere, complimenti a tutti!
MTG




LA MUSICA CLASSICA IN ITALIA: DIRETTORI D’ORCHESTRA












L’idea di questo “percorso” nella musica classica italiana, attraverso il panorama attuale dei suoi interpreti di riferimento, viene dalla volontà di voler “fotografare” un preciso momento storico, come quello attuale, difficilissimo e molto delicato data la totale assenza ed il silenzio più nefasto delle Istituzioni pubbliche in merito ad una delle grandi eccellenze del nostro Belpaese, evidenziando le grandi personalità artistiche che si stanno facendo strada e che portano alto il nome dell’Italia nel mondo.
La mia non vuole in alcun modo essere una “classifica” o una lista di “preferenze” (infatti l’unico criterio adottato per i nominativi è quello alfabetico e quello di “abbracciare” l’arco temporale di età comprese tra i 25 ed i 40 anni) ma solo una carrellata di personalità artistiche di cui, credo, dovremmo tutti noi appassionati andar fieri!

Cominciamo questo cammino analizzando il “motore” di ogni Concerto, Opera o spettacolo in senso più generale: la Direzione d’Orchestra.
Negli ultimi anni si sono sviluppate le carriere di giovani, quando non giovanissimi, grandi talenti musicali.
Si alternano sui podi delle più importanti e prestigiose rassegne, Festival e Stagioni Lirico-Sinfoniche.
Grandissimo e precocissimo talento (sembra essere il più giovane Direttore d’Orchestra mai salito sul podio del “mostro sacro” Scala!), il veronese Andrea Battistoni.


Inseguito dalle più prestigiose Istituzioni del mondo è il futuro del mondo della musica classica, autore di un libro “Non è musica per vecchi” che riassume un po’ il suo approccio a questo mestiere affascinante e particolarissimo (soprattutto per un giovane di 25 anni!!).
Sarà da seguire nel suo evolversi, perché sarà naturale uno svilupparsi delle sue grandi qualità e magari il livellamento di qualche sua “intemperanza” giovanile. 
Solido mestiere e grande passione anche per il genovese Matteo Beltrami; bacchetta tra le più apprezzate nel repertorio operistico italiano.


Questo giovane talento si sta facendo sempre più apprezzare in campo internazionale e (come purtroppo capita troppo spesso ahinoi!) lo stanno conoscendo e amando in tutta Europa, mentre i nostri Teatri “dormono”. 
Talento emergente nelle ultimissime Stagioni, specialmente in campo sinfonico, Jader Bignamini si sta velocemente imponendo in campo nazionale e non solo.


Direttore “Principale” della famosa Orchestra Verdi di Milano (e non si comprende davvero perché il direttore musicale di questa Istituzione sia una CINESE avendo invece un tale “cavallo di razza” ITALIANO in casa!!) è interprete raffinato e dotato di grande personalità. Da seguire nel suo evolvere nelle prossime Stagioni. 

Milanese e pure lui grandemente apprezzato in Italia ed all’estero Giampaolo Bisanti, è un’altra straordinaria realtà dei nostri podi.



Garanzia di qualità assoluta nel repertorio sinfonico, in quello operistico raggiunge vette di eccellenza e di grande partecipazione emotiva; è piacevolissimo “vederlo” dirigere assecondando tutti gli equilibri di uno spettacolo (cantanti, solisti, regie, cori); grande personalità che sta raggiungendo traguardi ragguardevoli.
Lunga gavetta al fianco di importanti bacchette per il palermitano Gaetano d’Espinosa, pure lui da annoverare tra i grandissimi italiani del podio.


Apprezzato e sensibilissimo interprete sia del repertorio sinfonico che di quello operistico, dotato di grande carisma espressivo e musicale.
E’ certamente anche lui un direttore di cui sentiremo parlare a lungo. 

Altro grandissimo talento, ahinoi, più valorizzato in giro per il mondo che dalle nostre Istituzioni, Riccardo Frizza si sta imponendo in tutto il globo con le sue letture piene di energia e di pathos.


Direttore schiettamente operistico è uno dei grandi eredi della tradizione italiana nel senso più nobile del termine; si sta facendo apprezzare nei più importanti Teatri internazionali e troppo raramente nel nostro (e suo!!) Paese. 
Giovanissimo ed eclettico talento è pure Francesco Lanzillotta.


Dedicato ad un repertorio molto particolare e sempre attentissimo alla grande qualità e pulizia del suono orchestrale, questo ragazzo si sta imponendo come uno dei direttori più “artisticamente” particolari della sua generazione. Con un repertorio che comprende titoli di grande raffinatezza e rarità esecutiva. 
Una delle nostrane “punte di diamante” sia in Italia che all’estero è senza dubbio Michele Mariotti.


Riconosciuto in tutto il mondo come uno degli interpreti operistici di riferimento, designato erede di grandi e grandissimi del passato, è un musicista dotato di brillanti idee, grandissima personalità e forte temperamento, tutto al servizio di una precisa cifra stilistica. 
Milanese, giovane talento, cresciuto artisticamente nella grande tradizione russa, Daniele Rustioni si sta ritagliando un posto di primissimo piano a livello internazionale.


Musicista di grande sensibilità e raffinata personalità è una grande rivelazione sia in campo sinfonico che operistico. Le sue interpretazioni lasciano sempre stupefatti per la grande padronanza stilistica e la partecipazione emotiva infusa in tutti i passaggi delle partiture affrontate. 
Ultimo (ma solo in ordine alfabetico come ho avuto modo di sottolineare all’inizio) di questi giovani e “baldi” Direttori d’Orchestra, il marchigiano Giacomo Sagripanti.


Anche lui si sta affermando come una delle realtà più interessanti nel panorama operistico internazionale grazie alla dote di grande personalità e sicurezza nel mestiere che sono aspetti imprescindibili per questo difficile e delicatissimo lavoro. 

Queste le mie considerazioni su una TOP TEN della più bella faccia dell’Italia musicale per ciò che riguarda i Direttori d’Orchestra.
Tra l’altro, da donna, posso dire che se l’immagine conta qualcosa in un mondo fatto di pubblicità e di effimero, i nostri talenti non difettano sicuramente in bellezza!! 
Speriamo di vederli ancora di più sui nostri podi e che le Istituzioni ed i Teatri che dovrebbero scritturarli si ricordino che la vita stessa dei Teatri in Italia dipende dalle tasse che noi italiani paghiamo con sempre maggiore fatica.
Il minimo che dovrebbero fare è quello di dare spazio ai nostri giovani ed eccellenti talenti, che con tanta fatica si formano nella nostra migliore tradizione per poi dover magari essere costretti ad uscire dalle “patrie” sponde perché verso di loro non esiste l’attenzione dovuta.
Inizierei da qui per essere più nazionalista. Iniziamo da qui. Dalle nostre ECCELLENZE.
MTG

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DESIRÉE RANCATORE OSPITE D’ONORE AL CONCERTO DEI GIOVANI DI VERONA LIRICA – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 17 marzo 2013, ore 16,30


Per il penultimo concerto di quest’anno l’Associazione musicale Verona Lirica ha deciso di dare un segnale di incoraggiamento ai tanti giovani che studiano per intraprendere la carriera di cantante lirico, organizzando un concerto dedicato proprio ad essi. A fare da punto di riferimento della serata il celeberrimo soprano Desirée Rancatore, che ha cantato tra la prima e la seconda parte del concerto ed alla fine.
I giovani che si sono esibiti hanno mostrato personalità e tanta buona volontà, cercando di dare il meglio sul palco per esprimere quanto stanno apprendendo e quanto hanno da dare con la loro personale interpretazione delle celebri arie proposte.

Si sono alternati Lavinia Bini, Francesca Dotto, Claudia Oddo, Alessandra Gambino, Ana Victoria Pits, Vincenzo Costanzo, Michael Alfonsi, Thomas Vacchi, e Daniel Vicente.
Tra le protagoniste femminili più apprezzate il soprano Lavinia Bini, con arie da Le nozze di Figaro mozartiane ed il celebre ‘Valzer di Musetta’ dalla Bohème di Puccini.  E’ piaciuta per la freschezza della sua voce e per l’interpretazione convincente, senza esitazioni. Così anche Francesca Dotto, con le sue interpretazioni di arie dalla Luisa Miller e da I Vespri Siciliani di Verdi, ha potuto mostrare le sue doti. I suoi punti di forza sono la potenza dell’emissione vocale, che se controllata bene può donare buone interpretazioni, e dei bei filati che ha fatto udire. Non manca neanche per intensità interpretativa. 

Le sue compagne Claudia Oddo, Alessandra Gambino, Ana Victoria Pits invece si sono esibite, nell’ordine, in arie dalla Tosca di Puccini e dal Ballo in maschera verdiano; l’aria ‘O mio babbino caro’ da Gianni Schicchi di Puccini, arie dall’Italiana in Algeri di Rossini, dal Samson et Dalila di Saint-Saens. I brani scelti non sono stati certamente semplici per chi è alle prime armi, e un po’ di emozione, unitamente a qualche problemino nell’intonazione, possono essere superati con tanto studio, buona volontà, che sicuramente non mancheranno negli anni a venire. 

Stesso dicasi per il settore maschile: un po’ di forzature nell’emissione vocale, oppure l’atteggiamento sbagliato nel gestire il suono della propria voce, non nascondono comunque un buon materiale su cui potranno lavorare sodo in futuro Vincenzo Costanzo, Michael Alfonsi, Thomas Vacchi, Daniel Vicente. Non semplici neanche le arie scelte da questi ultimi, tratte da: Il Corsaro di Verdi, la canzone ‘Tu ca nun chiagne’ di Bovio-De Curtis, e ancora Tosca, Leoncavallo con la celebre ‘Mattinata’, Bohème, il brano ‘Rondine al nido’ di De Crescenzo, ed infine arie dal Tabarro pucciniano e dal Rigoletto verdiano.  Tra tutti è stato applaudito molto il tenore Thomas Vacchi, che è piaciuto soprattutto per il colore della sua voce pur non ancora perfettamente 'educata'.

Fiore all’occhiello della serata, la meravigliosa esibizione di Desirée Rancatore, con l'aria dal Romeo e Giulietta di Gounod ‘Je veux vivre’, e la straordinaria interpretazione di ‘E’ strano…sempre libera’ dalla Traviata, che ha recentemente debuttato all’Opera di Montecarlo con grande consenso generale. Come ci ha ormai abituati, il soprano ‘gioca’ letteralmente con le agilità della sua voce multi sfaccettata, si sofferma sulle note impervie come se nulla fosse ed ottiene un controllo della voce pressocchè perfetto: straordinaria! Un esempio per questi giovani, uno sprone a continuare a studiare con perseveranza per ottenere risultati prestigiosi come il grande soprano sta ottenendo in questi anni. Duetto finale col brindisi di Traviata, insieme al tenore Thomas Vacchi ed un improvvisato coro dei giovani alle spalle.

Al pianoforte la straordinaria e consueta competenza del Maestro Patrizia Quarta.
Pubblico numeroso come sempre e punte di apprezzamenti agli interpreti citati.
MTG







MACBETH, GIUSEPPE VERDI – TEATRO VERDI DI TRIESTE, SABATO 16 MARZO 2013, ore 15,30



Un successo che è iniziato sin dallo scorso autunno, quando questa produzione di Macbeth di Giuseppe Verdi ha calcato le scene del teatro G.B Pergolesi di Jesi, per poi proseguire con altrettanto consenso a Genova al Carlo Felice, e ancora trionfalmente al Verdi di Trieste.
Raramente si ha la fortuna di assistere ad una combinazione così ben riuscita di regia, scene, costumi, e perfino luci, come si è potuto vedere per questo allestimento. Fondamentale in ciò la volontà di rendere giustizia a quanto il compositore avesse in mente nella sua realizzazione, nello scavare profondamente nelle intenzioni dell’autore, così che musica, canto, recitazione, e impatto visivo siano l’una il completamento dell’altro.
Come si è detto più volte, l’impatto visivo è nel complesso onirico, quasi delirante, ove fondamentali sono gli effetti che le proiezioni tridimensionali offrono all’occhio dello spettatore. Con dei teli speciali che scendono dall’alto e si muovono per creare giochi di profondità e movimento, o degli specchi opportunamente posizionati per raddoppiare lo spazio a disposizione, si susseguono le ambientazioni oscure e quasi senza tempo di questo viaggio nell’animo umano, che è il grande capolavoro shakespeariano, musicato da un Verdi che amava particolarmente il genio britannico.

Il potere è una forza capace di sollevare fin quasi all’onnipotenza il nostro Macbeth, aizzato da quella che tutti sanno essere la sua perfida Lady. I due coniugi sono amanti e complici nei misfatti che li portano alla grandezza. Ma chi troppo in alto vuole volare rischia inevitabilmente la caduta come l’Icaro della mitologia greca. Così cade Lady Macbeth in preda ai suoi stessi tormenti ed allucinazioni, e cade Macbeth stesso per mano del ‘Nato di donna’, o meglio ‘strappato … dal seno materno’.
La spettacolarità di questo allestimento sta nella genialità del suo creatore, Josef Svoboda, sapientemente ricostruito da Benito Leonori, nella regia intelligente di Henning Brockhaus, unitamente ai costumi in stile Samurai di Nanà Cecchi che si fondono all’unisono con ciò che è intorno quasi a completarne le proiezioni.

Con un materiale del genere, la musica ed il canto sono il perno intorno a cui questa meraviglia ha preso vita.
Il perfido Macbeth è  Fabián Veloz. Il baritono ha saputo fondere una bella voce piena di baritono e dall’impasto accattivante, con una interpretazione centrata. Senza fatica supera gli ostacoli che il suo ruolo gli pone sul cammino, ben figurando su tutta la gamma della sua tessitura. Il suo personaggio trasmette sì perfidia e fierezza all’inizio, ma è riuscito anche a sottolineare la dipendenza dalla consorte, che lo ammalia con l’erotismo e con la chimera del potere politico, conducendolo alla disfatta finale, anticipata da un’ultima aria sentitamente eseguita.

Dimitra Theodossiou ha dato molto alla interpretazione sul palco. La sua Lady è molto sinuosa e sensuale, cammina quasi strisciante come un serpente tentatore, una Eva che trascina con sé il suo sposo nella perdizione, una strega essa stessa, sì da indossare la medesima maschera delle fattucchiere quando entra in scena, a sottolineare quanto di misterico ci sia nel suo ruolo. Un ruolo reso superando le arie celebri con perizia, offrendo i suoi filati acuti e sottilissimi, e naturalmente dando sfogo a tutta la sua potenza nei momenti più concitati. Anche nella scena del sonnambulismo, voce e movenze hanno sottolineato la passionalità del personaggio, ricevendo il meritato applauso al termine.

Interessante il Banco di Paolo Battaglia, che ha un colore di basso maturo, dal velluto particolare, profondo e vibrante, offerto unitamente ad una buona resa del suo personaggio. Anche Armaldo Kllogjeri ha ben figurato nel ruolo di Macduff: voce tenorile non di potenza, ma chiara e di bella pasta. Discretamente figura nella sua aria controllando gli acuti senza particolarmente sforzare.  

Giacomo Patti offre il breve ruolo di Malcom con   buona interpretazione, e nel ruolo di Medico  un buonDario Giorgelè, affiancato da Sharon Pierfederici che con la sua voce scura da vita al ruolo della Dama. Completano il cast nei brevissimi ruoli il Domestico,Stefano Consolini, il Sicario di Francesco Musinu, e l’Araldo, Hektor Leka.   
Le Apparizioni per questa produzione sono state diligentemente eseguite in alternanza da Erica Benedetti, Emma Orsini, Irene Dussi, Francesco Felician.

Una particolare menzione va al bravo Coro “I Piccoli Cantori della Città di Trieste” diretti da Cristina Semeraro, ed allo straordinario Coro della Fondazione Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste. Ottimamente reso il ruolo delle Streghe, che sono esse stesse gran protagoniste sulla scena, nonché bravissimo ed omogeneo il settore maschile; davvero ben preparati tutti dal Maestro Paolo Vero.

E se gli interpreti hanno potuto e saputo valorizzare le proprie doti è soprattutto merito della grande esecuzione musicale operata dall’Orchestra Triestina sotto la bacchetta di Giampaolo Maria Bisanti. Come sempre, ha mostrato anche con questa compagine orchestrale come seguire i dettami della partitura, creando il consueto equilibrio di suoni, dinamiche, ed una fusione perfetta col palcoscenico. Il suono è morbido, efficace, asciutto e dal ritmo serrato quando serve,  mai sopra le righe. La sua grande esperienza si percepisce dall’inizio alla fine dell’opera.
Applausi per tutta la compagnia, e come c’era da aspettarsi, ovazioni per  Theodossiou, Veloz, ed ilMaestro Bisanti.
Come spesso ci piace affermare dopo una produzione così straordinaria: che bella serata, grande soddisfazione per tutti!
MTG


LA PRODUZIONE

Maestro Concertatore Giampaolo Maria Bisanti
e Direttore
Regia e Luci              Henning Brockhaus
Scene                          Josef Svoboda
Ricostruzione  dell’
allestimento scenico  Benito Leonori
Costumi                     Nanà Cecchi
Coreografie               Maria Cristina Madau
Maestro Del Coro     Paolo Vero
Assistente alla regia
e alla Coreografia     Valentina Escobar

GLI  INTERPRETI

Macbeth                    Fabián Veloz
Banco                         Paolo Battaglia
Lady Macbeth          Dimitra Theodossiou
Dama di                     Sharon Pierfederici
Lady Macbeth
Macduff                    Armaldo Kllogjeri
Malcom                      Giacomo Patti
Medico /                     Dario Giorgelè
Prima Apparizione
Domestico                  Stefano Consolini
Sicario                        Francesco Musinu
Araldo                       Hektor Leka
Le Apparizioni          Erica Benedetti, Emma Orsini, Irene Dussi, Francesco Felician


Con la partecipazione
della Civica Orchestra di Fiati “Giuseppe Verdi” - Città di Trieste
e solisti del Coro “I Piccoli Cantori della Città di Trieste” diretti da Cristina Semeraro
Orchestra e Coro della Fondazione Teatro Lirico
“Giuseppe Verdi” di Trieste diretti da Paolo Vero

NUOVO ALLESTIMENTO IN COPRODUZIONE TRA
FONDAZIONE PERGOLESI SPONTINI DI JESI
FONDAZIONE TEATRO LIRICO GIUSEPPE VERDI DI TRIESTE
E FONDAZIONE TEATRO CARLO FELICE DI GENOVA