FINALE CONCORSO INTERNAZIONALE SCALIGERO MARIA CALLAS, TEATRO FILARMONICO DI VERONA - venerdì 1 agosto 2014


Nell’ambito del Festival Internazionale Scaligero dedicato alla Divina ed indimenticata Maria Callas, fortemente voluto dal presidente e direttore artistico, il Maestro Nicola Guerini, e che vede come presidente onorario il regista Franco Zeffirelli e madrina il soprano Cecilia Gasdia, si inserisce il secondo appuntamento con il Concorso Internazionale dedicato proprio alla cantante greca, che debuttò all’Arena di Verona il famoso 2 agosto dello storico 1947. In un luogo come Verona infatti, culla della cultura operistica e sede di uno dei più importanti Festival lirici al mondo, non poteva mancare un evento che celebrasse la carriera del soprano che ha lasciato un indelebile ricordo di arte, rigore e dedizione al lavoro. Tutto ciò con la convinzione di poter trovare ancora tali qualità in giovani promesse che, con tanto impegno, unito al talento che è condizione primaria per intraprendere una carriera nel mondo della musica, si mettono in gioco come è avvenuto anche quest'anno in cinque giorni di intenso lavoro, conclusi con il concerto dei finalisti, che ha riservato anche delle sorprese.

Due le giurie chiamate a valutare le capacità artistiche e tecniche dei concorrenti: la Giuria d’onore costituita da: il Presidente, il soprano Cecilia Gasdia, vincitrice già nel 1980 proprio del Premio "Maria Callas", Paolo Gavazzeni, direttore artistico della Fondazione Arena di Verona, Giancarlo Landini, musicologo e critico musicale, il regista Pierluigi Pizzi, ed il direttore d’orchestra Donato Renzetti. La Giuria critica era invece composta da: il Presidente Gianni Villani, critico musicale del quotidiano L'Arena, Giorgio Bagnoli, direttore di GBOpera, Alessandro Cammarano, redattore capo e vicedirettore del quotidiano OperaClick, Silvia Campana, critico musicale della rivista ‘l'opera’, Lukas Franceschini, direttore di OperaLibera, Enrico Girardi, musicologo e critico musicale del Corriere della Sera. Dunque tutti grandi professionisti chiamati ad individuare l’artista cui augurare la carriera e la meravigliosa vita artistica del compianto soprano.
Sei i finalisti in scena: Mansoo Kim, Roberta Mantegna, Sara Rossini, Sun Hyung Cho, Xiqiu Zhang, Mariam Battistelli.
La serata si è aperta con una suggestiva ed intensa interpretazione dell’attrice Annalisa Renzulli in un estratto della tragedia Medea di Euripide, nel cui ruolo operistico la Callas fu eccellente interprete. E non dimentichiamo il film di Pasolini del 1969 che la vide impegnata proprio in quel ruolo.  La serata ha poi visto esibirsi i finalisti in arie dalle più celebri opere di Verdi, Puccini, Massenet, Leoncavallo,  Bellini, Giordano, Boito e Donizetti.

Per questanno il primo premio assoluto non è stato assegnato. Pur riconoscendo buone qualità in tutti i finalisti, i giurati non hanno identificato un giovane talento tale da essere il destinatario del prezioso riconoscimento, ma hanno esortato tutti indistintamente a perseverare con lo studio e a non arrendersi, ed anzi magari a riprovare la prossima edizione. Secondo posto invece per il baritono Mansoo Kim, che ha cantato dalla Luisa Miller di Verdi Sacra la scelta e Pietà, rispetto, amore dal Macbeth; terze a pari merito il soprano Sara Rossini, interprete di Qui! Qui! O fatidica foresta dalla Giovanna dArco di Verdi e Sì, mi chiamano Mimì’ da La Bohème di Puccini, ed il mezzosoprano Mariam Battistelli, che ha impersonato Romeo da I Capuleti e Montecchi di Bellini, nonché Leonora con O mio Fernando, da La favorita di Donizetti.

Assegnato il premio speciale della Critica intitolato a Carlo Bologna a Sara RossiniAnche il questo caso, con la motivazione che pur non avendo trovato un elemento particolarmente di spicco tra i finalisti, il giovane soprano è stato identificato comunque come il più meritevole rispetto a tutti gli altri. Il premio speciale Giovanni Zenatello è andato al tenore Xiqiu Zhang, che si è aggiudicato anche il premio speciale Peter Maag, consegnato da Marica Franchi Maag. Il giovane ha offerto Vesti la giubba da Pagliacci di Leoncavallo e lintramontabile Nessun dorma dalla Turandot di Puccini. Infine il premio Loggione deciso dal pubblico è andato al soprano Sun Hyung Cho, che con Pleurez! pleurez mes yeux! di Massenet e Laltra notte in fondo al mare di Boito ha conquistato il pubblico.

Un momento di doveroso omaggio è infine stato il premio alla carriera a Fiorenza Cossotto, che non poteva essere in sala ieri sera, e al simpaticissimo Gianfranco Cecchele, che ha salutato e ringraziato con verve e simpatia; inoltre un premio alla memoria è stato offerto ai compianti Ivo Vinco e Alida Ferrarini. Puntuali gli interventi del giornalista Vittorio Testi, noto al pubblico per la trasmissione televisiva Loggione andata in onda fino al 2012. Ad accompagnare i concorrenti, il celebre e straordinario pianista Richard Barker.
L’appuntamento è alla prossima edizione, sempre nel ricordo della divina e meravigliosa ‘Maria’!

MTG




IL GALA ‘PLACIDO DOMINGO CANTA VERDI’ INTERROTTO PER PIOGGIA A META’ PROGRAMMA - ARENA DI VERONA, giovedì 17 luglio 2014



In una serata incredibilmente afosa con un pubblico che letteralmente trasbordava dalle poltroncine e dalle gradinate dell’anfiteatro veronese, pronto ad applaudire ancora una volta l’idolo di tante generazioni Placido Domingo, è stato possibile ascoltare soltanto la prima parte del concerto dedicato a Giuseppe Verdi, poiché un improvviso e persistente nubifragio ha impedito il proseguimento della serata in musica.

La seconda parte prevedeva arie e scene da I due Foscari, ma causa di forza maggiore possiamo raccontare soltanto della prima parte.
Apertura orchestrale con il Preludio de La Traviata, seguito subito dopo da ‘Lunge da lei..De’ miei bollenti spiriti’, con Francesco Meli come Alfredo ed Alice Marini nei panni di Annina. Dunque il celebre duetto dal secondo atto ‘Madamigella Valery?...’ con Placido Domingo come  papà Germont e Virginia Tola nelle eleganti vesti di Violetta.  A seguire ‘Dammi tu forza, o cielo..’ con ancora  Meli, Tola e Marini. A chiudere il segmento non poteva mancare una tra le arie più eseguite per baritono: ‘Di Provenza il mar, il suol’ interpretata da Domingo .


Seconda tranche con l’opera che ha inaugurato il Festival lo scorso giugno. Da Un ballo in maschera, dopo il Preludio,  Placido Domingo e Virginia Tola sono tornati sul palco, questa volta rispettivamente nei panni di Renato e sua moglie Amelia, in compagnia del paggio Oscar, interpretato da Serena Gamberoni, e i congiurati Samuel e Tom: Seung Pil Choi e Deyan Vatchkov. Dall’opera sono stati estratti: oltre il Preludio, l’aria di Amelia ‘Morrò, ma prima in grazia’, ‘Alzati! Là tuo figlio…’ di Renato, la scena della congiura, ed il quintetto ‘Il messaggero entri..’

L’impressione complessiva è che forse il tempo strano abbia contribuito a creare un’atmosfera un po’ appesantita, sicché in generale il concerto è sembrato non decollare come ci aspettavamo, e l’interruzione non ha ovviamente facilitato le cose. L’orchestra guidata da  Daniel Oren è la sua fida compagna di sempre, spronata ed accompagnata lungo il cammino con occhio sempre vigile ed attento anche agli interpreti, se pur di spalle sul palco. Tuttavia all’inizio è parso mancasse  leggermente dello smalto a cui ci ha ormai viziati il grande Maestro.   

Una bella conferma  Francesco Meli che abbiamo avuto modo di apprezzare proprio nella serata inaugurale della stagione in corso. Morbido il suo fraseggio che sottolinea una pasta vocale sinuosa e vellutata. Piuttosto convincente anche Virginia Tola impegnata come Violetta ed Amelia. Il suo timbro è interessante, pieno e rotondo, che abbiamo apprezzato specialmente nella zona centrale del suo registro. Conferma la sua performance positiva come paggio Oscar anche Serena Gamberoni, che interpreta con spirito e scioltezza la sua parte nel celebre quintetto.
Corretta Alice Marini nei suoi brevi interventi in Traviata.

Dulcis in fundo l’idolo della serata, Placido Domingo. Certo si  discute molto sulla scelta del grande Artista di proseguire la sua carriera come baritono. La sua memorabile voce da tenore potrebbe esprimere ancora tantissimo per quel timbro in diversi repertori. Ci piace sottolineare quelli che restano i suoi punti di forza di sempre: la grande intensità nell’interpretazione e la complice simbiosi con i partner sul palco; resta un fuoriclasse che va apprezzato per il costante impegno nel suo lavoro e la continua ricerca di nuove sfide da condurre. 

Purtroppo non ci è stato possibile ascoltare Amarilli Nizza nel ruolo di Lucrezia poiché previsto per la seconda parte, che prevedeva, a completamento del cast per gli estratti da I due Foscari, anche Antonello Ceron nel ruolo di Barbarigo.
Il pubblico deluso per l’interruzione ha comunque avuto il tempo di salutare gli interpreti che si sono esibiti e naturalmente il beniamino di sempre con grandi ovazioni.

MTG



FOTO ENNEVI Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

TURANDOT, G. PUCCINI – ARENA DI VERONA, mercoledì 16 luglio 2014




Per il quarto appuntamento in cartellone torna all’Arena di Verona l’allestimento di Turandot che Franco Zeffirelli realizzò per il Festival del 2010. Ancora una volta siamo immersi negli scintilii di una Pechino magica e vibrante, ove sembra che le soluzioni dei tre enigmi aleggino in ogni angolo. La speranza, quel ‘fantasma iridescente’ come le meravigliose scene color oro che abbagliano quasi a un primo sguardo; il sangue, con il rosso delle luci saggiamente disposte da Paolo Mazzon ad illuminare i draghi cinesi che minacciosamente adornano le tende pergamenacee che separano le scene; infine lei, Turandot, la principessa di ghiaccio che appare dall’alto della sua torre, distante, altera, irraggiungibile, che però si sgela di fronte alla passione ed al coraggio del principe ignoto, in cui arde proprio quel sangue rosso e passionale che lo spinge verso la dura prova d’amore.

È innegabile che quando ci troviamo di fronte ad un allestimento curato dal Maestro Zeffirelli è la sua maestosità a colpirci, la magnificenza delle scene, il modo in cui il palcoscenico si anima con le molteplici comparse, ognuna impegnata in piccoli movimenti specifici, ed il coro attivo e partecipe agli eventi, il che permette anche ai coristi di fondere al meglio i diversi impasti vocali. A completamento di tanto sfarzo ci sono gli impeccabili e ricchissimi costumi di Emi Wada. Dunque se sono il sogno e la favola che si cercano in una rappresentazione di Turandot, in questa produzione si viene decisamente accontentati.

Il ruolo del titolo è affidato alla giovane Tiziana Caruso. Il soprano ha mostrato un gran carattere supportato da uno strumento vocale robusto e voluminoso, che unito ad una raffinata regalità nell’interpretazione, ci ha offerto una principessa di ghiaccio sì, ma anche volitiva e sicura di sé.

Il coraggioso Calaf è stato un generosissimo Marco Berti.  Del tenore apprezziamo il fraseggio morbido e la pronuncia chiara. E nonostante si attenda sempre l’esecuzione dell’ aria ‘Nessun dorma’ per poter apprezzare a pieno l’interpretazione di questo ruolo, a noi ha convinto molto di più nel resto della rappresentazione, mettendo in luce il canto fluido e la voce vellutata.

La dolce Liù è una Rachele Stanisciimpegnatissima nella parte. La sua voce non ci sembra particolarmente adatta ad interpretare la povera ed indifesa schiava, ma l’interprete aggiunge tale anima ed espressività al canto da far comunque apprezzare la sua performance.

Molto interessante la prova di Giorgio Giuseppinicome Timur. La sua voce, così come il suo incedere, offrono un piglio ed una eleganza tale da lasciare molto colpiti.

Nel ruolo dei caleidoscopici (anche nei costumi) Ping, Pong e Pang, molto bene sia per interpretazione che per impegno e bellezza timbrica Vincenzo Taormina, Paolo Antognetti e Saverio Fiore.
Un po’ lontano in scena Gianfranco Montresorper poterne apprezzare a pieno voce e timbro come Mandarino. Corretto anche l’Altoum di Antonello Ceron.

Serata molto positiva per il coro areniano di Armando Tasso che ci è parso omogeneo, attento, in ottima forma, come bravi i bimbi del coro voci bianche A. d'A.Mus di Marco Tonini.

Daniel Orenritrova la potremmo definire ‘sua’ orchestra come un padre che guida i suoi figli: ha diretto con anima e cuore ogni singola battuta, lo abbiamo ascoltato incitare letteralmente i musicisti nei momenti di lirismo più toccante ,così come nei concitati crescendo. È il suo inconfondibile stile che permea tutta la rappresentazione.

Applausi generosi per tutti gli interpreti da parte di un pubblico ahi noi particolarmente rumoroso ed indisciplinato, con doverosi e sentiti omaggi al grande Regista Zeffirelli che ha voluto salutare il suo pubblico dal palcoscenico a fine rappresentazione, tra gli artisti e le sue spettacolari creazioni.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Daniel Oren
Regia e scene
Franco Zeffirelli
Lighting designer
Paolo Mazzon
Costumi
Emi Wada
Maestro del coro
Armando Tasso
Direttore corpo di ballo
Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia
Movimenti coreografici
Maria Grazia Garofoli
Direttore voci bianche
Marco Tonini
Coro voci bianche
 A. d'A.Mus.

GLI INTERPRETI
Turandot
Tiziana Caruso
Altoum
Antonello Ceron
Timur
Giorgio Giuseppini
Calaf
Marco Berti
Liù
Rachele Stanisci
Ping
Vincenzo Taormina
Pong
Paolo Antognetti
Pang
Saverio Fiore
Un mandarino
Gianfranco Montresor

ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL'ARENA DI VERONA






FOTO ENNEVI

Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

FRESCHE NOTE LIBRI: TULLIO SERAFIN IL CUSTODE DEL BEL CANTO, NICLA SGUOTTI (ed. Armelin Musica – Padova)


Vogliamo segnalare l’interessante libro che la musicologa e giornalista Nicla Sguotti ha dedicato al maestro Tullio Serafin, indimenticato direttore d’orchestra veneto, nato a Rottanova di Cavarzere e mentore di tanti artisti, uno su tutti la grande Maria Callas, con cui ha realizzato produzioni memorabili in teatro ed incisioni che testimoniano la ricchezza interpretativa di entrambi i musicisti. Il libro è costituito da 277 pagine tutte da gustare. Una prima parte ripercorre la carriera del musicista, a partire dagli studi di violino sin da giovanissimo tra tante difficoltà, l'iscrizione al conservatorio milanese, i primi ingaggi nel capoluogo lombardo; poi finalmente il lavoro alla Scala con il grande Toscanini ed il passaggio alla viola con cui divenne stabile nell’orchestra scaligera. Infine il debutto come direttore d’orchestra e da lì un crescendo di esperienze importanti nei maggiori teatri italiani e quindi anche all’estero. Grande merito del Maestro fu anche credere nelle nuove produzioni, nel talento dei giovani compositori e dei giovani cantanti; un uomo eccezionale oltre che grande musicista. Tutta la sua incredibile vita artistica è riccamente raccontata e documentata in questo volume da scoprire pagina dopo pagina.


In estremissima sintesi, questo libro è un dettagliato excursus sulla carriera di questo meraviglioso Maestro, profondo conoscitore delle voci operistiche e sempre al servizio della musica. Fittissima la rassegna stampa che lo vide protagonista, presente  nella seconda parte del libro, e veramente dettagliata e stupefacente la cronologia delle sue direzioni orchestrali, nonché delle incisioni discografiche. Sono presenti infine, nella terza parte, le fotocopie e le trascrizioni di diverse lettere indirizzate al Maestro da parte di personaggi del calibro di Gabriele d’Annunzio, Ermanno Wolf Ferrari, Pietro Mascagni, Richard Strauss, Maria Callas, ecc. Il libro è anche arricchito da alcune fotografie del Maestro con illustri colleghi. E' incredibile scoprire come quanti interpreti di fama mondiale abbiano cantato sotto la direzione di Serafin.

Infine, troviamo una lunga e ricca intervista di Nicla Sguotti a Carlo Bergonzi,  nella quale il grande cantante ci spiega aneddoti e condivide sentimenti, ricordi e toccanti particolari per raccontare il grande direttore d’orchestra, un mostro sacro che ci onora avere tra i nati nel nostro Bel paese.
Il libro scorre via fluido con contenuti immancabili nella biblioteca degli appassionati d’opera, e oltretutto ci documenta su un pezzo di storia importante del nostro paese e della nostra cultura; buona lettura!

MTG


LE COMTE ORY, G. ROSSINI – TEATRO ALLA SCALA DI MILANO, lunedì 7 luglio 2014



LE COMTE
C'est moi: c'est soeur Colette.
Seule, et dans cette chambre où je ne peux dormir,
Tout me trouble, et tout m'inquiète.
J'ai peur... permettez-moi... près de vous... de venir.
  
Sulla genesi compositiva de Le Comte Ory si potrebbero scrivere tomi di libri, talmente travagliata e complessa è stata la sua nascita.
Anche qui, come nell'Assedio di Corinto o nel Mosè, dietro c'è tanta musica nata per un libretto italiano: la cantata scenica del 1825 Il viaggio a Reims, che ricordiamo con i televisori e le vasche da bagno nel memorabile allestimento di Luca Ronconi; Gae Aulenti e Claudio Abbado al Rossini Opera Festival di Pesaro nel 1984. Per una forma di sublime chiaroveggenza della pigrizia, Rossini sa che la musica del Viaggio è troppo bella per morire in poche repliche insieme ad un atto unico di tre ore, con un cast sterminato quanto irripetibile e un libretto un po' sgangherato legato ad un'occasione unica come l'incoronazione del truce Carlo X.

Decide così di rifonderla nel nascente Comte Ory: una scoppiettante opera giocosa destinata nientemeno che all'Opèra, deriva da qui quindi un rapporto tra testo e note che è una perversa via di mezzo tra un patchwork, una parodia e un palinsesto medievale, usando una griglia drammaturgica e metrica che gli consenta di riutilizzare più pezzi possibili del Viaggio a Reims, rabberciando nuovi versi francesi sulla falsariga di quelli italiani.

Il risultato alla fine sarà che il testo sulla partitura di Rossini è un'altra cosa rispetto a quello composto dal librettista Scribe che infatti, offeso, ritira il proprio nome dal frontespizio a stampa accordandogli la firma solo trent'anni dopo a forza di ‘soldoni’, pacche sulle auliche spalle e ringraziamenti di circostanza.
L'allestimento visto al Teatro alla Scala, proveniente con grande successo e altro cast dall'Opéra Nationale de Lyon e qui ripreso da Christian Rath, ha corrisposto in pieno all'idea del melodramma giocoso insito nell'opera di Rossini.

Il regista Laurent Pelly, a mio avviso uno dei più talentuosi di questa generazione,  firma anche scene e costumi e concepisce una messa in scena dove tutto ruota attorno ad un Comte Ory visto come un giovane frivolo, degenerato, un figlio di papà che sciupa la sua fortuna saltando addosso a tutto ciò che di femminile si muove e respira, non risparmiandosi sui mezzi e perennemente incalzato da un Gouverneur precettorecomplice. Siamo in un paesino della profonda e annoiata provincia francese dei nostri giorni e la Comtesse Adèle non è più la pia castellana di Scribe ma una giovinetta un po' scema di quella ricca borghesia di provincia alla quale basta dare il la per far scoppiare la sua voglia di vita assopita nell'attesa di un marito sodato in Afganistan.

Ed ecco che il famosissimo trio della scena decima del secondo atto si trasforma da un castissimo parlour di doppi sensi in uno scatenato menage a trois sessuale esplicito, dove la casta contessina viene posseduta in contemporanea e con suo grande giubilo da Ory e Isolier.
Si sa, per il compassato e cotonato pubblico della Scala, questo può essere troppo e le contestazioni non si sono fatte mancare all'indirizzo di una messa in scena comunque mai volgare né scontata.
A sostituire l'atteso e divino divo Juan Diego Florez, recentemente spesso cagionevole di salute, è stato chiamato per tutte le successive recite il tenore sudafricano Colin Lee, il quale si trova a suo agio perfetto nei panni del Comte Ory riuscendo a non far rimpiangere al pubblico afflitto e contrito la dipartita improvvisa del succitato divo.
Ha voce robusta per il ruolo, per nulla nasale o coperta da falsettoni improponibili, si spende senza parsimonia anche scenicamente, nonostante qualche incomprensione nella dizione francese o qualche scivolata nel fraseggio non sempre perfetto, porta a casa una recita decisamente convincente, segno di maturità professionale e artistica di alto livello.

Roberto Tagliavini è un Gouverneur algido nella voce, peraltro precisa e molto chiara, che affronta la sua ostica aria “veiller sans cesse” con precisione, eleganza e potenza di fiato; se solo riuscisse ad essere scenicamente più rilassato, il risultato sarebbe stupefacente.

Jose Maria Lo Monaco dà corpo al paggio Isolier con una verve ed una spigliatezza encomiabili, da consumata attrice. La voce non è robustissima, ma cavalca senza la minima difficoltà le puntature acute non proprio comode della sua parte, adeguandole ad un fraseggio da manuale.

La Comtesse Adele era Aleksandra Kurzak, la quale, dall'ultimo nostro ascolto come Juliette all'Arena di Verona lo scorso anno, ha irrobustito notevolmente la voce a scapito di tenuta e difficoltà nel settore più acuto della parte. Anche lei è bravissima nell'assecondare le richieste di Pelly e si spende senza risparmio nel portare a termine una recita musicalmente per lei un tantino difficoltosa.
Che dire di Marina De Liso come Ragonde? Che è di una bravura encomiabile. Una vera fuoriclasse nel suo genere, per nulla scontata e credibilissima sia vocalmente che scenicamente. Brava!
Sprecata nel piccolo ruolo di Alice la voce preparata e importante di Rosanna Savoia, che ci auguriamo di sentire ben presto in altri ruoli più impegnativi.

Corretti il Manfroy di Michele Mauro, il Gerard di Massimiliano Difino, il Raimbaud di Stéphane Degout e i cinque Coryphée Maria Blasi, Marzia Castellini, Massimiliano Difino, Emidio Guidotti e Devis Longo

Deludente e inaspettata la prova della concertazione di Donato Renzetti a capo di una svogliatissima e annoiata orchestra del Teatro alla Scala.
Dal navigato Maestro abruzzese, che più volte in passato ha affrontato la partitura del Comte Ory con altri più lusinghieri risultati, ci saremmo aspettati un brio, una verve e un impianto decisamente più incisivi per una partitura del genere che fonda il suo stesso essere su di un gesto vigoroso e preciso come un orologio svizzero.
Tale non è stato purtroppo e oltre agli imbarazzanti scollamenti tra buca e orchestra nelle parti corali del primo atto, non abbiamo colto una particolare propensione nell'accompagnare la compagnia di canto verso un risultato ottimale, tendendo piuttosto a portare a termine mollemente la serata senza ulteriori danni.

Ottimo il coro del Teatro alla Scala preparato con precisione da Bruno Casoni.
Successo vivissimo per tutti i cantanti, qualche contestazione per Renzetti da parte di un pubblico attento e numeroso.

Pierluigi Guadagni



LA PRODUZIONE

Direttore                    Donato Renzetti
Regia, scene
 e costumi                   Laurent Pelly
Luci                            Jöel Adam


GLI INTERPRETI

Le Comte Ory           Colin Lee
Le Gouverneur         Roberto Tagliavini
Isolier                        José Maria Lo Monaco
Raimbaud                  Stéphane Degout
La Comtesse
de Formoutier            Aleksandra Kurzak
Ragonde                    Marina De Liso
Alice                           Rosanna Savoia

Nuova produzione Teatro alla Scala
In coproduzione con Opéra National de Lyon

Orchestra e coro del Teatro alla Scala di Milano


Foto Teatro alla Scala di Milano

TURANDOT, GIACOMO PUCCINI – TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, sabato 5 luglio 2014





“ O ragazzo demente! Turandot non esiste!

Non esiste che il niente nel quale ti annulli! Turandot non esiste, non esiste!”


In questa nuova produzione del capolavoro Pucciniano del teatro lirico di Cagliari, tutto finisce bruscamente sul mi bemolle dell'ottavino che segna la morte di Liù nel terzo atto. Non c'è la musica di Alfano a completare il percorso di redenzione della principessa altera, possiamo solo immaginarlo se vogliamo o pensare che la metamorfosi non accadrà, lasciando Calaf come vincitore supremo poiché il suo nome non è stato svelato.



Muore Puccini, muore Liu,  cala il sipario e nonostante questa sia una scelta opinabile, sinceramente ci auguriamo non diventi una nuova moda, giacchè la musica di Alfano per quanto non sia un capolavoro fa parte ormai della storia stessa musicale, compositiva e affettiva della partitura di Turandot.

Chiamato per la prima volta a cimentarsi con la scenografia di un'opera, lo scultore sardo Pinuccio Sciola immagina una Pechino come una immane, complessa scultura sonora di calcare bianco di pannelli variabili in altezza che si aprono come scatole cinesi per mostrare via via il trono di Altoum, sotto il quale stà rinchiusa Turandot, la residenza dei tre Dignitari di corte fino ai prismi di roccia del terzo atto, simboli di una città moderna, futuristica nel terzo atto.

Il lavoro scultoreo di Sciola, aiutato dalle luci di Simon Corder che ne esalta tagli, vuoti, ombre e  dai costumi geometrici ed essenziali di Marco Nateri,  si inserisce in un lavoro di regia di Pier Francesco Maestrini tutto sommato di impianto tradizionale che ne mortifica la cifra “moderna”e futurista.

In sostanza, bellissime e funzionali le sculture di Sciola ma senza senso in una regia di tradizione che mira a ricostruire nei movimenti e nei clichè  compassati, una Cina oleografica da cartolina d'antan.

La compagnia di canto aveva come debuttante nel ruolo eponimo il soprano Maria Billeri che se non ha brillato per potenza sonora e capacità di tenuta nel registro più acuto della parte ( e meno male le è stato risparmiato l'impervio duettone di Alfano) ha saputo regalarci momenti di intenso lirismo soprattutto nella chiusa del secondo atto.

Calaf era il navigato Marcello Giordani, voce splendida, potentissima e generosa che non si è risparmiata un secondo nel regalare al pubblico vere emozioni. Il suo è un Calaf tutto teso all'esaltazione ormonica del giovane Principe Ignoto stregato dalla bellezza di Turandot, che si traduce in una linea di canto baldanzosa, sicura e possente ma dal morbidissimo fraseggio.

Splendida la prova di Maria Katzarava come Liù. Cantante dotatissima di voce luminosa e morbidissima nel fraseggio ha regalato mezzevoci e filati di rara memoria nel suo “Signore ascolta”del primo atto, fino all'esaltazione della morte per amore di “tu che di gel sei cinta” del terzo cantato con una tale concentrazione da lasciare senza fiato.

Molto buona anche la prova di Rafal Siwek nei panni di un Timur nobile e ieratico dalla voce rotonda e calda che speriamo vivamente di sentire presto in altri ruoli più impegnativi.

Le tre maschere Ping, Pang e Pong hanno avuto in Giovanni Guagliardo, Gregory Bonfatti e Massimiliano Chiarolla dei validissimi interpreti che hanno saputo dosare la giusta misura di ironia, cattiveria e lucidità dei loro ruoli senza eccedere in macchiettismi inutili.

Corrette le prove di Davide D'elia (Altoum), George Andguladze (un mandarino), Mauro Secci ( il Principe di Persia).



Giampaolo Bisanti a capo di una concentratissima Orchestra del Teatro lirico di Cagliari,  dirige con mano sicura e precisissima la sua idea di una Turandot tutta tesa alla ricerca dell'esaltazione dei vigorosi e violenti colori orchestrali non dimenticando però  l'abbandono nelle tinte delicate ed evanescenti di cui questa partitura è piena creando un perfetto contrasto tra le differenti atmosfere.

Partecipe e di elevato spessore la prova del coro diretto da Marco Faelli.

Successo vivissimo per tutti con autentiche ovazioni per Bisanti, Giordani e Katzarava da parte di un pubblico partecipe

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
 e direttore                             Giampaolo Bisanti
regia                                       Pier Francesco Maestrini
scene                                      Pinuccio Sciola
costumi                                 
Marco Nateri
luci                                         Simon Corder
maestro del coro                   Marco Faelli
maestro del coro
 di voci bianche                     Enrico Di Maira



GLI INTERPRETI

Turandot                               Maria Billeri 


Altoum                                  Davide D'Elia
Timur                                    Rafal Siwek 
Il Principe ignoto (Calaf)     Marcello Giordani 
Liù                                         Maria Katzarava 
Ping                                       Giovanni Guagliardo 
Pong                                      Massimiliano Chiarolla
Pang                                      Gregory Bonfatti
Un Mandarino                      George Andguladze
Il Principe di Persia              Mauro Secci
Prima ancella                        Graziella Ortu/Loredana Aramu
Seconda ancella                    Luana Spinola/Juliana Vivian Carone


Orchestra e Coro del Teatro Lirico di Cagliari
Coro di voci bianche del Conservatorio Statale di Musica "Giovanni Pierluigi da Palestrina" di Cagliari


campionamenti audio e programmazione dell'ambiente esecutivo Marcellino Garau
nuovo allestimento del Teatro Lirico di Cagliari




Foto Teatro Lirico di Cagliari

AIDA, G. VERDI – ARENA DI VERONA, sabato 28 giugno 2014






Dopo la scorsa stagione che ha visto introdurre in cartellone una nuova produzione di Aida per celebrare il centenario del Festival, la messa in scena de La Fura dels Baus torna all’Arena di Verona in una serata che si temeva fosse totalmente rovinata dalla pioggia, ma che invece ne è stata soltanto condizionata nei tempi. Dopo un’ora di incertezze tra scrosci alternati a sprazzi di sereno, finalmente lo spettacolo ha avuto inizio tra la gioia e gli applausi di sollievo delle migliaia di persone che hanno riempito fino all’estremo questa prima del 2014 dell’Opera più caratteristica del Festival. Siamo tornati con molto piacere ad assistere allo spettacolo ripreso dalla fondazione Arena, poiché come detto l’anno scorso è talmente ricco di spunti da approfondire che più si rivede e più si può apprezzare.  

Siamo nuovamente trasportati nello scontro/incontro tra passato e presente, con la troupe di archeologi che ritrova la statua dei due amanti abbracciati e si domanda quale vicenda possa essere legata a quel ritrovamento; è la storia dell’Egitto antico che si fonde con il futuro delle nuove tecnologie, utilizzate sia nei materiali di scena, opera di Roland Olbeter,  che nei costumi di Chu Uroz. Quasi un ideale passaggio del testimone verso nuove generazioni che popoleranno gli spalti e le poltrone dell’anfiteatro veronese, con ovviamente uno sguardo alle generazioni precedenti.

L’idea dei registi Carlus Padrissa e Alex Ollé ci porta nel mondo delle divinità egizie, con un esplicito richiamo al dio/sole ed alla luce che è simbolo di rinnovamento ed energia. La centrale energetica che troneggia in alto come insolito ed originale bottino di battaglia di Radames è certo simbolo di conquista, ma anche di vita e di continuità con l’ aldilà. E proprio da essa si riflette un fascio luminoso che investe il pubblico di calore e vitalità. Il pubblico stesso è virtualmente ‘abbracciato’  dalle comparse che escono dagli ingressi delle gradinate recanti delle sfere bianche cariche di luce, richiamando costantemente all’attenzione il fulcro intorno cui ruota la rappresentazione.

Abbiamo potuto apprezzare nuovamente e guardare con più attenzione le suggestive e difficili coreografie proposte per il corpo di ballo da Valentina  Carrasco, nonché ammirare le ambientazioni dalle luci soffuse, ottimo lavoro di Paolo Mazzon, dei vari ambienti messi in scena, tra cui spiccano i giochi di ombre nelle stanze di Amneris e la riproduzione del fiume Nilo con acqua che scorre lenta sul palco, palmizi sullo sfondo agitati (al vento) dai mimi che muovono anche i coccodrilli striscianti in acqua, mentre un falò scoppietta da un lato del palco. Il simbolo della vita che continua anche dopo la morte, la centrale di energia appunto, avvolge e seppellisce infine gli sfortunati protagonisti che dunque si ameranno in altri luoghi e in altri lidi...

Aida è ancora una volta la splendente Hui He. Il soprano è in grado di disegnare un personaggio dai tratti lievi e quasi celestiali; una donna vittima del suo destino di schiava ma forte della dignità regale che porta in cuore: il suo canto è soave, delicato e commuovente e se l’interprete si lascia maggiormente andare, i suoi filati sottilissimi tratteggiano un pianto dell’anima che mostra gran sensibilità.

Voce straordinaria per il Radames di Fabio Sartori. Il tenore si mostra quale interprete generoso e dotato di una voce possente e morbida al contempo. Il suo canto è ben sfogato in acuto con sicurezza interpretativa.
La superba e sicura di sé Amneris è Violeta Urmana. Forte di un temperamento audace e di una interpretazione di cuore ed impeto, la figlia del Faraone riscuote un personale successo principalmente per le sue capacità attoriali.

Bella voce di basso e austero nel piglio Raymond Acetocome Gran Sacerdote Ramfis; discreta l’interpretazione di  Gennadii Vashchenkonel ruolo del re etiope Amonasro. Il re dell’Egitto è un buon Sergej Artamonov. Chiudono il cast Maria Letizia Grosselli ed Antonello Ceronnei brevi ruoli della sacerdotessa e del messaggero.

L’orchestra dell’Arena non è parsa sempre nella sua solita forma. La lettura del Maestro Julian Kovatchevè stata di forza e vigore, imponendo ritmi particolarmente serrati che non hanno sempre agevolato il dialogo tra i musicisti stessi, gli interpreti ed il coro, che comunque si è impegnato al massimo come sempre. Non sono mancati in ogni caso momenti di sentito pathos a sottolineare in particolare le arie celebri dei due innamorati.

Pioggia scongiurata fino alla fine e successo pieno di pubblico per tutti gli interpreti, in special modo per Hui He, Fabio Sartori, e Violeta Urmana
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Julian Kovatchev
Regia
Carlus Padrissa e Alex Ollé / La Fura dels Baus
Scene
Roland Olbeter
Lighting designer
Paolo Mazzon
Costumi
Chu Uroz
Coreografia
Valentina  Carrasco
Maestro del coro
Armando Tasso
Direttore corpo di ballo
Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI
Il Re
Sergej Artamonov
Amneris
Violeta Urmana
Aida
Hui He
Radames
Fabio Sartori
Ramfis
Raymond Aceto
Amonasro
Gennadii Vashchenko
Sacerdotessa
Maria Letizia Grosselli
Un messaggero
Antonello Ceron


ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA












FOTO ENNEVI per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

THE RAKE’S PROGRESS, I. STRAVINSKY – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, venerdì 27 giugno 2014




Con grande attesa ritorna alla sua casa natale, nel teatro che l’ha vista nascere, l’opera che Stravinsky fece debuttare proprio al Teatro La Fenice di Venezia l’11 settembre 1851 dirigendola egli stesso: The rake’s progress. Una favola drammatica che sviscera il profondo dell’animo umano e che si sviluppa sul postulato che laddove esistano menti ‘oziose’ il Diavolo ha terreno fertile per i suoi piani loschi. La storia che il genio russo trasse dalle otto stampe di Hogarth, realizzate nel 1732 per prendere in giro la società libertina del settecento, è incentrata sulle vicende del pigro e lezioso Tom che spera di raggiungere ricchezza e gloria senza effettuare il minimo sforzo. Chiaro che in tal cuore leggero lo scaltro e tentatore Shadow trovi gioco facile. La lettura che il regista Damiano Michielettofa di queste vicende è molto introspettiva, e sottolinea il contrasto tra l’iniziale pace e serenità di una normale famiglia che nel giardino della propria casa è intenta a pianificare il futuro della giovane Anne insieme al suo caro fidanzato Tom, e l’inferno che sovrasterà quelle stesse vite di lì a poco e che addirittura offuscherà la mente del ragazzo senza scampo.

Una produzione in collaborazione con l’Opera di Lipsia che vede impegnata la squadra Michieletto/Fantin/Teti per regia, scene e costumi e che ha stupito non poco il pubblico veneziano. Molti sono infatti gli elementi che differenziano la messa in scena da ciò che ci si aspetterebbe leggendo il libretto, ma che a nostro avviso si inseriscono nella visione generale dell’opera senza tradirne il contenuto. Innanzitutto già il sipario è sostituito da festoni argentati che riflettono le luci verso il pubblico quasi abbagliandolo. Forse un avvertimento a non cedere alle lusinghe dei luccichii perché potrebbe costare caro.

Inoltre non ci troviamo in pieno settecento, ma ai giorni nostri e nel giardino della famiglia Truelove è parcheggiata un’ auto di qualche decennio fa. Dopo il fugace idillio iniziale Tom accetta il patto col misterioso signor Shadow e l’atmosfera cambia radicalmente, divenendo sempre più cupa anche grazie agli effetti di luce che col rosso sangue  avvertono sul proseguimento degli eventi. Il palco che dovrebbe ospitare un bordello viene completamente occupato da una enorme piscina che come una ‘melting pot’ popolata da varie amenità si riempie di individui intenti a consumare  espliciti  atti sessuali in un’orgia senza fine, ove l’acqua è rappresentata da coriandoli dorati e gli amplessi vengono esplicitati in gruppo tra salvagenti dalle forme più disparate, con delle enormi insegne al neon incombenti dall’ alto e che indicano in latino i sette peccati capitali di cui il giovane si sta rendendo vittima (ed ogni animo debole rischia di cedervi). Il giovane Tom è coinvolto in questa specie di festa e cede alla signora Goose, che qui non è una donna matura ma una giovane bella e provocante di oro vestita, non prima di aver indossato una parrucca da pagliaccio, come a dire di essere un pupazzo totalmente in balia del suo tentatore. 
La barbuta Baba che il perduto giovane si lascia convincere a sposare è anch’essa  una provocante e bella donna, barbuta sì, ma bardata in un minuscolo abitino in pelle nera che ne lascia intravvedere le grazie ed armata di immancabile scudisco con cui detta legge a chi gli si pari davanti.  Il contenitore di peccati si trasforma successivamente in una vasca di fango (lo immaginiamo dai costumi imbrattati), ove si consuma il duello a carte del povero Tom con il demonio/Shadow. Le insegne penzolano ormai logore come a simboleggiare un decadimento generale nella disperazione. Viene introdotto addirittura un tentativo, da parte del ragazzo,  di assassinare il suo rivale con un colpo di pistola, ovviamente inutile, perché da esso il tentatore si rialza tranquillamente se pur preso da spasmi continui. Risulta molto forte la scena del manicomio ove grazie a Shadow finisce il ‘discepolo’ privato del senno, in cui il coro è straordinariamente coinvolto restando per quasi tutto l’atto immobile con un foglio di carta recante la scritta ‘Help me’ e solo accennando tremolii e gesti di disperazione, con le vesti logore e cosparse di fango. 
Il povero Tom si aggira per il palco con una bambola che egli coccola come fosse il suo amore Venere, credendosi egli stesso il mitico Adone. Alla fine non vede altra soluzione che anticipare la sua dipartita asfissiandosi con una busta di plastica in testa. In tutto questo la sua fidanzata Anne è spettatrice desolata del disfacimento del suo amore; per giunta in questo spettacolo deve anche vedersela con i continui ‘assalti’ fisici di Shadow deciso a prendersi tutta la torta e non soltanto la fetta rappresentata dall’anima del libertino.    
Chiaramente con una messa in scena così particolare il cast è stato chiamato ad offrire una recitazione molto forte oltre che al massimo impegno canoro.
Alex Esposito è il terribile Nick Shadow. La persistente risata ed il modo di cantare secco e diremmo tracotante lo rendono molto credibile nel ruolo. Offre anche una voce molto dura che ben si addice al personaggio.
La sua povera vittima Tom Rakewell è  Juan Francisco Gatell. Ci è parso che prendesse più coraggio subito dopo le prime battute ed il suo canto è divenuto subito più sicuro, forte anche di un bell’impasto vocale acuto e dolce.
Bella performance di Carmela Remigio come Anne. Il suo strumento ha un bel corpo e timbrica vellutata che si muove a suo agio nell’intervallo richiesto dalla partitura. Sentita e melodiosa la famosa berceuse nell’ultimo atto, ove ancora c’è spazio per sognare battelli che veleggiano ed ‘orti verdeggianti’, uno dei momenti ritenuti più alti della poetica di Auden in quest’opera.
La turca Baba è una prorompente Natasha Petrinsky, forse non proprio a suo agio nello strettissimo costume, ma interprete espressiva e carismatica.
Spigliata la Mother Goose di Silvia Regazzo e di buona presenza scenica anche il signor Truelove, alias Michael Leibundgut. Completano il cast il Sellem di Marcello Nardis ed un buon Matteo Ferrara come guardiano del manicomio.
Un plauso al Coro della Fenice che si è mirabilmente reso protagonista e parte integrante della messa in scena con abilità sia interpretative che canore senza perdere mai la concentrazione.
Diego Matheuz è alla guida dell’orchestra della Fenice. Pur possedendo talento e musicalità, il giovane Maestro in questo caso specifico non ci ha regalato le sfumature e gli approfondimenti che ci aspettavamo da una partitura certamente ostica, che strizza l’occhio al settecento, ma che ha in sé tutta la novità e freschezza del novecento, ricca anche di sferzate in grado di emozionare e colpire nel profondo.
Il pubblico numeroso ha applaudito con generosità tutti gli interpreti, in modo particolare Alex Esposito. All’inizio dell’unico intervallo si è udita qualche contestazione per la regia.
MTG


LA PRODUZIONE
Maestro concertatore
 e direttore                   Diego Matheuz
Regia                           Damiano Michieletto 
Scene                           Paolo Fantin
Costumi                       Carla Teti
Light designer             Alessandro Carletti


GLI INTERPRETI

Trulove                      Michael Leibundgut
Anne                         
Carmela Remigio
Tom Rakewell           Juan Francisco Gatell
Nick Shadow             Alex Esposito
Mutter Goose            Silvia Regazzo
Baba                          Natasha Petrinsky
Sellem                        Marcello Nardis
Il guardiano del manicomio           Matteo Ferrara


Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

in lingua originale con sopratitoli in italiano e in inglese

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
in coproduzione con Oper Leipzig
nell’ambito del festival "Lo spirito della musica di Venezia"




Foto MICHELE CROSERA PER IL TEATRO LA FENICE

COSI’ FAN TUTTE, W.A.MOZART – TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, lunedì 23 giugno 2014







È sempre una piacevole sensazione quella di constatare come anche a fronte di un piccolo budget si possano realizzare degli spettacoli d’Opera di garbo, intelligenza e soprattutto qualità. È questo il caso del dramma giocoso di Mozart Così fan tutte  in scena al meraviglioso Teatro Olimpico di Vicenza. Nel caso in questione Lorenzo Regazzo è impegnato sia come interprete del ruolo di Don Alfonso che come regista. Del resto è proprio intorno alle trame di costui che si dipana tutta la faccenda e non vediamo nulla di più naturale che sia egli stesso anche l’autore della messa in scena. Da questo punto di vista abbiamo potuto godere di uno spettacolo studiato, vissuto e realizzato in funzione del libretto che a sua volta è servito da una musica perfetta ed immortale che ancora oggi è in grado di ottenere il tutto esaurito come con nostra grande gioia è stato anche ieri sera.


L’allestimento scenico curato da Michele Lisi sfrutta gli spazi offerti dal gioiello palladiano. Le due sorelle ferraresi sono proprio intente ad ammirare le statue che adornano le pareti del teatro come in visita culturale quando la storia prende il via. Gli arredi che poi serviranno per la casa di Fiordiligi e Dorabella sono coperti da teli bianchi per poi essere svelati a tempo debito. Siamo naturalmente in tempi moderni e i protagonisti sono vestiti con abiti contemporanei. Per dimostrare la loro dedizione ai rispettivi innamorati le fanciulle indossano addirittura delle magliette recanti le loro effigi. Queste stesse poi  saranno prova di tradimento quando le sorelle cederanno alla tentazione e le regaleranno ai compagni della beffa, che in questo caso è addirittura svelata, poiché i giovani in preda alla passione si liberano del travestimento per compiere l’atto amoroso. I baldi pretendenti sono qui travestiti con buffi e spiritosi costumi scozzesi, non albanesi, atti a mettere in atto la scommessa fedifraga. Di grande effetto il travestimento di Despina in medico/santone indiano color oro con corona a mo' di turbante, che al posto della calamita adopera naturalmente una sfera magica per rianimare gli amanti respinti e fintamente privi di conoscenza.  Per non parlare del buffo abito da notaio nell’ultimo atto con parruccone incluso.

Con una delicata fontana a rappresentare il giardino sul retro, due divani, un tavolino, un paio di sedie ed alcuni cubi colorati la scena è allestita e non serve davvero altro per quanto ricca di spunti sia la regia di Regazzo. Il suo Don Alfonso è un intellettuale che ama poetare ed aggiunge al libretto persino altri versi di Da Ponte intensamente recitati per esplicitare il suo pensiero nel consolare i giovani ‘cornificati’. Il burattinaio della situazione sa perfettamente di aver ragione, non solo perché reputa che le donne ‘gentili’ siano per loro natura votate al tradimento, ma perché in giovinezza si vive ogni passione al massimo e le occasioni vanno colte al volo, anche se ciò significa tradire il compagno partito per il fronte. Probabilmente a situazione inversa tra le coppie il risultato sarebbe stato il medesimo. Compare anche il personaggio muto di una donna vestita di bianco, una donna che porta con sé una bambola che richiama sì alla fanciullezza ma anche alle tentazioni dell’età ‘del buon tempo’.

Anche il coro è parte integrante della messa in scena, sia quando reca con sé un cuore rosso esibito con i cantori posti tutti in bell’ordine in fila, oppure nell’indossare una piccola maschera durante il tentativo di matrimonio con i nuovi compagni nel finale. Non mancano altri momenti di pura ilarità, come la distribuzione di cioccolatini al pubblico da parte dei due giovani protagonisti, ed i simpatici siparietti creati per il personaggio di Despina, armata di straccio ed aspirapolvere fatta funzionare effettivamente in scena. Insomma un godibilissimo spettacolo, che può vantare anche un cast giovane e spigliato, dalle ottime qualità canore.

Giovanna Donadini esce trionfatrice da questa produzione come Despina: con incredibile verve si muove sul palcoscenico adoperando la sua ricca e potente voce che riesce anche a modificare per rendere più plausibili le mascherate ordite da Don Alfonso, a cui fa pure la corte.
Lorenzo Regazzo è un ottimo Don Alfonso: il colore bruno e voluminoso della sua voce emessa con sicurezza e navigata esperienza fornisce il perfetto completamento ad una performance approfondita e veramente analitica del suo personaggio. È anche un ottimo declamatore di versi.

Deliziosa la Fiordiligi di Arianna Vendittelli: fresco il suo personaggio e fresco il timbro della sua voce acuta e piena soprattutto nei centri.
Molto bene anche la spigliata Dorabella di Raffaella Lupinacci. Bel colore di voce brunito, sicurezza ed espressività nel canto, davvero poliedrica nel ruolo della vispa e furba giovane ‘bene’.

Ottima intesa e ben interpretati anche i ruoli dei due giovanotti: Daniele Zanfardino, Ferrando, possiede una grande musicalità e canta con voce delicata e sinuosa. In questo repertorio è perfettamente a suo agio. Marco Bussi è grande attore e bravissimo interprete di Guglielmo, forte di uno strumento vocale di grande spessore e ottima emissione.

Il coro de I Polifonici Vicentini ha incorniciato molto bene gli eventi in essere, mentre l’ Orchestra di Padova e del Veneto ha mostrato di essere in ottima forma ed a suo agio con la partitura affidata al Maestro Giovanni Battista Rigon che ha creato una sapiente sinergia di intenti tra tutte le componenti dello spettacolo, dalla buca al palco.
Il pubblico festante e caloroso ha applaudito con vera gioia tutti i protagonisti di questo spettacolo davvero gradevole.
MTG


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore                              Giovanni Battista Rigon
Regia                                      Lorenzo Regazzo
Respons. scene e costumi    Michele Lisi
Assistente regia                     Selena Farinelli
Maestro del coro                  Pierluigi Comparin 

GLI INTERPRETI

Despina                                  Giovanna Donadini
Don Alfonso                           Lorenzo Regazzo
Fiordiligi
                                Arianna Vendittelli
Dorabella                               Raffaella Lupinacci
Ferrando                                Daniele Zanfardino 
Guglielmo                              Marco Bussi




I Polifonici Vicentini 
Orchestra di Padova e del Veneto
Alberto Boischio maestro al cembalo
Caterina Galiotto maestro collaboratore










FOTO LUIGI DE FRENZA

CARMEN, GEORGES BIZET – ARENA DI VERONA, SABATO 21 GIUGNO 2014




Con la spettacolare produzione che debuttò in Arena nell’ormai lontano 1995, rivisitata ed ‘alleggerita’ nell’allestimento del 2009, la Fondazione Arena ha deciso di rendere omaggio alla più amata e celebre opera di Bizet per festeggiare un’occasione speciale: il centesimo anno dalla sua prima rappresentazione al Festival, per celebrare un’opera che in pratica ha contribuito a fare la storia stessa della Fondazione e che è stata rappresentata per ben duecentoventisei volte fino a questa stagione. E se bisogna festeggiare in grande, l’imponente e cinematografica messa in scena del Maestro Franco Zeffirelliè chiaramente atta allo scopo. L’ormai mitico allestimento è uno dei più graditi al pubblico areniano ed anche in questo caso ha raccolto nell’anfiteatro un pubblico entusiasta e partecipe quasi come ad una partita di calcio.

Abbiamo ritrovato quindi la collaudatissima ambientazione sivigliana ricca di spunti e decisamente dinamica, incorniciata da coloratissimi teli che aiutano a completare la già folta scenografia. Come sempre Zeffirelli ci proietta esattamente al centro degli eventi dotando il palco di tutto ciò che può essere utile alla messa in scena: abbiamo ritrovato la famosa piazza di Siviglia, la ricca e colorata taverna di Lillas Pastia, siamo stati poi catapultati dall'accampamento dei contrabbandieri alla Plaza dos Toros come in un set cinematografico, con i meravigliosi e ricchi abiti di Anna Anni. Non mancano i consueti quadrupedi che qualche volta tendono ad agire non proprio ‘secondo copione’ regalando anche graziosi fuori programma. In sintesi estrema un allestimento immenso per un immenso traguardo raggiunto a Verona da questo dramma.

Dramma della donna in tutte le sue sfaccettature, nel suo porsi in essere in una società che non la accetta perché gitana e ribelle, nel porsi con il sesso opposto come dominante per non soccombere ella stessa, nel suo vivere senza regole dettate dal bon ton ma dettate dal suo essere donna e libera. Il ruolo di Carmen è uno scoglio difficilissimo da sormontare e rappresenta una punta di diamante per tantissime interpreti che abbiano raggiunto il traguardo di poterla eseguire. Dispiace molto che  Ekaterina Semenchuknon ci abbia trasmesso le vibranti emozioni che un ruolo del genere richiede. La sua Carmen non è stata la donna di profondità e spessore che il personaggio dovrebbe esprimere. Non ci ha convinto neanche dal punto di vista vocale, né per intonazione né per fraseggio.

Palma d’oro della serata ad una splendente Irina Lungucome Micaela. Impeccabile scenicamente nel ruolo della donna per bene ed innamorata, perfetto contraltare di Carmen nei modi e nei costumi. Grazie alla sua voce piena dall’ottimo volume, unitamente ad una emissione sicura e precisa può considerarsi la vera protagonista della serata. Le ovazioni interminabili del pubblico al termine della rappresentazione hanno sancito una serata davvero molto positiva per il soprano.

Il Don Josè di Carlo Ventreè appassionato e come sempre da’ prova di possedere uno strumento vocale di notevole spessore. Non sempre però il risultato di tanto ardore sia canoro che attoriale risulta impeccabile.
Sotto tono ci è sembrata anche l’interpretazione di Carlos Alvareznel ruolo dell’acclamato e desiderato Escamillo. Pur possedendo una voce molto suadente soprattutto quando scende verso il registro più grave non ne ha beneficiato per ottenere una performance all’altezza della sua bravura.
Graziose e discrete Francesca Micarellie Cristina Melis, le maliarde Frasquita e Mercedes. Completano il ricco cast il bravo Federico Longhicome Dancairo, Paolo Antognetti, Seung Pil Choi e un buon Francesco Vernanei panni di Remendado, Zuniga e Morales.

Bene i piccoli cantori del Coro voci bianche A.Li.Ve. di Paolo Facincani e pregevole il lavoro del Coro dell’Arena di Verona di Armando Tasso. Non possiamo dimenticare il contributo ormai celebre delle coreografie di El Camborio riprese da una applauditissima Lucia Real per le coinvolgenti danze del corpo di ballo areniano, con primi ballerini Teresa Strisciulli, Amaya Ugarteche, Antonio Russo.

Il Maestro Henrik Nánásiè stato alla testa dell’orchestra della Fondazione. Con il direttore ungherese abbiamo potuto ascoltare una Carmen di vigore, energica e vivace, che ha lasciato anche il posto all’intensità ed al dramma nei momenti più intensi.

Il pubblico effervescente ha applaudito con generosità tutti i protagonisti riservando una autentica ovazione alla signora Lungu.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Henrik Nánási
Regia e scene
Franco Zeffirelli
Costumi
Anna Anni
Coreografia
El Camborio ripresa da Lucia Real
Maestro del coro
Armando Tasso
Direttore corpo di ballo
Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia
Coro voci bianche
 A.Li.Ve.
Direttore voci bianche
Paolo Facincani


GLI INTERPRETI
Carmen
Ekaterina Semenchuk
Micaela
Irina Lungu
Frasquita
Francesca Micarelli
Mercedes
Cristina Melis
Don Jose'
Carlo Ventre
Escamillo
Carlos Alvarez
Dancairo
Federico Longhi
Remendado
Paolo Antognetti
Zuniga
Seung Pil Choi
Morales
Francesco Verna

Primi ballerini: Teresa Strisciulli, Amaya Ugarteche, Antonio Russo.

ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL'ARENA DI VERONA









Foto ENNEVI  per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

UN BALLO IN MASCHERA, GIUSEPPE VERDI – ARENA DI VERONA, venerdì 20 giugno 2014




Spesso i grandi uomini sono circondati da fama e successo, potere ed ammirazione generale, ma sono incredibilmente soli, con pochissimi amici scelti che in ogni caso non possono colmare il vuoto che alberga nel profondo del loro cuore. Così il giusto e magnanimo Riccardo, governatore di Boston, amato e rispettato dai cittadini che popolano la allora colonia inglese, pur governando saggiamente deve fare i conti con chi cospira contro di lui e soprattutto con il suo cuore votato all’amore per la dolce Amelia ma destinato a soffrire, perché ella è sposa del suo fidato segretario. Con Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi si è aperta la nuova stagione d’opera all’Arena di Verona nel centounesimo anniversario dalla nascita del Festival più famoso al mondo. Per questa produzione è stato chiamato il grande regista Pier Luigi Pizzi, che vanta una presenza assidua nella città dell’amore sin dalla fine degli anni sessanta.

Questo titolo mancava da sedici anni ed è stato fortemente voluto dalla direzione artistica, come degna opera che si presta ad emozionare il pubblico che accorre nella prestigiosa Arena da ormai più di un secolo. La solitudine che caratterizza la vita del protagonista è il fulcro della visione di Pizzi, che concepisce un’ambientazione leggermente spostata in avanti, esattamente di un secolo rispetto al libretto e quindi ci troviamo nel tardo settecento americano. Il grande regista, scenografo e costumista ha ideato una struttura portante maestosa, in stile neoclassico, ove le innumerevoli colonne poste in forma cilindrica richiamano alla mente il celebre colonnato della Casa Bianca di Washington, che si trasforma in base alle esigenze sceniche, aprendosi e chiudendosi per l’occasione. L’idea di fondo è molto interessante, splendida concettualmente. Vi sono rappresentati camini, scale a chiocciola, bassorilievi sui muri, il tutto dal gusto molto raffinato e concentrato nelle varie parti che compongono la struttura portante.

Il bianco è il colore dominante della scenografia, mentre per quanto riguarda i costumi c’è una alternanza di colori forti e vistosi con colori che sfumano in gradazioni molto chiare; diffusa è anche la presenza del nero. Spicca il costume rosso con tanto di cappuccio del paggio Oscar, nonché il bizzarro abito della strega Ulrica: nero con applicazioni di piume rosse, che ci fanno venire alla mente le fiamme del fuoco magico che le arde in corpo. In questa mastodontica scenografia alcuni elementi si aggiungono man mano, come una sorta di cancellata con aculei che circonda ed opprime i protagonisti per l’abituro della maga, mentre i colonnati laterali sono coperti con materiale che rammenta superfici rocciose. Il campo ove gli amanti si dichiarano è semplicemente rappresentato da due alberi disposti al centro della scena. Non mancano bandiere inglesi sventolanti dal tetto a terrazza della struttura e i fuochi d’artificio esplosi a festa naturalmente nel terzo atto. L’effetto complessivo è sicuramente di grande suggestione. Ma qualcosa ci ha lasciato perplessi, come se la pesantezza nel cuore del protagonista avesse caratterizzato anche lo spettacolo in generale, privandolo della forza espressiva di cui questa grande opera è foriera. Anche le luci piuttosto impersonali hanno contribuito a lasciarci questa sensazione Infine il manto nero che viene adagiato sul corpo esanime di Riccardo completa e sottolinea questa sensazione di incupimento che aleggia lungo tutta la rappresentazione.

La compagine canora impegnata in questa prima serata ha visto il ritorno a Verona di Hui He nel ruolo di Amelia. Il soprano ha ancora una volta mostrato quanto meraviglioso sia il colore della sua voce dolcemente pastosa e con quanta austerità si possa interpretare il suo ruolo. Ci è parsa però leggermente trattenuta ieri sera e siamo sicuri che possa imprimere ancora più intensità sia alla resa canora che dal punto di vista attoriale.

Francesco Meli è il governatore Riccardo, conte di Warwich. La sua interpretazione conferma le doti canore ed interpretative di questo tenore che con eleganza ed un canto lineare ed armonico dona giusta anima e voce ad un personaggio tormentato e ricco di sfumature.

Luca Salsi nei panni di Renato ha offerto una interpretazione di forza e temperamento; la sua voce possente e robusta unitamente ad una forte espressività ne coronano una interpretazione convincente.

Non ci convince Elisabetta Fiorillo nelle vesti dell’indovina Ulrica. Ci è sembrata in difficoltà nel passaggio di registro e la sua voce non risulta dunque uniforme nella linea di canto; anche gli attacchi ci sono parsi talvolta un po’ bruschi e l’interpretazione a tratti troppo marcata.  

Il ruolo del simpatico Oscar è interpretato da una applauditissima Serena Gamberoni che ha regalato anche una acrobatica ruota in scena per la gioia del pubblico.

A chiudere il cerchio del cast William Corrò  è il congiurato Silvano,  Seung Pil Choi  Samuel;  Deyan Vatchkov  Tom, Antonio Feltracco  impersona il giudice, infine  Saverio Fiore interpreta un discreto servo di Amelia.

I balletti del corpo di ballo della Fondazione Arena, con primi ballerini Alessia Gelmetti, Evghenij Kurtsev arricchiscono come sempre lo spettacolo, con le loro soavi movenze coreografate da Renato Zanella. Il coro di Armando Tassoè impegnato come spesso accade posto in modo sparso lungo tutto il palcoscenico, cosa che non rende facile il canto di insieme.

Il Maestro Andrea Battistoniè alla guida dell’orchestra dell’Arena di Verona.  Ormai conosciamo lo stile ed il piglio sicuro del beniamino di casa. È impegnato come sempre anche nel seguire vocalmente i cantanti e lo scorrere degli eventi, offrendo il giusto apporto ad una rappresentazione dal tono austero, con una guida equilibrata e consona alla narrazione.  

Applausi convinti per tutti i protagonisti, mentre si è udita qualche contestazione per la regia proveniente dalle gradinate.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Andrea Battistoni
Regia, scene e costumi
Pier Luigi Pizzi
Coreografia
Renato Zanella
Lighting designer
Vincenzo Raponi
Maestro del coro
Armando Tasso
Direttore corpo di ballo
Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia

GLI INTERPRETI

Riccardo
Francesco Meli
Renato
Luca Salsi
Amelia
Hui He
Ulrica
Elisabetta Fiorillo
Oscar
Serena Gamberoni
Silvano
William Corrò
Samuel
Seung Pil Choi
Tom
Deyan Vatchkov
Giudice
Antonio Feltracco
Un servo di Amelia
Saverio Fiore

Primi ballerini: Alessia Gelmetti, Evghenij Kurtsev
Costumi realizzati con tessuti ‘Rubelli’

ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA

Foto ENNEVI  per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona.






LEOS JANACEK, JEJI PASTORKYNA (JENUFA) - VERSIONE DI BRNO 1908 TEATRO NAZIONALE DI PRAGA 22 maggio 2014



KOSTELNICKA
“Fra un momento... un momento...”
e io devo aspettare qui tutta un’eternità,
l’eternità di un’anima?

Il Teatro Nazionale di Praga ha deciso di mettere in scena il capolavoro di Janacek con il suo titolo originario, Jeji Pastorkyna (la sua figliastra), invece del più comune Jenufa, spostando cosi il baricentro dell'attenzione drammatica da Jenufa appunto a Kostelnicka, vera chiave e motore dell'intera azione.
Il primo vero capolavoro di Janacek, nel quale si denota senza ombra di dubbio la sua originalissima scrittura musicale scevra da influenze di altri compositori o scuole nazionali, ha un'impostazione che potrebbe quasi dirsi “verista” per l'ambientazione naturalistica (il piccolo ambiente di un villaggio dove trionfano pregiudizi sociali e cattivi pettegolezzi) la cruda caratterizzazione dei personaggi, divisi in buoni e cattivi, protagonisti di un una vicenda a tinte forti.
Ma qui il verismo ha anche risvolti simbolisti, ecco quindi che personaggi e vicenda diventano esempio di un conflitto tra le ragioni di una verace vitalità e le costrizioni, gli odi e le paure di un ordine sociale oppressivo e una simile ricca umanità trova modo di manifestarsi  più compiutamente in una particolarissima sensibilità di Janacek per il rapporto testo-musica, tanto da far derivare dal dettato del linguaggio parlato la curva melodica della musica, originalissima nella ripetizione ossessiva, ma incessantemente variata, degli spunti melodico-ritmici.
L'allestimento di Jiri Nekvasil, supportato dai costumi e dalle scene di Daniel Dvorak, scorre nel filo della tradizione senza particolari colpi di scena o innovazioni particolari, spostando tutta l'attenzione sul personaggio di Kostelnicka, facendo diventare Jenufa una timida e sprovveduta ragazzina di campagna senza arte ne parte.
Eva Urbanovà ha interpretato la parte della Sagrestana con una potenza espressiva e una forza vocale straordinari da vera star del Teatro Nazionale Ceco. Acclamatissima dal pubblico, ha delineato un'interpretazione tutta tesa allo scavo  psicologico del personaggio in relazione alla particolarissima scrittura di Janaceck, superando senza problemi lo scoglio del secondo atto, vero banco di prova per questo personaggio. Ha saputo misurare e modellare ogni singola parola e frase con altissima professionalità e concentrazione, regalandoci emozioni veramente rare, supportata da una voce ancora fresca e duttilissima, e per una volta tanto abbiamo sentito finalmente cantare questa stupenda parte da un soprano drammatico in piena forma e non da una vecchia gloria in disarmo o ancora peggio un mezzo soprano con troppe ambizioni.
Dana Buresovà è stata una Jenufa ambiziosissima, dalla voce potente ma ottimamente gestita, supportata da una tecnica vocale eccellente, che le ha permesso di regalarci acuti limpidissimi, mezze voci, filati ed altre meraviglie vocali in una parte che non si risparmia da questo punto di vista. E' artista completa che ci auguriamo di ascoltare presto in teatri maggiori.
Il personaggio di Laca è stato un concentratissimo Jaroslav Brezina che si è fatto carico di un'interpretazione sofferta e viva dello sfortunato e appassionato pretendente di Jenufa. Lo spavaldo e inconcludente Steva ha trovato in Richard Samek degno interprete nella parte, associando a buone capacità vocali una smisurata interpretazione scenica e ottimi doti di ballerino nelle danze del primo atto.
Lenka Smidovà è stata una Nonna con tutti i tratti tipici della parte, impersonando la vecchia del villaggio con il carisma vocale e scenico degni della capostipite del clan Burja.
Completavano il nutrito cast Ivan Kusnier (Starek mugnaio), Ludek Vele (il sindaco), Jitka Burgetovà (La moglie del sindaco), Alzbeta Polackovà (Karolka), Katerina Jalovcovà (la vaccara) Lucie Silkenovà (Barena), Barbora Pernà (Jano), tutti ottimi componenti della troupe stabile del teatro nazionale di Praga.
Robert Jindra ha diretto un 'orchestra del Teatro Nazionale di Praga in splendida forma che possiede nelle sue corde più intime la capacità di esaltare e valorizzare una partitura che è vero monumento all' arte musicale Ceca.
Corretto e a proprio agio anche nelle parti delle danze del primo e terzo atto, il coro del Teatro nazionale diretto da Pavel Vanek.
Successo trionfale per tutti con ovazioni per Eva Urbanovà.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore d’orchestra 
Robert Jindra

Regia 
         Jiri Nekvasil


Scene e costumi
         Daniel Dvorak

GLI INTERPRETI

La vecchia  Buryja    
Lenka Smidovà

Laca Klemen              
Jaroslav Brezina

Stewa Buryja            
Richard Samek

Sagrestana Buryja
    Eva Urbanovà

Jenufa                        
Dana Buresovà

Sindaco                     
 Ludek Vele

Sua moglie                 
Jitka Burgetovà

Karolka                     
Alzbeta Polackovà

Vaccara                      
Katerina Jalovcovà

Barena                      
 Lucie Silkenovà

Jano                          
 Barbora Pernà

Il mugnaio                  Ivan Kusnier


ORCHESTRA E CORO TEATRO NAZIONALE DI PRAGA


Foto Teatro Nazionale di Praga

XIII EDIZIONE PREMIO MEMORIAL TULLIO BESA – AUDITORIUM FONATO CITTA’ DI THIENE (VI), sabato 24 maggio 2014.


L’appuntamento del 2014 con il premio Memorial Tullio Besa vede il ritorno al Jazz con un giovanissimo pianista che sta conquistando un folto pubblico sia nel nostro paese che all’estero: Alessandro Lanzoni. Dopo Francesco Cafiso premiato nel 2006 è la volta di questo giovane fiorentino, che ha al suo attivo premi quali il Massimo Urbani ed il Martial Solal di Parigi, il Premio Memorial Marino Peruzzi a Torre del Lago, ha partecipato al Festival Internazionale di Eilat in Israele e vanta anche numerose collaborazioni con artisti del settore quali Ares Tavolazzi, Walter Paoli, Lee Konitz, Kurt Rosenwinkel, Roberto Gatto e tanti altri. Non stupisce dunque che abbia catturato l’attenzione della promotrice del premio, Gigliola Trentin Besa, e che ora faccia parte dell’albo d’oro dei premiati.
Il concerto che ha sancito la sua vittoria ha visto Lanzoni offrire il meglio del suo repertorio, che è costituito da improvvisazioni, standard jazzistici ed anche da una sua composizione.

Come egli stesso ha spiegato Alessandro Lanzoni ama molto l’improvvisazione. Questo perché non essendo legato ad una partitura in modo pedissequo, in questo modo ha la possibilità di esprimere ciò che di suo percepisce in taluni pezzi piuttosto che in altri, partendo da un elemento armonico dinamico da sviluppare, per poi arrivare ad un concetto complessivo finale estemporaneo . Così i primi quattro brani sono state improvvisazioni per così dire ‘riscaldare’ la platea. Ecco che dal lirismo del primo brano, morbido e quasi cullante nel silenzio della sera, si è passati ad un ritmo più incalzante col secondo, privo di una melodia specifica o riconoscibile. Il toscano passa con libera scioltezza da momenti di lirismo puro a veri e propri sbalzi di umore, per così dire, rappresentati da salti di ottava, ritmi sostenuti, per poi tornare a tempi più distesi e suoni  addolciti. Quasi nostalgica la terza improvvisazione, che comunque non rimane legata sempre allo stesso tipo di atmosfera: i toni si fanno via via più accesi, l’intensità del suono cresce e le note diventano un fiume in piena. Attimi di attesa sonora per l’ultimo pezzo di questo tipo, con elementi melodici che si inseriscono man mano nell’incipit, per così ottenere un suono brillante, leggero, quasi ballabile nella sua scanzonatezza.  Vi si riconoscono i ritmi tipici del jazz: il bebop, il ragtime, e naturalmente tantissima fantasia.

Un omaggio ai grandi del jazz con l’esecuzione di brani tra cui ‘Work’ del musicista Telonious Monk. Anche in questo caso è evidente la sua personalizzazione nell’esecuzione, quanta partecipazione vi sia nel concepire il pezzo, cercando sempre qualcosa che vada aldilà di quanto scritto sul rigo musicale. Così con Cole Porter e la personalissima reinterpretazione della celebre Everything I love il pianista non si smentisce: tanta passione, trasporto nell’esecuzione, con un tocco sulla tastiera che sottolinea ed accompagna il diverso ‘sentire’ la musica a seconda del momento. Colpisce la linearità del fraseggio che si traduce in un continuum armonico; impressiona per la sicurezza esecutiva , in sintesi la sensazione che vi sia ‘un mondo’ esplicitato  in quelle note.

L’esecuzione del pezzo Dark flavour, composto dal musicista stesso e che di solito esegue in trio, in compagnia dei musicisti Enrico Morello e Matteo Bortone, ha offerto anche un momento particolarmente suggestivo e romantico.
In chiusura registriamo la splendida Rapsodia in blu di George Gershwin, con tanta carica emotiva, dinamicità e fluidità esecutive e naturalmente un tocco personale.
Tra i bis acclamati a gran voce spicca il brano ragtime del compositore Fats Waller.

La consegna del premio e i saluti conclusivi degli organizzatori e delle autorità presenti hanno chiuso un’altra serata all’insegna dell’eccellenza per questo riconoscimento che guadagna prestigio di anno in anno.
MTG 






Vincenzo Costanzo

DO RE MI…..PRESENTO – intervista a VINCENZO COSTANZO

Il giovanissimo Artista che vi presento oggi è un lanciatissimo tenore napoletano, ricco di talento e personalità. A soli ventidue anni, Vincenzo Costanzo ha già al suo attivo importanti traguardi raggiunti, come l’aver lavorato con il grande regista Franco Zeffirelli e col Maestro Daniel Oren, l’ aver cantato nel Macbeth al Carlo Felice di Genova diretto da Andrea Battistoni ed in Luisa Miller a Busseto col Maestro Donato Renzetti, l’aver interpretato il ruolo di Alfredo nella Traviata alla Guangzhou Opera House in Cina, e recentemente ha debuttato anche il ruolo di Pinkerton al Maggio Musicale Fiorentino sotto la direzione dal Maestro Juraj Valcuha. Lo incontriamo mentre è impegnato in questo ruolo per il Teatro La Fenice di Venezia, ove ci parla un po’ di sé e ci spiega con entusiasmo, grinta e soprattutto grande passione, cosa prova un ragazzo così giovane a far parte già di un mondo così magico ma anche faticoso e quali sono le sue aspettative per il futuro.

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TOSCA, GIACOMO PUCCINI - GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, venerdì 16 maggio 2014




Nel giorno del compleanno del Teatro La Fenice, inaugurata il lontano 16 maggio 1792, con Tosca si chiude il cerchio del ‘Progetto Puccini’ partito lo scorso aprile con le ormai collaudate produzioni di Bohème e Madama Butterfly, per celebrare il novantesimo anniversario dalla morte del lucchese. È questo un allestimento nuovo prodotto dalla Fondazione Fenice stessa, che vede impegnata la regista Serena Sinigaglia, nella cui visione il capolavoro pucciniano va rappresentato basandosi principalmente sui significati simbolici ed universali che da esso si ricavano, privilegiando l’aspetto immaginario  su quello visivo e concreto. 

Fondamentalmente l’allestimento si basa sul concetto per cui l’arte è una sorta di bene supremo che, se non già in questo mondo, in un futuro o nell’aldilà, è per sua natura destinata a prevalere sul male che ormai offusca gli esseri umani e guida le loro azioni. La regista milanese vede i due protagonisti come i simboli della bellezza insita nelle arti che essi praticano rispettivamente: il canto per Floria e la pittura per Mario. Il concetto dell’arte come portatrice di valori primeggianti su tutto è spesso stato decantato da poeti e pittori nel corso dei secoli, ma qui è visto nella sua veste di lotta contro il male, rappresentato dal perfido Scarpia, simbolo anche delle sopraffazioni politiche e morali a tutti i livelli sociali. Dunque anche il conseguente concetto di bello come simbolo di amore, passione, ma anche libertà e valori politici. 

Per tradurre tutto ciò la scenografa Maria Spazzi trova utile ridurre all’estremo il senso di rottura e scontro tra le due forze in campo, che quindi portano ad una vera e propria ‘frattura’ del palcoscenico, letteralmente squarciato in più parti, ove pare di scorgere anche la terra che dal sottosuolo cerca di invadere lo spazio circostante, adorno solo di pochissimi elementi essenziali alla narrazione: il quadro del pittore Cavaradossi sul cavalletto, la statua della Madonna ed un cancelletto per la cappella in Sant' Andrea della Valle, una tavola di legno adorna, posta sulle rovine del palcoscenico per il pranzo di Scarpia in Palazzo Farnese, alcune candele sparse sulla scena e poche sedie, infine quasi il nulla per l’esecuzione del protagonista nell’atto conclusivo, con gli squarci del suolo sempre più evidenti ed invadenti.
Sembra che su questa devastante desolazione l’unica speranza sia nella vita ultraterrena, dove i due amanti e spiriti libertini potranno reincontrarsi scevri da costrizioni politiche ed in armonia con la loro arte.
Molto suggestivo è il gioco di luci curato da Alessandro Verazzi, che completa e sottolinea gli stati d’animo dei personaggi con riflessi, colori e ombre mai lasciate al caso. Di stampo classico e ben curati i costumi di Federica Ponissi.

Floria Tosca è Svetla Vassileva. Del soprano colpisce soprattutto il temperamento. Il suo personaggio traduce  in azioni concrete la visione concepita per lei dalla regista: ribelle ad ogni vincolo, come una leonessa in gabbia, cerca in tutti i modi di sfuggire alle trame ordite dal crudele barone, in nome della libertà e dell’amore che prova per il suo pittore. La linea di canto è morbida e soprattutto nell’acuto sfoggia le sue migliori qualità.
Sempre più convincente nel corso della recita Stefano Secco come Cavaradossi. Si cala nel suo personaggio con intensità crescente mostrando anche delle ottime qualità vocali, grazie ad una voce squillante e piena di energia.
Applauditissimo Roberto Frontali come Scarpia. In questo ruolo la sua voce diventa ancora più austera, profonda e calda, riuscendo ad imprimere al suo personaggio una forza ed un carattere davvero impressionanti. Il migliore in campo.
Enric Martinez-Castignani è un esempio di simpatia e bravura grazie al ruolo del sagrestano. Completano il cast lo Spoletta di Cristiano Olivieri, l’Angelotti di Christian Saitta, il carceriere di Carlo Agostini e lo Sciarrone di Armando Gabba.
Partecipe il coro diretto da Ulisse Trabacchin, con i Piccoli Cantori Veneziani di Diana D’Alessio.

Alla testa della sempre in forma orchestra della Fenice, il Maestro Daniele Callegari sceglie una lettura attenta e lineare, volta a sottolineare gli eventi in scena con la giusta cornice, senza calcare troppo nei momenti più concitati. Particolarmente intenso l’accompagnamento alla celebre ‘Vissi d’arte’, ove la voce della Signora Vassileva  pare incorniciata da un manto di note lievi che si fondono col suo pianto.
Applausi calorosi per tutti i protagonisti ed il Maestro Callegari, qualche contestazione invece riservata alla regia.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore                      Daniele Callegari
Regia                           Serena Sinigaglia
Scene                           Maria Spazzi
Costumi                       Federica Ponissi
Light designer             Alessandro Verazzi


GLI INTERPRETI

Floria Tosca               Svetla Vassileva 
Mario Cavaradossi  
Stefano Secco
Il barone Scarpia       Roberto Frontali
Cesare Angelotti       Christian Saitta

Il sagrestano              Enric Martinez-Castignani
Spoletta                      Cristiano Olivieri
Sciarrone                   Armando Gabba
Un carceriere             Carlo Agostini

Pastorello                   Laura Franco

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro Ulisse Trabacchin

Piccoli Cantori Veneziani
maestro del Coro Diana D’Alessio

con sopratitoli in italiano e in inglese
nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice







FOTO MICHELE CROSERA

DECIMO CONCERTO SINFONICO – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 11 maggio 2014



Conclusione della stagione sinfonica al Filarmonico di Verona con un programma dedicato al novecento, grazie a tre compositori vissuti tutti nel corso secolo scorso. Un concerto che ha visto impegnata l’orchestra dell’Arena di Verona apparsa molto coinvolta e davvero in ottimo feeling col condottiero della serata: Daniele Rustioni.
Apertura con il Concerto violino e orchestra n. 1 op. 77 in la minore di Dmitrij Sostakovic. Nel pezzo datato 1948 si ravvisa una certa inquietudine artistica dell’autore, già evidente nel primo movimento che lascia l’ascoltatore quasi sempre in sospeso, come se il suo sviluppo tardasse ad esprimersi, in attesa di risposte che non arrivano. Il violino protagonista da subito accompagna e sottolinea il senso nostalgico di questa apertura. Si cambia completamente ambientazione con lo Scherzo, in cui  sembra essere abbandonata ogni incertezza per lasciare il posto a maggiore leggerezza e persino alla danza. Con la Passacaglia e la Cadenza del violino vi è il ritorno alla riflessione ed alla melanconia: le note altissime emesse dalle corde quasi stridono e richiamano alla mente lampi di sensazioni vissute, come a non volerle cancellare, a fissarle dunque nella memoria. Infine  torniamo a ritmi decisamente più vivaci grazie alla Burlesca, che vede il violino impegnato senza tregua come in una corsa sulle montagne russe, ove la velocità si moltiplica quasi indisciplinatamente verso il cosiddetto finale con botto, con conseguente esplosione di applausi al termine.
Applauditissima Francesca Dego che, apparsa davvero in stato di grazia e concentratissima nell’esecuzione perfetta dei ritmi serrati di questo concerto, è stata chiamata diverse volte sul palco registrando un vero trionfo.

Seconda parte del concerto con Ottorino Respighi e le sue  Fontane di Roma, scritto in epoca fascista come trittico in omaggio alla città eterna, assieme a I pini di Roma e Feste romane. Un delicato affresco di ciò che rappresenta Roma in una giornata ideale con le sue bellezze in armonia con il paesaggio, in questo caso le fontane di Valle Giulia, di Tritone, di Trevi e di Villa dei Medici, raffigurate dall’alba al tramonto nella loro maestosa bellezza. Questo poema sinfonico delicato è intriso di sensazioni campestri, di evocazioni paesaggistiche, in cui dolcemente sembra di assistere allo scorrere dell’acqua che da quasi sonnecchiante all’improvviso zampilla con energia vitale nel pieno della giornata, per poi spegnersi nuovamente col calar del sole. Non mancano richiami a figure marine fantastiche: tritoni, naiadi, cavalli marini, ecc. Un passaggio ‘dolce’ verso la parte finale del programma.

Con l’inimitabile ‘fuoco’ di Stravinsky l’orchestra dona il meglio di sé al Maestro ed al pubblico. Una delle pagine più intriganti della storia sinfonica europea,  L'Uccello di Fuoco (suite del 1919) viene sfogliata dalla compagine orchestrale con profondo entusiasmo e dobbiamo registrare che anche il direttore Rustioni sembra particolarmente a suo agio nel genere. Non solo il piglio si fa ancora più convinto e sicuro, ma riesce a trascinare nel suo brio l’orchestra che lo segue pedissequamente quasi fossero una cosa sola. È questo uno dei capolavori del musicista russo, parte della serie di musiche per balletti che il compositore concepì a partire dal primo decennio del Novecento. Ciò che la musica in se stessa non era più in grado di offrire poteva essere arricchita dal balletto, una forma espressiva che andava a completare visivamente ciò che balenava nella mente di Stravinsky. Anche se lo stesso autore desiderava che il risultato finale fosse qualcosa di indipendente dalla danza, che potesse essere eseguito parallelamente in contesti sinfonici, come a sottolineare comunque la superiorità della musica sulle altre arti. Da ciò la suite sinfonica di questo pezzo che viene regolarmente eseguita in concerto. Il tema principale è fiabesco e tratto dalla tradizione sovietica, con al centro la lotta tra bene e male rappresentati dalla classica figura dell'eroe in soccorso della principessa amata, in opposizione allo stregone malvagio. Ad ausilio dei giovani un fatato volatile in grado di contrastare gli incantesimi del mago. L’alternanza di momenti concitati con delicate melodie più distese ed ancora momenti scoppiettanti con altri attimi di lirismo, portano verso il maestoso finale che decreta il definitivo successo del concerto.
Un finale in bellezza dunque per la stagione dell’orchestra, in attesa del nuovo impegno areniano tra poco più di un mese. Gli applausi sono stati calorosi da parte di un pubblico non numerosissimo purtroppo, ma visibilmente soddisfatto.
MTG





FOTO ENNEVI

MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, DOMENICA 4 MAGGIO 2014




Secondo appuntamento per il Progetto Puccini al Teatro La Fenice di Venezia, con la riproposta dell’allestimento di Madama Butterfly ideato l’anno scorso per la 55°  Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, che vede la realizzazione delle scene e dei costumi da parte dell’artista giapponese Mariko Mori e la regia di Àlex Rigola

Assistere ad una recita di Butterfly significa fare un viaggio nel proprio animo, nelle proprie emozioni, nel proprio vissuto, che viene inevitabilmente tratto fuori con prepotenza ogni volta che siamo posti di fronte a tanta ingenua ed inutile speranza: chiunque abbia un minimo di sensibilità e buon cuore non riesce a restare indifferente di fronte a questo capolavoro di Puccini, la cui musica straziante accompagna e sottolinea il più grande timore per qualcosa che l’uomo possa provare: l’abbandono.
 
In un’atmosfera diremmo ovattata e profusa di delicatezza, la tragedia della ingenua giapponese poco più che bimba è posta a simbolo delle tante ingiustizie che le donne, ma in senso più esteso i deboli in generale, in tante parti del mondo spesso sono costretti a subire da parte di chi evidentemente si trova in una posizione di vantaggio sociale o culturale. Ma in questo allestimento si guarda addirittura avanti, ad un tempo proiettato più al futuro che al presente o passato, come a presagire che purtroppo certe situazioni continueranno a ripetersi ancora in avvenire, ma con una speranza nel fatto che la vita si possa rigenerare, a dispetto di ciò che può averla spezzata in precedenza. Come abbiamo avuto modo di notare anche l’anno scorso, in questa produzione aleggia soprattutto una sensazione di soavità: l’immagine di Cio-Cio-San stessa è quasi spirituale: il suo apparire in vesti leggiadre e candide, quasi svolazzante col suo incedere lento e sinuoso, ed il mantello alato dalle sfumature rosee in luogo del classico obi; tutta la vicenda risulta quasi rallentata, a voler sottolineare ogni momento della narrazione, così da far esaltare le doti recitative degli interpreti, qui chiamati ancor di più dal regista a tirar fuori l’aspetto emozionale che soltanto la voce ed il linguaggio del corpo insieme sanno regalare. Il simbolo dell’infinito che centralizza la scenografia vuole indicare la ciclicità degli accadimenti e la vita che in ogni caso si rigenera, con lo spirito che sopravvive agli eventi sia pur tragici. Anche le proiezioni video sottolineano questi aspetti: immagini di corpi celesti che si scontrano e si rigenerano, la meravigliosa ‘pioggia’ di farfalle che si invola dal corpo di Butterfly al termine, come se rappresentassero il suo spirito. Tutto è davvero molto suggestivo e per nulla banale. Il resto è luce e tanto bianco sullo sfondo, con pochissimi elementi in scena, e soprattutto colori chiari e sfumature tenui, accentuate dagli effetti ideati di Albert Faura. Dunque anche tanta speranza, positività, nonostante tutto, forse in un altro tempo ed in un altro luogo.

Il regista ha avuto a disposizione un cast che ha prima interiorizzato e poi esposto nel migliore dei modi le sue intenzioni: con alcune novità rispetto all’anno scorso, si conferma l’ottima commistione di intenti tra voce, recitazione e musica, quest’ultima quanto mai ispirata e sentita da parte dell’orchestra, cosa che un’opera del genere chiede a gran voce e che anche il pubblico ha ben percepito.

Nel ruolo del titolo Amarilli Nizza conferma di essere una Butterfly straordinaria. Con il  personaggio così saldamente nelle sue corde, ogni volta il coinvolgimento è sempre più reale per l’approfondimento che il soprano dedica ad esso. Reali sono i sospiri di gioia o stupore, reali le lacrime di rimpianto e delusione. La voce stessa, grazie alla tecnica sicura ed al timbro multi sfaccettato, si fa ‘bambina’ e delicata o matura e possente, a seconda dei momenti della narrazione. L’interprete è in grado di coinvolgere talmente il pubblico da suscitare grande commozione ogni volta che entra in scena.

Di rilievo anche l’interpretazione di Fabio Sartori come crudele Pinkerton. Forte di una voce possente, brillante e dalla pasta morbida e melodiosa, si dona con grande generosità e professionalità sul palcoscenico. Il suo personaggio è esposto con molta forza e carattere, davvero un eccentrico conquistatore sicuro di sé e delle sue azioni, che vacilla solo alla fine di fronte al precipitare degli eventi. A nostro avviso il tenore conferma di essere uno dei migliori in circolazione oggi nel nostro paese.

Ottima conferma la Suzuki di gran classe di Manuela Custer. Già apprezzata in precedenza per quanto intensa sia la sua interpretazione di questo ruolo, sottolinea ancora una volta di possedere una voce prorompente e dalla forte personalità.
Il console degli Stati Uniti è Elia Fabbian. Il baritono si fa apprezzare soprattutto per l’impegno e la compartecipazione agli eventi posti in essere con una voce dal bel colore baritonale.

Segnaliamo il sanguigno Goro di Massimilano Chiarolla, un temperamentoso zio Bonzo di Cristian Saitta, un corretto Principe Yamadori di William Corrò, e la famiglia di Cio-Cio-San, interpretata da Misuzu Ozawa, sua madre, Eleonora Marzaro, la zia, e la cugina, ossia Sabrina Mazzamuto.  Completano il cast Yakusidé, Roberto Menegazzo, il commissario imperiale, Carlo Agostini, l’ufficiale del registro, Salvatore De Benedetto, e la signora Pinkerton, Julie Mellor.

Sempre molto apprezzati i balletti che con discrezione ed eleganza accompagnano la narrazione, eseguiti dalle deliziose Inma Asensio, Elia Lopez Gonzalez e Sau-Ching Wong.

L’orchestra della Fenice trova col Maestro Giampaolo Bisanti nuova linfa e sfumature di colori, profondità nei suoni ed accenti atti a sottolineare ed esaltare ancora una volta le voci. Fa piacere trovare un direttore d’orchestra che dedichi tanta attenzione al palco ed ai cantanti, che sottolinei i punti di forza degli interpreti ed accompagni gli eventi con puntualità e chiaro coinvolgimento, con evidente giovamento per l’intera rappresentazione. I numerosi applausi ricevuti al termine sottolineano quanto la sua lettura abbia convinto anche al pubblico.

Emozionati e commossi, i presenti hanno tributato lunghi applausi a tutti i protagonisti, con punte di ovazioni per il soprano Nizza, il tenore Sartori ed il Maestro Bisanti.
Un bel successo confermato per questa produzione ‘made in Venice’.
MTG



LA PRODUZIONE

Maestro                     Giampaolo Bisanti
concertatore e direttore
Regia                          Àlex Rigola
Scene e costumi         Mariko Mori
Light designer           Albert Faura
Maestro del coro       Claudio Marino Moretti

GLI INTERPRETI

Cio-Cio-San              Amarilli Nizza
Suzuki                        Manuela Custer

F.B. Pinkerton          Fabio Sartori
Kate Pinkerton         Julie Mellor
Sharpless                   Elia Fabbian
Goro                          Massimilano Chiarolla
Principe Yamadori   William Corrò
Lo zio Bonzo             Cristian Saitta
Yakusidé                   Roberto Menegazzo
Il commissario          Carlo Agostini
imperiale 
L’ufficiale                  Salvatore De Benedetto
del registro
La madre                   Misuzu Ozawa
di Cio-Cio-San 
La zia                         Eleonora Marzaro
La cugina                  Sabrina Mazzamuto

Danzatrici                  Inma Asensio, Elia Lopez Gonzalez e Sau-Ching Wong.


Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti


sopratitoli in italiano e in inglese

allestimento del Teatro La Fenice




FOTO MICHELE CROSERA

BOHEME, G. PUCCINI – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, martedì 29 aprile 2014




In occasione del novantesimo anniversario della morte di Giacomo Puccini, avvenuta il 29 novembre 1924, la Fenice di Venezia dedica la sezione primaverile della stagione lirica al compositore lucchese con il Progetto Puccini, che vede alternarsi in palcoscenico tre opere tra le più rappresentative del compositore: Bohème, Madama Butterfly e Tosca.

Con Bohème si riprende l’allestimento ormai rodato che Francesco Micheli ideò nel 2011 e che ha sempre portato grande pubblico nel massimo teatro veneziano. Siamo tornati dopo l’anno scorso a ripercorrere le avventure dei poveri ragazzi simbolo di tanti giovani d’oggi, in difficoltà certo, ma legati da sincero affetto e complicità. I quadri in cui Puccini divide l’opera sono concepiti dal regista proprio come involucri entro cui incorniciare le storie dei giovani scapestrati francesi. Difatti ritroviamo l’enorme effigie illuminata, che ricorda la struttura della Tour Eiffel, ad aprire e chiudere l’opera circondando la scena e quindi i protagonisti. Una dedica del regista a questi ‘attori’ del nostro presente e futuro, con la sottolineatura del contrasto tra quanta gaiezza e soprattutto speranza sia insita nei cuori di chi pensa di avere la vita davanti, nonostante le difficoltà,  con la luce che li circonda, e la constatazione che invece resta ben poco, come nel caso della dolce Mimì, con il buio dello sfondo. Lo spettacolo è sempre gradevolissimo, con le deliziose scene tradizionali di Edoardo Sanchi e i bei costumi di Silvia Aymonino.


Ci spiace però registrare che nella recita di ieri sera non siamo riusciti a ‘sentire’ gli eventi, a creare quel legame invisibile con gli interpreti che quasi ipnotizza e permette di commuoversi, di gioire, sognare, soffrire, persino amare con essi. Queste sensazioni meravigliose, che per alcuni addirittura soltanto la Bohème può scaturire, non ci sono arrivate a pieno.
Carmen Giannattasio è un soprano di indubbie qualità vocali: la sua voce ha un timbro corposo che si arricchisce di colori soprattutto nel centro e la sua presenza scenica è sicuramente predominante rispetto ai colleghi dell’intero cast. Questa volta però non siamo riusciti ad immedesimarci nella sofferenza della piccola e dolce fioraia come ci saremmo aspettati.

Stesso dicasi per il tenore Matteo Lippi. Molto impegnato sulla scena, non ci ha però dato il pathos che speravamo arrivasse da un ragazzo sì generoso nell’emissione vocale, ma la cui voce a nostro avviso non sembra possedere il colore e il volume attesi per il ruolo del passionale poeta Rodolfo.
Una bella conferma dello scorso anno il baritono Julian Kim. Il timbro della voce è molto particolare e si muove bene in tutta la gamma del suo registro, ha cercato inoltre di trasmettere quanto più possibile il fuoco giovanile del pittore Marcello.

Niente male anche il basso Andrea Mastroni nel ruolo di un partecipe e convinto Colline.
Nel cast abbiamo ritrovato la Musetta di una corretta Francesca Dotto, che però ci aveva colpito più favorevolmente lo scorso anno, il veramente simpatico Armando Gabba nel ruolo di Schaunard, Andrea Snarski e Matteo Ferrara nei rispettivi ruoli di Alcindoro e del temuto padrone di casa Benoit. Infine, ricordiamo Dionigi D’Ostuni come Parpignol, Bo Schunnesson come venditore ambulante, Nicola Nalesso come doganiere ed il sergente dei doganieri era Salvatore Giacalone.

Un plauso alle delicate voci dei Piccoli Cantori Veneziani di Diana D’Alessio ed al sempre puntuale Coro del Teatro La Fenice diretto da Claudio Marino Moretti.

Sul podio di un’ottima orchestra saliva per la prima volta  Jader Bignamini. Se si possono apprezzare le intenzioni drammatiche e il piglio direttoriale del Maestro, va però sottolineato quanta distanza ci fosse tra buca e palcoscenico, quasi che lui dirigesse Bohème senza cantanti. La sua lettura sinfonica mostrava il fianco ad una poco adeguata attenzione per le voci e le loro esigenze.

Il pubblico internazionale piuttosto freddino non ha tributato alcun applauso dopo la celebre aria di Mimì (Sì, mi chiamano Mimì), né dopo la tanto amata aria di Rodolfo (Che gelida manina..). Si è riscaldato maggiormente nel terzo e quarto quadro eseguiti senza intervallo, tributando al termine dell’intera rappresentazione applausi calorosi a tutti gli interpreti ed al direttore d’orchestra.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore        Jader Bignamini
d’orchestra   
regia               Francesco Micheli
scene               Edoardo Sanchi
costumi           Silvia Aymonino
luci                  Fabio Barettin

GLI INTERPRETI

Rodolfo          Matteo Lippi
Marcello        
Julian Kim
Schaunard    
Armando Gabba
Colline           
Andrea Mastroni
Benoit            
Matteo Ferrara
Alcindoro      
Andrea Snarski
Mimì              
Carmen Giannattasio
Musetta          Francesca Dotto

Parpignol       Dionigi D’Ostuni
Un venditore ambulante      Bo Schunnesson
Un sergente dei doganieri    Salvatore Giacalone
Un doganiere                        Nicola Nalesso

Coro e Orchestra della Fenice
Maestro del coro  Claudio Marino Moretti

Piccoli Cantori Veneziani 
Maestro del coro Diana D’Alessio

Sottotitoli in italiano ed inglese








Foto Michele Crosera per il Teatro La Fenice

NIKOLAJ ANDREEVIČ RIMSKIJ-KORSAKOV, LA LEGGENDA DELL'INVISIBILE CITTÀ DI KITEŽ E DELLA FANCIULLA FEVRONIJA (SKAZANIJE O NEVIDIMOM GRADE KITEŽE I DEVE FEVRONIJ) - GRAN TEATRE DEL LICEU, BARCELONA, 16 APRILE 2014



« Non contarci per morti, noi siamo vivi:

Kitež non è caduta, si è nascosta »

Dopo il debutto, avvenuto ad Amsterdam nel 2012, questa splendida cooproduzione tra i teatri di Amsterdam, Milano e Barcellona della penultima opera di Rimskjy-Korsakov, approda al Gran Teatre del Liceu della città catalana.
La leggenda dell'invisibile città di Kitej e della fanciulla Fevronja è opera  di mistico simbolismo la cui trama è tratta da due leggende popolari esplicitamente piegate con propositi che hanno fatto chiamare questo capolavoro il “Parsifal russo”.
Musicalmente l'opera è estremamente complessa perché fonde opera lirica, poema sinfonico e oratorio in un'unica sintesi drammatica dove il Leitmotiv, non wagneriano ma puramente vocale e non variato, costituisce l'elemento unificatore e il materiale musicale impiegato è quello del canto popolare russo e della melopea liturgica ortodossa trattati con stupefacente virtuosismo da quell'abilissimo orchestratore che è Rimskij Korsakov, per creare la suggestione mistica e leggendaria della vicenda. Leggenda e non dramma lirico dunque, i suoi personaggi sono tutti idealizzati, stilizzati, ‘La leggenda dell 'invisibile città di Kitej’ è un vasto affresco dove la magnificenza del tessuto musicale e orchestrale tende ad una gelida compostezza di forme dove si nascondono oscuri significati e misteriose purificazioni, peraltro non sempre risolti e spesso limitati ad un sia pure  incredibile valore descrittivo.

Il regista Dmitri Tcherniakov, il quale ha dichiarato essere questa la sua opera favorita, firma anche le spettacolari scene e i costumi, affiancato da Elena Zaitseva, regalandoci una stupefacente produzione che gli è valsa il prestigioso premio Opera awards 2013 come migliore spettacolo dell'anno.
Con una trama mistica e favolistica trasportata ai giorni nostri, l'idea di sacralità panrussa perde ovviamente molto a discapito di quel misticismo che dalla musica proviene, ma ne guadagna in  freschezza ed emozione.
La casa pastorale di Fevronja è una modesta Isba sulle rive di un lago misterioso dove vive in simbiosi con la natura e gli animali. Fevronja è una ragazza in sneakers e maglione fuori moda, il principe Vesvolod un universitario in eskimo. I tartari sembrano più una banda di ceceni cocainomani dediti alle più crude nefandezze senza moralità e pervasi solo dal desiderio di sangue e distruzione. I loro capi, Bediai e Burundai, due capimafia russi tutto kalashnikov e vodka. Insomma, Thcerniakov qui si sorpassa su tutti i suoi allestimenti precedenti, inscenando un mix di fiaba e  realismo, il tutto supportato da una meticolosissima e incredibile personen-regie che non ammette sbavature al singolo figurante, mimo, corista, interprete, con una coerenza e plasticità straordinari.

Nel cast ha primeggiato per doti vocali e attoriali la Fevronja di Svetlana Ignatovich, una ragazza forte, solare, fiduciosa, che vive degli incanti della natura, una persona sincera e onestissima che ama fino in fondo e che perdona mille volte chi più l' ha offesa. La voce è piccola per l'immensa sala del Liceu e per la scrittura, ma sa sopperire a questa mancanza con un fraseggio e un'intonazione perfetta, superando senza indugi lo scoglio del lunghissimo quarto atto che la vede praticamente sola in scena.

Maxim Aksenov, il Principe Vsevolod, un bellissimo interprete dalla voce scura e perfettamente a suo agio nel lunghissimo duetto del primo atto, ha voce piccola anche lui ma canta con tale trasporto e perfezione da farci dimenticare il piccolo volume della sua voce.

Stupendo Dmitry Golovin nei panni dell'ubriacone traditore Gricha Kuterma; oltre ad una corposa voce di lirico spinto, possiede doti attoriali e interpretative, qui portate all'estremo da Tcherniakov, che fanno della sua interpretazione un vero e proprio capolavoro.

Erich Halfvarson da voce e corpo ad un frusto e ieratico Principe Iury con una tale maestosità e severità di accenti da lasciare basiti per colore, interpretazione e aderenza alla lingua russa pur non essendo madrelingua.

I due tartari Bediai e Burundai erano rispettivamente Alexander Tsymbalyuk e Vladimir Ognovenko, entrambi truci ma mai sopra le righe. Dimitris Tiliakos è Fiodor, figura di rilievo nel tessuto narrativo, Tiliakos afforonta con precisione e una splendida linea di canto la sua lunga aria del terzo atto.

Perfetti anche i comprimari Maria Gortsevskaya (il paggio del principe Yuri) Gennadi Bezzubenkov (un suonatore di gusli) dalla bellissima voce ieratica, Albert Casals (un domatore di orso), Xavier Mendoza (un cantore mendicante), Larisa Yudina nella difficile parte di Sirin e Margarita Nekrasova nella parte di Alkonost. Chiudono il cast i due nobili: Josep Fadó e Alex Sanmartí.

Precisissima ma forse un po’ troppo equilibrata la direzione di Josep Pons. Ci saremmo aspettati uno slancio più mordente nelle spettacolari scene d'assieme e soprattutto nell'interludio sinfonico della battaglia del terzo atto. La mano e il gesto di Pons hanno invece preferito frenare gli entusiasmi di una partitura che l'orchestra avrebbe eseguito alla perfezione, cosa che ha fatto nei momenti più spirituali del quarto atto eseguiti con una concentrazione impressionante.
Preciso e partecipe il coro del Liceu per l'occasione rinforzato da altri due cori (coro Intermezzo e coros a la carta), preparati meticolosamente da Josè Luis Basso.
Sucesso trionfale per tutti con punte di autentica ovazione per Svetlana Ignatovich.
Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE
Direttore d’orchestra           Josep Pons
Regia e Scene                      Dmitri Tcherniakov
Costumi                                 Elena Zaitseva i Dmitri Tcherniakov
Luci                                       Gleb Filshtinsky
GLI INTERPRETI 
Principe Iuri Vsévolo
Eric Halfvarson
Príncipe suo figlio Vsévo
Maxim Aksenov
Fevrònia
Svetlana Ignatovich
Grixka Kuterma
Dmitry Golovnin
Fiodor Pojarok
Dimitris Tiliakos
Paggio del principe Iuri
Maria Gortsevskaya
Nobile 1
Josep Fadó
Nobile 2
Alex Sanmartí
Suonatore di gusli
Gennadi Bezzubenkov
Domatore di orsi
Albert Casals
Il cantore mendicante
Xavier Mendoza
Bediai
Alexander Tsymbalyuk
Burundai
Vladimir Ognovenko
Sirin
Larisa Yudina
Alkonost
Margarita Nekrasova

Nuova coproduzione 
Gran Teatre del Liceu / De Nederlandse Opera (Amsterdam) / Teatro alla Scala (Milano)
Orquestra Simfònica i Cor del Gran Teatre del Liceu


Foto Gran Teatre del Liceu

FRESCHE NOTE DVD: ADÈS, THE TEMPEST ADÈS/KEENLYSIDE/LUNA/MET (Deutsche Grammophon)


Rappresentare Shakespeare con un’opera lirica è sempre una grande sfida che comporta una profonda conoscenza dell’autore e la ricerca della musica che meglio possa rappresentare gli eventi narrati. È questo il caso della meravigliosa ‘The Tempest’, opera in tre atti su libretto di Meredith Oakes, scritta dal giovanissimo compositore Thomas Adès, nato a Londra nel 1971, che arriva finalmente in DVD. Ispirata proprio all’ultimo capolavoro di Shakespeare, questa composizione è targata 2004 e ha visto sin dal suo debutto alla Royal Opera House di Londra un immediato e grande successo generale. Costituisce soltanto il secondo lavoro operistico del compositore, dopo l’esordio con ‘Powder her face’ del 1995, ma ha saputo conquistare tutti per la ricchezza musicale e la varietà vocale offerta. Il Metropolitan House di New York lo ha messo in scena nel 2012 con una produzione sontuosa e favolistica ideata dal regista Robert Lepage, volta a cogliere lo spirito del racconto shakespeariano, sospeso tra la concretezza e la fantasia dei diversi personaggi.

La storia, in estrema sintesi, narra del modo in cui il mago Prospero, ex duca di Milano scacciato dal suo stesso fratello Antonio, grazie alla sua magia, riesca a minipolare gli eventi e le persone, in modo tale da riprendersi ciò che gli spetta, con la felice conclusione delle nozze tra sua figlia Miranda ed il principe di Napoli Ferdinando e la pace restaurata tra i due regni.

Il regista ha immaginato che l’isola di Prospero fosse ambientata in una spettacolare miniatura del teatro La Scala di Milano (riprodotta da Jasmine Catudal), vista da vari ambienti che cambiano, ma soprattutto dal palcoscenico guardando la sala di fronte e di lato, con i suoi palchetti illuminati, minuziosamente riprodotti sul palco del Met, al centro del quale si susseguono lampadari giganti usati come liane, lenzuola scosse che naturalmente richiamano alla tempesta, velieri in scala ridotta che attraversano il palcoscenico, fondali che si trasformano in giardini incantati, creature misteriose, e tutto ciò che può servire alla ‘magia scenica’. Gli abiti meravigliosi sono della costumista australiana Kym Barrett, anch’essi sospesi tra il sogno e la realtà.

Il cast veramente preparato sia vocalmente che dal punto di vista attoriale, vede nel ruolo di Ariel il soprano Audrey Luna, decisamente impervio per l’altezza di tessitura richiesta, il centrale personaggio del mago Prospero ricoperto dal baritono Simon Keenlyside, Isabel Leonard come sua figlia Miranda, il tenore Alek Shrader nei panni di Ferdinando, Toby Spence come Antonio, William Burden è il re di Napoli ed infine Alan Oke è lo schiavo Calibano.

Chi meglio dell’autore stesso poteva dirigere questo lavoro spettacolare? Thomas Adès conduce l’orchestra del Met accompagnando eventi, cantanti e coro in un’avvolgente armonia e contagioso entusiasmo, così come ricca di colore ed effetti emozionali è la sua partitura, dalla musica incalzante e quasi cinematografica, che unisce la modernità con le favole d’altri tempi, e che possiamo godere in questo DVD come e quando vogliamo a casa nostra!


MTG