GRAN FINALE CON SILVIA DALLA BENETTA PER IL SUONO DELL’OLIMPICO – VICENZA, TEATRO OLIMPICO, domenica 26 maggio 2013, ore 21,00


Il primo anno che ha visto come direttore artistico dell’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza il Maestro Giampaolo Bisanti, è stato un crescendo di eventi sempre più spettacolari e di successo. Questo concerto che chiude la rassegna ‘Il suono dell’Olimpico’ ne è stato la prova decisiva. Verdi Primadonna è il titolo della serata - evento che ha offerto un gala interamente dedicato al compositore che con le sue protagoniste femminili è capace più di ogni altro di regalare autentici tumulti al cuore ogni volta che le sue opere vengono rappresentate: Giuseppe Verdi appunto, naturalmente nell’ambito dei festeggiamenti per il bicentenario della sua nascita. E le sue eroine sono il simbolo di tutte le donne del mondo e di ogni epoca, diversissime fra loro e che richiedono capacità interpretative ed esperienza sul campo non indifferenti, magnificamente interpretate dal soprano che rende la sua città, Vicenza, fiera nel mondo di aver dato i natali ad un’Artista di tale levatura: Silvia dalla Benetta.

Il programma proposto dal maestro Bisanti è stato ricco, intenso, ben strutturato, che ha fatto viaggiare il pubblico attraverso tutta la storia compositiva di Verdi, partendo dalle origini, passando per gli anni di intensa produzione su commissione, i famosi anni di galera, fino alle grandi opere della maturità. Un percorso che ha voluto far comprendere al pubblico l’evoluzione della produzione del maestro di Busseto con quasi tre ore di grande musica, un sforzo produttivo veramente notevole.

Così è stato anche un viaggio nella tessitura vocale della voce sopranile, che dalle prime opere ancora di stampo donizettiano , passa poi ad un carattere sempre più deciso, con varietà di accenti e colori più corposi, drammatici, che non tutti sono in grado di esprimere con così tanta elasticità.

Ecco che dunque dall’Oberto (Sinfonia ed aria di Leonora ‘Ah sgombro è il loco’), si è passati alla Giovanna d’Arco (Sinfonia),  ad Ernani (Aria di Elvira: Surta è la notte’),  Macbeth (Preludio), Il Corsaro (aria di Medora ‘Egli non riede’), Luisa Miller (Sinfonia ed aria di Luisa ‘Tu puniscimi, o Signore’), due opere della grande trilogia popolare, La Traviata ( Preludio e aria di Violetta ‘E’ strano…Ah fors’è lui….Sempre libera’), ed Il Trovatore (aria di Leonora ‘D’amor sull’ali rosee’), ed infine la grande maturità con Vespri Siciliani (la meravigliosa Sinfonia), La Forza del Destino (Sinfonia e aria di Leonora ‘Pace, pace mio Dio’), il Don Carlo (Introduzione Orchestrale e Aria di Elisabetta ‘Tu che le vanità’) ed il gran finale con Aida (Preludio e l’aria di Aida ‘Ritorna Vincitor’).

Un viaggio è stato fatto anche dalla stessa Orchestra del Teatro Olimpico, che grazie al suo direttore è ormai una bella realtà del panorama nazionale. Sempre più affiatata, precisa e particolarmente in spolvero ieri sera, ha trovato il giusto condottiero nel mare delle asperità esecutive, con gli archi in bella evidenza, i fiati squillanti, e gli ottoni ora in grado di controllare volume e corposità di suono. Il Maestro Bisanti non si risparmia mai, guida l’ensemble con energia e passione ad ogni pezzo, facendosi seguire anche col solo sguardo nei punti più critici da tutti i musicisti. Un direttore di gran classe e preparazione, una perla nel mare azzurro dei nostri talenti.

Stella della serata la splendida Silvia dalla Benetta. Meravigliosa interprete di eleganza sia fisica che vocale, ha la straordinaria capacità di calarsi nei diversi ruoli con perizia e sicurezza. La sua voce si fa ora dolce e sottile con i filati, ora corposa e profonda nel medio registro, nonché acuta senza sbavature e in potenza, così da stringere il cuore per esempio nelle arie dal Trovatore, da La Forza del Destino e dal Don Carlo, e di divertire con la sua Violetta, ormai un riferimento per il ruolo a livello internazionale.
Molte le chiamate sul palco tali da ottenere un ulteriore regalo: il delizioso bis da i Vespri Siciliani ‘Mercè dilette amiche’
Grande entusiasmo del pubblico, scommessa decisamente vinta per la  OTO, il maestro Bisanti ed il soprano Dalla Benetta.
MTG


IL MEMORIAL TULIO BESA AL GIOVANE E TALENTUOSO GIOVANNI ZANON - AUDITORIUM FONATO DI THIENE, sabato 25 maggio 2013, ore 20,30


E’ nata una stella! Serata dedicata al vincitore del premio Memorial Tullio Besa all’auditorium Fonato di Thiene, inserita all’interno della rassegna musicale Thiene Classica, che ha visto numerosi interpreti di prestigio alternarsi nell’ambito della programmazione di quest’anno. E di prestigio è sicuramente anche questo giovane talento, il violinista Giovanni Andrea Zanon, che ha più che degnamente meritato questo riconoscimento per tecnica, passione e totale dedizione al suo lavoro, nonostante abbia soltanto quindici anni. Il premio istituito nel 2002 è stato consegnato al termine del concerto dalla ideatrice e curatrice dell’evento, la Sig.ra Gigliola Trentin Besa, in ricordo del marito appassionato di musica e amante dei giovani talenti. In una serata speciale, il giovane premiato ha offerto un concerto di incredibile difficoltà esecutiva e intensità interpretativa. Ad accompagnare il giovane veneto, con perizia e grande feeling, il Maestro Pierluigi Piran al pianoforte.
Il programma ha previsto l’esecuzione della Sonata per violino in sol minore, detta Il trillo del diavolo, di Giuseppe Tartini, vissuto tra il diciassettesimo ed il diciottesimo secolo, famosa per essere incredibilmente impegnativa. Si racconta che sia addirittura ispirata ad un sogno del compositore in cui avrebbe visto apparirgli il diavolo che gli avrebbe ispirato le melodie su cui si basa. Un pezzo che inizia appunto soavemente quasi come una ninna nanna carica di pathos, per poi sfociare in un turbinio di note virtuosistiche che richiamano ad una danza vorticosa.

Si va avanti di un secolo con H. Wieniawski e la sua Fantasia Brillante sul tema di Gounod ‘Faust’, pezzo di incredibile intensità emotiva, per le note sottilissime che diventano quasi ultrasuoni e si sposano in un dialogo dolce col pianoforte. Anche in questo caso la calma apparente iniziale si trasforma in un vortice di ritmi serratissimi, in cui i suoni esplodono letteralmente dal violino dell’Artista.

Con P. I. Tchaikovsky, e la sua Meditation, op. 42 in Re minore,  restiamo nel diciannovesimo secolo per la malinconia delle atmosfere russe, altro brano di difficoltà esecutiva impressionante e assolutamente di atmosfera e ricco di accenti, per poi finire con  H. Vieuxtemps, autore belga vissuto sempre nell’ottocento, con il meraviglioso Concerto  n° 5 op 37 in La minore, il più noto del compositore, in cui l’alternanza di vivacità e dolcezza estreme richiamano alla sensazione della quiete dopo una tempesta inarrestabile.
Bis del difficilissimo e appassionato Streghe op. 8 del genio Paganini.

Non basterebbe un libro intero per descrivere cosa Giovanni è in grado di dare con il suo strumento, bisogna ascoltarlo e vederlo. L’agilità con cui si muove, con cui le sue piccole dita pizzicano le corde o le accarezzano con l’archetto, oppure le sollecita a viva forza, sono indescrivibili. Lo sguardo del giovane è spesso rivolto al suo violino, come se stesse ordinandogli di fare esattamente ciò che ha in mente, e pone sempre lo strumento innanzi a lui quando riceve gli applausi come a dire che il merito è tutto dell’oggetto ‘incantato’. Sembra quasi che le note fuoriescano da sole, e tutto è in completa simbiosi durante l’esecuzione: le mani, la mente, il cuore, ed anche il corpo, che accompagna le note passo passo. Studio e dedizione evidenti nella perizia tecnica dimostrata che lo porterà verso grandi mete. Un ragazzo di una semplicità estrema che diventa un leone quando comincia a suonare. Straordinario!

E prima del premio Tullio Besa già altri riconoscimenti gli sono stati tributati, ultimo proprio fresco di pochi giorni, il premio come vincitore in una competizione durissima a Novosibirsk, in Siberia, ove oltre al titolo di primo assoluto, ha ricevuto anche il premio speciale ‘Regina Sofia’ per ‘miglior talento del concorso’, nonché il premio speciale per la sua interpretazione dell’ ‘anima russa’. 

Non c’è che dire, sentiremo parlare a lungo di questo talento e gli facciamo un immenso in bocca al lupo ringraziandolo per l’emozione che ha regalato ad un auditorium letteralmente in adorazione e pieno fino a scoppiare, tanto da richiedere l’aggiunta di altre sedie in sala; una bella soddisfazione per l’arte e la musica italiana in un momento così difficile.
Serata incantata, ad maiora!

MTG


RIENZI, DER LETZTE DER TRIBUNEN, RICHARD WAGNER - TEATRO DELL'OPERA DI ROMA, sabato 18 maggio 2013, ore 18,00




“Su Romani! Mano alle armi,
ciascun uomo s’affretti alla pugna!
Il Dio che Roma ha fatto risorgere
vi guiderà per mezzo del suo campione!
Ondeggino le vostre nuove bandiere,
lieti combattete per il loro onore!
Alto il grido di battaglia fate echeggiare:
«Santo Spirito cavaliere!» “


Quale titolo migliore si poteva desiderare a Roma per festeggiare degnamente il bicentenario della nascita di Wagner? Rienzi, l'ultimo dei tribuni è opera romana fino al midollo, vuoi per la storia, vuoi per il personaggio.
E al Teatro dell'opera di Roma va riconosciuto l'altissimo merito di averci fatto riscoprire, poiché è questo titolo praticamente mai stato rappresentato in Italia in lingua originale e nella versione semi integrale proposta, questo Grand-Opéra di una bellezza trascinante.
Quarto titolo nel catalogo Wagneriano, è sempre stato considerato dal compositore, come un figlio rinnegato vergognandosi di avere scritto musica tanto “normale” e di maniera.
Eppure abbiamo imparato ad apprezzare anche “questo” Wagner dove anche se non troviamo il trascendentale o il mitologico, troviamo un musicista già grande e formato, giovane, ambiziosissimo e perfettamente padrone di una tecnica compositiva superba.
Rienzi è un grand-opéra de facto, magnifico ed immaginifico, forse uno tra i migliori del genere ma ha un solo problema: la lunghezza.
Allestire uno spettacolo di quasi sei ore diventa oggi improponibile al cosidetto grande pubblico moderno (sic.) e quindi si taglia e si sforbicia dove possibile: nel grande balletto del secondo atto (completamente soppresso) , nelle pantomime, nei concertati, nelle riprese dei cori, nelle riprese delle arie, nei duetti, in alcune scene di passaggio, nei recitativi.

Edizione comunque pregievolissima e ben più integrale di altre viste e sentite in giro per l'Europa, con un cast veramente di altissimo profilo.
Stefan Soltesz ha l'onere e l'onore di guidare con mano ferma e sicura la complessa partitura seguito perfettamente da un'orchestra in stato di grazia e da un coro (preparato da Roberto Gabbiani) che, nonostante qualche sbavatura nel tremedo finale del 3 atto, si dimostra come il vero protagonista della serata.
Validissimo Rienzi è Andreas Schager, dotato di una voce d'acciaio e di una tenuta vocale e scenica inflessibile per tutta la durata dell'opera. Splendida la sua interpretazione dell'aria del 5 atto “Allmächt’ger Vater” tutta cantata a mezzavoce e con un fraseggio da manuale.

Emozionante Angela Denoke nel ruolo en travesti di Adriano.
La mezzosoprano tedesca ha saputo permeare ogni nota, ogni gesto di una grande intensità interiore, risultando perfettamente credibile nel ruolo dello sfortunato giovane Orsini.
Nella grande aria “Gerechter Gott, so ist’s entschieden schon!” del terzo atto, ha scatenato un'autentica ovazione nonostante risultasse evidente la fatica nell'affrontare un ruolo così impegnativo ed un'aria drammaticamente difficile.
Manuela Uhl è stata un'Irene fresca e sicura, peccato per i numerosi tagli decisi alla sua parte (soprattutto lo spledido e difficilissimo duetto con Rienzi del 5 atto “Verläßt die Kirche”).
Di altissimo livello i numerosi comprimari, Roman Astakhov (Stefano Colonna), Ljubomir Puskarich (Paolo Orsini), Milcho Borovinov (Raimondo), Martin Homrich (Baroncelli), Jean Luc Ballestra(Cecco del Vecchio), Hannah Bradbury (un ambasciatore di pace) che hanno saputo reggere le loro parti con professionalità e doti attoriali non comuni.

Preparatissimo il coro di voci bianche del Teatro dell'Opera di Roma.
Hugo de Hana ci ha regalato uno spettacolo tradizionalmente spettacolare.
Ispiratosi a figure del totalitarismo del novecento come Mussolini o Hitler ( ricordiamo che la partitura autografa di Rienzi fu perduta nell 'incendio del Reichstag essendo stata regalata al Fuerer come omaggio dalla famiglia Wagner) De Hana pensa ad uno spettacolo proiettato completamente nella romanità del testo.
La scenografia è tutta un richiamo alla città eterna: pavimentazione di sampietrini, state equestri ispirate a quella di Marco Aurelio al Campidoglio, una grande riproduzione della colonna Traiana, statue in frantumi a significare la decandenza romana, la casa di Rienzi con una grande colonna nera al centro, rendono rapidissimi e funzionali i numerosissimi cambiscena del libretto.

Per i costumi, sempre De Hana sceglie i toni grigio scuri medievaleggianti per il coro mentre per i protagonisti si rifà a bozzetti più novecenteschi, preferendo per il protagonista toghe purpuree elegantissime.
Una serie di citazioni poetiche proiettate sul sipario di tulle durante i cambi scena esortano un' Italia prostrata a rialzarsi (monito attuale ora come un tempo?).
Degno di nota lo spettacolare finale, dove un impressionante incendio si proietta sulla colonna Traiana con la fulminea lapidazione di Rienzi e lo stupro di Irene, da parte del  popolo inferocito e animalesco.
Successo trionfale per tutti e numerose chiamate di saluto.

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Direttore
Stefan Soltesz
Regia, Scene e Costumi
Hugo de Ana
Maestro del Coro
Roberto Gabbiani
Luci
Vinicio Cheli
Movimenti mimici
Leda Lojodice
Maestro d'armi
Renzo Musumeci Greco
GLI INTERORETI

Cola Rienzi
Andreas Schager
Irene
Manuela Uhl
Stefano Colonna
Roman Astakhov
Adriano
Angela Denoke
Paolo Orsini
Ljubomir Puskaric
Raimondo
Milcho Borovinov
Baroncelli
Martin Homrich
Cecco del Vecchio
Jean Luc Ballestra
Un ambasciatore di pace
Hannah Bradbury


ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMAN


uovo

COSÌ FAN TUTTE, WOLFGANG AMADEUS MOZART – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, giovedì 23 maggio 2013, ore 19,00



Si chiude con la più simpatica delle opere che costituiscono la fortunata trilogia librettistica di Da Ponte, sulla splendida musica di Mozart, la  imponente produzione riproposta quest’anno al Teatro La Fenice di Venezia con la regia di Damiano Michieletto , le scene di Paolo Fantin e naturalmente i costumi di Carla Teti . Se con Don Giovanni eravamo nel settecento e poi un secolo avanti con Le nozze di Figaro, sempre a casa sua scenograficamente, qui l’impianto girevole si trasforma addirittura in un hotel, praticamente ai giorni nostri, con tanto di tv a schermo piatto alla parete e arredi moderni nelle camere dei protagonisti.


Il furbo Don Alfonso è il proprietario dell’albergo, e le donzelle beffate e fedifraghe sono le clienti in vacanza. Che la musica di Mozart si adatti ad ogni messa in scena lo si evince dal successo delle trovate registiche. Non mancano ovvi corteggiamenti con palloncini a forma di cuore o le classiche rose lanciate in aria, ma è il modo in cui il tutto si svolge tendendo sempre al riso e allo scherzo, che diverte molto il pubblico. Così i due giovani gagliardi, con camicie a fiori stile hawaiano, occhiali da sole e capelli lunghi fluenti, si gettano letteralmente ai piedi delle donnine davanti ad un ascensore. Citiamo anche un improbabile balletto con la scopa della cameriera Despina usata anche come chitarra finta, e la 'calamita' che rianima i ragazzi è proprio un defibrillatore che fa solo scintille. Insomma un insieme di luoghi comuni della goliardia giovanile che il regista ha pensato non dovesse essere limitato agli anni del compositore e basta. Il percorso dei sentimenti parte coevo al loro autore per arrivare fino a noi con questo ultimo allestimento. 

Giovani e brillanti anche i protagonisti della serata.  Fiordiligi è Maria Bengtsson. Non avrà il calore di Napoli nel sangue o la verve delle ferraresi, ma ha la grinta giusta nell’impersonare la dolce innamorata che alla fine cede alle ‘cortesie’ di chi ella crede essere uno sconosciuto. La sua voce si esprime meglio in acuto e risolve discretamente le agilità. Nelle arie impegnative mostra carattere e tenuta di fiato.

Decisamente focosa la Dorabella di Josè Maria Lo Monaco. In questo repertorio è sicuramente a suo agio ed il colore piuttosto scuro della voce le permettono di impersonare una dama sanguigna e centrata.  Anicio Zorzi Giustiniani è Ferrando: dal timbro sottile e setoso la sua voce gli consente una buona esecuzione, pur risultando leggermente forzata nel registro più acuto. Mostra di divertirsi parecchio e di immergersi bene nel ruolo del furbo corteggiatore.

Guglielmo è impersonato da un molto capace Alessio Arduini, che possiede un buon fraseggio, personalità, ed un bel colore di voce baritonale che si risolvono in un personaggio ben centrato, spavaldo e sicuro. Spicca su tutti il ruolo di Despina, interpretato dalla bravissima Caterina Di Tonno. La voce è sicura, uniforme ed intonata, a fronte di una immersione totale nel personaggio: furba, gaia, smaliziata, perfettamente a suo agio con le talvolta estremamente burlesche trovate registiche, rende la sua interpretazione la ciliegina della serata.

Ben calato nel suo ruolo anche Luca Tittoto, Don Alfonso, nonostante il suo look fosse decisamente poco affascinante: capelli radi ma lunghi ed una barba incolta ad esagerare l’aspetto fisico del vecchio filosofo che la sa lunga: non il massimo del buon gusto. Tuttavia si muove bene sulla scena, la voce è profonda e ben udibile in sala, fa suo il ruolo con scioltezza.

Ancora una ottima prova da parte del Maestro  Antonello Manacorda, che senza colpo ferire porta a termine un’altra positiva direzione orchestrale attenta, precisa e mai scontata, coadiuvata come sempre dall’ottimo coro della Fenice di Claudio Marino Moretti, simpatica e partecipe clientela dell'hotel. 

Il terzo appuntamento mozartiano registra anche in questo caso un bel successo di pubblico, soprattutto per le protagoniste femminili e grande apprezzamento per il direttore d’orchestra.
MTG

LA PRODUZIONE
maestro                      Antonello Manacorda
concertatore e direttore      
regia                           Damiano Michieletto
scene                          Paolo Fantin
costumi                      Carla Teti
light designer             Fabio Barettin

GLI INTERPRETI

Fiordiligi                    Maria Bengtsson
Dorabella                   Josè Maria Lo Monaco
Guglielmo                  Alessio Arduini
Despina                      Caterina Di Tonno
Ferrando                   Anicio Zorzi Giustiniani
Don Alfonso              Luca Tittoto

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti
maestro al cembalo Roberta Ferrari

con sopratitoli in italiano e in inglese
nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice




AMARILLI NIZZA RICEVE IL PREMIO VERDI - ZENATELLO ED INCANTA IL PUBBLICO DI VERONA LIRICA - VERONA, TEATRO FILARMONICO, domenica 19 maggio 2013, ore 16,30



Si è chiusa con un appuntamento straordinario la seconda stagione di concerti dell’Associazione Verona Lirica, come di consueto nella splendida cornice del Teatro Filarmonico di Verona. Per la gioia dei suoi abbonati il concerto ha visto come protagonista una Artista che da ben dieci anni consecutivi calca con straordinari trionfi di pubblico e critica le scene dell’Arena e del Filarmonico stesso, regalando autentiche emozioni al suo pubblico per le sue magnifiche interpretazioni, e che sta contribuendo a fare la storia della lirica nel mondo, portando alto il nome del nostro paese ovunque ella si rechi: Amarilli Nizza. Il concerto di ieri sera è stato incorniciato dall’assegnazione alla Signora Nizza del premio Giuseppe Verdi – Giovanni Zenatello, dal nome delle due associazioni che fondendosi hanno dato vita all’attuale Verona Lirica. Un concerto che ha voluto celebrare il soprano per i suoi meriti artistici e l’abnegazione con cui si dedica al suo lavoro, con risultati di eccellenza che sono ormai una certezza da anni.


Dopo l’assegnazione del premio dalle mani del Direttore Artistico della fondazione Arena di Verona, Paolo Gavazzeni, il pubblico ha potuto ascoltare una emozionante interpretazione del recitativo, dell’aria e cabaletta di Abigaille da Nabucco di Verdi. Come sempre la voce del soprano si espande in sala con corpo e potenza, viaggiando con scioltezza in tutta la gamma del suo registro, riuscendo di volta in volta ad ottenere il giusto suono, sempre pertinente a ciò che il testo enuncia. L’interpretazione è accorata ed emozionante, senza mai risparmiarsi ed il volto stesso dell’Artista esprime con intensità ogni singola parola. Il pubblico le ha tributato diversi minuti di applausi al termine di questa esecuzione con diverse manifestazioni di apprezzamento e stima a gran voce.

Altra perla della serata, l’idea di rappresentare l’intero terzo atto dalla Bohéme di Puccini, con Amarilli Nizza nel ruolo di Mimì e gli altri ospiti della serata nei ruoli di Rodolfo, Marcello e Musetta, rispettivamente Michail Seshaberidze, Federico Longhi , Francesca Martini.

Infine il generoso soprano ha regalato  al suo pubblico una intensa interpretazione dell’aria ‘Sola, perduta, abbandonata’, dalla Manon Lescaut di Puccini, eseguita con incredibile carattere e commovente espressività.  

Le hanno fatto da cornice vocale, come detto, un gruppo di giovani artisti all’inizio della carriera, che hanno avuto la gioia di esibirsi accanto ad una stella illustre e su un palcoscenico importante: i tenori Michail Seshaberidze e Maecio Gomez, i soprani Luciana Distante e Francesca Martini, il baritono Federico Longhi, già avviato verso una carriera promettente, ed il mezzosoprano Elena Serra. Hanno offerto arie tratte dal Corsaro di Verdi (Seshaberidze), dalla Tosca di Puccini, dall’ Otello (Gomez) e dal Simon Boccanegra verdiani (Distante ), dalla Carmen di Bizet (Distante), da I Puritani di Bellini (Martini ), dal Faust di Gounod, (Longhi), dal Trovatore di Verdi (Longhi e Serra), e da Adriana Lecouvreur di Cilea (Serra).
Un bis improvvisato col ‘brindisi’ dalla Traviata ha chiuso la serata con consegna della consueta targa ricordo ai partecipanti.
L’appuntamento per la prossima stagione è ad ottobre per un altro anno di bella musica ed emozioni con Verona Lirica.
MTG 


IL PREMIO MEMORIAL TULLIO BESA FUCINA DI TALENTI ITALIANI, UNA BELLA REALTA’ CHE CRESCE NEL PANORAMA MUSICALE DEL NOSTRO PAESE



Da ben 12 fortunatissimi anni la città di Thiene si foggia di un importante appuntamento che ha sin dall’inizio premiato musicisti talentuosi agli albori della loro carriera, e che poi si sono rilevati a livello internazionale come autentici fuoriclasse Made in Italy, guadagnandosi fama e prestigio nei più importanti Paesi del mondo. In collaborazione con l’Amministrazione comunale della città di Thiene e con l'Istituto Musicale Veneto di Thiene, si pone a pieno titolo nel calendario degli eventi più interessanti che il Veneto annovera in campo artistico.

La Commissione, preposta all’assegnazione, è formata dall’Assessore alla Cultura del Comune di Thiene, attualmente la Prof.ssa  Maria Gabriella Strinati, il direttore dell’Istituto Musicale Veneto di Thiene, responsabile della programmazione artistica del Comune di Vicenza, direttore artistico del Festival “New Conversations Vicenza Jazz”, Maestro Riccardo Brazzale, il Prof. Lorenzo Signorini, docente di Organo e Composizione Organistica al Conservatorio A. Pedrollo di Vicenza, il Direttore d’Orchestra Giampaolo Bisanti, attuale direttore artistico dell’Orchestra del Teatro Olimpico, il Prof. Aldo Padoan e Gigliola Trentin Besa, ideatrice e responsabile del Premio.

Si deve proprio ad un’idea di Gigliola Trentin Besa la decisione di creare un evento in memoria del marito, uomo straordinariamente appassionato di musica e foriero di alti valori morali, per assegnare un riconoscimento ad un musicista che si fosse reso particolarmente meritevole di lode entro i trent’anni di età in campo musicale, per incoraggiarlo nel proseguimento della sua carriera.  IlPremio, istituito nel 2002, sotto il patrocinio dell’Amministrazione Comunale della città di Thiene, dell’Istituto Musicale Veneto di ThieneAsolo MusicaVeneto Musica, consiste in un riconoscimento in denaro ( 1500 euro),corredato di una targa ricordo, creata da Lino Bettanin, ed è consegnato nel corso di una serata riservata all’artista scelto che si esibisce in un suo concerto inserito per anni nella Primavera Musicale Thienese e da tre nella Rassegna Metti una sera in musica, ora Thiene Classica - Auditorium “ Fonato” Città di Thiene.

E’ assolutamente di primaria importanza creare terreno fertile per le promesse della musica nostrana, riconoscere quando impegno ed abnegazione diano i giusti frutti, e soprattutto la sottolineatura di quanto straordinariamente ricco il nostro paese sia di meravigliosi artisti. Va riconosciuto anche il lavoro dei nostri conservatori, grazie ai quali tali talenti possono crescere ed essere guidati per poi spiccare il volo. La Signora Besa ha sempre affermato che gli obiettivi principali del Premio sono contribuire a far conoscere i giovani artisti allargando la cerchia dei loro estimatori, diffondere l’amore verso la musica, avvicinare i giovani ai diversi generi musicali e incrementare la loro cultura musicale.

Il lungo elenco di premiati annovera nomi ormai prestigiosissimi e vanto della scuola italiana nel Mondo: il Direttore d’orchestra Giampaolo Bisanti (2002), i pianisti Andrea Bacchetti e Alexander Romanowsky (2003, 2004), la violinista Anna Tifu (2005), il sassofonista Francesco Cafiso (2006), Leonora Armellini, pianista (2007), Giovanni Baglioni, chitarrista (2008), Simone Rubino, percussionista (2009), l’arpista Silvia Vicario (2010), Laura Marzadori, violinista (2011), ed il chitarrista Alessandro Mesirca(2012).

Anche il giovanissimo di quest’anno si prepara ad ottenere successi su successi in campo internazionale: a soli quindici anni il violinista Giovanni Andrea Zanon è già considerato un fuoriclasse nel suo campo, non solo per la straordinaria maestria con cui suona il suo strumento, ma anche per come riesca a trasmettere energia, carica emotiva, ed anche autentica passione in ogni sua esecuzione. Si è già esibito negli Stati Uniti ed ha collezionato un numero importante di riconoscimenti per meriti artistici.

Allora facciamo un grande in bocca al lupo a questo straordinario talento, un orgoglio tutto veneto, che riceverà il suo meritato premio il giorno 25 maggio nel delizioso auditorium Fonato di Thiene, luogo carico della magia delle scorse edizioni e pronto a riceverne altra, con le note che magicamente suonerà il giovane Zanon.

E a giudicare quanto successo i suoi predecessori stanno ottenendo, possiamo proprio dire che il Memorial Tullio Besa porti decisamente fortuna!

MTG



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DON GIOVANNI, WOLFGANG AMADEUS MOZART – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, venerdì 17 maggio 2013, ore 17,00



In scena al teatro La Fenice di Venezia la trilogia Mozart/ Da Ponte. Il primo appuntamento vede rappresentato il più famoso dei tre titoli in programmazione: Don Giovanni, in un allestimento che vede impegnata la consolidata squadra costituita da Damiano Michieletto, Paolo Fantin e Carla Teti , rispettivamente regia, scene e costumi, capaci di regalarci quello che si può definire senza mezzi termini uno degli spettacoli più belli e meglio riusciti del capolavoro mozartiano degli ultimi tempi.

Ci troviamo nella casa di Don Giovanni, in uno stile che non tradisce l’epoca, il cui apparato è girevole ed è rappresentato da pareti color grigio chiaro con porte e mobili bianchi e grigi, e lampade ai muri, completamente privo di finestre. E non ci spostiamo per tutto il tempo della rappresentazione, neanche quando il libertino ed il suo servo si trovano di fronte alla statua del Commendatore, che qui invece è sostituita dalla bara dello stesso, posta in una stanza allestita come camera mortuaria, in cui gli altri protagonisti sfilano a turno per dare l’estremo saluto al defunto. L’ atmosfera è giovanile, si tratta di ragazzi che potremmo trovare oggi in discoteca o al bar, con le loro pulsioni ed istinti per nulla celati. Don Giovanni è un ragazzo dei nostri tempi, che ha voglia di giocare, divertirsi e godersi la vita con i suoi amici, e soprattutto amiche.

Ma non è capace di provare sentimenti, è cinico e godereccio. Difatti, la scena della cena dell’ultimo atto, è sostituita dalla rappresentazione di un rendez- vous promiscuo  nella camera da letto del protagonista, ove i riferimenti al cibo sono perfettamente resi come doppi sensi riferiti al sesso. All’apparire del Commendatore, un fumo fitto copre gli ambienti, che improvvisamente si distruggono, i mobili sono divelti sul pavimento, e tutti sono a terra come intorpiditi da un sonno ipnotico. E il reprobo è sempre presente in scena, come invocato dagli altri che ne subiscono costantemente lo spirito. Così, pur dopo la sua scomparsa tra le rovine e la coltre nebbiosa che copre il tutto, il suo spirito ritorna in scena su tutti deridendoli come a suggellare la sua vittoria, comunque. In scena non mancano botte, bottiglie lanciate contro il muro, e tantissimi momenti di ilarità, esaltata anche da un cast veramente in gran forma ieri sera, coadiuvato da un pubblico entusiasta e molto partecipe.  

Su tutti davvero in grande spolvero il Don Giovanni di Markus Werba: spavaldo, baldanzoso, sarcastico con il giusto piglio di cinismo, esaltato dalla sua voce giovane ma già a punto per un ruolo così impegnativo.
Man forte gli da Nicola Ulivieri che non è da meno col suo Leporello: bello il colore della voce dal timbro incisivo e forte di una interpretazione centrata; molto espressivo nel duetto con donna Elvira, disperata al punto da simulare un pianto nevrotico di fronte all’interminabile elenco di conquiste del suo ex spasimante, con l’orchestra che entra quasi in sordina a non disturbare i due e poi proseguire a pieno suono man mano che l’elenco si infittisce e la sventurata si deprime.

Centrata appunto la Elvira di Maria Pia Piscitelli: la campana mette tutto il fuoco della sua terra nell’esprimere il ruolo della donna ferita e vendicativa, utilizzando a pieno il suo strumento vocale corposo e scuro come si addice al ruolo che, con una regia così impegnativa, lascia quasi senza respiro.
Donna Anna è una Carmela Remigio dolce e sofisticata, che ha al suo attivo una voce dal volume notevole ed un timbro acuto e forte allo stesso tempo, e risolve il suo ruolo con carattere e sensibilità.

Affiatati e corretti anche Masetto e Zerlina, nelle voci di un discreto William Corrò ed una Caterina di Tonno sicura e dalla buona presenza scenica, la cui voce setosa si espande bene in sala con linearità. Il buon don Ottavio è un abbastanza corretto Marlin Miller, la cui voce tenorile ha un bell’impasto ed esegue la sua aria ‘Il mio tesoro’ con il giusto slancio. Le agilità non sono perfette ed il pubblico gli ha rivolto qualche velata contestazione al termine della rappresentazione.
Il ruolo del Commendatore è infine Abramo Rosalen, che se pur brevemente ha mostrato carattere e presenza scenica.

La direzione di Antonello Manacorda è attenta e puntuale, sicura e diremmo anche molto disinvolta. Il Maestro canta spesso insieme agli interpreti, anche nei recitativi, e pare divertirsi molto in un buon feeling con i suoi musicisti, che accompagnano gli eventi in scena con sensibilità e correttezza, assieme al come sempre ben preparato coro del Teatro la Fenice di  Claudio Marino Moretti.

Il pubblico come detto è stato particolarmente partecipe e felice durante tutto lo spettacolo, i 'brava', 'bravo' si sono sprecati al termine, proprio una bella soddisfazione per questa produzione impegnativa dello stesso teatro veneziano.
MTG


LA PRODUZIONE

Maestro                     Antonello Manacorda
concertatore e direttore
Regia                          Damiano Michieletto
Scene                          Paolo Fantin
Costumi                     Carla Teti
Light designer           Fabio Barettin

GLI INTERPRETI
                        
Don Giovanni           Markus Werba
Donna Anna             Carmela Remigio
Don Ottavio               Marlin Miller
Il commendatore       Abramo Rosalen
Donna Elvira             Maria Pia Piscitelli
Leporello                   Nicola Ulivieri
Masetto                      William Corrò
Zerlina                        Caterina di Tonno

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

con sopratitoli in italiano e in inglese
allestimento Fondazione Teatro La Fenice



PIERANUNZI E GONZALEZ INFIAMMANO L’ OLIMPICO DI VICENZA CON LA OTO, mercoledì 15 maggio 2013, ore 21,00


Si parla sempre di come avvicinare i giovani alla musica, di come sarebbe bello vedere i teatri gremiti di pubblico plaudente che possa farne letteralmente risuonare le mura con applausi di gioia… e cosa c’è di meglio di un concerto che possa unire i grandi compositori del passato con gli straordinari autori contemporanei? Se a questo si aggiunge un tocco di Spagna, di ritmi accattivanti e sensuali, di interpreti di primo piano a livello internazionale, il gioco è fatto e la scommessa è vinta. 

Un felice connubio tra musica classica e grande jazz è stato il protagonista di un’altra serata di successo per la rassegna ‘Il suono dell’Olimpico’, per questa occasione inserita nell’ambito dell’altrettanto prestigioso festival ‘Vicenza Jazz’, importante appuntamento musicale che ha luogo ogni anno nella primavera vicentina e con sempre crescente successo di pubblico, giunto alla sua diciottesima edizione, quest'anno 'sottotitolata' Nel Fuoco dei Mari dell'Ovest - West coast and the Spanish Tinge. In una serata in cui diversi sono stati gli eventi concertistici dislocati in più luoghi della città berica, la nostra attenzione è stata catturata da questo evento, i cui interpreti della serata hanno allietato il pubblico con brani che vanno dalle atmosfere del sei-settecento, fino alle contemporanee melodie latine dei decenni appena passati o addirittura contemporanee.

Il grande Maestro Enrico Pieranunzi ad aprire ‘le danze’, con il ‘Concerto n. 5 in do minore’ di B. Galuppi ed il ‘Concerto in fa minore BWV 1056’ di J.S. Bach, accompagnato dalla sezione degli archi dell’Orchestra del Teatro Olimpico.
La tecnica ed espressività eccezionali del pianista si esprimono immediatamente con i due celeberrimi concerti, ed ancor meglio nel suo momento solistico in cui improvvisa sulle composizioni di Scarlatti, facendo quasi saltare i tasti del suo strumento e lasciando il pubblico a bocca aperta, per poi tributargli il meritatissimo applauso al termine, con ripetute chiamate sul palco premiate dal delizioso bis ‘Horizontes finales’, un brano dello stesso Pieranunzi, che richiama i suoni latino-americani e che tocca note di una dolcezza e atmosfera particolarissimi, quasi invitando alla danza.  

Con Pedro Javier Gonzàles si resta decisamente in ambito latino con un’intera sezione dedicata ad improvvisazioni di flamenco, con brani composti dallo stesso chitarrista, che ha annunciato di ispirarsi anche ai testi del grande García Lorca. È straordinaria la sensibilità di questo Artista, di come utilizza la chitarra e le sue mani per battere il ritmo, come se avesse anche delle nacchere a disposizione, e l’intensità dell’esecuzione ad occhi chiusi, come a lasciarsi trasportare dalle melodie estraniandosi per un momento dalla realtà oggettiva, è di grande effetto. E a suggellare una magnifica performance il connubio con la OTO, qui con l’aggiunta di legni ed ottoni, nel meraviglioso e notissimo ‘Concierto de Aranjuez’ di J. Rodrigo, ove la fusione con l’orchestra ha creato sensazioni molto forti, soprattutto nel secondo movimento, in cui i fiati solisti si sono distinti positivamente e sono stati lungamente applauditi alla fine dell’esecuzione, bissata proprio col dolcissimo adagio.

L’Orchestra del Teatro Olimpico si trova ben a suo agio anche con un organico ridotto, e con interpreti di tal calibro la fusione di intenti e di ottime prestazioni è assicurata. Il maestro Giuseppe Acquaviva ha saputo trovare un giusto equilibrio tra le non facili parti orchestrali e lasciato che ad emergere fossero soprattutto gli ospiti della serata nei momenti di particolare intensità espressiva, fornendo un morbido manto sonoro che sostenesse le melodie portanti.
Grandissimo successo di pubblico, applauditi tutti gli interpreti, altra grande serata magica per il teatro palladiano e la sua città.
MTG








LE NOZZE DI FIGARO, WOLFGANG AMADEUS MOZART- TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, sabato 11 maggio 2013, ore 15,30





La primavera del Gran Teatro La Fenice offre al suo pubblico la straordinaria trilogia di opere mozartiane con libretto di Lorenzo Da Ponte, legate tra loro da un unico filo conduttore, l’aver affidato la regia al veneziano Damiano Michieletto. Il secondo appuntamento prevede un salto di un secolo rispetto all’epoca di Don Giovanni, e l’ambientazione richiama il palazzo dello stesso libertino, che ora funge da dimora del Conte d’Almaviva. La scena girevole ideata da Paolo Fantin qui ha le pareti azzurre con porte bianche, molto semplice ma funzionale agli scopi del regista e della narrazione soprattutto.
Ciò che si sottolinea qui è in special modo l’animo dei protagonisti, con le loro frustrazioni, i loro pensieri più turpi e vendicativi, ed i desideri più nascosti. Non una giornata di folli feste, bensì di folli azioni. Come se ci trovassimo di fronte ad uno schermo televisivo, siamo in grado di vedere in concreto ciò che immaginano gli attori in scena, cosicché gli interpreti sono chiamati sul palco anche quando in realtà non dovrebbero essere presenti, invocati dai pensieri degli altri. Non mancano sedie lanciate, piatti e bicchieri che volano, ed anche schiaffi e sculacciate al povero Cherubino. 

Tutta questa pazza giornata si conclude perfino tragicamente con la contessa di Almaviva, che ha perdonato il lascivo e fedifrago consorte solo a parole, ed invece cede definitivamente allo sconforto, lasciandosi cadere nel vuoto dalla finestra della sala da pranzo, mentre il resto della compagnia inneggia ‘al suon di lieta marcia corriam tutti a festeggiar!’ Una visione molto pessimistica di quella che in genere è considerata la giornata più bella della vita, quella delle nozze. In questo modo i protagonisti sono agitati da mille angosce, e la nostra Susanna pare pensare a tutt’altro che al suo promesso sposo. Non mancano scene molto sensuali a testimonianza che il sesso e la rabbia a volte vanno di pari passo. Una regia che non ha convinto tutti perché pare tradire lo spirito della narrazione e della giocosità con cui il tutto è stato concepito dall’autore. 

Convince invece la compagine canora, fatta di belle voci che si adattano perfettamente al repertorio mozartiano e che hanno riscosso notevole successo tra i presenti. Inoltre si può affermare che gli interpreti siano tutti dotati di ottime qualità attoriali e di una notevole presenza scenica.

Vito Priante, alias Figaro, ha una buona impostazione baritonale, la sua voce offre un ottimo volume e si muove agilmente in tutta la gamma del suo registro, così da risultare molto gradevole all’ascolto. Ben interpretato anche il ruolo del giovane che non ci sta a sottostare al padrone- tiranno. 

La giovane Susanna è impersonata dalla altrettanto giovane Rosa Feola. Corpo e volume caratterizzano la sua voce, che riesce comunque ad adattarsi alla delicata, ma comunque volitiva e per nulla ingenua cameriera della contessa.
Il conte di Almaviva è Simone Alberghini. Come ci ha abituati, anche in questo caso riesce a calarsi perfettamente nel ruolo. Fa suo il personaggio del vecchio nobile e prepotente, al cui volere tutti devono piegarsi, soprattutto le donne, riuscendo a dare alla sua voce profonda e matura una inflessione perfino malvagia, vibrante. 

Splendida la contessa di Almaviva di Marita Sølberg. La malinconia nello sguardo al contempo sognante, unitamente ad una voce melodiosa e piena che corre ampia nella sala regalano un personaggio molto sentito e ben riuscito.

Particolare menzione va fatta al Cherubino di Alessia Nadin. Bravissima nel calarsi nei panni del giovane che si affaccia all’amore e ne sente le prime pulsioni. Dotata anche di una bella voce ben impostata e precisa, offre le arie celebri dell’opera con convinzione e grande interpretazione. Tantissimi gli applausi dopo la famosissima ‘Voi che sapete’.

Bravi ed affiatati anche Laura Cherici e Umberto Chiummo, rispettivamente nei ruoli di Marcellina e Bartolo, molto bene eseguiti. 
Arianna Donadelli è una Barbarina deliziosa e ben interpretata, così come anche   Bruno Lazzaretti, Emanuele Giannino e Matteo Ferrara hanno ricoperto con professionalità e buone doti canore i ruoli di Basilio, Don Curzio e Antonio. Simpatiche e brave anche Alessandra Giudici e Paola Rossi nei brevi ruoli delle due giovani.
Ancora una volta ottima prova del coro del teatro La Fenice preparato dal Maestro Claudio Marino Moretti .

Nel rendere una così ben affiatata compagnia il merito va senza dubbio al direttore d’orchestra Antonello Manacorda. Con il Maestro l’orchestra della Fenice trova leggerezza, armonie e dinamiche tali da rendere al meglio la partitura del grande compositore salisburghese. Il palco è sempre presente al suo sguardo ed il gesto è preciso, mai abbondante e soprattutto chiaro.

Teatro pieno, molto applausi al termine della narrazione eseguita quasi senza soluzione di continuità (solo una interruzione tra secondo e terzo atto), con punte di ovazioni per il Maestro Manacorda e le interpreti femminili.

MTG




LA PRODUZIONE

Direttore:                              Antonello Manacorda
regia:                                     Damiano Michieletto
scene:                                     Paolo Fantin
costumi:                                 Carla Teti
light designer                        Fabio Barettin 

GLI  INTERPRETI

Il conte di Almaviva              Simone Alberghini
La contessa di Almaviva      Marita Sølberg
Susanna                                 Rosa Feola
Figaro                                    Vito Priante
Cherubino                             Alessia Nadin
Marcellina                             Laura Cherici
Bartolo                                  Umberto Chiummo
Basilio                                   Bruno Lazzaretti
Don Curzio                           Emanuele Giannino
Barbarina                             Arianna Donadelli
Antonio                                 Matteo Ferrara
Due giovani                          Alessandra Giudici
                                  Paola Rossi 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

con sopratitoli in italiano e in inglese
allestimento Fondazione Teatro La Fenice






STORIA E MAGIA CON LA MOSTRA AMO PAVAROTTI A VERONA, PALAZZO FORTI, 23 aprile – 3 novembre 2013




Uno dei motivi che spinge la gente a recarsi a teatro è sicuramente il desiderio di provare forti emozioni. E spesso iniziative collegate al mondo dell’Opera si rivelano entusiasmanti esattamente quanto lo è stare seduti in platea o in un palchetto mentre il nostro cuore palpita insieme agli interpreti che in quel momento stanno vivendo un dramma o una gioia immensa in scena. Il luogo che per fama, importanza, storia e prestigio, si collega immediatamente alla grande Lirica italiana è certamente l’Arena di Verona, il cui festival estivo quest’anno festeggia come tutti sanno cento primavere. Il Museo ArenaMuseOpera (AMO) di Palazzo Forti celebra un doppio appuntamento nel suo spazio espositivo: quello della magia delle notti veronesi che si perpetuano dal lontano 1913, e quello della magia che il più acclamato italiano al mondo faceva rivivere ogni volta che saliva sul palco: Luciano Pavarotti.



L’Associazione Pavarotti, il cui cuore pulsante è la Signora Nicoletta Mantovani, che non finisce mai di stupire per le iniziative che ci regala, e per il continuo amore con cui si dedica all’associazione stessa, onora la città in cui tante volte il compianto tenore si è esibito, ben sette stagioni in Arena, con questo straordinario evento, AMO Pavarotti, che associa il nome della mostra permanente dedicata al festival areniano, all’amore che tutti hanno sempre provato per l’arte del grande modenese.

Nove sono le stanze dedicate in modo specifico al Maestro, in cui si susseguono video, installazioni multi schermo, strutture video trasparenti e di tessuto, in modo da far sentire il visitatore quasi come su di un palcoscenico e trovarsi nel mezzo di una rappresentazione. La voce del Maestro a coronare il tutto con ricordi, esperienze, emozioni e soprattutto, il suo canto che accompagna il percorso sala dopo sala. Colpiscono gli oggetti usati dall’Artista, come il suo mitico cappello di paglia, o la camicia a fiori colorati che in tante fotografie spensierate abbiamo ammirato, nonché gli spartiti sui quali studiava con i suoi appunti ancora leggibili sparsi per le pagine, ed ancora quel chiodo ricurvo che soleva cercare in giro per i palcoscenici prima delle rappresentazioni, come gesto scaramantico e portafortuna.

Impressionante la sala con le numerose foto che descrivono momenti ‘rubati’ in compagnia di  innumerevoli personalità del mondo politico ed artistico. Big Luciano era amato veramente da tutti, lo si evince anche dalle testimonianze d’affetto scritte ed inserite nell’esibizione. Molto dolce la lettera scritta da Lady Diana Spencer, che si rammaricava di non aver potuto assistere ad una sua recita, e quella della cantante Celine Dion, carica di affetto e stima, a testimonianza di come fosse in grado di unire tanti mondi diversi. Ed infiniti potremmo definire i premi assegnati nella sua lunghissima carriera. La sala ad essi dedicati li mostra in fila e stupisce come la maggior parte provengano dagli Stati Uniti, un paese che lo adorava: ben cinque Grammy Awards, un American Music Awards, un Grammy Legend Awards, e così via.

Bellissimo anche l’angolo dedicato ai costumi di scena, che alcuni fortunati potranno anche riconoscere per averli visti indossati in qualche rappresentazione. Ampio spazio è dedicato anche al ricordo dei cast che in Arena si sono esibiti col Maestro durante i festival che lo hanno visto come protagonista con immenso successo. Perla rara dell’esposizione le immagini fino ad ora inedite delle prove di Turandot datate 1997 al MET di New York proiettate in una delle sale dell’esposizione.

Alla fine di questo viaggio nel recente passato della nostra storia operistica un pensiero ha riempito la mia mente dopo tutte le emozioni che ho provato: la grandezza del nostro Paese. Il Maestro Pavarotti è stato e sempre sarà un vanto per la nostra Arte, per aver fatto conoscere ancor di più nel Mondo la grandezza dei nostri artisti, della nostra musica, dei nostri teatri. 
Ma anche la consolante consapevolezza che oggigiorno vi siano altri giovani talenti che stanno perseguendo il percorso del grande tenore, contribuendo a renderci fieri di un'Arte che non può e non deve estinguersi nonostante le difficoltà evidenti dei nostri tempi, a dimostrazione che se i più grandi musicisti, registi, compositori, e naturalmente cantanti al mondo, provengono dal Belpaese, una ragione deve esserci per forza: passione e qualità.

Un grazie ai curatori della mostra, e un grazie speciale alla meravigliosa Signora Mantovani, per questo contributo davvero unico e speciale che mi ha fatto sognare ancora una volta, come se il  grande Luciano fosse ancora qui con noi.
MTG










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OTELLO, GIUSEPPE VERDI – TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, giovedì 2 maggio 2013, ore 20,30




Inaugurazione della Stagione Lirica 2013 all’insegna del genio verdiano.
Una delle opere più difficili da mettere in scena e scelta coraggiosa di una rinnovata ed autorevole Direzione Artistica.
Otello è opera complessa per diverse ragioni: grandi scene d’assieme, vocalità sfogate ed esasperate fino ai limiti tecnici più difficoltosi ed orchestrazione densa, virtuosistica e di difficile tenuta.
Lo spettacolo andato in scena ieri sera è stato da un punto di vista registico piuttosto interlocutorio. La regia di Eimuntas Nekrosius è criptica, nebulosa e totalmente avulsa dalla vicenda shakespeariana e dalla sua rielaborazione di Boito.

I protagonisti si muovono disorientati su una scena moderna, insignificante e priva di qualsiasi riferimento anche logico al contesto storico e sociale della vicenda.
Orribili i costumi come pure i movimenti grotteschi e poco intelligenti delle masse corali e dei singoli personaggi.

Il palcoscenico vedeva alcune eccellenze e alcune perplessità. Splendida e centrata la Desdemona di Cinzia Forte; accorata, partecipe e dalla linea di canto purissima. La Forte è artista dalla voce morbida, ben proiettata in sala ed è artista capace di trasmettere tutta la sofferenza e la commozione del suo ruolo nonostante una regia sciagurata la costringesse a movimenti assurdi e del tutto incoerenti.

Paolo Gavanelliè stato un Jago intenso e dalle grandi qualità vocali ed interpretative; perfido, maligno, accattivante e sottile alla bisogna sfoggiando un timbro imponente, una tecnica agguerrita ed un colore adattissimo a questo repertorio.
Discreto il Cassio di Cristiano Cremonini come pure il Roderigo di Mirko Guadagnini.
Eccellente prova per l’Emilia di Giovanna Lanza che con la sua voce ampia, scura, quasi contraltile ha disegnato con i giusti accenti un’Emilia pressoché perfetta dimostrandosi artista di razza, un lusso per un ruolo tutto sommato marginale.

Ottime la voci gravi di Ziyan Afteh come Lodovico, Francesco Cardinale nella parte di Montano e Alessandro Perucca in quella dell’Araldo.

Purtroppo il monumento del protagonista sia vocalmente che interpretativamente ieri sera è mancato.
Kristian Benediktsi presenta a Cagliari con voce piccola, opaca, non a fuoco nel registro di passaggio, poco appoggiata negli acuti e nei gravi e con un timbro afflitto da una consistente e persistente presenza d’aria. Il personaggio è volgare e l’artista provo di qualsiasi aderenza stilistica alla parola italiana e al senso di ciò che sta cantando.

Il coro diretto da Marco Faelli ha dimostrato di essere di qualità superiore grazie a tutte le sezioni che lo compongono e ad una duttilità scenica veramente impressionante.

Protagonista indiscusso della serata il Maestro Giampaolo Bisanti che, alla guida di una straordinaria orchestra, eccellente nelle sezioni degli archi come in quelle dei fiati, trascina l’intero racconto verdiano attraverso delicatissimi ricami orchestrali, improvvisi lampi e splendide scene d’assieme.
Accompagna i cantanti gestendo gli equilibri tra palcoscenico e buca (quest’ultima davvero grande) in modo perfetto; la narrazione è sempre tesa e vibrante, il gesto ampio e chiarissimo per un risultato musicale di livello straordinario.

Al termine della serata è arriso un caldo successo per tutti i protagonisti con punte di entusiasmo e ovazioni per Bisanti e qualche isolata contestazione per il tenore; peccato non aver potuto applaudire o dissentire il regista e il suo staff dato che non hanno avuto il rispetto di presentarsi né singolarmente né con gli altri protagonisti della serata alla ribalta per ringraziare il pubblico.

LA PRODUZIONE
Maestro concertatore e direttore    Giampaolo Bisanti
Regia                                                 Eimuntas Nekrosius
Scene                                                 Marius Nekrosius
Costumi                                             Nadezda Gultiajeva
Luci                                                   Audrius Jankauskas
Maestro del coro                              Marco Faelli
Maestro del coro di voci bianche    Enrico Di Maira

GLI INTERPRETI
Otello                                                 Kristian Benedikt 
Desdemona                                       Cinzia Forte 
Jago                                                   Paolo Gavanelli 
Emilia                                                Giovanna Lanza
Cassio                                                Cristiano Cremonini
Roderigo                                           Mirko Guadagnini
Lodovico                                           Ziyan Atfeh
Montano                                           Francesco Cardinale
Un araldo                                          Alessandro Perucca

Orchestra e Coro del Teatro Lirico
Coro di voci bianche del Conservatorio Statale di Musica "Giovanni Pierluigi da Palestrina" di Cagliari

Allestimento della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari



IL ‘SUONO’ DELLA OTO E BATTISTONI PER L’INAUGURAZIONE DELLA RASSEGNA AL TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, domenica 28 aprile 2013, ore 21,00.




Nel descrivere il concerto inaugurale di ieri sera al Teatro Olimpico di Vicenza per l’annuale rassegna ‘Il suono dell’Olimpico’,  non si può fare a meno di pensare che ben quattro grandi nomi si siano incontrati in una sola serata di straordinario valore artistico, in cui la grandezza dell’arte è stata dunque protagonista nel senso più completo del termine. Innanzitutto i due giganti della musica internazionale come Verdi e Wagner, presentati in una carrellata delle loro sinfonie più note; poi la straordinaria bravura e personalità del giovane direttore d’orchestra Andrea Battistoni , che è tornato in città se vogliamo ancora più trionfalmente dello scorso dicembre;  infine, il sommo Andrea Palladio, il cui teatro stupisce ogni volta per perfezione architettonica e splendore. Qui l’orchestra che prende il nome proprio da questo gioiello, ritrova una sonorità ed una profondità di accenti ancor più che in altri luoghi. E da un incontro così felice di grandezze, una serata magica ne è stata la naturale conseguenza.

In apertura la sinfonia del Nabucco, ove il Maestro ha fatto subito intendere con che spirito avrebbe condotto l’orchestra durante la serata. Piglio deciso  per un ritmo serrato ma mai eccessivo, controllo delle dinamiche e attenzione costante verso tutte le sezioni. Con la sinfonia dal wagneriano Rienzi il suono si fa intenso e maestoso, carico di tensione e sentimento, per poi divenire più leggero e misurato con Stiffelio.

Un cambio di luci ha introdotto le atmosfere della seconda parte con Eine Faust Ouverture, ove il Maestro veronese è riuscito a trasmettere sensazioni di mistero e sospensione, con suoni che quasi trascendono l’attimo in corso, a sottolineare l’argomento misterico del dramma che tale musica descrive. Uno dei pezzi più riusciti del concerto. 
Molto bene i legni in evidenza nella ouverture di Giovanna d’Arco, ove tensione e precisione di insieme si mescolano alla dolcezza quasi fiabesca dei solisti che dialogano meravigliosamente tra loro.

Nelle note dell’Idillio di Sigfrido sono evidenti molteplici sensazioni che a nostro avviso l’orchestra ha potuto trasmettere grazie al carisma del suo direttore: pathos, romanticismo, delicatezza, ricordi sognanti, passione.. Questo meraviglioso pezzo orchestrale fu infatti scritto dal compositore di Lipsia per la signora Cosima Wagner, in occasione della nascita del terzo figlio della coppia e che non avrebbe neanche mai dovuto essere eseguito in pubblico. Con alcuni temi tratti dall'opera Sigrfied, questo delicato omaggio alla serenità coniugale desta quasi commozione, soprattutto nel riconoscibile ‘motivo della purezza’ che descrive  Sigfrido appunto, il cui nome era stato dato al neonato. Gran finale con La battaglia di Legnano, ove le note si rincorrono come cavalli al galoppo verso una trionfale chiusura del concerto.

L’Orchestra del Teatro Olimpico ha mostrato una sezione dei legni ben equilibrata che si è fatta notare positivamente, come detto,  soprattutto nelle parti solistiche. Il tutto accompagnato da violini che viaggiano sempre più all'unisono. Anche la sezione degli ottoni sta trovando un buon equilibrio nell’organico, per un risultato di insieme che evidenzia l’impegno dei professori e di chi li sta accompagnando nella loro crescita. Pregio del Maestro Andrea Battistoni è l’estrema versatilità nella sua direzione. Sicurezza dovuta ad una profonda conoscenza musicale, che gli permette di guidare i musicisti in modo da ottenere un suono di volta in volta diverso, in linea con quanto richiesto dalla partitura, ma anche dalla tensione narrativa di ciò che queste sinfonie raccontano. Il pubblico lo ha applaudito lungamente richiamandolo sul palco svariate volte, venendo premiato con il bis del primo pezzo in programma. Una serata di giganti, e come lo stesso Maestro ha sottolineato prima del bis: ‘Viva Verdi…ma anche Riccardo!’.
MTG



ELISIR D’AMORE, GAETANO DONIZETTI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, martedì 23 aprile 2013, ore 20,00






La furbizia a volte viene premiata se ci si trova al momento giusto nel posto giusto. Così il furbastro medico ciarlatano Dulcamara si trova a rifilare dietro ovvio compenso l'odontalgico mirabile liquore ad un povero innamorato senza speranze di conquistare la ricca fittavola Adina, (che meditava perfino di morir soldato, tanto era disperato), per poi addirittura vedersi attribuito il successo dell’impresa amorosa con la bella fanciulla, conquistando ancora più fama e successo, senza assolutamente esserne meritevole.
E’ su di un filo che pende tra dramma e felicità, tra la rassegnata disperazione ed il gaudio ineguagliabile di chi poi può finalmente vivere la storia che tanto desidera, che si sviluppa l’opera di Donizetti, che il Teatro Filarminico di Verona ha nel 2009 presentato con questa produzione bellissima che guarda alla tradizione, ma non risulta mai pesante e che, anzi, diverte moltissimo grazie alla gestualità e resa sul palco delle situazioni ideate da Riccardo Canessae dai simpatici costumi di  Artemio Cabassi. Si pensi a come Dulcamara si presenta in scena, dotato di un coloratissimo costume, simpatici occhialini scuri e cappello e stivali rossi.

Questo melodramma giocoso in due atti fu eseguito la prima volta 12 maggio del 1832 al Teatro della Cannobiana di Milano, da un Donizetti che veniva dal successo del 1830 di Anna Bolena, opera del tutto diversa per argomento ed atmosfere, e che di lì a poco avrebbe trionfato con un altro suo grande capolavoro, Lucia di Lammermoor. Oggi rappresenta un must soprattutto nel repertorio dei tenori di fama mondiale, e continua a richiamare un folto pubblico, come è accaduto a Verona sia alla prima che alla seconda rappresentazione da noi ascoltata.
In un’ atmosfera palesemente giocosa si inserisce la compagine canora che ha saputo mostrare sul palco il giusto equilibrio tra capacità attoriali e vocali.

Irina Lungu  ha impersonato una Adina dal carattere deciso, maturo, non solo capriccioso, ma anche dal piglio accattivante e piena di brio. Del resto lo strumento di cui dispone si lancia in sala pienamente con corpo e volume, senza esitazione e sostenuto in tutta la gamma. Una bella prova.
Non se l’è cavata male anche il giovane Leonardo Cortellazzi, Nemorino, tenore leggero dalla voce molto pastosa ed acuta. Una dolcezza espressiva si fa notare nelle prove di maggior sentimento, ove l’interpretazione ha contato ancor più che la precisione esecutiva. Il pubblico lo ha molto apprezzato, sì da chiedere ed ottenere il bis della ultra celebre Una furtiva lagrima.

Credibile, divertente, ben eseguito e molto applaudito anche il Belcore di Gezim Myshketa. Ci sono ruoli in cui una voce possente e piena di  baritono non basta a rendere il personaggio, e qui l’interprete ha centrato il suolo con maestria e resa vocale pertinente. E non poteva certo mancare l'obiettivo uno straordinario interprete di riferimento per ruoli di carattere buffo, e magnificamente eseguiti, come è Bruno de Simone, uno straordinario Dottor Dulcamara. Conoscere il proprio mestiere e donare al pubblico un personaggio come il dottore imbroglione con lo spirito giusto, che diventa protagonista della scena passo dopo passo per conquistare il pubblico fino alla fine non è certo da tutti. Simpatia, doti attoriali e voce matura e sicura sono il presupposto per una resa perfetta del personaggio.
Molto bene anche la Giannetta di Rosanna Savoia, che ad una lineare esecuzione vocale ha unito una buona integrazione con i suoi compagni di ‘viaggio’.

Il coro è stato molto presente e partecipe come sempre, mostrando le qualità consuete di bravura e precisione.
Infine la bacchetta di Giacomo Sagripantiha incorniciato uno spettacolo davvero godibile sotto tutti i punti di vista, conducendo l’orchestra in modo puntuale, con attenzione al palco e in linea con la spensieratezza dell’atmosfera in essere. Pubblico numeroso, cosa che fa veramente piacere pur non trattandosi della prima, tantissimi applausi per tutti.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore
Giacomo Sagripanti
Regista
Riccardo Canessa
Costumi
Artemio Cabassi


GLI INTERPRETI

Nemorino
Leonardo Cortellazzi
Adina
Irina Lungu
Belcore
Gezim Myshketa
Il dottore Dulcamara
Bruno de Simone
Giannetta
Rosanna Savoia


ORCHESTRA E CORO DELL’ARENA DI VERONA















HANSEL UND GRETEL, E.HUMPERDINCK - OPERA NATIONAL DE PARIS, PALAIS GARNIER, 16 APRILE 2013, ORE 19.30




GRETEL
Ho sognato                                                          Ho visto una scala dorata
di ascoltare un sussurro, un tintinnio                      e angeli che scendevano da quella,
come cori di angeli,                                              angeli molto belli, con ali dorate.
come un canto che veniva dal cielo.                      HANSEL
Nubi di cotone bagnate di luce                              Devono essere stati almeno quattordici!
si avvicinavano flottando nell’oscurità.                  GRETEL
e poi d’improvviso tutto era luce,                          Li hai visti anche tu?
luce che scendeva dal cielo                                  HANSEL
e si spargeva in tutte le direzioni.                          Sì che li ho visti! Era meraviglioso…
                                                                          E ho visto come se ne andavano per di lì.


Opera rappresentatissima nei paesi di lingua tedesca in generale, questo capolavoro di Humperdinck, risulta quasi una rarità in Italia e pure in Francia dove a Parigi è stato rappresentato solo tre volte nel '900.

Incredibile davvero come questa sublime partitura, pensata per i più piccoli ma con un occhio ai grandi non riesca ad entrare nel repertorio dei nostri teatri. Eppure Hänsel und Gretel è comunque “merce pregiata”, di quelle, intendo, che soddisfano anche il palato più fino. Lo aveva già compreso Richard Strauss al quale si rivolse il compositore per proporgli la direzione della prima rappresentazione. “Veramente, questo è un capolavoro di prima categoria. E’ da molto tempo che un’opera non esercita su di me tale impressione: che calore, che fascino, che semplicità, che arte. Mio caro amico Voi siete un grande maestro!” – questo scrisse Strauss a Humperdinck accettando di dirigere la première di Weimar, il 23 dicembre 1893, tra l’altro accolta da un clamoroso successo.
Per sopperire a questa lacuna, l'Opéra de Paris ha pensato di allestire una nuova produzione al Palais Garnier, affidando la regia a Mariame Clément, la quale ovviamente per non passare come una banale naif che pensa malauguratamente di allestire il semplice racconto dei fratelli Grimm come si debba, cioè con la casetta di marzapane, la foresta incantata, la fata Sabbiolina e la fata Rugiadina, pensa ad un allestimento onirico, ove tutta la fiaba risulti come un sogno dei bambini protagonisti.
Sdoppiamento quindi della realtà, scena divisa in quattro piani differenti, dove la vita di tutti i giorni viene affidata a degli attori (bravissimi tra l'altro) mentre il sogno (l'opera vera e propria) ai cantanti, risultando questo confine spesso labile e da oltrepassare.
Non si esce mai dall'appartamento di famiglia, ma si passa costantemente dal sogno alla realtà e dalla realtà al sogno. Sogno inteso proprio come momento onirico notturno dei bambini nei loro lettoni.
Ecco quindi che i luoghi del quotidiano si contaminano nel mondo immaginario, come quando i bambini (cantanti) si credono perduti nella foresta incantata e urlano la loro paura, i genitori (attori), che si trovano nel salotto buono a passare una serata con degli amici, inviano nella camera dei ragazzi (attori) una amabile zietta che li consola dal loro incubo, diventando al contempo la fata Sabbiolina della storia.
I bambini resuscitati dall'incantesimo finale diventano qui gli amichetti che a sorpresa vengono a festeggiare il compleanno di Hansel dividendo una grossa torta che già fu la casetta di marzapane della strega, la quale ovviamente ha le sembianze della mamma, una mamma divoratrice e sensuale in abiti borghesi che nascondono in realtà abiti ben più succinti.
Un allestimento insomma pensato più per i grandi che per i piccini, e se al sottoscritto è piaciuto immensamente, forse il pubblico parigino si sarebbe aspettato qualcosa di più semplice e meno concettuale, visto i sonori ‘buu’ che hanno accolto la regista al suo presentarsi in proscenio per gli applausi finali.
Le scene e i costumi pensati da Julia Hansen, ritraggono l'interno di una famiglia piccolo borghese di fine ‘800 con i suoi bei mobili Biedermeier e i loro membri vestiti in perfetto stile fin de siècle.
Sul versante musicale, la coppia dei discoli fratellini erano Daniela Sindram (Hansel), un mezzosoprano solido, dalla tenuta vocale perfetta e perfettamente credibile nel ruolo en travesti e Anne-Catherine Gillet (Gretel), dalla voce fresca e delicata, ma salda e sicura nel registro acuto.
Perfettamente a loro agio anche Irmgard Vilsmeier (Gertrud) e Jochen Schmeckenbecher(Peter), hanno saputo confezionare una coppia di genitori da manuale.
Corretti musicalmente e scenicamente anche Elodie Hache (Sandmannchen) e Olga Seliverstova (Taumannchen).
Per impersonare il ruolo della strega cattiva (Knusperhexe) l'opéra de Paris ha pensato di chiamare un mostro sacro come Anja Silja, la quale nonostante la buona volontà e le consumate doti di artista non è riuscita a convincere nella non facile parte.
Nonostante un vibrato ormai compromesso dal passare degli anni, gli acuti restano sonorissimi e sicuri ma ahimè i gravi sono inudibili al limite del sussurro, privando il suo personaggio di una gran parte di quel carattere cattivo e perfido dovuto.
A capo di una ispiratissima orchestre de l'Opéra National de Paris, Claus Peter Flor ha saputo gestire con i giusti contrasti drammatici, un notevole scatto ritmico e soprattutto un’efficacissima cura degli impasti timbrici la partitura. Al direttore tedesco deve evidentemente piacere molto dosare le dinamiche strumentali per trovare il miglior colore possibile. Lo si è notato sia nel Preludio dell’opera che nella Pantomima che chiude il secondo atto e, direi, un po’ in tutto il corso della rappresentazione. Atmosfere davvero seducenti in orchestra - questa è una partitura meravigliosa, stesa con rara sapienza e gusto da un Humperdinck che, ricordo, aveva collaborato una decina di anni prima con Richard Wagner ai preparativi per l’allestimento di Parsifal a Bayreuth - hanno minuziosamente punteggiato l’evolversi degli avvenimenti in un clima fiabesco di incanto e fantasia.
Bravissimi anche le voci bianche del Choeurd'enfant de l'Opèra de Paris.
Successo per tutti, tranne qualche contestazione alla responsabile della regia, in un teatro, come sempre, stracolmo di pubblico attento e partecipe.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra  Claus Peter Flor
Regia                           Mariame Clément
Scene e costumi          Julia Hansen
Luci                                       Philippe Berthomé
Coreografie                      Mathieu Guilhaumon

GLI INTERPRETI

Peter                           Jochen Schmeckenbecher
Gertrud                       Irmgard Vilsmaier
Hansel                        Daniela Sindram
Gretel                         Anne-Catherine Gillet
Die
Knusperhexe             Anja Silja
Sandmannchen          Elodie Hache
Taumannchen            Olga Seliverstova

Paris Opera Orchestra
MAÎTRISE DES HAUTS-DE-SEINE ⁄ Paris Opera Children's Chorus





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DO RE MI…..PRESENTO – INTERVISTA A … SIMONE ALBERGHINI

Indubbiamente la voce da basso o baritono ha un suo fascino indescrivibile, e lo sapevano bene tutti quei geniali compositori che ne davano gran risalto, spesso attribuendo la parte del seduttore proprio ai cantanti dotati di quel timbro specifico, si pensi a Don Giovanni di Mozart, al Conte ne Le nozze di Figaro; oppure ruoli divertenti come il Don Basilio di rossiniana memoria o il Dulcamara di Donizetti, per non parlare dei grandi ruoli drammatici come Enrico VIII in Anna Bolena, il Re d’Egitto in Aida... Questi infatti, sono solo alcuni delle decine di ruoli che Simone Alberghini ha interpretato e letteralmente impersonato sin dall’inizio della sua splendida carriera internazionale. E la lista si allunga con ruoli in Maria Stuarda (Talbot), Poliuto (Callistene), i Puritani (Giorgio), Macbeth (Bancuo), e tantissimi altri ancora nei più importanti teatri al mondo. Se c’è una qualità che aggiunge valore alle sue interpretazioni è l’immedesimazione nella parte, lo studio approfondito del personaggio per poterne esprimere al meglio le qualità caratteriali oltre che vocali. Ecco la ricetta per un Artista di qualità che porta alto il nome della nostra Arte lirica nel mondo rendendoci davvero orgogliosi.

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FRANCESCO MELI, LADA KYSSYKOVA, ROSSANA RINALDI, GEZIM MYSHKETA PER VERONA LIRICA - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 14 aprile 2013, ore 16,30



La stagione dell’associazione Verona Lirica sta volgendo al termine con una escalation di stelle che via via si alternano sul palcoscenico del bellissimo Filarmonico di Verona. E’ uno spettacolo il pubblico stesso che riempie sempre più calorosamente la platea del teatro manifestando un affetto ed una soddisfazione per tutta l’organizzazione e per le serate di musica offerte.
Così ieri un altro bel concerto ha salutato una primavera finalmente arrivata a scaldare non solo il clima, ma anche i cuori dei presenti.

Tenore di fama internazionale, Francesco Meli, prossimo Nemorino nell’Elisir donizettiano proprio sullo stesso palco, non si è risparmiato offrendo interpretazioni accorate di tutte le arie in cui si è cimentato, che vanno dal Simon Boccanegra di Verdi, dalla Tosca (E lucean le stelle) ed il duetto col basso dal quarto quadro della Bohème, di Puccini, ed ancora Verdi con Trovatore (Ah sì, ben mio) e Rigoletto, con l’ intenso quartetto dell’ultimo atto insieme alle altre tre voci. Il tenore canta con voce di petto piena e spinta in avanti, capace anche di emettere dei piano ben appoggiati e dall’emissione sicura, con una intensità d’interpretazione notevole e convinta, senza mai trattenersi appunto.

Il soprano Lada Kyssykova è stata una piacevole scoperta, soprattutto con le arie pucciniane tratte dalla Turandot (Tu che di gel sei cinta), dalla Bohème (la celeberrima Sì, mi chiamano Mimì), dalla Rondine (Chi il bel sogno di Doretta) e dalla Butterfly in duetto con il mezzosoprano, nonché il citato quartetto dal Rigoletto. La cantante kazaka ha sicuramente un buono strumento a sua disposizione, rotondo e dal suono pieno anche sul registro più acuto; potrebbe offrire qualcosa in più nell’interpretazione dei personaggi, anche se non manca certo di presenza scenica. 

Rossana Rinaldi è già nota al pubblico del circolo lirico per la sua esibizione l’anno scorso sempre sul palco del Filarmonico. Con molto calore è stata salutata per quanta espressività e compartecipazione offrano le sue esecuzioni canore. Ha cantato senza esitazione e con la sua voce da mezzosoprano pieno, corposa e senza sbavature, oltre ai citati duetti, le arie tratte da Samson et Dalila di Saint-Saëns(Amour viens aider ma faiblesse), dalla Favorita di Donizetti (Oh mio Fernando), ed un omaggio alla sua terra con la canzone popolare ‘I’ te vurria vasà’.

A chiudere la ‘squadra’ di talenti, il baritono Gezim Myshketa, anche lui impegnato nell'Elisir al Filarmonico, con arie da Faust di Gounod, dal Don Carlos di Verdi (la bellissima ‘morte di Rodrigo’), e dal Falstaff (E’ sogno o realtà), sempre di Verdi. Sia da solo che con i colleghi della serata, ha mostrato una buona voce piena e spinta anche verso il tono tenorile, dal suono caldo e potente nell’emissione.

Il Maestro Patrizia Quarta ha infine omaggiato i presenti per la prima volta con due pezzi solistici sempre tratti da repertorio operistico e che sovente vengono eseguiti in concerto: gli intermezzi da Cavalleria Rusticana di Mascagni e dalla Manon Lescaut di Puccini. Sempre perfetta nelle sue esecuzioni, sembra davvero di ascoltare una intera orchestra con il suo pianoforte.

Premiati tutti gli Artisti come di consueto, applausi ed ovazioni per tutti. Grande soddisfazione per questo Circolo sempre più grande per qualità ed organizzazione.

MTG



GUDNI EMILSSON E BORIS PETRUSHANSKY AL FILARMONICO DI VERONA, SABATO 6 APRILE 2013, ORE 20,00




Per il decimo appuntamento della stagione sinfonica il Teatro Filarmonico di Verona ha presentato un programma bellissimo e di grande richiamo che può essere considerato uno dei più significativi della stagione.
Per la gioia dei presenti l’orchestra dell’Arena di Verona è stata chiamata ad eseguire il Concerto n. 2 in si bemolle maggiore per pianoforte e orchestra op. 83 di Johannes Brahms, la suite sinfonica Shéhérazade, op. 35 di Nikolai Rimskij-Korsakov e tra le due mastodontiche performance, anche il pezzo contemporaneo Dai calanchi di Sabbiuno di Fabio Vacchi.

Il Concerto di Brahms datato 1881, rappresenta un’ incredibile sfida per gli esecutori al pianoforte, data la sua difficoltà, ma soprattutto per l’intensità interpretativa che esso richiede. Alla prova sul palco è stato chiamato un Artista che non ha bisogno di presentazioni nel nostro paese data la sua intensa attività anche da docente in Italia: Boris Petrushansky. A dirigere l’orchestra il Maestro Gudni Emilsson, anch’esso già noto per le precedenti stagioni sinfoniche al Filarmonico, ove dirige per la terza volta.

Il maestro Boris Petrushanskyha mostrato cosa significhi immergersi completamente in quello che si sta eseguendo, come se la musica fosse essa stessa parte delle sue braccia e venisse fuori come un impeto richiamato dall’orchestra. Il tocco è deciso, indiscutibile perizia tecnica. Gli archi fanno da contorno corposo, l’orchestra propone un suono forte ed asciutto allo stesso tempo. Il maestro Emilsson infatti, in questa prima parte del concerto, pur dirigendo con molta enfasi, non cede alla tentazione di trascinare il suono in maniera da sovrastare il solista, che invece è protagonista assoluto. Il suono carezzevole del terzo movimento, per esempio, sorprende per delicatezza esecutiva e rimanda l’ascoltatore all’immagine di una barca che si allontana lentamente all’orizzonte fino a lasciare solo la visione delle piccole increspature dell’acqua baciata dal vento. Il maestro torna poi ad imprimere forza e corposità al suono nel quarto e travolgente movimento finale.

In apertura della seconda parte il breve brano di Vacchi scritto nel 1995 e poi ripreso fino al 1997, composto per commemorare il cinquantesimo anniversario della Resistenza italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Il titolo richiama appunto al luogo che vide trucidate circa cento persone dai nazisti in quel periodo infernale di guerra. Chiaro ed evidente il concetto di precarietà, di sdegno e dolore nelle note che il direttore ha diretto senza bacchetta, come a volere assecondare questi fasci di melodia non propriamente definita con entrambe le braccia libere. Il ritmo è regolare, scandito dal suono della campana che quasi  richiama all’ordine. Atmosfera ‘sospesa’ che attrae, fa riflettere.

Infine, la meravigliosa ed appassionata Shéhérazade a chiudere il concerto. L’energia che il Maestro Emilsson ha impresso ai musicisti ha coinvolto tutto il pubblico ipnotizzato. Questa suite orchestrale del 1888 di magnifico richiamo orientale, è uno dei più conosciuti ed apprezzati da appassionati esperti e non, ed il Maestro lo ha diretto con una enfasi incredibilmente compartecipe. Ha danzato sul podio, ha dialogato con i musicisti per un effetto di simbiosi ed un risultato maestoso. Come una valanga che investe in pieno senza colpo ferire, l’orchestra ha eseguito con forza, passione e dolcezza estreme le quattro parti di questa composizione che ha fatto sognare davvero di essere immersi in una di quelle Mille e una notte

Applausi interminabili e plurime chiamate sul palco al Maestro Petrushansky, ed al Maestro Emilsson. Tanta emozione, tanta gioia, grande musica per grandi interpreti, un concerto di grandissimo successo.

MTG






THE RAPE OF LUCRETIA, BENJAMIN BRITTEN - TEATRO VALLI DI REGGIO EMILIA, Venerdì 5 aprile 2013, ore 20.00.



Quest’opera dalle forti emozioni, creatura dell’inglese B. Britten, che nacque esattamente un secolo fa, fu rappresentata per la prima volta nel non lontanissimo 1946. All’indomani dei delitti mostruosi dell’Olocausto, della tragedia della Seconda guerra Mondiale, il compositore inglese scrisse questo suo lavoro in cui è manifesto tutto lo sdegno per ciò che la storia aveva appena scolpito nelle menti dei sopravvissuti e di chi ne avrebbe letto successivamente. Il tema centrale si ispirò al dramma Le Viol de Lucrèce, di André Obey, di qualche anno precedente. L’antica Roma e l’Italia in generale da sempre hanno rappresentato una fonte di ispirazione per letterati e musicisti da tutto il mondo, ed anche il compositore di Lowestoft decise di portare in musica vicende accadute nel nostro Belpaese, e l’Impero Romano in questo dramma di Obey rappresentava evidentemente l’ideale spunto per esprimere sentimenti, paure, sdegno, verso temi eterni come il male della guerre, la violenza bruta che non conosce freno se non di fronte al proprio tornaconto, la prepotenza di uomini / guerrieri che questi mostrano nei confronti delle donne indifese...

E quanto più la virtù è grande, più feroce è il desiderio di conquista, come per una una terra, un popolo, o una donna appunto. Si vuole sempre ciò che non si può ottenere. Ed il superbo Tarquinio sa perfettamente che non otterrebbe mai spontaneamente i favori della moglie di Collatino, fiero generale romano, se non irrompendo con la forza nella volontà della sventurata Lucrezia.Il parallelo tra l’epoca di Britten e quella a cui l’opera si riferisce è proprio quello che il regista Daniele Abbado ha messo in scena con questa produzione datata già alla fine degli anni ’90 e che ad intervalli di tempo di pochi anni, da allora viene riproposta con sempre crescente successo di pubblico, anche a livello internazionale. E’tutto molto buio sul palcoscenico, le luci, i colori, le ambientazioni essenziali, ma efficaci. Le proiezioni di statue romane alternate ad immagini della Seconda Guerra mondiale scorrono su uno schermo all’inizio della rappresentazione, per poi restare una costante sia sullo schermo velato innanzi al proscenio, sia su quello più piccolo a sfondo degli eventi. 

Il palco è diviso in due piani e spesso i protagonisti si rivolgono fissamente al pubblico come se stessero parlando a se stessi innanzi ad uno specchio. Molto suggestivo l’effetto globale. Non ci sono arredi, ma una serie di elementi che, combinati con gli effetti di luce e con le strutture montate appositamente sul palco, creano le atmosfere giuste. La morte di Lucrezia lascia un incredibile senso di tristezza e mette lo spettatore in uno stato di ansia emotiva, anche per il fatto che l’interprete resta per tutto il resto della scena sospesa con la testa in giù alle corde che pendono dal soffitto del palco e la imbrigliano inesorabili.
Non un’opera di facile esecuzione, soprattutto per le continue dissonanze della musica che accompagna, ma che a tratti si rende dolce e soave, come nella scena dei fiori. E particolarmente impegnativo è il ruolo dei due cori, maschile e femminile, che introducono e spiegano i fatti in essere, ed esplicitati poi solo da un’interprete femminile ed uno maschile.
Il cast è stato di buon livello, è riuscito a dar vita ad esecuzioni centrate, attente e sul peso della parola, che nella lingua inglese crea fusione con particolare forza ed armonia con la musica, quand’anche essa stessa tenda ad essere stridente. Non una classica opera di arie melodiose e lacrimevoli; un continuo riflettere sul male, sul tradimento, sulla violenza, che le note di Britten esprimono con evidenza e dissonanze continue.
Kirstin Chavez incarna ciò che Lucrezia potrebbe rappresentare nell’immaginario collettivo: bellezza, portamento, classe, ma anche energia e forza di cuore. Con la sua interpretazione accorata del ruolo del titolo ha ipnotizzato il pubblico, ha saputo dar voce con le sue abilità ad una donna incredibilmente affascinante e volitiva. La sua voce ha una corposità da grande interprete sanguigna, più le note scavano a fondo e più si trova a suo agio, donando il giusto carattere e tensione al suono.
La sua balia Bianca è una credibilissima Gabriella Sborgi. Bello il colore della voce ed uniforme nell’emissione. Anche la sua parte si mantiene su registro medio basso e sa risolverla molto bene e con estrema facilità.
Il soprano Laura Catrani è Lucia. La sua voce ha un colore cristallino ed è leggera nell’emissione. Impersona la dolce domestica di Lucrezia con correttezza e vivo sentimento.
A suo agio nella parte di Tarquinio è sembrato  Jacques Imbrailo. Innanzitutto le movenze, per quanto la regia lo consenta, e poi la sua espressività, rendono credibile il personaggio, il tutto  incorniciato da una voce piena da baritono emessa con sicurezza e buon fraseggio. La scena dell’aggressione è resa con una grande intensità da entrambi gli interpreti, che non si sono sottratti a spintoni, cadute, ed una lotta quasi vera sul palco.
Anche Joshua Bloom è un Collatino dal buono spessore. Il colore della voce scuro, profondo all’ascolto e dall’ottimo volume, regalano una interpretazione convincente ed apprezzabile. Discreto il Junius di Philip Smith,  che ha saputo ben fare da contraltare ai due personaggi antagonisti nell’amore.
Infine Susannah Glanville e Gordon Gietz nelle vesti dei due ‘cori’, hanno ben figurato, soprattutto per come, sebbene quasi fissi sulla scena, abbiano espresso i sentimenti che fanno da sfondo all’intero dramma, pur peccando leggermente di volume nel caso del coro maschile.
L’orchestra che consta di un organico ridotto, alla guida di  Jonathan Webb ha accompagnato i momenti salienti della rappresentazione in modo corretto e deciso, anche se un po’ freddo nel complesso.
Il pubblico ha apprezzato tutti gli interpreti ed il direttore d’orchestra con calore e diverse chiamate sul palco. Davvero uno spettacolo che lascia il segno.
MTG
  
LA PRODUZIONE

Maestro concertatore Jonathan Webb
e direttore                    Daniele Abbado
Regia                         
Scene, costumi e luci  Gianni Carluccio
Video                           Luca Scarzella

GLI INTERPRETI

Lucretia                     Kirstin Chavez
Male Chorus             Gordon Gietz
Female Chorus         Susannah Glanville
Collatinus                  Joshua Bloom
Tarquinius                Jacques Imbrailo
Junius                        Philip Smith
Bianca                        Gabriella Sborgi
Lucia                          Laura Catrani

Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

allestimento de I Teatri di Reggio Emilia
coproduzione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, I Teatri di Reggio Emilia, Teatro Alighieri di Ravenna
 
versione in lingua originale con sopratitoli


LOHENGRIN, R. WAGNER - HRVATSKO NARODNO KAZALISTE U ZAGREBU, TEATRO NAZIONALE CROATO DI ZAGABRIA, 29 marzo 2013, ore 18,00




Il glorioso Teatro Nazionale Croato di Zagabria, uno dei più bei teatri d' Europa, è stato nel passato, remoto e recente, fucina di voci leggendarie che hanno fatto la storia dell'opera.
Basta fare alcuni nomi per accendere in un istante la memoria di produzioni e voci storiche note nel mondo.
Milka Trnina, leggendaria Kundry a Bayreuth e Tosca per eccellenza secondo il parere dello stesso Puccini; Sena Jurinac, splendida interprete mozartiana e straussiana; Rusa Pospis Baldani, acclamata mezzosoprano nei maggiori teatri del mondo, Dunja Veizovic, interprete di riferimento wagneriana, Lilian Molnar Talajic, Veneta Janeva Ivelijc, Giorgio Surjan, Stojan Stojanov…

Per celebrare degnamente il bicentenario della nascita di R. Wagner, il teatro ha pensato di allestire una nuova produzione di Lohengrin in coproduzione con il teatro di Wurzburg, utilizzando, primo in Europa, la nuova partitura critica pubblicata da Schott Editori, che ha riesumato e  stampato tutte le varianti approvate da Wagner stesso.

La regia che Kurt Schildknecht ha pensato per questo allestimento non si discostava molto da una classica messinscena tradizionale, cigno di cartapesta incluso, ma con qualche idea interessante, come quando Ortrud nel primo atto detta sottovoce a Telramund le parole di condanna ad Elsa, oppure nel voler tratteggiare Ortrud come strega malvagia, modello Ulrica, nel suo antro di megera nel secondo atto.
Alcune idee interessanti però non sono state sufficienti a conferire alla produzione quella tensione drammatica che culmina con il duetto del terzo atto.

Si è avuta l'impressione di assistere ad uno spettacolo che avrebbe potuto dire molto, ma che nella pratica ha comunicato solo un guazzabuglio di idee confuse.
Le scena fissa di Rudolf Rischer non ha certo aiutato, consistendo in una enorme scalinata azzurra che sormontava una porta di acciaio stile ascensore, ora navicella di Lohengrin, ora antro di Ortud, ora letto nuziale, ha conferito un' atmosfera da musical che certo in un'opera come Lohengrin risulta quanto meno fuori luogo, se non supportata da un'idea registica adeguata.
I costumi di Goetz Fischer, senza tempo, epoca e fantasia, spaziavano dalle divise da soldato tipo Rambo alle paillettes anni ‘50 modello Wanda Osiris, conferendo all'insieme, ancora di più, una chiarissima idea di confusione.

Per fortuna sul versante musicale le cose sono andate molto diversamente.
Quando io penso a Lohengrin, penso esattamente ad una voce come a quella di Martin Homrich, fresca, chiara, salda.
Il tenore si cala nel personaggio completamente, senza eroismi di maniera o goffe posture da supereroe venuto da mondi lontani.
E' un giovane serio e determinato anche e soprattutto nella voce, educatissima nel fraseggio e curatissima nella dizione, vero tallone di Achille di molti Lohengrin contemporanei.
E' capace di mezzevoci impressionanti per calore e intimità, ma è anche e soprattutto dotato di  un timbro argenteo, lucente e radioso. L'emissione salda sempre sul fiato e il fraseggio sono sottoposti ad un lavoro continuo di adattamento alle esigenze interpretative.
Trionfale e meritato il successo.

Adela Golac Rilovic ha dato ad Elsa un’ interpretazione lodevole per capacità e presenza scenica, tuttavia la voce risultava spesso carente in volume. Gli attacchi, i suoni filati sono poco carezzevoli, qualche acuto non ben a fuoco, ma il candore virginale di “Einsam in truben Tagen” si è sposato bene con il timbro chiaro e leggero dell'artista.
Heinrich è stato un corretto Luciano Batinic, bella voce profonda e altera, degna di un sovrano. La parte acuta risulta spesso tirata ma nel complesso la prova è stata veramente convincente.

L'Ortrud di Dubravka Separovic Musovic non sfoggia emissioni raffinate e sinuose.
Le incursioni ai La e La # sono al limite dell'urlo, l'esaltazione all'invocazione agli dei e l'irosa e tremenda invettiva finale svelano un' emissione accidentata, sfibrata e senza appoggio. Molto meglio il duetto con Telramund, tutto note centrali e meno scoperte, dove diventa subdola consigliera, velenosa e convincente nel sottomettere il consorte.
Joachim Goltz è un Telramund magistrale sebbene con voce molto chiara.
Il suo è un Friedrich disperato, diviso tra l'obbedienza cieca a Ortrud e la fierezza del nobile deluso.
Ha proprietà di controllo dei fiati notevole, in una parte infima per scrittura. Non eccede mai nell'economia e nel controllo della voce, arrivando a regalarci un personaggio convincente.
Ljubomir Puskaric è un Araldo sicuro e preciso.

Corretti ma un poco miserini i nobili brabantini di Marko Cvetko, Sinisa Galovic, Robert Palice Alen Rusko, così come Rea Alaburic, Iva Krusic, Marta Musape Soja Runje come paggi.
Il coro, preparato dallo stesso direttore Niksa Bareza, ha risposto con professionalità al difficile compito in questo capolavoro, qualche incertezza solo nel fugato di inizio della scena terza del secondo atto “In Fruh'n versammelt uns der Ruf”.
Applausi convinti per tutti, con ovazioni per Homirch e Bareza.
Pierluigi Guadagni

 LA PRODUZIONE

Direttore       Niksa Bareza
Regia              Kurt Josef Schildknecht
Scene              Rudolf Rischer
Costumi          Goetz Lanzelot Fischer

GLI INTERPRETI

Lohengrin       Martin Homrich
Heinrich          Luciano Batinic
Elsa                  Adela Golac Rilovic
Telramund       Joachim Goltz
Ortrud             Dubravka Separovic Musovic
L'araldo           Ljubomir Puskaric
Paggi                Rea Alaburic, Iva Krusic, Marta Musap, Sonja Runje
Brabantini       Marco Cvetko, Sinisa Galovic, Robert Palic, Alen Rusko
Voce Di Gottfried     Ilir Stetencu

ORECHESTRA E CORO DELL'OPERA NAZIONALE CROATA DI ZAGABRIA



FRESCHE NOTE - DVD: L’OLIMPIADE, GIOVANNI BATTISTA PERGOLESI


 
Teatro Valeria Moriconi, Jesi, 2011

 

 
 
 
Ogni tanto ci piace andare più indietro del solito nel tempo, andando a pescare dei capolavori raramente rappresentati sulle scene dei teatri in giro per il mondo, e che quando li si trova, è un piacere poter goderne della leggerezza, delle squisite messe in scena, e di interpreti preparati che degnamente sono stati chiamati a ricoprire questi ruoli così lontani da noi. Ecco che ora in DVD e bluray, questo gioiello di Giovanni Battista Pergolesi, la Olimpiade, in una produzione di un paio di anni fa messa in scena al Teatro Moriconi di Jesi, è disponibile per arricchire la nostra bacheca di primizie.

 
 

Questa opera su libretto di Metastasio debuttò a Roma nel 1735, su nobile commissione, e non ebbe il meritato successo, come spesso avvenne per opere poi riscattatesi in futuro con crescente successo, tanto che anch'essa fu molto rappresentata poi nel secolo successivo e considerata tra le punte di diamante di Pergolesi.
Nella visione del regista Italo Nunziata le Olimpiadi sono principalmente lo sfondo distante per le sofferenze o le gioie dei protagonisti, le loro speranze, le loro delusioni, in pratica le loro vite. Invece gli  interpreti sono a stretto contatto con il pubblico e con la musica stessa in sala, grazie alla particolare scenografia fatta di passerelle incrociate, di uso dello spazio a tuttotondo, ideata per rendere tutti più vicini nel 'sentire'.
Un cast di giovani si alterna con forze espressiva in scena: Raúl Giménez, Lyubov Petrova, Yetzabel Arias Fernández, e diretti dal puntuale ed attento Alessandro De Marchidecretandolo  un bellissimo spettacolo da tenere in archivio tra i tesori del passato.
 
MTG
 
Protagonisti: : Raúl Giménez, Lyubov Petrova, Yetzabel Arias Fernández
Orchestra e Coro: Academia Montis Regalis
Direttore d’orchestra: Alessandro De Marchi
Regia: Italo Nunziata