CARMEN, GEORGES BIZET – ARENA DI VERONA, SABATO 21 GIUGNO 2014




Con la spettacolare produzione che debuttò in Arena nell’ormai lontano 1995, rivisitata ed ‘alleggerita’ nell’allestimento del 2009, la Fondazione Arena ha deciso di rendere omaggio alla più amata e celebre opera di Bizet per festeggiare un’occasione speciale: il centesimo anno dalla sua prima rappresentazione al Festival, per celebrare un’opera che in pratica ha contribuito a fare la storia stessa della Fondazione e che è stata rappresentata per ben duecentoventisei volte fino a questa stagione. E se bisogna festeggiare in grande, l’imponente e cinematografica messa in scena del Maestro Franco Zeffirelliè chiaramente atta allo scopo. L’ormai mitico allestimento è uno dei più graditi al pubblico areniano ed anche in questo caso ha raccolto nell’anfiteatro un pubblico entusiasta e partecipe quasi come ad una partita di calcio.

Abbiamo ritrovato quindi la collaudatissima ambientazione sivigliana ricca di spunti e decisamente dinamica, incorniciata da coloratissimi teli che aiutano a completare la già folta scenografia. Come sempre Zeffirelli ci proietta esattamente al centro degli eventi dotando il palco di tutto ciò che può essere utile alla messa in scena: abbiamo ritrovato la famosa piazza di Siviglia, la ricca e colorata taverna di Lillas Pastia, siamo stati poi catapultati dall'accampamento dei contrabbandieri alla Plaza dos Toros come in un set cinematografico, con i meravigliosi e ricchi abiti di Anna Anni. Non mancano i consueti quadrupedi che qualche volta tendono ad agire non proprio ‘secondo copione’ regalando anche graziosi fuori programma. In sintesi estrema un allestimento immenso per un immenso traguardo raggiunto a Verona da questo dramma.

Dramma della donna in tutte le sue sfaccettature, nel suo porsi in essere in una società che non la accetta perché gitana e ribelle, nel porsi con il sesso opposto come dominante per non soccombere ella stessa, nel suo vivere senza regole dettate dal bon ton ma dettate dal suo essere donna e libera. Il ruolo di Carmen è uno scoglio difficilissimo da sormontare e rappresenta una punta di diamante per tantissime interpreti che abbiano raggiunto il traguardo di poterla eseguire. Dispiace molto che  Ekaterina Semenchuknon ci abbia trasmesso le vibranti emozioni che un ruolo del genere richiede. La sua Carmen non è stata la donna di profondità e spessore che il personaggio dovrebbe esprimere. Non ci ha convinto neanche dal punto di vista vocale, né per intonazione né per fraseggio.

Palma d’oro della serata ad una splendente Irina Lungucome Micaela. Impeccabile scenicamente nel ruolo della donna per bene ed innamorata, perfetto contraltare di Carmen nei modi e nei costumi. Grazie alla sua voce piena dall’ottimo volume, unitamente ad una emissione sicura e precisa può considerarsi la vera protagonista della serata. Le ovazioni interminabili del pubblico al termine della rappresentazione hanno sancito una serata davvero molto positiva per il soprano.

Il Don Josè di Carlo Ventreè appassionato e come sempre da’ prova di possedere uno strumento vocale di notevole spessore. Non sempre però il risultato di tanto ardore sia canoro che attoriale risulta impeccabile.
Sotto tono ci è sembrata anche l’interpretazione di Carlos Alvareznel ruolo dell’acclamato e desiderato Escamillo. Pur possedendo una voce molto suadente soprattutto quando scende verso il registro più grave non ne ha beneficiato per ottenere una performance all’altezza della sua bravura.
Graziose e discrete Francesca Micarellie Cristina Melis, le maliarde Frasquita e Mercedes. Completano il ricco cast il bravo Federico Longhicome Dancairo, Paolo Antognetti, Seung Pil Choi e un buon Francesco Vernanei panni di Remendado, Zuniga e Morales.

Bene i piccoli cantori del Coro voci bianche A.Li.Ve. di Paolo Facincani e pregevole il lavoro del Coro dell’Arena di Verona di Armando Tasso. Non possiamo dimenticare il contributo ormai celebre delle coreografie di El Camborio riprese da una applauditissima Lucia Real per le coinvolgenti danze del corpo di ballo areniano, con primi ballerini Teresa Strisciulli, Amaya Ugarteche, Antonio Russo.

Il Maestro Henrik Nánásiè stato alla testa dell’orchestra della Fondazione. Con il direttore ungherese abbiamo potuto ascoltare una Carmen di vigore, energica e vivace, che ha lasciato anche il posto all’intensità ed al dramma nei momenti più intensi.

Il pubblico effervescente ha applaudito con generosità tutti i protagonisti riservando una autentica ovazione alla signora Lungu.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Henrik Nánási
Regia e scene
Franco Zeffirelli
Costumi
Anna Anni
Coreografia
El Camborio ripresa da Lucia Real
Maestro del coro
Armando Tasso
Direttore corpo di ballo
Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia
Coro voci bianche
 A.Li.Ve.
Direttore voci bianche
Paolo Facincani


GLI INTERPRETI
Carmen
Ekaterina Semenchuk
Micaela
Irina Lungu
Frasquita
Francesca Micarelli
Mercedes
Cristina Melis
Don Jose'
Carlo Ventre
Escamillo
Carlos Alvarez
Dancairo
Federico Longhi
Remendado
Paolo Antognetti
Zuniga
Seung Pil Choi
Morales
Francesco Verna

Primi ballerini: Teresa Strisciulli, Amaya Ugarteche, Antonio Russo.

ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL'ARENA DI VERONA









Foto ENNEVI  per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

UN BALLO IN MASCHERA, GIUSEPPE VERDI – ARENA DI VERONA, venerdì 20 giugno 2014




Spesso i grandi uomini sono circondati da fama e successo, potere ed ammirazione generale, ma sono incredibilmente soli, con pochissimi amici scelti che in ogni caso non possono colmare il vuoto che alberga nel profondo del loro cuore. Così il giusto e magnanimo Riccardo, governatore di Boston, amato e rispettato dai cittadini che popolano la allora colonia inglese, pur governando saggiamente deve fare i conti con chi cospira contro di lui e soprattutto con il suo cuore votato all’amore per la dolce Amelia ma destinato a soffrire, perché ella è sposa del suo fidato segretario. Con Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi si è aperta la nuova stagione d’opera all’Arena di Verona nel centounesimo anniversario dalla nascita del Festival più famoso al mondo. Per questa produzione è stato chiamato il grande regista Pier Luigi Pizzi, che vanta una presenza assidua nella città dell’amore sin dalla fine degli anni sessanta.

Questo titolo mancava da sedici anni ed è stato fortemente voluto dalla direzione artistica, come degna opera che si presta ad emozionare il pubblico che accorre nella prestigiosa Arena da ormai più di un secolo. La solitudine che caratterizza la vita del protagonista è il fulcro della visione di Pizzi, che concepisce un’ambientazione leggermente spostata in avanti, esattamente di un secolo rispetto al libretto e quindi ci troviamo nel tardo settecento americano. Il grande regista, scenografo e costumista ha ideato una struttura portante maestosa, in stile neoclassico, ove le innumerevoli colonne poste in forma cilindrica richiamano alla mente il celebre colonnato della Casa Bianca di Washington, che si trasforma in base alle esigenze sceniche, aprendosi e chiudendosi per l’occasione. L’idea di fondo è molto interessante, splendida concettualmente. Vi sono rappresentati camini, scale a chiocciola, bassorilievi sui muri, il tutto dal gusto molto raffinato e concentrato nelle varie parti che compongono la struttura portante.

Il bianco è il colore dominante della scenografia, mentre per quanto riguarda i costumi c’è una alternanza di colori forti e vistosi con colori che sfumano in gradazioni molto chiare; diffusa è anche la presenza del nero. Spicca il costume rosso con tanto di cappuccio del paggio Oscar, nonché il bizzarro abito della strega Ulrica: nero con applicazioni di piume rosse, che ci fanno venire alla mente le fiamme del fuoco magico che le arde in corpo. In questa mastodontica scenografia alcuni elementi si aggiungono man mano, come una sorta di cancellata con aculei che circonda ed opprime i protagonisti per l’abituro della maga, mentre i colonnati laterali sono coperti con materiale che rammenta superfici rocciose. Il campo ove gli amanti si dichiarano è semplicemente rappresentato da due alberi disposti al centro della scena. Non mancano bandiere inglesi sventolanti dal tetto a terrazza della struttura e i fuochi d’artificio esplosi a festa naturalmente nel terzo atto. L’effetto complessivo è sicuramente di grande suggestione. Ma qualcosa ci ha lasciato perplessi, come se la pesantezza nel cuore del protagonista avesse caratterizzato anche lo spettacolo in generale, privandolo della forza espressiva di cui questa grande opera è foriera. Anche le luci piuttosto impersonali hanno contribuito a lasciarci questa sensazione Infine il manto nero che viene adagiato sul corpo esanime di Riccardo completa e sottolinea questa sensazione di incupimento che aleggia lungo tutta la rappresentazione.

La compagine canora impegnata in questa prima serata ha visto il ritorno a Verona di Hui He nel ruolo di Amelia. Il soprano ha ancora una volta mostrato quanto meraviglioso sia il colore della sua voce dolcemente pastosa e con quanta austerità si possa interpretare il suo ruolo. Ci è parsa però leggermente trattenuta ieri sera e siamo sicuri che possa imprimere ancora più intensità sia alla resa canora che dal punto di vista attoriale.

Francesco Meli è il governatore Riccardo, conte di Warwich. La sua interpretazione conferma le doti canore ed interpretative di questo tenore che con eleganza ed un canto lineare ed armonico dona giusta anima e voce ad un personaggio tormentato e ricco di sfumature.

Luca Salsi nei panni di Renato ha offerto una interpretazione di forza e temperamento; la sua voce possente e robusta unitamente ad una forte espressività ne coronano una interpretazione convincente.

Non ci convince Elisabetta Fiorillo nelle vesti dell’indovina Ulrica. Ci è sembrata in difficoltà nel passaggio di registro e la sua voce non risulta dunque uniforme nella linea di canto; anche gli attacchi ci sono parsi talvolta un po’ bruschi e l’interpretazione a tratti troppo marcata.  

Il ruolo del simpatico Oscar è interpretato da una applauditissima Serena Gamberoni che ha regalato anche una acrobatica ruota in scena per la gioia del pubblico.

A chiudere il cerchio del cast William Corrò  è il congiurato Silvano,  Seung Pil Choi  Samuel;  Deyan Vatchkov  Tom, Antonio Feltracco  impersona il giudice, infine  Saverio Fiore interpreta un discreto servo di Amelia.

I balletti del corpo di ballo della Fondazione Arena, con primi ballerini Alessia Gelmetti, Evghenij Kurtsev arricchiscono come sempre lo spettacolo, con le loro soavi movenze coreografate da Renato Zanella. Il coro di Armando Tassoè impegnato come spesso accade posto in modo sparso lungo tutto il palcoscenico, cosa che non rende facile il canto di insieme.

Il Maestro Andrea Battistoniè alla guida dell’orchestra dell’Arena di Verona.  Ormai conosciamo lo stile ed il piglio sicuro del beniamino di casa. È impegnato come sempre anche nel seguire vocalmente i cantanti e lo scorrere degli eventi, offrendo il giusto apporto ad una rappresentazione dal tono austero, con una guida equilibrata e consona alla narrazione.  

Applausi convinti per tutti i protagonisti, mentre si è udita qualche contestazione per la regia proveniente dalle gradinate.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Andrea Battistoni
Regia, scene e costumi
Pier Luigi Pizzi
Coreografia
Renato Zanella
Lighting designer
Vincenzo Raponi
Maestro del coro
Armando Tasso
Direttore corpo di ballo
Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia

GLI INTERPRETI

Riccardo
Francesco Meli
Renato
Luca Salsi
Amelia
Hui He
Ulrica
Elisabetta Fiorillo
Oscar
Serena Gamberoni
Silvano
William Corrò
Samuel
Seung Pil Choi
Tom
Deyan Vatchkov
Giudice
Antonio Feltracco
Un servo di Amelia
Saverio Fiore

Primi ballerini: Alessia Gelmetti, Evghenij Kurtsev
Costumi realizzati con tessuti ‘Rubelli’

ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA

Foto ENNEVI  per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona.






LEOS JANACEK, JEJI PASTORKYNA (JENUFA) - VERSIONE DI BRNO 1908 TEATRO NAZIONALE DI PRAGA 22 maggio 2014



KOSTELNICKA
“Fra un momento... un momento...”
e io devo aspettare qui tutta un’eternità,
l’eternità di un’anima?

Il Teatro Nazionale di Praga ha deciso di mettere in scena il capolavoro di Janacek con il suo titolo originario, Jeji Pastorkyna (la sua figliastra), invece del più comune Jenufa, spostando cosi il baricentro dell'attenzione drammatica da Jenufa appunto a Kostelnicka, vera chiave e motore dell'intera azione.
Il primo vero capolavoro di Janacek, nel quale si denota senza ombra di dubbio la sua originalissima scrittura musicale scevra da influenze di altri compositori o scuole nazionali, ha un'impostazione che potrebbe quasi dirsi “verista” per l'ambientazione naturalistica (il piccolo ambiente di un villaggio dove trionfano pregiudizi sociali e cattivi pettegolezzi) la cruda caratterizzazione dei personaggi, divisi in buoni e cattivi, protagonisti di un una vicenda a tinte forti.
Ma qui il verismo ha anche risvolti simbolisti, ecco quindi che personaggi e vicenda diventano esempio di un conflitto tra le ragioni di una verace vitalità e le costrizioni, gli odi e le paure di un ordine sociale oppressivo e una simile ricca umanità trova modo di manifestarsi  più compiutamente in una particolarissima sensibilità di Janacek per il rapporto testo-musica, tanto da far derivare dal dettato del linguaggio parlato la curva melodica della musica, originalissima nella ripetizione ossessiva, ma incessantemente variata, degli spunti melodico-ritmici.
L'allestimento di Jiri Nekvasil, supportato dai costumi e dalle scene di Daniel Dvorak, scorre nel filo della tradizione senza particolari colpi di scena o innovazioni particolari, spostando tutta l'attenzione sul personaggio di Kostelnicka, facendo diventare Jenufa una timida e sprovveduta ragazzina di campagna senza arte ne parte.
Eva Urbanovà ha interpretato la parte della Sagrestana con una potenza espressiva e una forza vocale straordinari da vera star del Teatro Nazionale Ceco. Acclamatissima dal pubblico, ha delineato un'interpretazione tutta tesa allo scavo  psicologico del personaggio in relazione alla particolarissima scrittura di Janaceck, superando senza problemi lo scoglio del secondo atto, vero banco di prova per questo personaggio. Ha saputo misurare e modellare ogni singola parola e frase con altissima professionalità e concentrazione, regalandoci emozioni veramente rare, supportata da una voce ancora fresca e duttilissima, e per una volta tanto abbiamo sentito finalmente cantare questa stupenda parte da un soprano drammatico in piena forma e non da una vecchia gloria in disarmo o ancora peggio un mezzo soprano con troppe ambizioni.
Dana Buresovà è stata una Jenufa ambiziosissima, dalla voce potente ma ottimamente gestita, supportata da una tecnica vocale eccellente, che le ha permesso di regalarci acuti limpidissimi, mezze voci, filati ed altre meraviglie vocali in una parte che non si risparmia da questo punto di vista. E' artista completa che ci auguriamo di ascoltare presto in teatri maggiori.
Il personaggio di Laca è stato un concentratissimo Jaroslav Brezina che si è fatto carico di un'interpretazione sofferta e viva dello sfortunato e appassionato pretendente di Jenufa. Lo spavaldo e inconcludente Steva ha trovato in Richard Samek degno interprete nella parte, associando a buone capacità vocali una smisurata interpretazione scenica e ottimi doti di ballerino nelle danze del primo atto.
Lenka Smidovà è stata una Nonna con tutti i tratti tipici della parte, impersonando la vecchia del villaggio con il carisma vocale e scenico degni della capostipite del clan Burja.
Completavano il nutrito cast Ivan Kusnier (Starek mugnaio), Ludek Vele (il sindaco), Jitka Burgetovà (La moglie del sindaco), Alzbeta Polackovà (Karolka), Katerina Jalovcovà (la vaccara) Lucie Silkenovà (Barena), Barbora Pernà (Jano), tutti ottimi componenti della troupe stabile del teatro nazionale di Praga.
Robert Jindra ha diretto un 'orchestra del Teatro Nazionale di Praga in splendida forma che possiede nelle sue corde più intime la capacità di esaltare e valorizzare una partitura che è vero monumento all' arte musicale Ceca.
Corretto e a proprio agio anche nelle parti delle danze del primo e terzo atto, il coro del Teatro nazionale diretto da Pavel Vanek.
Successo trionfale per tutti con ovazioni per Eva Urbanovà.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore d’orchestra 
Robert Jindra

Regia 
         Jiri Nekvasil


Scene e costumi
         Daniel Dvorak

GLI INTERPRETI

La vecchia  Buryja    
Lenka Smidovà

Laca Klemen              
Jaroslav Brezina

Stewa Buryja            
Richard Samek

Sagrestana Buryja
    Eva Urbanovà

Jenufa                        
Dana Buresovà

Sindaco                     
 Ludek Vele

Sua moglie                 
Jitka Burgetovà

Karolka                     
Alzbeta Polackovà

Vaccara                      
Katerina Jalovcovà

Barena                      
 Lucie Silkenovà

Jano                          
 Barbora Pernà

Il mugnaio                  Ivan Kusnier


ORCHESTRA E CORO TEATRO NAZIONALE DI PRAGA


Foto Teatro Nazionale di Praga

XIII EDIZIONE PREMIO MEMORIAL TULLIO BESA – AUDITORIUM FONATO CITTA’ DI THIENE (VI), sabato 24 maggio 2014.


L’appuntamento del 2014 con il premio Memorial Tullio Besa vede il ritorno al Jazz con un giovanissimo pianista che sta conquistando un folto pubblico sia nel nostro paese che all’estero: Alessandro Lanzoni. Dopo Francesco Cafiso premiato nel 2006 è la volta di questo giovane fiorentino, che ha al suo attivo premi quali il Massimo Urbani ed il Martial Solal di Parigi, il Premio Memorial Marino Peruzzi a Torre del Lago, ha partecipato al Festival Internazionale di Eilat in Israele e vanta anche numerose collaborazioni con artisti del settore quali Ares Tavolazzi, Walter Paoli, Lee Konitz, Kurt Rosenwinkel, Roberto Gatto e tanti altri. Non stupisce dunque che abbia catturato l’attenzione della promotrice del premio, Gigliola Trentin Besa, e che ora faccia parte dell’albo d’oro dei premiati.
Il concerto che ha sancito la sua vittoria ha visto Lanzoni offrire il meglio del suo repertorio, che è costituito da improvvisazioni, standard jazzistici ed anche da una sua composizione.

Come egli stesso ha spiegato Alessandro Lanzoni ama molto l’improvvisazione. Questo perché non essendo legato ad una partitura in modo pedissequo, in questo modo ha la possibilità di esprimere ciò che di suo percepisce in taluni pezzi piuttosto che in altri, partendo da un elemento armonico dinamico da sviluppare, per poi arrivare ad un concetto complessivo finale estemporaneo . Così i primi quattro brani sono state improvvisazioni per così dire ‘riscaldare’ la platea. Ecco che dal lirismo del primo brano, morbido e quasi cullante nel silenzio della sera, si è passati ad un ritmo più incalzante col secondo, privo di una melodia specifica o riconoscibile. Il toscano passa con libera scioltezza da momenti di lirismo puro a veri e propri sbalzi di umore, per così dire, rappresentati da salti di ottava, ritmi sostenuti, per poi tornare a tempi più distesi e suoni  addolciti. Quasi nostalgica la terza improvvisazione, che comunque non rimane legata sempre allo stesso tipo di atmosfera: i toni si fanno via via più accesi, l’intensità del suono cresce e le note diventano un fiume in piena. Attimi di attesa sonora per l’ultimo pezzo di questo tipo, con elementi melodici che si inseriscono man mano nell’incipit, per così ottenere un suono brillante, leggero, quasi ballabile nella sua scanzonatezza.  Vi si riconoscono i ritmi tipici del jazz: il bebop, il ragtime, e naturalmente tantissima fantasia.

Un omaggio ai grandi del jazz con l’esecuzione di brani tra cui ‘Work’ del musicista Telonious Monk. Anche in questo caso è evidente la sua personalizzazione nell’esecuzione, quanta partecipazione vi sia nel concepire il pezzo, cercando sempre qualcosa che vada aldilà di quanto scritto sul rigo musicale. Così con Cole Porter e la personalissima reinterpretazione della celebre Everything I love il pianista non si smentisce: tanta passione, trasporto nell’esecuzione, con un tocco sulla tastiera che sottolinea ed accompagna il diverso ‘sentire’ la musica a seconda del momento. Colpisce la linearità del fraseggio che si traduce in un continuum armonico; impressiona per la sicurezza esecutiva , in sintesi la sensazione che vi sia ‘un mondo’ esplicitato  in quelle note.

L’esecuzione del pezzo Dark flavour, composto dal musicista stesso e che di solito esegue in trio, in compagnia dei musicisti Enrico Morello e Matteo Bortone, ha offerto anche un momento particolarmente suggestivo e romantico.
In chiusura registriamo la splendida Rapsodia in blu di George Gershwin, con tanta carica emotiva, dinamicità e fluidità esecutive e naturalmente un tocco personale.
Tra i bis acclamati a gran voce spicca il brano ragtime del compositore Fats Waller.

La consegna del premio e i saluti conclusivi degli organizzatori e delle autorità presenti hanno chiuso un’altra serata all’insegna dell’eccellenza per questo riconoscimento che guadagna prestigio di anno in anno.
MTG 






Vincenzo Costanzo

DO RE MI…..PRESENTO – intervista a VINCENZO COSTANZO

Il giovanissimo Artista che vi presento oggi è un lanciatissimo tenore napoletano, ricco di talento e personalità. A soli ventidue anni, Vincenzo Costanzo ha già al suo attivo importanti traguardi raggiunti, come l’aver lavorato con il grande regista Franco Zeffirelli e col Maestro Daniel Oren, l’ aver cantato nel Macbeth al Carlo Felice di Genova diretto da Andrea Battistoni ed in Luisa Miller a Busseto col Maestro Donato Renzetti, l’aver interpretato il ruolo di Alfredo nella Traviata alla Guangzhou Opera House in Cina, e recentemente ha debuttato anche il ruolo di Pinkerton al Maggio Musicale Fiorentino sotto la direzione dal Maestro Juraj Valcuha. Lo incontriamo mentre è impegnato in questo ruolo per il Teatro La Fenice di Venezia, ove ci parla un po’ di sé e ci spiega con entusiasmo, grinta e soprattutto grande passione, cosa prova un ragazzo così giovane a far parte già di un mondo così magico ma anche faticoso e quali sono le sue aspettative per il futuro.

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TOSCA, GIACOMO PUCCINI - GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, venerdì 16 maggio 2014




Nel giorno del compleanno del Teatro La Fenice, inaugurata il lontano 16 maggio 1792, con Tosca si chiude il cerchio del ‘Progetto Puccini’ partito lo scorso aprile con le ormai collaudate produzioni di Bohème e Madama Butterfly, per celebrare il novantesimo anniversario dalla morte del lucchese. È questo un allestimento nuovo prodotto dalla Fondazione Fenice stessa, che vede impegnata la regista Serena Sinigaglia, nella cui visione il capolavoro pucciniano va rappresentato basandosi principalmente sui significati simbolici ed universali che da esso si ricavano, privilegiando l’aspetto immaginario  su quello visivo e concreto. 

Fondamentalmente l’allestimento si basa sul concetto per cui l’arte è una sorta di bene supremo che, se non già in questo mondo, in un futuro o nell’aldilà, è per sua natura destinata a prevalere sul male che ormai offusca gli esseri umani e guida le loro azioni. La regista milanese vede i due protagonisti come i simboli della bellezza insita nelle arti che essi praticano rispettivamente: il canto per Floria e la pittura per Mario. Il concetto dell’arte come portatrice di valori primeggianti su tutto è spesso stato decantato da poeti e pittori nel corso dei secoli, ma qui è visto nella sua veste di lotta contro il male, rappresentato dal perfido Scarpia, simbolo anche delle sopraffazioni politiche e morali a tutti i livelli sociali. Dunque anche il conseguente concetto di bello come simbolo di amore, passione, ma anche libertà e valori politici. 

Per tradurre tutto ciò la scenografa Maria Spazzi trova utile ridurre all’estremo il senso di rottura e scontro tra le due forze in campo, che quindi portano ad una vera e propria ‘frattura’ del palcoscenico, letteralmente squarciato in più parti, ove pare di scorgere anche la terra che dal sottosuolo cerca di invadere lo spazio circostante, adorno solo di pochissimi elementi essenziali alla narrazione: il quadro del pittore Cavaradossi sul cavalletto, la statua della Madonna ed un cancelletto per la cappella in Sant' Andrea della Valle, una tavola di legno adorna, posta sulle rovine del palcoscenico per il pranzo di Scarpia in Palazzo Farnese, alcune candele sparse sulla scena e poche sedie, infine quasi il nulla per l’esecuzione del protagonista nell’atto conclusivo, con gli squarci del suolo sempre più evidenti ed invadenti.
Sembra che su questa devastante desolazione l’unica speranza sia nella vita ultraterrena, dove i due amanti e spiriti libertini potranno reincontrarsi scevri da costrizioni politiche ed in armonia con la loro arte.
Molto suggestivo è il gioco di luci curato da Alessandro Verazzi, che completa e sottolinea gli stati d’animo dei personaggi con riflessi, colori e ombre mai lasciate al caso. Di stampo classico e ben curati i costumi di Federica Ponissi.

Floria Tosca è Svetla Vassileva. Del soprano colpisce soprattutto il temperamento. Il suo personaggio traduce  in azioni concrete la visione concepita per lei dalla regista: ribelle ad ogni vincolo, come una leonessa in gabbia, cerca in tutti i modi di sfuggire alle trame ordite dal crudele barone, in nome della libertà e dell’amore che prova per il suo pittore. La linea di canto è morbida e soprattutto nell’acuto sfoggia le sue migliori qualità.
Sempre più convincente nel corso della recita Stefano Secco come Cavaradossi. Si cala nel suo personaggio con intensità crescente mostrando anche delle ottime qualità vocali, grazie ad una voce squillante e piena di energia.
Applauditissimo Roberto Frontali come Scarpia. In questo ruolo la sua voce diventa ancora più austera, profonda e calda, riuscendo ad imprimere al suo personaggio una forza ed un carattere davvero impressionanti. Il migliore in campo.
Enric Martinez-Castignani è un esempio di simpatia e bravura grazie al ruolo del sagrestano. Completano il cast lo Spoletta di Cristiano Olivieri, l’Angelotti di Christian Saitta, il carceriere di Carlo Agostini e lo Sciarrone di Armando Gabba.
Partecipe il coro diretto da Ulisse Trabacchin, con i Piccoli Cantori Veneziani di Diana D’Alessio.

Alla testa della sempre in forma orchestra della Fenice, il Maestro Daniele Callegari sceglie una lettura attenta e lineare, volta a sottolineare gli eventi in scena con la giusta cornice, senza calcare troppo nei momenti più concitati. Particolarmente intenso l’accompagnamento alla celebre ‘Vissi d’arte’, ove la voce della Signora Vassileva  pare incorniciata da un manto di note lievi che si fondono col suo pianto.
Applausi calorosi per tutti i protagonisti ed il Maestro Callegari, qualche contestazione invece riservata alla regia.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore                      Daniele Callegari
Regia                           Serena Sinigaglia
Scene                           Maria Spazzi
Costumi                       Federica Ponissi
Light designer             Alessandro Verazzi


GLI INTERPRETI

Floria Tosca               Svetla Vassileva 
Mario Cavaradossi  
Stefano Secco
Il barone Scarpia       Roberto Frontali
Cesare Angelotti       Christian Saitta

Il sagrestano              Enric Martinez-Castignani
Spoletta                      Cristiano Olivieri
Sciarrone                   Armando Gabba
Un carceriere             Carlo Agostini

Pastorello                   Laura Franco

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro Ulisse Trabacchin

Piccoli Cantori Veneziani
maestro del Coro Diana D’Alessio

con sopratitoli in italiano e in inglese
nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice







FOTO MICHELE CROSERA

DECIMO CONCERTO SINFONICO – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 11 maggio 2014



Conclusione della stagione sinfonica al Filarmonico di Verona con un programma dedicato al novecento, grazie a tre compositori vissuti tutti nel corso secolo scorso. Un concerto che ha visto impegnata l’orchestra dell’Arena di Verona apparsa molto coinvolta e davvero in ottimo feeling col condottiero della serata: Daniele Rustioni.
Apertura con il Concerto violino e orchestra n. 1 op. 77 in la minore di Dmitrij Sostakovic. Nel pezzo datato 1948 si ravvisa una certa inquietudine artistica dell’autore, già evidente nel primo movimento che lascia l’ascoltatore quasi sempre in sospeso, come se il suo sviluppo tardasse ad esprimersi, in attesa di risposte che non arrivano. Il violino protagonista da subito accompagna e sottolinea il senso nostalgico di questa apertura. Si cambia completamente ambientazione con lo Scherzo, in cui  sembra essere abbandonata ogni incertezza per lasciare il posto a maggiore leggerezza e persino alla danza. Con la Passacaglia e la Cadenza del violino vi è il ritorno alla riflessione ed alla melanconia: le note altissime emesse dalle corde quasi stridono e richiamano alla mente lampi di sensazioni vissute, come a non volerle cancellare, a fissarle dunque nella memoria. Infine  torniamo a ritmi decisamente più vivaci grazie alla Burlesca, che vede il violino impegnato senza tregua come in una corsa sulle montagne russe, ove la velocità si moltiplica quasi indisciplinatamente verso il cosiddetto finale con botto, con conseguente esplosione di applausi al termine.
Applauditissima Francesca Dego che, apparsa davvero in stato di grazia e concentratissima nell’esecuzione perfetta dei ritmi serrati di questo concerto, è stata chiamata diverse volte sul palco registrando un vero trionfo.

Seconda parte del concerto con Ottorino Respighi e le sue  Fontane di Roma, scritto in epoca fascista come trittico in omaggio alla città eterna, assieme a I pini di Roma e Feste romane. Un delicato affresco di ciò che rappresenta Roma in una giornata ideale con le sue bellezze in armonia con il paesaggio, in questo caso le fontane di Valle Giulia, di Tritone, di Trevi e di Villa dei Medici, raffigurate dall’alba al tramonto nella loro maestosa bellezza. Questo poema sinfonico delicato è intriso di sensazioni campestri, di evocazioni paesaggistiche, in cui dolcemente sembra di assistere allo scorrere dell’acqua che da quasi sonnecchiante all’improvviso zampilla con energia vitale nel pieno della giornata, per poi spegnersi nuovamente col calar del sole. Non mancano richiami a figure marine fantastiche: tritoni, naiadi, cavalli marini, ecc. Un passaggio ‘dolce’ verso la parte finale del programma.

Con l’inimitabile ‘fuoco’ di Stravinsky l’orchestra dona il meglio di sé al Maestro ed al pubblico. Una delle pagine più intriganti della storia sinfonica europea,  L'Uccello di Fuoco (suite del 1919) viene sfogliata dalla compagine orchestrale con profondo entusiasmo e dobbiamo registrare che anche il direttore Rustioni sembra particolarmente a suo agio nel genere. Non solo il piglio si fa ancora più convinto e sicuro, ma riesce a trascinare nel suo brio l’orchestra che lo segue pedissequamente quasi fossero una cosa sola. È questo uno dei capolavori del musicista russo, parte della serie di musiche per balletti che il compositore concepì a partire dal primo decennio del Novecento. Ciò che la musica in se stessa non era più in grado di offrire poteva essere arricchita dal balletto, una forma espressiva che andava a completare visivamente ciò che balenava nella mente di Stravinsky. Anche se lo stesso autore desiderava che il risultato finale fosse qualcosa di indipendente dalla danza, che potesse essere eseguito parallelamente in contesti sinfonici, come a sottolineare comunque la superiorità della musica sulle altre arti. Da ciò la suite sinfonica di questo pezzo che viene regolarmente eseguita in concerto. Il tema principale è fiabesco e tratto dalla tradizione sovietica, con al centro la lotta tra bene e male rappresentati dalla classica figura dell'eroe in soccorso della principessa amata, in opposizione allo stregone malvagio. Ad ausilio dei giovani un fatato volatile in grado di contrastare gli incantesimi del mago. L’alternanza di momenti concitati con delicate melodie più distese ed ancora momenti scoppiettanti con altri attimi di lirismo, portano verso il maestoso finale che decreta il definitivo successo del concerto.
Un finale in bellezza dunque per la stagione dell’orchestra, in attesa del nuovo impegno areniano tra poco più di un mese. Gli applausi sono stati calorosi da parte di un pubblico non numerosissimo purtroppo, ma visibilmente soddisfatto.
MTG





FOTO ENNEVI

MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, DOMENICA 4 MAGGIO 2014




Secondo appuntamento per il Progetto Puccini al Teatro La Fenice di Venezia, con la riproposta dell’allestimento di Madama Butterfly ideato l’anno scorso per la 55°  Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, che vede la realizzazione delle scene e dei costumi da parte dell’artista giapponese Mariko Mori e la regia di Àlex Rigola. 

Assistere ad una recita di Butterfly significa fare un viaggio nel proprio animo, nelle proprie emozioni, nel proprio vissuto, che viene inevitabilmente tratto fuori con prepotenza ogni volta che siamo posti di fronte a tanta ingenua ed inutile speranza: chiunque abbia un minimo di sensibilità e buon cuore non riesce a restare indifferente di fronte a questo capolavoro di Puccini, la cui musica straziante accompagna e sottolinea il più grande timore per qualcosa che l’uomo possa provare: l’abbandono.
 
In un’atmosfera diremmo ovattata e profusa di delicatezza, la tragedia della ingenua giapponese poco più che bimba è posta a simbolo delle tante ingiustizie che le donne, ma in senso più esteso i deboli in generale, in tante parti del mondo spesso sono costretti a subire da parte di chi evidentemente si trova in una posizione di vantaggio sociale o culturale. Ma in questo allestimento si guarda addirittura avanti, ad un tempo proiettato più al futuro che al presente o passato, come a presagire che purtroppo certe situazioni continueranno a ripetersi ancora in avvenire, ma con una speranza nel fatto che la vita si possa rigenerare, a dispetto di ciò che può averla spezzata in precedenza. Come abbiamo avuto modo di notare anche l’anno scorso, in questa produzione aleggia soprattutto una sensazione di soavità: l’immagine di Cio-Cio-San stessa è quasi spirituale: il suo apparire in vesti leggiadre e candide, quasi svolazzante col suo incedere lento e sinuoso, ed il mantello alato dalle sfumature rosee in luogo del classico obi; tutta la vicenda risulta quasi rallentata, a voler sottolineare ogni momento della narrazione, così da far esaltare le doti recitative degli interpreti, qui chiamati ancor di più dal regista a tirar fuori l’aspetto emozionale che soltanto la voce ed il linguaggio del corpo insieme sanno regalare. Il simbolo dell’infinito che centralizza la scenografia vuole indicare la ciclicità degli accadimenti e la vita che in ogni caso si rigenera, con lo spirito che sopravvive agli eventi sia pur tragici. Anche le proiezioni video sottolineano questi aspetti: immagini di corpi celesti che si scontrano e si rigenerano, la meravigliosa ‘pioggia’ di farfalle che si invola dal corpo di Butterfly al termine, come se rappresentassero il suo spirito. Tutto è davvero molto suggestivo e per nulla banale. Il resto è luce e tanto bianco sullo sfondo, con pochissimi elementi in scena, e soprattutto colori chiari e sfumature tenui, accentuate dagli effetti ideati di Albert Faura. Dunque anche tanta speranza, positività, nonostante tutto, forse in un altro tempo ed in un altro luogo.

Il regista ha avuto a disposizione un cast che ha prima interiorizzato e poi esposto nel migliore dei modi le sue intenzioni: con alcune novità rispetto all’anno scorso, si conferma l’ottima commistione di intenti tra voce, recitazione e musica, quest’ultima quanto mai ispirata e sentita da parte dell’orchestra, cosa che un’opera del genere chiede a gran voce e che anche il pubblico ha ben percepito.

Nel ruolo del titolo Amarilli Nizza conferma di essere una Butterfly straordinaria. Con il  personaggio così saldamente nelle sue corde, ogni volta il coinvolgimento è sempre più reale per l’approfondimento che il soprano dedica ad esso. Reali sono i sospiri di gioia o stupore, reali le lacrime di rimpianto e delusione. La voce stessa, grazie alla tecnica sicura ed al timbro multi sfaccettato, si fa ‘bambina’ e delicata o matura e possente, a seconda dei momenti della narrazione. L’interprete è in grado di coinvolgere talmente il pubblico da suscitare grande commozione ogni volta che entra in scena.

Di rilievo anche l’interpretazione di Fabio Sartori come crudele Pinkerton. Forte di una voce possente, brillante e dalla pasta morbida e melodiosa, si dona con grande generosità e professionalità sul palcoscenico. Il suo personaggio è esposto con molta forza e carattere, davvero un eccentrico conquistatore sicuro di sé e delle sue azioni, che vacilla solo alla fine di fronte al precipitare degli eventi. A nostro avviso il tenore conferma di essere uno dei migliori in circolazione oggi nel nostro paese.

Ottima conferma la Suzuki di gran classe di Manuela Custer. Già apprezzata in precedenza per quanto intensa sia la sua interpretazione di questo ruolo, sottolinea ancora una volta di possedere una voce prorompente e dalla forte personalità.
Il console degli Stati Uniti è Elia Fabbian. Il baritono si fa apprezzare soprattutto per l’impegno e la compartecipazione agli eventi posti in essere con una voce dal bel colore baritonale.

Segnaliamo il sanguigno Goro di Massimilano Chiarolla, un temperamentoso zio Bonzo di Cristian Saitta, un corretto Principe Yamadori di William Corrò, e la famiglia di Cio-Cio-San, interpretata da Misuzu Ozawa, sua madre, Eleonora Marzaro, la zia, e la cugina, ossia Sabrina Mazzamuto.  Completano il cast Yakusidé, Roberto Menegazzo, il commissario imperiale, Carlo Agostini, l’ufficiale del registro, Salvatore De Benedetto, e la signora Pinkerton, Julie Mellor.

Sempre molto apprezzati i balletti che con discrezione ed eleganza accompagnano la narrazione, eseguiti dalle deliziose Inma Asensio, Elia Lopez Gonzalez e Sau-Ching Wong.

L’orchestra della Fenice trova col Maestro Giampaolo Bisanti nuova linfa e sfumature di colori, profondità nei suoni ed accenti atti a sottolineare ed esaltare ancora una volta le voci. Fa piacere trovare un direttore d’orchestra che dedichi tanta attenzione al palco ed ai cantanti, che sottolinei i punti di forza degli interpreti ed accompagni gli eventi con puntualità e chiaro coinvolgimento, con evidente giovamento per l’intera rappresentazione. I numerosi applausi ricevuti al termine sottolineano quanto la sua lettura abbia convinto anche al pubblico.

Emozionati e commossi, i presenti hanno tributato lunghi applausi a tutti i protagonisti, con punte di ovazioni per il soprano Nizza, il tenore Sartori ed il Maestro Bisanti.
Un bel successo confermato per questa produzione ‘made in Venice’.
MTG



LA PRODUZIONE

Maestro                     Giampaolo Bisanti
concertatore e direttore
Regia                          Àlex Rigola
Scene e costumi         Mariko Mori
Light designer           Albert Faura
Maestro del coro       Claudio Marino Moretti

GLI INTERPRETI

Cio-Cio-San              Amarilli Nizza
Suzuki                        Manuela Custer

F.B. Pinkerton          Fabio Sartori
Kate Pinkerton         Julie Mellor
Sharpless                   Elia Fabbian
Goro                          Massimilano Chiarolla
Principe Yamadori   William Corrò
Lo zio Bonzo             Cristian Saitta
Yakusidé                   Roberto Menegazzo
Il commissario          Carlo Agostini
imperiale 
L’ufficiale                  Salvatore De Benedetto
del registro
La madre                   Misuzu Ozawa
di Cio-Cio-San 
La zia                         Eleonora Marzaro
La cugina                  Sabrina Mazzamuto

Danzatrici                  Inma Asensio, Elia Lopez Gonzalez e Sau-Ching Wong.


Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti


sopratitoli in italiano e in inglese

allestimento del Teatro La Fenice




FOTO MICHELE CROSERA

BOHEME, G. PUCCINI – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, martedì 29 aprile 2014




In occasione del novantesimo anniversario della morte di Giacomo Puccini, avvenuta il 29 novembre 1924, la Fenice di Venezia dedica la sezione primaverile della stagione lirica al compositore lucchese con il Progetto Puccini, che vede alternarsi in palcoscenico tre opere tra le più rappresentative del compositore: Bohème, Madama Butterfly e Tosca.

Con Bohème si riprende l’allestimento ormai rodato che Francesco Micheli ideò nel 2011 e che ha sempre portato grande pubblico nel massimo teatro veneziano. Siamo tornati dopo l’anno scorso a ripercorrere le avventure dei poveri ragazzi simbolo di tanti giovani d’oggi, in difficoltà certo, ma legati da sincero affetto e complicità. I quadri in cui Puccini divide l’opera sono concepiti dal regista proprio come involucri entro cui incorniciare le storie dei giovani scapestrati francesi. Difatti ritroviamo l’enorme effigie illuminata, che ricorda la struttura della Tour Eiffel, ad aprire e chiudere l’opera circondando la scena e quindi i protagonisti. Una dedica del regista a questi ‘attori’ del nostro presente e futuro, con la sottolineatura del contrasto tra quanta gaiezza e soprattutto speranza sia insita nei cuori di chi pensa di avere la vita davanti, nonostante le difficoltà,  con la luce che li circonda, e la constatazione che invece resta ben poco, come nel caso della dolce Mimì, con il buio dello sfondo. Lo spettacolo è sempre gradevolissimo, con le deliziose scene tradizionali di Edoardo Sanchi e i bei costumi di Silvia Aymonino.


Ci spiace però registrare che nella recita di ieri sera non siamo riusciti a ‘sentire’ gli eventi, a creare quel legame invisibile con gli interpreti che quasi ipnotizza e permette di commuoversi, di gioire, sognare, soffrire, persino amare con essi. Queste sensazioni meravigliose, che per alcuni addirittura soltanto la Bohème può scaturire, non ci sono arrivate a pieno.
Carmen Giannattasio è un soprano di indubbie qualità vocali: la sua voce ha un timbro corposo che si arricchisce di colori soprattutto nel centro e la sua presenza scenica è sicuramente predominante rispetto ai colleghi dell’intero cast. Questa volta però non siamo riusciti ad immedesimarci nella sofferenza della piccola e dolce fioraia come ci saremmo aspettati.

Stesso dicasi per il tenore Matteo Lippi. Molto impegnato sulla scena, non ci ha però dato il pathos che speravamo arrivasse da un ragazzo sì generoso nell’emissione vocale, ma la cui voce a nostro avviso non sembra possedere il colore e il volume attesi per il ruolo del passionale poeta Rodolfo.
Una bella conferma dello scorso anno il baritono Julian Kim. Il timbro della voce è molto particolare e si muove bene in tutta la gamma del suo registro, ha cercato inoltre di trasmettere quanto più possibile il fuoco giovanile del pittore Marcello.

Niente male anche il basso Andrea Mastroni nel ruolo di un partecipe e convinto Colline.
Nel cast abbiamo ritrovato la Musetta di una corretta Francesca Dotto, che però ci aveva colpito più favorevolmente lo scorso anno, il veramente simpatico Armando Gabba nel ruolo di Schaunard, Andrea Snarski e Matteo Ferrara nei rispettivi ruoli di Alcindoro e del temuto padrone di casa Benoit. Infine, ricordiamo Dionigi D’Ostuni come Parpignol, Bo Schunnesson come venditore ambulante, Nicola Nalesso come doganiere ed il sergente dei doganieri era Salvatore Giacalone.

Un plauso alle delicate voci dei Piccoli Cantori Veneziani di Diana D’Alessio ed al sempre puntuale Coro del Teatro La Fenice diretto da Claudio Marino Moretti.

Sul podio di un’ottima orchestra saliva per la prima volta  Jader Bignamini. Se si possono apprezzare le intenzioni drammatiche e il piglio direttoriale del Maestro, va però sottolineato quanta distanza ci fosse tra buca e palcoscenico, quasi che lui dirigesse Bohème senza cantanti. La sua lettura sinfonica mostrava il fianco ad una poco adeguata attenzione per le voci e le loro esigenze.

Il pubblico internazionale piuttosto freddino non ha tributato alcun applauso dopo la celebre aria di Mimì (Sì, mi chiamano Mimì), né dopo la tanto amata aria di Rodolfo (Che gelida manina..). Si è riscaldato maggiormente nel terzo e quarto quadro eseguiti senza intervallo, tributando al termine dell’intera rappresentazione applausi calorosi a tutti gli interpreti ed al direttore d’orchestra.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore        Jader Bignamini
d’orchestra   
regia               Francesco Micheli
scene               Edoardo Sanchi
costumi           Silvia Aymonino
luci                  Fabio Barettin

GLI INTERPRETI

Rodolfo          Matteo Lippi
Marcello        
Julian Kim
Schaunard    
Armando Gabba
Colline           
Andrea Mastroni
Benoit            
Matteo Ferrara
Alcindoro      
Andrea Snarski
Mimì              
Carmen Giannattasio
Musetta          Francesca Dotto

Parpignol       Dionigi D’Ostuni
Un venditore ambulante      Bo Schunnesson
Un sergente dei doganieri    Salvatore Giacalone
Un doganiere                        Nicola Nalesso

Coro e Orchestra della Fenice
Maestro del coro  Claudio Marino Moretti

Piccoli Cantori Veneziani 
Maestro del coro Diana D’Alessio

Sottotitoli in italiano ed inglese








Foto Michele Crosera per il Teatro La Fenice

NIKOLAJ ANDREEVIČ RIMSKIJ-KORSAKOV, LA LEGGENDA DELL'INVISIBILE CITTÀ DI KITEŽ E DELLA FANCIULLA FEVRONIJA (SKAZANIJE O NEVIDIMOM GRADE KITEŽE I DEVE FEVRONIJ) - GRAN TEATRE DEL LICEU, BARCELONA, 16 APRILE 2014



« Non contarci per morti, noi siamo vivi:

Kitež non è caduta, si è nascosta »

Dopo il debutto, avvenuto ad Amsterdam nel 2012, questa splendida cooproduzione tra i teatri di Amsterdam, Milano e Barcellona della penultima opera di Rimskjy-Korsakov, approda al Gran Teatre del Liceu della città catalana.
La leggenda dell'invisibile città di Kitej e della fanciulla Fevronja è opera  di mistico simbolismo la cui trama è tratta da due leggende popolari esplicitamente piegate con propositi che hanno fatto chiamare questo capolavoro il “Parsifal russo”.
Musicalmente l'opera è estremamente complessa perché fonde opera lirica, poema sinfonico e oratorio in un'unica sintesi drammatica dove il Leitmotiv, non wagneriano ma puramente vocale e non variato, costituisce l'elemento unificatore e il materiale musicale impiegato è quello del canto popolare russo e della melopea liturgica ortodossa trattati con stupefacente virtuosismo da quell'abilissimo orchestratore che è Rimskij Korsakov, per creare la suggestione mistica e leggendaria della vicenda. Leggenda e non dramma lirico dunque, i suoi personaggi sono tutti idealizzati, stilizzati, ‘La leggenda dell 'invisibile città di Kitej’ è un vasto affresco dove la magnificenza del tessuto musicale e orchestrale tende ad una gelida compostezza di forme dove si nascondono oscuri significati e misteriose purificazioni, peraltro non sempre risolti e spesso limitati ad un sia pure  incredibile valore descrittivo.

Il regista Dmitri Tcherniakov, il quale ha dichiarato essere questa la sua opera favorita, firma anche le spettacolari scene e i costumi, affiancato da Elena Zaitseva, regalandoci una stupefacente produzione che gli è valsa il prestigioso premio Opera awards 2013 come migliore spettacolo dell'anno.
Con una trama mistica e favolistica trasportata ai giorni nostri, l'idea di sacralità panrussa perde ovviamente molto a discapito di quel misticismo che dalla musica proviene, ma ne guadagna in  freschezza ed emozione.
La casa pastorale di Fevronja è una modesta Isba sulle rive di un lago misterioso dove vive in simbiosi con la natura e gli animali. Fevronja è una ragazza in sneakers e maglione fuori moda, il principe Vesvolod un universitario in eskimo. I tartari sembrano più una banda di ceceni cocainomani dediti alle più crude nefandezze senza moralità e pervasi solo dal desiderio di sangue e distruzione. I loro capi, Bediai e Burundai, due capimafia russi tutto kalashnikov e vodka. Insomma, Thcerniakov qui si sorpassa su tutti i suoi allestimenti precedenti, inscenando un mix di fiaba e  realismo, il tutto supportato da una meticolosissima e incredibile personen-regie che non ammette sbavature al singolo figurante, mimo, corista, interprete, con una coerenza e plasticità straordinari.

Nel cast ha primeggiato per doti vocali e attoriali la Fevronja di Svetlana Ignatovich, una ragazza forte, solare, fiduciosa, che vive degli incanti della natura, una persona sincera e onestissima che ama fino in fondo e che perdona mille volte chi più l' ha offesa. La voce è piccola per l'immensa sala del Liceu e per la scrittura, ma sa sopperire a questa mancanza con un fraseggio e un'intonazione perfetta, superando senza indugi lo scoglio del lunghissimo quarto atto che la vede praticamente sola in scena.

Maxim Aksenov, il Principe Vsevolod, un bellissimo interprete dalla voce scura e perfettamente a suo agio nel lunghissimo duetto del primo atto, ha voce piccola anche lui ma canta con tale trasporto e perfezione da farci dimenticare il piccolo volume della sua voce.

Stupendo Dmitry Golovin nei panni dell'ubriacone traditore Gricha Kuterma; oltre ad una corposa voce di lirico spinto, possiede doti attoriali e interpretative, qui portate all'estremo da Tcherniakov, che fanno della sua interpretazione un vero e proprio capolavoro.

Erich Halfvarson da voce e corpo ad un frusto e ieratico Principe Iury con una tale maestosità e severità di accenti da lasciare basiti per colore, interpretazione e aderenza alla lingua russa pur non essendo madrelingua.

I due tartari Bediai e Burundai erano rispettivamente Alexander Tsymbalyuk e Vladimir Ognovenko, entrambi truci ma mai sopra le righe. Dimitris Tiliakos è Fiodor, figura di rilievo nel tessuto narrativo, Tiliakos afforonta con precisione e una splendida linea di canto la sua lunga aria del terzo atto.

Perfetti anche i comprimari Maria Gortsevskaya (il paggio del principe Yuri) Gennadi Bezzubenkov (un suonatore di gusli) dalla bellissima voce ieratica, Albert Casals (un domatore di orso), Xavier Mendoza (un cantore mendicante), Larisa Yudina nella difficile parte di Sirin e Margarita Nekrasova nella parte di Alkonost. Chiudono il cast i due nobili: Josep Fadó e Alex Sanmartí.

Precisissima ma forse un po’ troppo equilibrata la direzione di Josep Pons. Ci saremmo aspettati uno slancio più mordente nelle spettacolari scene d'assieme e soprattutto nell'interludio sinfonico della battaglia del terzo atto. La mano e il gesto di Pons hanno invece preferito frenare gli entusiasmi di una partitura che l'orchestra avrebbe eseguito alla perfezione, cosa che ha fatto nei momenti più spirituali del quarto atto eseguiti con una concentrazione impressionante.
Preciso e partecipe il coro del Liceu per l'occasione rinforzato da altri due cori (coro Intermezzo e coros a la carta), preparati meticolosamente da Josè Luis Basso.
Sucesso trionfale per tutti con punte di autentica ovazione per Svetlana Ignatovich.
Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE
Direttore d’orchestra           Josep Pons
Regia e Scene                      Dmitri Tcherniakov
Costumi                                 Elena Zaitseva i Dmitri Tcherniakov
Luci                                       Gleb Filshtinsky
GLI INTERPRETI 
Principe Iuri Vsévolo
Eric Halfvarson
Príncipe suo figlio Vsévo
Maxim Aksenov
Fevrònia
Svetlana Ignatovich
Grixka Kuterma
Dmitry Golovnin
Fiodor Pojarok
Dimitris Tiliakos
Paggio del principe Iuri
Maria Gortsevskaya
Nobile 1
Josep Fadó
Nobile 2
Alex Sanmartí
Suonatore di gusli
Gennadi Bezzubenkov
Domatore di orsi
Albert Casals
Il cantore mendicante
Xavier Mendoza
Bediai
Alexander Tsymbalyuk
Burundai
Vladimir Ognovenko
Sirin
Larisa Yudina
Alkonost
Margarita Nekrasova

Nuova coproduzione 
Gran Teatre del Liceu / De Nederlandse Opera (Amsterdam) / Teatro alla Scala (Milano)
Orquestra Simfònica i Cor del Gran Teatre del Liceu


Foto Gran Teatre del Liceu

FRESCHE NOTE DVD: ADÈS, THE TEMPEST ADÈS/KEENLYSIDE/LUNA/MET (Deutsche Grammophon)


Rappresentare Shakespeare con un’opera lirica è sempre una grande sfida che comporta una profonda conoscenza dell’autore e la ricerca della musica che meglio possa rappresentare gli eventi narrati. È questo il caso della meravigliosa ‘The Tempest’, opera in tre atti su libretto di Meredith Oakes, scritta dal giovanissimo compositore Thomas Adès, nato a Londra nel 1971, che arriva finalmente in DVD. Ispirata proprio all’ultimo capolavoro di Shakespeare, questa composizione è targata 2004 e ha visto sin dal suo debutto alla Royal Opera House di Londra un immediato e grande successo generale. Costituisce soltanto il secondo lavoro operistico del compositore, dopo l’esordio con ‘Powder her face’ del 1995, ma ha saputo conquistare tutti per la ricchezza musicale e la varietà vocale offerta. Il Metropolitan House di New York lo ha messo in scena nel 2012 con una produzione sontuosa e favolistica ideata dal regista Robert Lepage, volta a cogliere lo spirito del racconto shakespeariano, sospeso tra la concretezza e la fantasia dei diversi personaggi.

La storia, in estrema sintesi, narra del modo in cui il mago Prospero, ex duca di Milano scacciato dal suo stesso fratello Antonio, grazie alla sua magia, riesca a minipolare gli eventi e le persone, in modo tale da riprendersi ciò che gli spetta, con la felice conclusione delle nozze tra sua figlia Miranda ed il principe di Napoli Ferdinando e la pace restaurata tra i due regni.

Il regista ha immaginato che l’isola di Prospero fosse ambientata in una spettacolare miniatura del teatro La Scala di Milano (riprodotta da Jasmine Catudal), vista da vari ambienti che cambiano, ma soprattutto dal palcoscenico guardando la sala di fronte e di lato, con i suoi palchetti illuminati, minuziosamente riprodotti sul palco del Met, al centro del quale si susseguono lampadari giganti usati come liane, lenzuola scosse che naturalmente richiamano alla tempesta, velieri in scala ridotta che attraversano il palcoscenico, fondali che si trasformano in giardini incantati, creature misteriose, e tutto ciò che può servire alla ‘magia scenica’. Gli abiti meravigliosi sono della costumista australiana Kym Barrett, anch’essi sospesi tra il sogno e la realtà.

Il cast veramente preparato sia vocalmente che dal punto di vista attoriale, vede nel ruolo di Ariel il soprano Audrey Luna, decisamente impervio per l’altezza di tessitura richiesta, il centrale personaggio del mago Prospero ricoperto dal baritono Simon Keenlyside, Isabel Leonard come sua figlia Miranda, il tenore Alek Shrader nei panni di Ferdinando, Toby Spence come Antonio, William Burden è il re di Napoli ed infine Alan Oke è lo schiavo Calibano.

Chi meglio dell’autore stesso poteva dirigere questo lavoro spettacolare? Thomas Adès conduce l’orchestra del Met accompagnando eventi, cantanti e coro in un’avvolgente armonia e contagioso entusiasmo, così come ricca di colore ed effetti emozionali è la sua partitura, dalla musica incalzante e quasi cinematografica, che unisce la modernità con le favole d’altri tempi, e che possiamo godere in questo DVD come e quando vogliamo a casa nostra!


MTG



Manuela Custer

DO RE MI…..PRESENTO – intervista a MANUELA CUSTER

L' Artista che incontriamo oggi è sicuramente una delle più eclettiche ed in continua evoluzione tra le interpreti dei nostri giorni. Conosciamo meglio Manuela Custer, apprezzato mezzosoprano di Novara, che può ascrivere a suo nome un repertorio incredibilmente vasto che l’ha vista debuttare in importanti teatri ed istituzioni culturali di mezzo mondo. Gli innumerevoli ruoli che interpreta la vedono spaziare in epoche e stili diversi, consentendole di mettersi sempre in gioco e rinnovarsi vocalmente. Ricordiamo personaggi come Romeo di Bellini (Capuleti e Montecchi), Mallika di Delibes (Lakmè), Smeton di Donizetti (Anna Bolena), Orfeo di Gluck (l' Orfeo), ed ancora Rosina di Rossini (Barbiere di Siviglia), Rinaldo di Haendel (Il Rinaldo), Suzuki di Puccini (Madama Butterfly), Sesto di Mozart (La clemenza di Tito), Lucrezia di Britten (The rape of Lucretia)... e la lista continua davvero lunghissima, tanto nell’Opera quanto nel repertorio sinfonico. Sempre ottenendo grandi successi, il pubblico la acclama per la sua incredibile capacità comunicativa, che assieme al suo punto di forza, una voce dalla tecnica affinata e sicura, ne fanno una Artista davvero completa.

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SESTO CONCERTO DELLA STAGIONE SINFONICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, SABATO 12 APRILE 2014




Per questo sesto appuntamento concertistico della stagione sinfonica la Fondazione Arena ha scelto due pezzi di straordinario effetto e due interpreti di acclamata fama internazionale: il Maestro Boris Brott e la violista Anna Serova.
La prima parte del concerto infatti ha visto come protagonista un pezzo contemporaneo del compositore georgiano Gija Kantscheli:  Styx per viola, coro e orchestra. 
L’autore, nato nel 1935, raccoglie in questa composizione tanta parte del suo vissuto e della sua esperienza musicale. Siamo infatti nel 1999, anno in cui dedica questo suo lavoro orchestrale a due suoi amici musicisti scomparsi qualche anno prima: Terterian e Schnittke, il cui ricordo è evidentemente ancora molto vivo in lui ed il rimpianto per la loro scomparsa talmente profondo da ispirare una musica molto accorata, in un certo senso ‘spezzata’, come poteva essere dal punto di vista affettivo la vita dell’artista da quel momento.

Immediatamente siamo posti di fronte ad un impatto emotivo dato da note ascendenti scandite da percussioni ed ottoni in evidenza, quasi come a richiamare l’attenzione dell’ascoltatore. Poi si cambia subito tono con una atmosfera di solennità e diremmo sospensione lirica, rappresentata dal fiume Stige che è chiaramente evocato nella sua funzione mitologica di rappresentare il confine tra la terra dei vivi e quella dei morti, con un sottofondo molto largo e dai toni sacri, grazie alla viola che interagisce con il coro a simboleggiare il cammino mesto e lento dei defunti nell’aldilà. La viola non cede a facili virtuosismi nella scrittura di Kantscheli, ma la sua funzione è quella di sottolineare la malinconia con suoni molto acuti e quasi stridenti, sì da straziare coloro che ascoltano, mentre il dolce canto dei coristi evoca i nomi dei musicisti defunti con frasi senza un significato specifico, ma dal giusto effetto sonoro. Spesso la melodia pacifica viene interrotta da momenti di concitazione, ma sono soltanto lampi che preludono a silenzi improvvisi, poi colmati dal suono pieno di tutta l’orchestra ed il coro insieme, alternati da altri silenzi ed ancora momenti di pace assoluta. Infine, come a dire che gli strumenti a disposizione neanche bastano ad esemplificare le sensazioni che Kantscheli  vuole esprimere, verso il termine del pezzo vi è l’aggiunta di alcuni suoni ottenuti strisciando semplicemente la bacchetta della viola solista e dei contrabbassi sullo strumento, senza emettere alcun suono, ma solo un fruscio, accompagnato e via via più accentuato dalle voci dei coristi che intonano addirittura una specie di ronzio, come se la mente non potesse liberarsi da un pensiero fisso che la tormenta. Davvero un lavoro impressionante.

Brott coglie soprattutto l’aspetto sofferente della composizione, accentuando molto i momenti maggiormente concitati e contrapponendoli nei volumi e nei tempi ai momenti più squisitamente lirici, ottenendo un effetto di forte impatto uditivo. Anna Serova si inserisce con sentimento in questo complesso manto di sensazioni, toccando con gentilezza le corde del suo strumento ed ottenendo un suono delicato e carico di pathos. Per accontentare il pubblico esegue poi un meraviglioso bis di Vieuxtemps: il Capriccio alla Paganini, ove le sue abilità tecniche sono esposte con maggiore evidenza.

La seconda parte guarda più indietro nel tempo, ma non  si discosta totalmente da quella precedente, con la Symphonie fantastique op. 14 di Hector Berlioz, datata 1830. È noto infatti che anche in questo poema sinfonico vi siano evocati episodi della vita del compositore stesso, qui favoleggiati e ricchi di ‘rêveries’. Il titolo completo della composizione in italiano è infatti ‘Sinfonia fantastica, episodi della vita di un artista’, scandita da cinque movimenti che evocano in modo specifico, con altrettanti sottotitoli, questi momenti. La sua storia con l’attrice Harriet Smithson finita male fu causa di molto dolore per il musicista, che in questo suo lavoro celeberrimo trasfigura oltre misura i suoi sentimenti, immaginando una storia precisa, in cui descrive inizialmente l’entusiasmo e la passione turbolenta di un immaginario artista (Rêverie – Passions), poi segue lo sviluppo dei sentimenti vorticosi verso questa donna amata che immagina di incontrare ad una festa (Un bal), seguita dalla quiete dei campi in una lunga e tranquilla contemplazione (Scène aux camps), interrotta dalla disillusione ed il conseguente sogno dell’assassinio dell’amante stessa, seguito dunque da inevitabile condanna al supplizio (Marche aux supplice). Infine nell’ultimo movimento (Songe d’une nuit du sabbat), il protagonista  si vede nel bel mezzo di una festa demoniaca, con esseri terrificanti e quant’altro popoli gli inferi e la campana ‘a morto’ che decreta la sua definitiva perdizione. Tutto questo Berlioz ce lo comunica in un programma scritto proprio per presentare la sua composizione, spiegando che questo fantomatico musicista si è riempito di oppio per lenire le sue sofferenze amorose e tutto ciò che segue non è altro che il frutto delle terribili visioni provocate dalla droga.

Con molta disinvoltura l’orchestra della Fondazione Arena guidata da Boris Brott appare molto coinvolta dalla partitura, grazie anche alla conduzione del Maestro, e se si escludono alcune sonorità eccessive provenienti dal settore tube, il programma è portato a termine con puntualità e destrezza. In evidenza come c’era da aspettarsi il ballo, ossia il secondo movimento, in cui anche il Maestro si è lasciato coinvolgere al punto di danzare quasi sul podio.
Anche se non pieno, il teatro ha registrato una discreta affluenza di appassionati che ha mostrato di gradire, e questo dispiace molto, soprattutto Berlioz e meno Kantscheli. Applausi comunque prolungati e generosi per entrambi i protagonisti del concerto.
MTG







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MARIA STUARDA, G. DONIZETTI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 6 aprile 2014






La storia dei monarchi britannici ha sempre suscitato un indiscusso interesse internazionale sin dai tempi più remoti. In particolare le vicissitudini dei nobili d’Inghilterra hanno riempito pagine e pagine dei libri di storia ed ancora oggi sono spesso all’attenzione delle cronache, sia per faccende pubbliche che private. La ‘Maria Stuarda’ di Gaetano Donizetti pone al centro delle sue vicende il rapporto tra due grandi regine britanniche, imparentate tra di loro ma rivali in politica: la cattolica regina di Scozia che da' il titolo all'opera e sua cugina Elisabetta Prima d’Inghilterra, la figlia protestante di Enrico VIII e della discussa Anna Bolena. Poiché erano ancora tanti i sostenitori della Chiesa di Roma e quindi della legittimità del trono della Stuarda, per mantenere saldo il suo regno la sovrana inglese fece processare e condannare la rivale accusandola di tradimento e la sentenza di morte fu eseguita presso il castello di Fotheringhay l’8 febbraio 1587.

Il compositore si sofferma proprio sulla connotazione negativa di Elisabetta: col librettista Giuseppe Bardari immagina una regina forte e volitiva che mischia la politica con i moti del cuore, essendo accecata soprattutto dalla gelosia nei confronti del conte di Leicester, da lei amato ma che ha occhi solo per la sua odiata rivale. Non vuole rinunciare al trono e vi si attacca con tutte le sue forze, eliminando tutto ciò che potrebbe ostacolare il suo cammino ed il progetto di creare una ‘Grande Inghilterra’, inclusa la cugina cattolica. Le due leonesse compaiono inizialmente separate in scena: è Elisabetta la prima, esibendo già il suo carattere, la sua forza. Poi è la volta del suo opposto: la regina buona, la cattolica consacrata da Dio, nell’atto di ricordare il suo passato come moglie del re francese e la nostalgia dei tempi che furono. Finalmente le due ‘belve’ si incontrano/scontrano: l’una contro l’altra, nessuna speranza di riconciliazione; le invettive di Maria contro Elisabetta in merito alla sua nascita illegittima sono la svolta decisiva verso una sua condanna ineluttabile: Maria Stuarda non può più sperare nella grazia

La produzione in scena al Teatro Filarmonico di Verona è targata Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti ed ha registrato già un bel successo la passata stagione d’opera, arrivando quindi molto attesa da un pubblico che non è stato affatto deluso dalla sua realizzazione.

Il simbolo del destino ormai compiuto è la prigione di Maria, che è proprio il caso di dirlo, troneggia al centro della scena per tutta la rappresentazione, in forma cubica, scomponendosi e ricomponendosi a seconda delle richieste librettistiche. Diventa anche simbolo delle due donne, color nero per Elisabetta, abbigliata di scuro ovviamente, bianco per Maria, in veste candida. Tutti sono di nero vestiti tranne la protagonista, martire innocente. I begli abiti sono opera di Manuel Pedretti.  Il regista  Federico Bertolani, coadiuvato dallo scenografo Giulio Magnetto, gioca sull’oscurità che circonda i personaggi principali: nera è l’anima di Elisabetta, privo di luce è certamente il futuro di Maria. In alto sul cubo è poggiato proprio il trono della regina protestante, come a simboleggiare in maniera ancora più evidente che a lei si devono le sciagure della cugina, che può solo ‘sottostare’di fatto ai suoi voleri, ma riuscendo vincitrice su tutta la linea dal punto di vista morale. 

Se è in gioco il trono d’Inghilterra, si provi a portare via anche l’oggetto dei desideri ad una regina ed è guerra aperta. Splendida nel ruolo della malvagia Elisabetta Sonia Ganassi: il ghigno sul volto che mostra mentre si rivolge alla rivale è impressionante quanto lo è la potenza del suo strumento vocale: ampio, ricco di colori ed accenti, si espande maestoso in tutta la sala con la giusta sottolineatura della parola e con straordinaria padronanza della scena.

Nel ruolo del titolo una ispiratissima Mariella Devia. Il soprano mostra un incedere deciso, un’ aria maestosa pur nel martirio della prigionia, una reale sofferenza nel volto, unitamente ad una voce particolarmente in forma, che le consente di sfoggiare tanto acuti decisi ed in voce, quanto scale ascendenti e discendenti con estrema disinvoltura, dando tutta se stessa ad un pubblico veramente in delirio per lei.

Molto bene anche i suoi compagni di palcoscenico: Marco Vinco è un ottimo Talbot, la sua voce è scura e ben emessa in maniera uniforme, si espande nella sala senza perdere in potenza e colore; molto attento anche alla recitazione che quindi risulta sentita e per ciò centrata.

Leggera e melodiosa la voce di Dario Schmunck, dal bel timbro acuto che non teme affatto i volumi dell’orchestra; il suo Leicester è accorato e molto partecipe.

Forte e volitivo Lord Cecil con Gezim Myshketa, anch’egli dotato di una bella voce calda e corposa, che ben completa nell’insieme un ruolo di carattere eseguito con sicurezza. Molto accurato e ben eseguito anche il ruolo di Anna Kennedy, alias Diana Mian.

Prezioso il contributo del Coro dell’Arena di Verona diretto da Armando Tasso.

A completamento della buona riuscita dello spettacolo, il Maestro Sebastiano Rolli ha guidato l’orchestra della Fondazione Arena con puntualità, attenzione alle voci ed ai singoli momenti dell’opera, evitando suoni monotoni o troppo ridondanti, donando così  all’orchestra  colore e suono particolarmente ricchi.
Il pubblico (non proprio disciplinato) ha dispensato applausi veramente sentiti e prolungati per tutti i protagonisti, in particolar modo per la signora Ganassi, per la Signora Devia, con ripetute chiamate sul palco, e addirittura tifo quasi da stadio per il direttore Rolli.
MTG


LA PRODUZIONE


Direttore d'orchestra
Sebastiano Rolli
Regia
Federico Bertolani
Scene
Giulio Magnetto
Costumi
Manuel Pedretti

Maestro del coro                      Armando Tasso
Direttore allest. Scenici           Giuseppe De Filippi Venezia



GLI INTERPRETI
Maria Stuarda
Mariella Devia
Elisabetta
Sonia Ganassi
Giorgio Talbot
Marco Vinco
Roberto Leicester
Dario Schmunck
Anna Kennedy
Diana Mian
Lord Guglielmo Cecil
Gezim Myshketa


ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA







FOTO ENNEVI

LEOS JANACECK, JENUFA (ORCHESTRAZIONE REVISIONATA DA C.MACKERRAS E J.TYRRELL) - TEATRO DELL'OPERA DI GRAZ, 29 marzo 2014




“Oh questa figlia mia è una donna dura, è una donna dura...”
  Starenka

Leos Janàceck, compositore Moravo praticamente sconosciuto in Italia, se si eccettua qualche sporadica produzione dei suoi principali lavori in alcuni teatri della Penisola, gode di fama immensa all'estero dove risulta stabilmente in repertorio sia nella programmazione operistica che sinfonica.

Jenufa rappresenta il suo principale lavoro di esordio per il teatro non influenzato da altri compositori o scuole musicali. E in effetti la personalità del compositore si rivela pienamente nella potente sintesi di realismo tragico e modi espressionistici che caratterizza l'opera, dove il dramma della sedotta protagonista, il tremendo delitto della matrigna (Kostelnicka), la sua pubblica confessione e il tenero amore di Laca che alla fine illumina Jenufa, s'innestano in una coralità di un ambiente fortemente segnato e di grande suggestione poetica. La costruzione armonica di Janàceck si esprime qui in una politonalità originalissima che si sviluppa in piccole melodie riferite ai personaggi e alle situazioni variate in continuazione con una scrittura arditissima e difficilissima per l'esecutore (quasi sempre scale enarmoniche), creando alla fine una sorta di instabilità che lega incredibilmente tutta l'opera.

Mettere in scena Jenufa (bene) quindi non è impresa facile ma all'opera di Graz è stato fatto uno splendido lavoro soprattutto per quel che riguarda la parte registica.
Peter Konwitschny, con la collaborazione per la realizzazione delle scarne scene (un tavolo, 4 sedie, un letto) e dei costumi anni '50 del '900 di Johannes Leiacker ci guida in un ambiente volutamente vuoto e libero da qualsiasi rimando Moravio. I personaggi e la storia stessa si sviluppano durante tre stagioni: il primo atto in estate su di un prato verde, il secondo in inverno su di un terreno innevato. il terzo in primavera su di un prato fiorito.  Konwitschny e le drammaturghe Bernd Krispin e Vladimir Zvara, vedono il dramma quindi come un processo di maturazione e di scoperta, sorprendendoci continuamente con piccoli e impercettibili colpi di scena non previsti nel libretto, come ad esempio nel primo atto  il coltello che di nascosto la vecchia Burjya allunga a  Laca per sfregiare Jenufa, oppure il ruolo stesso della vecchia Buryja, pensato non più come una vecchia sì saggia ma rimbambita, bensì come motore e carburante stesso di tutta la macchina drammatica, facendola ballare, fischiare, picchiare. Oppure nel secondo atto, mettendo in scena fisicamente l'assolo di violino che, come unica presenza ristoratrice, affianca Jenufa nel momento della scoperta dell'assenza del proprio figlio, oppure lo studio sul personaggio di Kostelnicka non più mostro ma vittima del proprio amore per la chiesa (lei sagrestana...) e per la società, che si riconosce specularmente nel destino della sua figliastra, lei sterile donna.

Tre donne quindi. Tre donne che vivono assieme in una casa senza anima, tre donne con uno strano rapporto con la maternità.
Per Konwitschny, Kostelnicka non è la solita signora di mezza età tendente all'anziano che di solito siamo abituati a vedere in Jenufa. Non è la solita matrigna che potrebbe, anche anagraficamente, essere la madre naturale di Jenufa. No, per Konwitschny la Kostelnicka è di poco più anziana della figliastra. Non più di una decina d'anni. Questa poca differenza d'età mette in moto, nella visione di Konwitschny, un dualismo fortissimo tra matrigna e figliastra, una rivalità non detta, una specularità sinistra e agghiacciante che colora ogni parola, ogni gesto della matrigna di inquietanti retropensieri. 

Questa Kostelnicka, seppure di pochi anni più vecchia della figliastra, ha conquistato una maturità a suon di sberle e di rifiuti da parte del marito (nella totale assenza della suocera tutta presa nel ruolo di vedova del riccone) e si trova a fare i conti con un futuro già scritto di rinunce e solitudine.  Konwitschny cura con maniacale precisione ogni singolo movimento dei personaggi sulla scena, siano essi principali o secondari, coristi o comparse, rendendoci un lavoro che ricorderemo per molto tempo.
Nel ruolo eponimo troviamo una concentratissima Gal James. La cantante israeliana debutta il ruolo con una naturalezza e una convinzione encomiabile, aiutata da una bellezza fisica non indifferente e da una vocalità fresca e leggera che le permettono di risolvere la parte micidiale di Jenufa connotando un personaggio fragile ma che sa il fatto suo, evitando qui quegli inutili isterismi nella voce, tipici di chi affronta questo ruolo con uno studio superficiale.

Il ruolo della Sagrestana (Kostelnicka) vedeva un altro debutto in Iris Vermillion, la quale non si risparmia sulla scena interpretando una donna che, seppur ancora giovane, è già nell'età dei rimpianti. E' amareggiata, sconfitta e schiacciata dal confronto con la figliastra che comunque ama e vorrebbe proteggere. In lei parte la rivalità, senza dubbio, ma parte anche quella complicità tipicamente femminile che s'instaura quando una donna diventa l'evoluzione dell'altra. Vocalmente il ruolo le sta un poco stretto e se la parte bassa del rigo risulta scura,  meravigliosamente brunita e calda, ha grosse difficoltà a sostenere una parte scritta per un soprano drammatico, lei vocalmente un mezzosoprano, dove le note sopra il rigo risultano quindi calanti o addirittura non raggiunte.
La terza donna del clan, la vecchia Buryja, era Dunja Veizovic, indimenticata gloria vocale del recente passato (ricordiamo che fu LA Kundry e LA Senta di Karajan) ha saputo, nonostante le lacune vocali dovute all'età, interpretare splendidamente e senza risparmio alcuno sulla scena (nel primo e terzo atto sempre in scena).

Per Konwitschny è tutt'altro che una piacevole nonnina. E' una signora anziana e una presenza inquietante. Una sorta di larva sinistra, chiusa in un bozzolo d'egoismo. A differenza del'empatia delle nonne questa signora anziana non prova niente per nessuno. Solo Steva e Jenufa -perchè sono belli e simpatici- gli ispirano narcisistici moti di simpatia. Tutti gli altri membri della famiglia sono solo persone inutili. Quando Jenufa verrà sfregiata da Laca nella bellissima pelle del viso, la vecchia si ritrarrà con orrore da questa nipote sfregiata, abbruttita, mortificata.
Ales Briscein, unico componente madrelingua del cast, è stato un Laca convincente sul piano musicale e vocale, fraseggia con maestria e precisione, aiutato da un timbro veramente bello e da una presenza scenica eccellente.

Di contro il fratellastro Steva ha avuto in Tayland Rehinhard un interprete un po' troppo sopra le righe, dalla vocalità spesso non concentratissima e risolta spesso con artifici tecnici non ortodossi.
Completavano il nutrito cast uno splendido David Mcshane (Starek), Konstantin Sfiris (il Sindaco), Stefanie Hierlmeier (la moglie del Sindaco), Tatyana Miyus (Karolka), Fran Lubahn (la vaccara), Xiaoyi Xu (Barena), Nazanin Ezazi (Jano), Hana Batinic e Istvan Szecsi (due voci interne).

Tutto il cast e l'ottimo coro (diretto da Bernhard Schneider) hanno trovato supporto dalla direzione musicale di Dirk Kaftan il quale mostra chiare affinità con la musica di Janàceck, Il suo gesto, esalta i mille colori e i mille dettagli che il compositore ha inserito nella scrittura orchestrale assimilando correttamente il ritmo e l'inflessione di questo tipo di musica, aiutato da un'orchestra come la Grazer Philarmonisches veramente in stato di grazia.
Successo vivissimo per tutti con numerose chiamate al proscenio per Konwitschny.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE 

Direttore d’orchestra 
 Dirk Kaftan

Regia 
               Peter Konwitschny


Scene            
               Johannes Leiacker

Luci                             
 Manfred Voss

Drammatizzazione       
Bettina Bartz • Bernd Krispin

GLI INTERPRETI

La vecchia  Buryja    
Dunja Vejzović

Laca Klemen              
Ales Briscein

Stewa Buryja            
 Taylan Reinhard

Sagrestana Buryja
    Iris Vermillion

Jenufa                        
Gal James

Starek                      
  David McShane

Sindaco                      
Konstantin Sfiris

Sua moglie                 
Stefanie Hierlmeier

Karolka                     
Tatjana Miyus

Vaccara                     
Fran Lubahn

Barena                      
 Xiaoyi Xu

Jano                           
Nazanin  Ezazi

1. voce  
                    Hana Batinic

2. voce                     
 István Szecsi

Violino Solo            
 Yukiko Imazato-Härtl • Fuyu Iwaki

GRAZER PHILARMONISCHES ORCHESTER




Foto Teatro dell'Opera di Graz

H. W. HENZE, ELEGY FOR YOUNG LOVERS – VENEZIA, TEATRO MALIBRAN, 27 marzo 2014




La stagione lirica della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia in corso va ad arricchirsi di un raro titolo datato 20 maggio 1961, che proprio nel teatro veneziano vide la luce nella sua versione definitiva del 1988: Elegy for young lovers di Hans Werner Henze. L’opera fu scritta dopo che l'autore ebbe fatto la conoscenza in Italia dei librettisti inglesi W. H. Auden e Chester Kallman, già autori del libretto The Rake’s Progress per Stravinskij. La sua prima rappresentazione avvenne allo Schwetzingen Festspiele di Monaco.  

Per l’occasione è il teatro Malibran ad ospitare le vicende del poeta Gregor Mittenhofer che non esita ad usare le sventure delle persone a sé vicine per trarre ispirazione per i suoi versi. È costui un essere posto su di un piano superiore rispetto ai comuni mortali non dediti all’arte, concentrato solo su di sé e sulla propria ‘missione’. Se dapprima sembra la sventurata e anziana vedova Hilda Mack, un’ospite dell’albergo austriaco ove soggiornano tutti i protagonisti, ad attirare la sua attenzione, sono successivamente due poveri innamorati a completare inconsapevolmente l’opera dell’artista, con la loro prematura scomparsa tra i monti dello Hammerhorn. 

Ecco dunque rappresentata l’ostinatezza di un artista nel voler a tutti i costi realizzare il suo capolavoro, anche al prezzo della vita di altri. Quasi gode nel vedere la vedova vagheggiare e lamentarsi in attesa di un marito che non farà più ritorno. Così come è agghiacciante il suo ‘…not that I know of’, con cui nega alla guida alpina che vi sia qualcuno in balia della tormenta, i due giovani appunto. E tali personaggi ruotano intorno a questa figura quasi trasognanti, impotenti di fronte all’arte che ‘deve’ fare il suo percorso: la devota segretaria, la vedova inconsolabile, il suo fedele dottore, e naturalmente la giovane Elisabeth, essa stessa inizialmente amante del poeta, poi innamorata del giovane sconosciuto, col quale viene spinta crudelmente verso il suo destino di morte.

L’organico orchestrale è decisamente ridotto e non vi è presenza di coro. La narrazione è portata avanti da continui impulsi sonori che non dimenticano la bellezza dell’elegia armoniosa quando gli eventi la richiedono. Privilegiate le percussioni, se pur ridotte in questa versione definitiva, ove anche il duetto tra gli amanti del terzo atto fu eliminato dall’autore. Protagoniste assolute le voci dei personaggi, che esaltano la loro interiorità, con una linea melodica non immediatamente definibile, ma via via sempre più assimilabile, a mano a mano che l’ascoltatore entra nella psiche e nei caratteri posti in essere dagli interpreti. Voci che riecheggiano anche nel finale, quando mestamente e da lontano accompagnano l’ elegia finalmente compiuta, declamata dal suo autore, ma priva di alcuna parola, piena solo di pianto.

Scene e regia di questa produzione furono ideate da Pier Luigi Pizzi nel 2005 per il teatro delle muse di Ancona insieme al San Carlo di Napoli; in questa occasione la regia è stata ripresa da Massimo Gasparon. Con una scena fissa per i tre atti rappresentati senza soluzione di continuità, ci troviamo di fronte ad una piattaforma in legno ove sono posti semplicemente una scrivania, alcune sedie, con intorno una specie di ringhiera che affaccia su di un bosco piuttosto desolante a sfondo chiaro con i monti in lontananza. In questo ambiente già freddo di per sé la compagine canora è riuscita a creare un’atmosfera di pathos in grado di tenere ben salde le redini degli accadimenti per ben due ore abbondanti di spettacolo.

Perverso e ben immerso nel suo ruolo di poeta Super-Io Giuseppe Altomare: non solo una interpretazione ‘vissuta’ , ma anche cantata con energia ed enfasi, come il ruolo dell’artista pieno di sé e senza scrupoli richiede.
È parsa molto in forma il soprano Gladys Rossi nei panni della povera pazza Hilda Mack: la sua voce riesce a plasmarsi ai dettami della complicata linea di canto richiesta dalla partitura, completando la performance con una recitazione molto convincente.
La accompagnano bene con grinta e voce ben salda anche Olga Zhuravel come Carolina e Zuzana Markova  nei panni di Elisabeth Zimmer, con voce delicata ma sicura e dal bel timbro ricco. Altrettanto si fanno valere il tenore John Bellemer nei panni dell’innamorato Toni, con voce melodiosa e lineare, nonché il bravissimo Roberto Abbondanza, il dottor Reischmann, vocalmente robusto e sicuro di sé dal punto di vista attoriale.  Completano il cast nel ruolo recitato della guida alpina, Francesco Bortolozzo, ed i due mimi Roberto Adriani, Davide Tonucci.

Equilibrata, immersa nella vicenda, mai sopra le righe pur con suono pieno e vibrante la puntuale orchestra del Teatro La Fenice in ridotto organico con alla guida Jonathan Webb .
Pubblico non numerosissimo per questa prima recita al Malibran, che ha comunque apprezzato lo spettacolo omaggiando tutti gli interpreti in generale ed il Maestro Webb.
MTG

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore e direttore    Jonathan Webb
Regia, scene e costumi                     Pier Luigi Pizzi

Regia ripresa da                               Massimo Gasparon
Light designer                                  Vincenzo Raponi



GLI INTERPRETI

Gregor Mittenhofer                         Giuseppe Altomare
Dr. Wilhelm Reischmann                Roberto Abbondanza

Toni Reischmann                             John Bellemer
Elisabeth Zimmer                             Zuzana Markova
Carolina Grafin von Kirchstetten   Olga Zhuravel                      
Hilda Mack                                       Gladys Rossi
Josef Mauer                                      Francesco Bortolozzo
Mimi                                                  Roberto Adriani, Davide Tonucci

Orchestra del Teatro La Fenice
in lingua originale con sopratitoli in italiano
allestimento Fondazione Teatro delle Muse di Ancona
(spettacolo vincitore del premio speciale al Premio Abbiati 2005)




Foto Michele Crosera

BONFADELLI, DE SIMONE, MISSERI, PINI PER VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA – DOMENICA 23 MARZO 2014


Con l’arrivo della primavera l’Associazione Verona Lirica ha voluto regalare al suo affezionato pubblico un pomeriggio in serenità a gaiezza, che in un Teatro Filarmonico sempre più pieno ha davvero trascorso ore liete grazie ai quattro interpreti che ieri si sono esibiti con vera generosità, entusiasmo e qualità. Questa volta l’Associazione ha scelto un programma con l’intento di alternare gli evergreen come Verdi e Puccini, alle arie d’opera più celebri del repertorio belcantistico e francese: una garanzia di successo.
Il soprano Stefania Bonfadelli, il baritono Bruno de Simone, il tenore Giorgio Misseri ed il mezzosoprano Daniela Pini hanno così regalato assaggi dai capolavori di Rossini, Bellini e Donizetti, Gounod, e come detto Verdi e Puccini.

L’ospite più atteso, Bruno de Simone, non ha deluso le aspettative dei suoi ammiratori. È più che mai istrionico e dimostra di divertirsi ancora tanto quando sale sul palcoscenico, sì da far sentire anche gli altri interpreti a proprio agio. Così il duetto d’apertura da L’italiana in Algeri di Rossini nei panni di Taddeo, con Daniela Pini come  sua compagna Isabella ha esaltato questo aspetto.  Altrettanto azzeccato il ruolo di Dulcamara nel celeberrimo ‘Udite, o rustici’ dall’Elisir d’amore di Donizetti, che lo ha visto trionfare proprio su questo palco quasi un anno fa esatto, seguito dal duetto dalla stessa opera con Adina/Stefania Bonfadelli. E via con il fantastico monologo del protagonista da Gianni Schicchi di Puccini, ed uno splendido Don Magnifico da La Cenerentola di Rossini. Insomma il meglio del suo repertorio che non poteva che strappare ovazioni generali.  

Via via sempre più convincente il soprano Stefania Bonfadelli, che ha brillato soprattutto con la cosiddetta aria dei gioielli dal Faust di Gounod e con la chicca del duetto da la Barcarolle di Offenbach insieme alla collega Pini. La sua voce acuta e leggera vi si adatta particolarmente e anche l’interpretazione è centrata. Ha proposto ad inizio concerto anche l’aria ‘Tu che di gel sei cinta’ dalla Turandot di Puccini.  

Bella voce che vola alto anche quella del giovane tenore Giorgio Misseri. Anch’egli apprezzato interprete belcantista, ha eseguito con molto fervore l’aria per mezzosoprano di Romeo ‘E’ serbato questo acciaro’ da I Capuleti e Montecchi di Bellini, ‘Tornami a dir che m’ami’ con la Signora Bonfadelli dal Don Pasquale di Donizetti,  ed ha voluto stupire tutti con la arcinota e difficile aria da ‘La fille du regiment’ : ‘Pour mon âme, quel destin ‘di Donizetti. Omaggio a Verdi con ‘La donna è mobile’ dal Rigoletto.

Infine molto bene il mezzosoprano Daniela Pini. Timbro color dell’ebano e buon volume per questa giovane interprete molto apprezzata anche recentemente in questa stagione al Filarmonico, proprio nel ruolo di Romeo nei Capuleti e Montecchi. L’aria del finale di Cenerentola di Rossini, una deliziosa ‘Canzonetta spagnuola’ scritta dal pesarese tra le innumerevoli sue composizioni, oltre ai suddetti duetti con i suoi colleghi, hanno messo in luce le sue qualità artistiche.

Non poteva mancare il quartetto dal terzo atto di Rigoletto per coinvolgere tutti gli interpreti. Al pianoforte come sempre la bravissima Patrizia Quarta.
Pomeriggio gradevolissimo e che la bella stagione porti ancora tante belle gioie in musica nei mesi a venire!
MTG



Valeria Serangeli

DO, RE, MI …. PRESENTO – INTERVISTA A VALERIA SERANGELI

Oggi facciamo la conoscenza di una giovane strumentista decisamente solare come la sua città di origine, Latina, che attualmente ricopre il ruolo di Primo clarinetto dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova: Valeria Serangeli. Dopo aver vinto concorsi nazionali quali il L. Savina di Caserta, il V. Di Lena di Segni, il Concorso Nazionale di Colleferrojgt ed essersi aggiudicata diverse borse di studio, come la prestigiosa Fondazione Bruno-Frey di Ochsenhausen in Germania, ha iniziato una fitta collaborazione con grandi orchestre, quali la Filarmonica della Scala, l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, l’Orchestra Sinfonica dell’Emilia Romagna “A.Toscanini” e la “Filarmonica Toscanini” di Lorin Maazel, con cui ha partecipato a varie tournée nelle più importanti sale da concerto di tutto il mondo, sia come Primo Clarinetto che Clarinetto Piccolo.
Oltre ai continuativi inviti del Maestro Daniel Oren a ricoprire il ruolo di Primo Clarinetto nell’Orchestra del Teatro Giuseppe Verdi di Salerno, nonché, su invito di Giovanni Allevi, a partecipare alla All Stars Orchestra nel concerto del 1 settembre 2009 all’Arena di Verona, ha inaugurato la settimana scorsa anche la sua carriera solistica con un grande successo di pubblico al Teatro Comunale di Vicenza e l'Orchestra del Teatro Olimpico di Giampaolo Bisanti.
Proprio in questa occasione ha accettato di concedermi una breve intervista, grazie alla quale capisco ancor più le ragioni di tanto successo e di tanta espressività sul palco.

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CON L’INNOVAZIONE AMERICANA L’ORCHESTRA DEL TEATRO OLIMPICO CHIUDE LA SUA STAGIONE SINFONICA – TEATRO COMUNALE DI VICENZA, giovedì 13 marzo 2014



Per il finale della stagione sinfonica l’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza si è avventurata fino al continente americano per esplorare le nuove sonorità che il novecento apportò a quanto era stato composto fino ad allora. Lo ha fatto con un programma dedicato a musicisti che sono nati o hanno vissuto nella terra delle stelle e strisce, partendo da Samuel Osborne Barber, passando per Aaron Copland e terminando con Igor Stravinskij, che visse negli Stati Uniti parte della sua vita.

L’Adagio per archi di Barber del 1938, costituisce una sorta di trait d’union con il periodo storico precedente. Il pezzo più largamente diffuso ed apprezzato dal grande pubblico è la trascrizione del secondo movimento di un precedente lavoro dell’autore, un Quartetto per archi in Si. In esso sono ancora presenti le atmosfere del periodo romantico, con i suoi tempi morbidi ed un certo intimismo melodico, quasi cantabile. In tali parametri si muove la OTO con il suo direttore, il Maestro Giampaolo Bisanti, entrando man mano nella sua anima, con l’incipit quasi inudibile degli archi che enunciano in simbiosi la melodia, quasi come se accompagnassero una foglia che lentamente si va calando sul suolo, per poi raggiungere il climax con la puntualità di un colpo di vento, ed infine sparire lontano, in un sogno.

Ci si distacca dai vecchi ricordi grazie al fantastico Concerto per Clarinetto e Orchestra di Copland (1947), con protagonista una splendida Valeria Serangeli come solista. Non sono estranee le influenze del compositore Stravinskij, e non sono distanti neanche quelle del genere Jazz, poiché in questo pezzo, che vede anche la presenza del pianoforte nell’organico orchestrale, troviamo ritmi molto particolari, che dall’ampiezza iniziale diventa poi serrato, ritmicamente molto difficile, ma è risolto con attenzione dall’orchestra, per cui la melodia del clarinetto diventa guida e riferimento in un dialogo continuo. La cadenza è eseguita magistralmente dalla Signora Serangeli: disinvolta, coinvolgente, e con lei l’orchestra pare proprio divertirsi, ragion per cui è seguito il brillante bis del Capriccio XXIV di Paganini ‘alla maniera di Benny Goodman’, che ha sottolineato ancora una volta il bel feeling tra solista ed orchestra.

Infine il viaggio si chiude con l’innovazione di  Stravinskij e le due Suites per piccola Orchestra, seguite poi dalla celeberrima Histoire du soldat. Con le due suites scritte tra il 1917 ed il 1925 l’orchestra dimostra di sapersi muovere agilmente tra le impervie melodie ed i ritmi intricati della partitura. Il Maestro Bisanti guida con il suo solito piglio, che lo vede particolarmente coinvolto ed anche divertito sul podio. Soltanto pochi elementi invece per l’Histoire, che prevede unicamente l’utilizzo di clarinetto e fagotto, cornetta e trombone, violino e contrabbasso, nonché le percussioni. Questa composizione vuole evocare la vita di un soldato tratta da una fiaba popolare russa, che a sua volta si rifà alla celebre leggenda di Faust a cui il diavolo prende l’anima. Con esso il viaggio nel mondo e nelle epoche della musica si chiude, con l'ascolto in un sol pezzo dei ritmi di marcia, valzer, ragtime e addirittura tango argentino! Il tutto è eseguito con sicurezza, coinvolgimento ed energia dai concentratissimi solisti della OTO con il loro condottiero sul podio.

Il pubblico plaudente e soddisfatto ha premiato il lavoro svolto quest’anno dall’ orchestra della sua città e dal suo direttore artistico, il Maestro Giampaolo Bisanti, che ad inizio serata ha voluto personalmente offrire il suo saluto alla platea, ringraziandola per la continua e calorosa accoglienza.
MTG




LE ECCELLENZE ITALIANE: I REGISTI D’OPERA












Cosa contribuisce a creare uno spettacolo - capolavoro? Perché tutti i protagonisti possano esprimere il meglio di loro stessi, vocalmente e fisicamente, perché il pubblico sia immerso completamente nella rappresentazione di un'opera lirica, vi è il fondamentale lavoro alla base, di chi concerta tutti gli elementi che ne fanno parte in modo che niente sia lasciato al caso: il lavoro del regista. Esso è talvolta coincidente con quello di scenografo, o anche di costumista, altre volte coadiuvato da altrettanti scenografi e costumisti geniali, capaci di tradurre in concreto ciò che partorisce la mente ispirata di questi artisti particolari, in grado di fare sognare il pubblico e perché no, anche gli stessi interpreti. 
Come abbiamo fatto sin qui, consapevoli della competenza e genialità di tanti registi nel mondo, ci soffermiamo in modo specifico su quelli cui ha dato i natali il nostro paese, per proseguire il viaggio intrapreso qualche tempo fa per valorizzare i giovani artisti italiani, soprattutto in un’epoca in cui pare che tanti se ne stiano dimenticando. Per questa volta dobbiamo innalzarci leggermente con l’età, diciamo abbondando nei quarant’anni, poiché sono necessari diversi anni di gavetta come collaboratori, accanto a nomi più importanti, per poi lanciarsi e partire con una propria carriera specifica. Resta il criterio dell’ordine alfabetico, sempre considerando una decina di artisti che soprattutto nelle recenti stagioni d’opera si stanno distinguendo per innovazione e consensi ottenuti.

Cominciamo la carrellata con il giovane Fabio Ceresa. Dopo essere stato per tanti anni assistente di regia con importanti colleghi, ha collaborato con grandi enti e fondazioni, quali il Festival Monteverdi di Cremona, il Teatro Carlo Felice di Genova, il Gran Teatre del Liceu di Barcellona, il Teatro dell’Opera di Roma. Recentemente ha firmato le regie di Tosca a Novara e di Madama Butterfly al Teatro Comunale di Firenze, ottenendo un suo personale successo.

 Un'immagine di Madama Butterfly al Comunale di Firenze. Foto Rocco Casaluci


Proseguiamo con il valente toscano Andrea Cigni. La sua carriera è iniziata in prima linea come attore egli stesso e collaborando con altri grandi registi. Dalla prosa è poi approdato all’opera lirica come regista di successo, firmando notevoli produzioni che spaziano dalla musica barocca fino alla contemporanea. Tra i suoi più recenti traguardi la regia de Il cappello di paglia di Firenze di Rota al Maggio Fiorentino e quella veramente suggestiva di Don Pasquale di Donizetti in prestigiosi teatri francesi.
  
 Una immagine dal Don Pasquale in Francia


Il veneziano Massimo Gasparon si pone come uno dei registi più apprezzati degli ultimi anni per le particolari produzioni che lo vedono coinvolto anche come scenografo e costumista. Dopo aver collaborato con registi del calibro di Pizzi per numerose regie di successo anche all’estero, ha perfino curato esposizioni d’arte e progetti architettonici. Attualmente ha innumerevoli regie ascrivibili al suo nome, in prestigiosi teatri come il Carlo Felice di Genova, la Fenice di Venezia, lo Sferisterio di Macerata, la Fondazione Pergolesi di Jesi, per citarne solo alcuni, nonché all’estero: Città del Messico, Tokyo, Londra, Seoul, ecc. Davvero un nome prestigioso per il nostro paese.

Una immagine del Rigoletto a Jesi. Foto Alfredo Tabocchini


Altro regista di forte originalità è il torinese Davide Livermore. Sua particolarità il cercare sempre di attualizzare le ambientazioni in contesti specifici. Molto controverso ma di indubbia originalità, si è guadagnato un posto di primo piano anche a livello internazionale, tanto da ricoprire da circa un anno la carica di direttore artistico del Centro Placido Domingo presso il Palau de les Arts Reina Sofia di Valentia. Si occupa anche di teatro sperimentale, vocalità ed educazione musicale.

Un 'immagine de I Vespri Siciliani a Modena.  Foto Ramella&Giannese


Il fiorentino e figlio d’arte Pierfrancesco Maestrini è un altro dei nostri registi più affermati. Nel recente passato ha firmato regie nei principali teatri nostrani ottenendo grandi successi; citiamo tra i tanti il Teatro Regio di Parma, il Teatro Verdi di Trieste, il Teatro Comunale di Firenze, il Massimo di Palermo, il San Carlo di Napoli, i teatri del circuito emiliano,ecc. Le sue ambientazioni spettacolari e suggestive, grazie anche all'utilizzo di scene raffinate e d’atmosfera, sono il punto di forza del suo straordinario successo, che lo vede richiestissimo anche all’estero.
Cavalleria Rusticana a San Paolo


Altro personaggio di spicco è il bergamasco Francesco Micheli, attualmente anche Direttore artistico dello Sferisterio Opera Festival di Macerata. Suo è, tra i tantissimi altri successi,  l’allestimento di Roméo e Juliette che è ormai un must fisso nel calendario areniano di ogni estate a Verona, spettacolo di grandissimo successo, come lo straordinario Otello andato in scena la scorsa stagione alla Fenice di Venezia, per fare solo due esempi. Le sue regie dinamiche ed innovative lo hanno portato a grandi trionfi internazionali di cui noi tutti siamo molto orgogliosi.


Roméo et Juliette all'Arena di Verona. Foto Ennevi


Autentico genio è il giovanissimo fuoriclasse veneziano Damiano Michieletto. Muovendosi facilmente tra il tradizionale ed il contemporaneo, è in grado di creare oseremmo dire quasi degli autentici fenomeni di costume. Le sue produzioni lasciano il segno e non conoscono il significato della parola banalità. I suoi recenti successi sia in Italia che nei prestigiosi teatri e festival internazionali (La trilogia mozartiana alla Fenice di Venezia, Falstaff al Festival di Salisburgo, Madama Butterfly al Regio di Torino, Un ballo in maschera alla Scala di Milano, ecc.) lo hanno già incoronato tra i migliori registi al mondo.

Una immagine da Così fan tutte al Teatro La Fenice di Venezia. Foto Michele Crosera



Leo Muscato è un altro interessante regista che ha calcato le scene egli stesso a inizio carriera e si è rivolto soprattutto alla drammaturgia moderna. Alla prosa ha iniziato con successo ad affiancare  regie d’opera e ad oggi si pone come altro grande protagonista delle recenti stagioni operistiche, con bei successi in teatri quali la Fenice di Venezia, Pergolesi di Jesi, Regio di Parma, San Carlo di Napoli, per citarne solo alcuni.

Un'immagine da L'africaine alla Fenice di Venezia. Foto Michele Crosera


Altro talento che vale la pena di menzionare è il giovane italo-sudafricano Alessandro Talevi. Definito da alcuni critici come un genio, ha già al suo attivo numerose regie d’opera, nonché prestigiosi riconoscimenti per il suo lavoro. Impegnato sia in Italia che all’estero, le sue regie che impiegano ambientazioni molto particolari, offrono una ricchezza di dettagli, di effetti visivi, sono spettacoli coinvolgenti ed accattivanti.

Roberto Devereux alla Welsh National Opera



E chiudiamo con Stefano Trespidi. Anche per questo regista sono preceduti molti anni di gavetta in collaborazioni con colleghi più ‘anziani’, come Pizzi, Zeffirelli, de Hana, ecc. sono poi seguite regie in prima persona sia in Italia, per il Teatro Filarmonico di Verona, il Teatro Verdi di Trieste, il Teatro Sociale di Lecco, ecc, nonché all’estero: ad Amarante in Portogallo, a Tokyo in Giappone, ecc. Attualmente è Responsabile dell’Ufficio Regia della Fondazione Arena di Verona, per cui ha già firmato, oltre che regie d’opera, anche messe in scena di importanti manifestazioni culturali.

Macbeth al Teatro Filarmonico di Verona. Foto Ennevi

Ringraziando questi talenti per il lavoro che svolgono nei nostri teatri ed in giro per il mondo, il nostro augurio è che portino sempre più in alto il nome della nostra arte, della nostra fantasia e genialità come hanno fatto sin ora e ancora per tantissimo tempo, magari vedendosi presto affiancati, a loro volta, da giovani promesse pronte a lasciare il loro marchio nel mondo incantato dell’Opera futura.
MTG

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