L’OLANDESE VOLANTE (DER FLIEGENDE HOLLÄNDER). RICHARD WAGNER – TEATRO GRANDE DI BRESCIA, venerdì 29 novembre 2013.



Opera romantica in tre atti.

Staccarsi dalla vita reale e sognare avventure in terre sconosciute solcando i mari su di una nave leggendaria. Possibile? È quello che la dolce eroina Senta si chiede certamente, quando sogna ad occhi aperti sul ritratto del misterioso Fliegende Holländer, anima in pena costretta a percorrere per una maledizione vie infinite per i mari di ogni dove, ogni volta per sette lunghi anni,  per poi ricominciare ancora l’errante viaggio del supplizio. Soltanto un cuore puro e fedele può spezzare l’incantesimo e far guadagnare la salvezza al nostro protagonista, rendendogli finalmente una compagna di vita, senza più esser costretto a vagare senza meta,  trovando finalmente riparo in una dimora famigliare ed accogliente. Ed il nostro riesce finalmente a trovare il suo angelo, la figlia del marinaio Daland; ma quanto è vero che la felicità spesso è troppo bella per essere vera, così l’uomo misterioso si lascia cogliere da dubbi ed incertezze verso la sua dolce promessa, spingendola a sacrificarsi per salvare se stessa e l’anima del suo amore impossibile.

Opera questa che debuttò a Dresda nel 1843 in un unico atto, poi suddivisa successivamente negli attuali tre, che segna l’inizio del percorso in cui Richard Wagner analizza a fondo i sentimenti umani di amore e redenzione dalle colpe passate, concetti su cui fonderà come noto i suoi grandissimi capolavori successivi.

Nella produzione del Circuito Lirico Lombardo, che si avvale della regia del giovane Federico Grazzini, la storia si svolge più o meno ai giorni nostri, così la protagonista non si getta nelle acque per inseguire l’Olandese che fugge via sulla sua nave come nel libretto, ma si spara un colpo di pistola in testa, raggiungendo così l’anima del suo amato che si accascia al suolo con lei. Un finale che non disturba e che non travisa affatto ciò che il libretto dello stesso compositore prescrive. 

Anche le ambientazioni scenografiche di Andrea Belli sono attualizzate, così come i costumi di Valeria Bettella, ma con intelligenza, atte in ogni caso ad esemplificare ciò che effettivamente la narrazione richiede. Così il secondo atto si apre in un laboratorio ove lavorano Senta e le sue colleghe/amiche che allegramente stirano camicie fresche di bucato, mentre la fanciulla contempla non un quadro, ma una fotografia del misterioso navigatore errante, e dunque la nutrice di Senta è la responsabile di questo luogo in cui lavora anche il povero disilluso Erik. 
A contorno di ciò, le luci, gli effetti sonori e tutti i piccoli dettagli scenografici, pur semplici ed essenziali, sono talmente suggestivi da portare comunque lo spettatore in un’atmosfera fiabesca. Si pensi soprattutto al primo atto, in cui uno schermo enorme a sfondo del palco reca suggestive  proiezioni di un mare in tempesta in una nebbia che fittamente pervade la scena, il tutto condito da colori molto scuri ed effetti di penombra. La stessa nave volante è ovviamente proiettata nelle immagini video, tra lo stupore dei marinai che la osservano attoniti. In sintesi uno spettacolo equilibrato, il che si può affermare anche dal punto di vista canoro e musicale.

L’olandese è un intenso e cupo Thomas Hall, in grado di donare al suo personaggio quell’aura di austerità e mistero che, unitamente ad una voce che viaggia sicura anche nella zona più scura, nonché grazie al suo incedere imperioso, coronano una performance ben centrata.

Altrettanto bene si può dire di Elena Nebera nel ruolo di Senta. La sua vocalità è piuttosto corposa, che a tratti si avvicina alla corda del mezzosoprano, ma poi si apre bene in avanti anche nei suoni più acuti, senza esitare.
Buono  anche il Daland di  Patrick Simper. Ottima la mimica facciale, estroso e diremmo simpatico padre se pur po’ opportunista. Così simpatico e spigliato il suo timoniere Gabriele Mangione, che pur non dotato di grande estensione vocale, insieme al suo capitano ci regala i momenti più leggeri dell’opera.

Il povero e respinto Erik è Tomislav Muzek, anch’egli molto in vena, supera discretamente la prova grazie alla sua voce non potentissima ma corretta.

Nadiya Petrenko completa dignitosamente il cast con il ruolo della nutrice Mary.

Buona la prova del coro Circuito Lirico Lombardo preparato da Antonio Greco attivissimo nella narrazione e molto disinvolto.

In fine, l’orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano  ha offerto una lettura asciutta ed equilibrata della non semplice partitura grazie al Maestro Roman Brogli-Sacher, evitando appesantimenti e tenendo sempre saldo il legame tra palco e buca.

Molti gli applausi al termine, con punte di intensità per Hall e Brogli-Sacher, in un teatro strapieno sia in platea che in ogni ordine di palco.

MTG


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e Direttore                 Roman Brogli-Sacher
Regia                          Federico Grazzini
Scene                          Andrea Belli
Costumi                     Valeria Bettella
Maestro del coro       Antonio Greco

GLI INTERPRETI 

Daland                       Patrick Simper
Senta                          Elena Nebera
Holländer                  Thomas Hall
Erik                            Tomislav Muzek
Mary                          Nadiya Petrenko
Steuermann               Gabriele Mangione


Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro del Circuito Lirico Lombardo


Nuovo allestimento
Coproduzione Teatri del Circuito Lirico Lombardo
Teatro Ponchielli di Cremona
Teatro Sociale di Como
Teatro Grande di Brescia


Teatro Fraschini di Pavia



I VESPRI SICILIANI, GIUSEPPE VERDI - TEATRO COMUNALE "LUCIANO PAVAROTTI" DI MODENA, domenica 24 novembre 2013


Libretto di Eugène Scribe e Charles Duveyrier.
Versione italiana di Arnaldo Fusinato


La storia de I Vespri Siciliani affonda le sue radici nel lontano periodo medioevale, a quando il Regno di Sicilia era sotto il dominio dei Francesi guidati da Carlo d’Angiò, nel tredicesimo secolo.  Neanche a dirlo quanto a Giuseppe Verdi fosse caro il tema e quanto fosse attuale ai suoi tempi un argomento del genere; e tali temi trattati fecero scattare la censura italiana, che costrinse l’autore a cambiare ambientazione e titolo per poter essere rappresentata nel nostro paese. Scritta per i francesi e rappresentata nel 1855, debuttò in Italia tradotta da Fusinato nello stesso anno, qualche mese dopo la prima d’oltralpe. Finalmente, grazie all’unificazione del Paese poté essere pubblicata da Ricordi col suo titolo originale.
Ed infatti il regista  Davide Livermore ideò questa messa in scena nel 2011 in occasione del centocinquantesimo dalla proclamazione dell’Unità d’Italia, pensando di rendere tutti gli avvenimenti attuali ed ambientandoli ai giorni nostri. Non solo: c’è un riferimento specifico ad uno degli eventi tragici che hanno maggiormente scosso l’opinione pubblica in tempi recenti: la strage di Capaci, in cui persero la vita come è noto il giudice Giovanni Falcone, sua moglie ed i tre agenti della scorta. L’intento del regista era quello di realizzare una messa in scena che richiamasse alla mente non solo quel fatto tragico, ma anche una sorta di excursus della vita italiana in tutti i campi, come mostrano le immagini che si susseguono velocemente sullo schermo posto sul fondo del palcoscenico, ove intravvediamo show televisivi, avvenimenti sportivi, volti noti del mondo politico, ecc.

Diversi i momenti caratterizzanti questa ambientazione contemporanea. Innanzitutto l’apertura, con il funerale di Federico d’Austria, giustiziato dai francesi, la cui morte spinge sua sorella Elena al desiderio di vendetta. Ma ci troviamo in una piazza pubblica, con la folla stipata dietro le transenne che spinge ed urla, una reporter con tanto di operatore video che descrive i fatti accaduti in una diretta televisiva, esattamente come si vede oggi nei nostri TG. Ancora, la festa al palazzo del governatore di Sicilia Monforte, viene introdotta da un ‘red carpet’ in stile hollywoodiano su cui sfilano gli ospiti, con la reporter di cui sopra che, tra un balletto e l’altro, cerca di intervistare le donne di rosso vestite con pennacchio al capo che pavoneggiandosi vi si recano. Il ballo delle stagioni che anima il terzo atto assomiglia molto alla festa a casa di Flora in Traviata, per movenze e situazioni messe in atto dagli invitati. Ma il palazzo di Monforte qui è un’aula di tribunale e gli invitati sono accomodati tra i banchi dell’auditorio. Ancora, il finale quarto atto si trasforma in una specie di comizio elettorale, ove Monforte parla ai suoi probabili elettori dall’alto del suo pulpito raffigurante il simbolo del suo partito. Ma ciò che sicuramente ha suscitato più scalpore è il riferimento esplicito nel secondo atto, alla tragedia di Capaci, con i protagonisti che cantano davanti alle macerie delle auto straziate dalle bombe, dietro un cartello stradale del luogo, ormai distrutto in mezzo ai detriti .

Luci ed ombre nella compagine canora. La duchessa Elena era Sofia Soloviy, dal timbro omogeneo e piuttosto scuro, che si esprime maggiormente nel centro, e che ha avuto il suo bel daffare con la regia che le ha imposto ritmi piuttosto serrati. Per la celebre ‘Mercé dilette amiche’ la si vede uscire da una vecchia Lancia Thema in abito rosso brillante, e correre avanti ed indietro per il palco mentre si trascina nel suo abito da cerimonia.

Arrigo è stato Michal Lehotský che non verrà certo ricordato per la sua esecuzione canora, ma purtroppo per le sue evidenti difficoltà di pronuncia relativamente alle consonanti fricative dentali, causa di un suono spesso fastidioso che rende anche le parole incomprensibili. Inoltre, non sempre l’emissione vocale è gestita agevolmente nell’ottava acuta. Ha comunque interpretato il suo personaggio con vigore ed impegno.

Successo pieno invece per il giovane Mansoo Kim nei panni di Monforte. Autoritario quanto basta ed incredibilmente espressivo (persino con la maschera indosso), la sua voce bruna corre ampia in sala con un volume tale che conquista, soprattutto dopo la splendida interpretazione di ‘Sì, m'abborriva ed a ragion!’ e l’impeto nel pronunciare le parole ’Mio figlio!’Veramente ben fatto!

Bellissimo è anche il colore profondamente basso della voce di Roberto Scandiuzzi, alias Giovanni da Procida. Perfettamente calato nel ruolo, ha dato corpo e volume ad un personaggio forte ed autoritario, pur mostrando qua e là un suono leggermente schiacciato nelle note di slancio.

Per il resto del cast registriamo il Vaudemont di Cristian Saitta, che carica molto il suo ruolo, il sire di Bethume del corposo e fiero Alessandro Busi,  il Danieli del corretto Oreste Cosimo, la discreta Ninetta di Elisa Barbero, il molto buono Costantino Finucci nei panni di Roberto, ed infine Jenis Ysmanov come Tebaldo e Riccardo Gatto come  Manfredo.

L’orchestra era diretta da un ispiratissimo e partecipe Stefano Ranzani, che ha gestito buca e palco senza mai far prevalere l’uno o l’altra, con giusto equilibrio, e richiamando all’ordine con gesti precisi laddove il ritmo ha rischiato di sfasarsi. Ben si è comportato il Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia di Martino Faggiani.
Molti gli applausi per gli interpreti al termine, con ovazioni per Kim, e qualche contestazione per Lehotský, nonché leggero dissenso per la regia dopo il primo blocco di due atti.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore                            Stefano Ranzani

Regia                                  Davide Livermore

Scene                                  Santi Centineo

Costumi                              Giusi Giustino

Luci                                    Vladi Spigarolo

Coreografie                        Luisa Baldinetti, Cristina Banchetti, Davide Livermore 

Maestro del coro               Martino Faggiani

GLI INTERPRETI

Guido di Monforte          Mansoo Kim
Il sire di Béthune            Alessandro Busi
Il conte Vaudemont        Cristian Saitta
Arrigo                               Michal Lehotský 
Giovanni da Procida       Roberto Scandiuzzi
La duchessa Elena          Sofia Soloviy
Ninetta sua cameriera    Elisa Barbero
Danieli                              Oreste Cosimo
Tebaldo                            Jenis Ysmanov
Roberto                            Costantino Finucci
Manfredo                         Riccardo Gatto

Orchestra Regionale dell'Emilia Romagna
Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia

Coproduzione Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Teatri di Piacenza
Fondazione Teatro Comunale di Modena

Dall'allestimento del Teatro Regio di Torino, OLBE-ABAO Asociacion Bilbaina de Amigos de la Opera Bilbao, Teatro Nacional de Sao Carlos de Lisboa

Foto Ramella&Giannese

L'AFRICAINE, G. MEYERBEER - GRAN TEATRO LA FENICE, 23 novembre 2013, ore 18.00



Il teatro la Fenice di Venezia decide di anticipare le celebrazioni per il 150° anniversario dalla morte di Meyerbeer con una nuova produzione dell'opera musicalmente più controversa del compositore berlinese.
L 'Africaine è opera complessa fin dalla sua gestazione che ha impiegato il compositore, mai soddisfatto del suo lavoro e un fiume in piena compositivo, per più di 27 anni giungendo infine a non completarla a causa della sua morte avvenuta prima della conclusione e del riordino dei numerosissimi pezzi musicali già pronti.
Opera complessa dunque, dove è inutile cercare compattezza e coerenza.

Il libretto di Scribe è quanto di più sgangherato e incoerente abbia scritto nella sua carriera, egli mescola con alcuni dati storici un intrigo di rivalità amorosa ricalcata sul modello dell'infelice amore di Didone.
Già di per sé il titolo di quest'opera è un ossimoro: chiamare Africana una vicenda che si svolge con personaggi e ambientazioni indiane, dice molto.

Ma il teatro veneziano non si è spaventato di fronte a tanta complessità e ha scelto di portare in scena una versione tutto sommato accettabile della sterminata partitura.
I tagli sono pesanti e in alcuni casi incomprensibili (più di un'ora di musica scompare) come il duetto tra Ines e Selika all'inizio del 5° atto rendendo la già intricatissima trama ancora più assurda, giacché non si comprende come mai Ines venga allontanata causando il suicidio di Selika.

Leo Muscato, chiamato a gestire la complessa messa in scena, sceglie un' ambientazione tradizionale ma non tradizionalistica nell'allestimento, tutto teso all'esaltazione dell'aspetto scenico ed esotico di cui quest'opera  ne è capolavoro.
Del suo lavoro ricordiamo con piacere l'attenzione al gesto, ai movimenti e alla recitazione, cosa assai rara nel teatro lirico di questi anni.
A tanta precisione si affiancano i meravigliosi costumi di Carlos Tieppo con una punta di meraviglia per quelli di ambientazione indiana, curati con precisione maniacale di rara memoria.
Le scene di Massimo Cecchettosono essenziali, il taglio rinascimentale degli atti di Lisbona e il taglio esotico degli atti indiani sono resi con una pulizia ed una semplicità encomiabili, come pure le proiezioni a video a sipario chiuso negli entre'act.
Nel ruolo eponimo cantava Veronica Simeoni.
La scrittura della parte di Selika è indubbiamente per soprano drammatico  mentre la Simeoni è un mezzosoprano, dalla voce bellissima e ambrata, ma che spende una fatica immane nella gestione dei fiati nella parte alta del rigo.
La sua voce è ideale nelle parte drammatiche e d'affetto del testo musicale, ma risulta spesso in affanno nei momenti  spiccatamente belcantistici come l'aria “Sur mes genoux” o il duetto “O longue souffrance”.
Ines era Jessica Pratt, che ha cantato con la consueta precisione e meraviglia di accento e timbro una parte in questa produzione purtroppo tagliatissima.

Che dire del Vasco de Gama di Gregory Kunde? Alla soglia dei sessant'anni il cantante americano ci regala sorprese canore impensabili. Kunde possiede una impressionante varietà di timbro, lo scavo della parola e la precisione nell'accento sono quanto di più bello ci sia dato da ascoltare negli ultimi anni. Il suo Vasco de Gama è credibile anche nella recitazione che si lega a doppio filo alla precisione e alla coerenza del dettato vocale.

Il Nelusko di Angelo Vecciapossiede una presenza scenica non comune, unita ad una capacità vocale di alto valore, il suo personaggio risulta credibile in toto, molto buona la sua “Adamastor, roi des vagues”.

Luca dall'Amico è un Don Pedro che si distingue per correttezza di canto e un giusto livello di cattiveria, senza mai cadere nel rischio di creare un personaggio esageratamente trucido.

Ruben Amoretti da' corpo al personaggio del Grand-Pretre de Brahma con voce calda e pulita nell'emissione.
Corretti il Don Diego di Davide Ruberti, il Grand Inquisiteur de Lisbonne di Mattia Denti e l'Anna di Anna Bordignon, il Don Alvar di  Emanuele Giannino.
Emanuel Villaume a capo dell'orchestra della Fenice, dirige con piglio asciutto una partitura dove Meyerbeer alla grande arcata sinfonica, preferisce melodie di breve respiro. Villaume sa che la sorvegliatissima arte del compositore tedesco raggiunge uno straordinario splendore orchestrale e ne approfitta seguito da un'orchestra in splendida forma.
Notevoli il finale primo, la scena della tempesta e l'assalto degli indiani al terzo atto. Bravo come sempre il coro preparato da Claudio Marino Moretti.
Successo caloroso per tutti con punte di ovazioni per Kunde.


Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore      Emmanuel Villaume
e direttore                   
regia                               Leo Muscato

scene                             Massimo Checchetto
costumi                          Carlos Tieppo
light designer                Alessandro Verazzi
video designer              Fabio Iaquone, Luca Attilii


IL CAST

Inès                              Jessica Pratt
Sélika                           Veronica Simeoni
Vasco de Gama             Gregory Kunde
Don Alvar                     Emanuele Giannino
Nélusko                       Angelo Veccia
Don Pédro                   Luca dall’Amico
Don Diego                   Davide Ruberti
Le grand inquisiteur
de Lisbonne                  Mattia Denti
Le grand-prêtre
de Brahma                   Ruben Amoretti
Anna                           Anna Bordignon



Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

in lingua originale con sopratitoli in italiano e in francese

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
nel 150° anniversario della morte di Giacomo Meyerbeer




DIE FRAU OHNE SCHATTEN, R.STRAUSS - METROPOLITAN OPERA HOUSE, NEW YORK , 12 novembre 2013



STIMME DES FALKEN 
klagend
Wie soll ich denn nicht weinen?
Wie soll ich denn nicht weinen?
Die Frau wirft keinen Schatten,
der Kaiser muss versteinen! 

Il Met sembra abbia voluto anticipare di un anno le celebrazioni per il 150o anniversario dalla nascita di Richard Strauss, proponendo questa stagione Die Frau ohne Schatten, Rosenkavalier ed Arabella, a poca distanza tra loro.

La produzione di Frau ohne Schatten è una ripresa dell'allestimento del 2001 firmato per regia, scene e costumi da Herbert Wernicke, del quale mantiene intatto il fascino e la magia.
L'idea del regista tedesco è abbastanza tradizionale, ma quanta intelligenza nel proporcela!
Egli divide il mondo degli spiriti eletti e quello dei mortali in due set distinti tra loro, grazie alle meraviglie tecnologiche del teatro newyorchese.

Il mondo dell'imperatrice e di Keikobad scintilla nell'illusione di sogni irrealizzati, pareti di specchi circondano i personaggi celesti dell'Imperatrice e dell'Imperatore, le luci si spostano in continuazione sui cantanti in maniera quasi nevrotica a simboleggiare i loro stati mentali cangianti e i pensieri occulti della Nutrice mentre sullo sfondo si proiettano immaginiicone della fertilità.
La calata nel regno degli umani della Nutrice e dell'Imperatrice è spettacolare! L'intero palcoscenico si solleva mostrandoci con l'illusione della prospettiva e senza soluzione di continuità, un mondo industriale ma non truce: la bottega del tintore.

Qui il simbolismo e il contrasto tra i due mondi è sorprendente. Dove il piano superiore è accecante e raggiante di buio ma fisicamente libero, il piano inferiore è ingombro di un trovarobato industriale e malamente illuminato da luci di fabbrica, quanto di più perfetto per un libretto che Hofmanstal concepì durante gli orrori della prima guerra mondiale.

Trionfatrici della serata sono state Christine Goerke nei panni della moglie del tintore e Ildiko Komlosi in quelli della Nutrice.
La Goerkepossiede una voce immane, di grande potenza, ma che sa usare con estrema precisione, dove l'attenzione al testo unita ad una sensibilità espressiva, le conferiscono una genuina umanità. Una voce duttile nel più ampio senso della parola, difficilmente inquadrabile negli schemi di soprano lirico o lirico spinto, giacché la sua versatilità è impressionante, riuscendo a scavalcare senza problema alcuno l'immensa orchestra straussiana e il grande auditorium.

Ildiko Komlosi è stata ciò che deve essere una Nutrice. Una nutrice scura, nera, vocalmente e scenicamente impressionante per la tensione che è riuscita a regalarci dall'inizio alla fine, con punte di vera emozione nella scena di fronte alla porta di Keikobad, quando vede sgretolarsi miseramente il suo piano cercando freneticamente una via di uscita. Anche per lei un trionfo meritatissimo.

Nel ruolo dell'Imperatrice Anne Schwanewilms ci è parsa un po’ fuori luogo, pur cantando nella sua lingua madre, nessun accento drammatico vibrava nella sua voce, interpretando un'Imperatrice spenta e in qualche punto in affanno vocale. Nonostante gli sforzi del direttore Jurowski la sua voce spesso risultava coperta in toto dall'immensa orchestra straussiana.

Personaggio centrale di quest'opera e di questa produzione è il Falco interpretato vocalmente da una brillante Jennifer Check e scenicamente dal mimo Scott Weber, il quale, coperto da un vestito rosso sangue, con i suoi sbandamenti, giravolte e ricadute, suggerisce un patetico e costante tentativo di prendere un volo che mai ci sarà.

Torsten Kerl ha cantato il ruolo dell'Imperatore con una voce bellissima, ricca di armonici e sfumature passionali, meraviglioso il monologo del secondo atto, riuscito con una tensione drammatica e una dolcezza espressiva da manuale.
Barak il tintore era Johan Reuter, baritono dalla voce molto calda, ha disegnato un marito premuroso con voce sicura. Molto ben riuscita la prima scena del secondo atto quando riunisce attorno al suo tavolo mendicanti e fratelli.

Nei numerosi ruoli minori si è distinto Richard Paul Fink come messaggero di Keikobad, particolarmente convincente nelle sue declamazioni di volontà del suo signore.

Vladimir Jurowski dirige l'orchestra del Met con una tensione d'acciaio spingendo continuamente verso il limite le capacità di amalgama bucapalcoscenico. Se il primo atto è stato caratterizzato da una asciuttezza agogica un poco troppo spinta a discapito dell'interpretazione dei cantanti, il secondo e il terzo atto sono parsi più convincenti per un certo allentamento della mano direttoriale, quasi che la tensione e la paura si fossero sciolti lasciando spazio ad un suono preciso, utilizzato per trasmettere le emozioni al centro di questa stupefacente partitura, con sorprendente immediatezza e calore.

Successo calorosissimo per tutti da parte di un teatro attentissimo e particolarmente festoso per Christine Goerke e Ildikò Komlosi.

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra            Vladimir Jurowski
Regia scene e costumi           Herbert Wernicke

GLI INTERPRETI

La nutrice                              Ildikò Komlosi
Il messaggero di Keikobad  Richard Paul Fink
l'Imperatore                          Torsten Kerl
L'Imperatrice                       Anne Schwanewilms
Il Falco                                  Jennifer Check
l'Uomo con un occhio solo   Daniel Sutin
L'uomo con un braccio solo  Nathan Stark
Il gobbo                                 Allan Glassman
La moglie di Barak              Christine Goerke
Barak                                    Johan Reuter
Servitori                                Haeran Hong, Disella Larusdottir, Edyta Kulczak
L'apparizione
di un giovane                        Anatholy Kalil
Le voci di sei bambini non nati
                                               A. Bird, A. Emerson, M. Yunus,
M.Marino, R.Tatum.D. Talamantes
Le voci di tre guardiani della città
                                               D. Won, J. Cha, B.Cedel
Una voce dall'alto                 Maria Zifchak
Il guardiano della soglia       Andrey Nemzer

Orchestra  Metropolitan Opera House di New York








SECONDO CONCERTO DI VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 17 novembre 2013


Seconda puntata della stagione 2013/14 per l’Associazione veronese che vanta un pubblico costantemente numeroso, tale da riempire il Teatro Filarmonico quasi come ad una prima d’Opera. Il concerto di Verona Lirica, presentato come sempre da Davide da Como, è stato introdotto dal consueto saluto da parte del presidente Giuseppe Tuppini, accompagnato questa volta da due esimi rappresentanti dell’Airc di Verona, che hanno anticipato e spiegato lo scopo benefico del prossimo concerto che sarà tenuto  in atmosfera natalizia, ove l’incasso delle offerte verrà completamente devoluto all’Associazione italiana per la ricerca volta a sconfiggere il cancro. Sul palco, accompagnati come sempre dal piano di Patrizia Quarta, quattro giovani: il soprano Pervin Chakar, il mezzosoprano Annunziata Vestri, il tenore Domenico Menini, il baritono George Andguladze, e dopo il grande successo dello scorso mese, il violinista Giovanni Andrea Zanon, tornato con sua sorella Beatrice Zanon, anch’essa violinista, col Maestro Pierluigi Piran al pianoforte.

Un concerto lungo e molto articolato che ha visto tutti i protagonisti impegnarsi al massimo, come sempre accade in occasioni così festose.

Il soprano Pervin Chakar ha eseguito dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti la splendida ‘Regnava nel silenzio’; subito dopo il duetto d’amore dalla stessa opera con il collega tenore, ed infine dal Rigoletto di Verdi ‘Caro nome’. Per quanto difficili siano le arie proposte, con le ben note ed impervie agilità, filati, scale, ecc, possiamo dire che il soprano se l'è cavata, mostrando una voce uniforme e particolarmente squillante sull’acuto, pur non mostrando molta disinvoltura sul palco. Sicuramente ha cantato con impegno e generosità.

Altrettanto generoso è stato il tenore Domenico Menini, che ha mostrato invece una grande scioltezza nel muoversi e possiede uno strumento vocale forte e dal bel colore. Con cuore ha eseguito anche ‘Tombe degli avi miei’ sempre dalla Lucia, il duetto ‘T’amo..E' il sol dell'anima’ con il soprano, ancora da Rigoletto, e da Un ballo in Maschera di Verdi, la romanza di Riccardo ‘Forse la soglia attinse’. La sua voce, che  ha convinto il pubblico caloroso, è adatta a ricoprire ruoli drammatici, e sicuramente il bravo Menini può ottenere un suono ancora più naturale cantando maggiormente sul fiato.

George Andguladze dal Tannhäuser di Wagner ha offerto l’aria ‘O du mein holder Abendstern’ e successivamente dai Puritani di Bellini ‘Ah per sempre io ti perdei’. Queste due arie sono di una bellezza incredibile e richiedono una dolcezza interpretativa che forse il baritono non ha ancora profondamente colto. La sua voce può essere interessante anche se non ha un volume particolarmente incisivo.

Il mezzosoprano Annunziata Vestri, diversamente, ha il palcoscenico in pugno: si muove molto a suo agio, fa sfoggia della sua fisicità e conquista facilmente il pubblico con la sua voce tornita che si fa più particolare nel registro centrale, grazie alle celeberrime Habanera di Bizet e ‘O mio Fernando’ da La Favorita di Donizetti, nonché ‘Esser madre è un inferno’ dall’Arlesiana di Cilea.

Tutti insieme sul palco per il famosissimo quartetto dal Rigoletto: ‘Bella figlia dell’amore’, con Menini e Chakar in evidenza.

Chiamati a sostituire in extremis gli Arena Brass Quintet impegnati con l’orchestra areniana, dopo il successo ottenuto nello scorso appuntamento, come suddetto, il violinista Giovanni Andrea Zanon, questa volta con sua sorella  Beatrice Zanon, ha riempito lo spazio dedicato alla musica strumentale. Per Beatrice una fantasia su Carmen di Bizet firmata  Sarasate, accompagnata al pianoforte dal Maestro Pierluigi Piran, e per il giovane Giovanni, il primo movimento del quinto concerto di Vieuxtemps, e la riproposta del Capricho Basco di Sarasate, sempre con al piano Piran.

Premio a tutti gli interpreti come di consueto e tanti applausi, con punte di ovazioni per i giovani Zanon ed il tenore Menini.

MTG




OTELLO, GIUSEPPE VERDI, RAVENNA FESTIVAL – TEATRO ALIGHIERI, mercoledì 13 novembre 2013




Trilogia d’autunno “Verdi & Shakespeare”
per il Bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi (1813-2013)

Anche quest’anno il Teatro Alighieri di Ravenna mette in programma una impresa molto interessante e coraggiosa. La trilogia che conclude l’anno verdiano infatti, si riferisce alle tre opere che il Maestro d‘Italia ha tratto dall’immenso William Shakespeare. Dopo il Macbeth, è la volta di Otello, il dramma dei drammi della gelosia, che Cristina Mazzavillani Muti ha realizzato avvalendosi di giovani artisti in gamba, per uno spettacolo intenso e  di grande effetto.
Innanzitutto va sottolineata l’intelligenza nell’utilizzo dei materiali a disposizione, che servono a rendere l’idea degli ambienti posti in essere. Le pedane o scalini utilizzati sono volutamente scuri per essere ‘colorati’ di volta in volta da luci e proiezioni diverse, a seconda degli ambienti. Inoltre, viene fatto uso anche di qualche elemento aggiuntivo come teli o paraventi, candele, ecc. La scena risulta dunque semplicemente accennata e lasciata volutamente in una sorta di penombra, così da concentrare l'attenzione sui personaggi stessi, sulle loro passioni e tormenti, resi difatti da una regia molto attenta ai dettagli, in cui ogni gesto ha una sua funzione narrativa specifica. Tutti gli artisti sono impegnati per l’intera narrazione senza tregua. I magnifici costumi di Alessandro Lai sono il completamento di una messa in scena di qualità e buon gusto.
I giovani che si sono cimentati nell’impresa sono tutti dotati di ottime qualità attoriali, con punte di eccellenza nella resa canora.

Yusif Eyvazov è un Otello di cuore e azione; la sua interpretazione è decisamente molto votata alla scena. Oltre ad essere fisicamente credibile nel ruolo, utilizza il suo strumento vocale in tutta la gamma con grande generosità, senza mai risparmiarsi, ottenendo un bel successo personale.

La sua dolce compagna è una splendida Diana Mian. Il soprano possiede una voce molto particolare, il cui bel timbro corposo si fa spazio nella sala dell’Alighieri con sicurezza e precisione. L’interpretazione è accurata: la sua Desdemona è sì la dolce ed innocente vittima del carnefice geloso, ma anche donna dal carattere forte e fiero.

Jago è il sudamericano Matias Tosi. Il basso/baritono offre una voce che si esprime al meglio nella zona più squisitamente grave ed il colore è molto interessante. Quando però si lancia verso la gamma baritonale il suono perde un po’ di quella purezza che tanto lo caratterizza nelle note gravi.

Il mezzo per attuare i suoi piani è il Cassio di Giordano Lucà. Una voce leggera e molto musicale unitamente ad una interpretazione accorata decretano il livello discreto della sua performance.

Buona anche la prova di Antonella Carpenito come Emilia, partecipe ed espressiva.

Infine, completano il cast, con buona partecipazione, il Roderigo di David Ferri Durà, il Lodovico di Claudio Levantino, il Montano di Carlos García-Ruiz e l’araldo di Ruggiero Popolo.

L’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini è condotta per l’intera trilogia da Nicola Paszkowski. Se forza e carattere sono evidenti sul palco, la buca non è da meno. Senza mai perdere il contatto con la scena, ha accompagnato l’intera vicenda privilegiando soprattutto la drammaticità della partitura verdiana, un po’ a discapito di certe finezze espressive attese nei momenti più commuoventi.

Ottima la prova del Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati. Bravissimi, oltre che deliziosi, i piccoli cantori del Coro di Voci Bianche Ludus Vocalis di Elisabetta Agostini.

Il pubblico che ha gremito la sala del teatro ravennate ha entusiasticamente applaudito ed omaggiato tutti i protagonisti, con ovazioni per il direttore d’orchestra e la coppia di punta.

MTG


LA PRODUZIONE
Direttore        Nicola Paszkowski
Regia e ideazione
scenica            Cristina Mazzavillani Muti
Light design   Vincent Longuemare
Set design       Ezio Antonelli
Costumi         Alessandro Lai

GLI INTERPRETI

Otello              Yusif Eyvazov
Jago                Matias Tosi
Cassio             Giordano Lucà
Roderigo         David Ferri Durà
Lodovico         Claudio Levantino
Montano         Carlos García-Ruiz
Un araldo        Ruggiero Popolo
Desdemona    Diana Mian
Emilia             Antonella Carpenito



Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
maestro del coro
 Corrado Casati

Coro di Voci Bianche Ludus Vocalis
maestro del coro
 Elisabetta Agostini

“DanzActori” Trilogia d’autunno
Marta Capaccioli, Michael D’Adamio, Francesca De Lorenzi, Carlo Gambaro, Mirko Guerrini,
Alberto Mario Lazzarini, Giorgia Massaro, Michela Minguzzi, Chiara Nicastro, Fabrizio Petrachi

assistente alla regia e direzione di scena Maria Grazia Martelli
maestri di sala 
Davide Cavalli, Elisa Cerri
maestro collaboratore 
Rossana Ruello  maestro di spada Francesco Matteucci
service audio 
BH Audio  sovratitoli Prescott Studio Firenze


nuovo allestimento
coproduzione Ravenna Festival, Teatro Alighieri Ravenna










mirco_palazzi

DO RE MI …. PRESENTO – intervista a MIRCO PALAZZI

Oggi approfondiamo la conoscenza di un Artista riminese simpatico e schietto, dall'indubbio talento musicale, la cui bellissima voce è dotata di un timbro molto particolare: vellutato, corposo ed austero, che indubbiamente cattura al primo ascolto. La persona in questione è il basso Mirco Palazzi, altro orgoglio del nostro paese, che sta collezionando successi su successi nei teatri d’opera più prestigiosi del pianeta. Qualche esempio? Titoli come ‘Don Giovanni’, ‘Lucia di Lammermoor’, 'Linda di Chamounix', ‘Maria Stuarda’, ‘Guglielmo Tell’, ‘Trovatore’, ‘Lucrezia Borgia’, ecc. per cui ha ottenuto larghi consensi in teatri quali il Teatro Alla Scala di Milano, il Teatro Regio di Torino, l’Opera di Dallas, il Liceu di Barcellona, il Carlo Felice di Genova, l’Opera di Washington, la Fenice di Venezia, il Barbican Centre di Londra, nonché il Rossini Opera Festival, ecc. Diretto dalle più importanti bacchette di fama internazionale, non ha perso di vista l’amore per la famiglia, per la vita semplice, e si mostra veramente molto generoso e propositivo nel rispondere alle mie domande, con ricchezza di dettagli, spontaneità e tanta schiettezza.

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I CAPULETI E I MONTECCHI, BELLINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, giovedì 7 novembre 2013.






Nella città degli amanti più famosi della storia, con il Festival areniano ormai alle spalle, la Fondazione Arena di Verona ha voluto regalare al suo pubblico ‘invernale’ ancora una volta la storia dei due giovani sfortunati, questa volta con Vincenzo Bellini ed il suo ‘I Capuleti e Montecchi’.
L’opera fu realizzata con materiale già in possesso del compositore, principalmente parti della sfortunata Zaira dell’anno prima, qui riadattate e quasi rivoluzionate per l’occasione. Fu messa in scena alla Fenice di Venezia l’11 marzo del 1830 per il Carnevale e si avvale del libretto di Felice Romani, che a sua volta rielaborò suo materiale sullo stesso soggetto musicato da Nicola Vaccaj.
Qui gli eventi si svolgono nel tredicesimo secolo, sulla scia di una larga parte della novellistica italiana che ispirò musicisti ed altri scrittori nei secoli a venire.
Una nuova produzione questa di Verona, in collaborazione con il Gran Teatro La Fenice di Venezia ed il Greek National Opera, che vede la regia di Arnaud Bernard, coadiuvato dalle scene realizzate da Alessandro Camera. Un allestimento piuttosto gradevole, che cerca di unire la tradizione, per scene e costumi, con la modernità, per l’idea di fondo che ne è il motore.

Ci troviamo infatti in una pinacoteca in allestimento, con tanto di operai che vanno e vengono ad ogni cambio scena (non sempre è chiaro cosa facciano effettivamente), in cui i personaggi si muovono e vivono le loro storie tormentate. Il regista ha voluto incorniciare gli avvenimenti, circondando gli interpreti di tele, come se essi stessi ne facessero parte, tanto che un’enorme cornice illuminata li avvolge al termine, come a congelare un finale eterno ed immutabile.  Bellissimi sono i costumi di Carla Ricotti, ed in generale l’ambientazione museale è sembrata di bella foggia, con le eleganti pareti dai colori caldi.

Dal punto di vista musicale, belle conferme e qualche perplessità.

Giulietta è interpretata dalla bravissima Mihaela Marcu. Convincente scenicamente, ha uno strumento uniforme in tutta la gamma, caldo e consistente, che sa modulare per offrire tanto degli acuti possenti e decisi, quanto dei precisi pianissimo, sempre ben cantando sul fiato.

A tanta grazia avrebbe dovuto corrispondere un attivo e battagliero Tebaldo, ma purtroppo il suo promesso sposo non ha convinto molto per esecuzione canora. Giacomo Pattiha una voce molto delicata e nel primo atto è sembrato parecchio in difficoltà, forzando nell’acuto e stimbrando il suono in più punti. Meglio si è comportato nel secondo atto, in cui certe difficoltà sono sembrate appianate.

Buono il Romeo di Daniela Pini. Il mezzosoprano canta con voce vellutata e pastosa, che si esalta soprattutto nella gamma centrale. Diventa particolarmente squillante nell’acuto. Il suo personaggio è ben interpretato, con intensità e convinzione.

Bella voce offre Dario Russo, il cui ruolo è consapevolmente reso. Il colore bruno della sua voce regala delle sfumature interessanti che gli consentono di aprire il suono ed arricchirlo.

A chiudere il cast Paolo Battaglianelle vesti di Capellio. Il suo timbro è sempre molto affascinante, e dona comunque alla sua interpretazione un piglio austero ed efficace di genitore inflessibile e crudele.

Il coro di Armando Tasso ha realizzato una buona prestazione come sempre, nonostante qualche piccolo problemino di tempo con l’orchestra ad inizio rappresentazione, perfettamente superato in seguito.

L’orchestra, con alla testa Fabrizio Maria Carminati,ha accompagnato gli interpreti con sicurezza e partecipazione, dando alla narrazione un giusto sottofondo, senza strafare, ma restando ben presente agli eventi in corso.

Spettacolo piacevole, un’altra bella serata che il pubblico non numerosissimo, probabilmente data la recita infrasettimanale, ha mostrato di gradire molto, con punte di apprezzamento per la protagonista Marcu.
MTG

LA PRODUZIONE
Direttore
Fabrizio Maria Carminati
Regia
Arnaud Bernard
Scene
Alessandro Camera
Costumi 
Maestro del coro
Direttore allest. scenici
Carla Ricotti
Armando Tasso
Giuseppe De Filippi Venezia


     
GLI INTERPRETI

Capellio
Paolo Battaglia
Giulietta
Mihaela Marcu
Romeo
Daniela Pini
Tebaldo
Giacomo Patti
Lorenzo
Dario Russo

ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA










FOTO ENNEVI

LA MUSICA CLASSICA IN ITALIA: I TENORI











Ecco la voce che nasce dal cuore, capace di esprime la gioia, l’amore, la forza dei sentimenti, oppure la grinta in battaglia, nonché l’odio della gelosia. Concludiamo infatti il nostro viaggio nelle giovani eccellenze vocali italiane, con il timbro maschile che nell’immaginario collettivo identifica generalmente il cantante d’opera, che con le sue arie conquista il pubblico di ogni teatro, che attento, aspetta sempre quella nota, quel passaggio specifico, che colpisce dritto al cuore e fa sognare: il tenore. Indimenticabili sono infatti personaggi quali il passionale Cavaradossi, il coraggioso Calaf, i battaglieri Don Carlo o Radames, il tenero e povero Rodolfo, il sanguigno Don José, il perfido e geloso Otello …; oppure i delicati Nemorino, Lindoro, Ernesto, e così via.  
Naturalmente il nostro paese è foriero di artisti dalle voci affascinanti che stanno conquistando le platee di tutto il mondo, sono presenti nei cartelloni dei teatri più prestigiosi, e contribuiscono ad arricchire il patrimonio culturale italiano, così che la nostra fama artistica cresca sempre più grazie alle loro performance. Sempre considerando gli interpreti intorno ai quarant’anni ed assolutamente in ordine alfabetico, ecco dieci tra i nomi che ci rendono e ci renderanno orgogliosi in lungo e in largo per molto tempo.

Interprete di sicuro successo è il laziale Roberto Aronica. La sua carriera internazionale è già avviatissima e continua a riscuotere consensi ovunque egli si esibisca. Si muove in un repertorio tanto ampio quanto le possibilità della sua voce poderosa e dal canto sempre generoso ed appassionato.


Interprete straordinario dal crescente consenso di pubblico e critica, nato nella capitale, il tenore Luciano GanciForza e carattere in una voce corposa, potente e dal bellissimo colore. Le sue interpretazioni sono vibranti e gli consentono di caratterizzare i personaggi in modo personalissimo e sempre convincente.
  



Sempre dal Lazio, il romano Alessandro Liberatore. Cantante di cuore dotato di uno strumento forte e chiaro, si pone sul palcoscenico con la grinta di un leone che lo sta facendo decollare verso una bella carriera internazionale.



Ivan Magrì. Questo giovane catanese sta cominciando a farsi notare per la sua voce melodiosa, il suo accorato modo di interpretare i personaggi, distinguendosi soprattutto per il repertorio donizettiano, assolutamente perfetto per il suo timbro di voce.


Protagonista di sicuro impatto sul pubblico è il genovese Francesco Meli. La sua voce setosa da tenore lirico, dal fraseggio fluido e consapevole, unita ad interpretazione e sentimento, lo stanno portando verso una grande ed intensa carriera.



Dalla Sardegna arriva il giovane Piero Pretti. Dotato di una voce limpida emelodiosa, questo giovane artista sa interpretare in modo espressivo i suoi personaggi con presenza scenica e buon carattere. Comincia a mietere successi nel panorama nazionale ed internazionale della lirica e sicuramente farà parlare molto di sé in futuro.



Giovanissimo anche il napoletano Alessandro Scotto di Luzio. Questo simpatico e brillante interprete offre sempre interpretazioni molto sentite, forti di un colore vocale delicato e pastoso, che ne fanno un artista sempre più apprezzato soprattutto per il repertorio belcantistico.



Da Roma con passione, il poco più che quarantenne  Gianluca Terranova. Protagonista acclamato già da tempo nei teatri di tutto il mondo, e di recente anche in produzioni televisive, il tenore romano si distingue soprattutto per la particolare verve interpretativa che imprime ai suoi personaggi, tra tutti il ruolo del Duca di Mantova, per cui è richiesto ovunque con crescenti consensi.  



Altra voce lirica dalla pasta morbida è quella del ragusano Enea Scala. Con particolare propensione per il belcanto di Rossini, Bellini e Donizetti, è anche apprezzato interprete mozartiano e del repertorio barocco.



E chiudiamo la nostra rassegna con il tenore Giuseppe Varano. Particolarmente apprezzato per la sua interpretazione del ruolo di Rodolfo in Bohéme a livello internazionale, si pone sulla scena con espressività e calore, forte di un timbro deciso e passionale che ricorda i tenori di una volta.



Come sempre alla fine di un percorso tra le meraviglie del nostro paese, il mio augurio di trionfi sempre più grandi e di un avvenire stellare per questi brillanti uomini di talento e grande personalità artistica.
MTG


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OTELLO, G. VERDI – MILANO, TEATRO ARCIMBOLDI, 29 Ottobre 2013




Dramma lirico in quattro atti. Musica di  Giuseppe Verdi. Libretto di Arrigo Boito, da William Shakespeare.
Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 5 febbraio 1887


Mettere in scena un “gigante” come Otello è sempre una sfida culturale, musicale ed intellettuale; il Circuito Lirico Lombardo, con il Teatro Sociale di Como capofila, ha scommesso quest’anno su uno dei titoli più difficili dell’intero repertorio operistico. Sfida, a nostro giudizio, vinta sotto quasi tutti i punti di vista.

Lo spettacolo approdato al Teatro Arcimboldi, ultima tappa del Circuito Lirico Lombardo, è firmato da Stefano De Luca; ne cura una regia asciutta, attenta al testo di riferimento e priva di sovrastrutture.

I personaggi si muovono all’interno di una sorta di “scatola” visiva costituita da una pedana girevole e da tendaggi che identificano ora il vento che sferza il mare, ora il cielo tempestoso, ora l’impatto della morte della protagonista imminente. Belli i costumi di Leila Fteita.

Otello era Walter Fraccaro, tenore dotato di voce lirica molto ampia ed emessa in tutta la gamma con tecnica robusta e sicura.
La sua è stata un’interpretazione generosa del temibile ruolo del Moro; alcuni acuti ghermiti in modo poco ortodosso si perdonano in virtù di una complessiva resa del personaggio affrontato con grinta, partecipazione e pertinenza.

Jago, il vero deus ex machina della vicenda, era uno straordinario Alberto Gazale; baritono dotato di voce scura, sonora e molto ben proiettata, canta la parte senza alcuna apparente difficoltà; l’interprete è eccezionale nel rendere le molteplici sfumature del suo personaggio. Vive la scena, la cavalca, la domina, ne risulta il perno incessante in un via vai di masse e comprimari.
Un Artista dal valore aggiunto; un vero cantante – attore come occorre per affrontare questo tipo di ruoli.

Daria Masiero donava a Desdemona una voce pastosa e luminosa nel settore medio – acuto con suoni torniti e filati pregevolissimi; si sarebbe desiderata un po’ di maggiore “polpa” nel registro centro – grave ma il soprano, intelligentemente, non forza mai il suo strumento, lasciando le risonanze naturali e non rendendole mai artificiosamente costruite o intubate.
L’interprete è un po’ assente nei momenti di maggiore pathos ed in quelli in cui il dramma si consuma in modo più “sanguigno” che metafisico (il duetto del 3 atto). Cesella un quarto atto di grande stile e di sublime musicalità.

Tra i ruoli di fianco vanno segnalate le eccellenti prove di Saverio Pugliese quale Roderigo, di Raffaella Lupinacci come Emilia, di Antonio Barbagallo come Montano.

Sugli scudi il Lodovico di Alessandro Spina, voce di grande interesse e da riascoltare in un repertorio più importante mentre completamente scialbo, intubato e poco incisivo, sia vocalmente che scenicamente, è stato il Cassio di Giulio Pelligra.

La parte musicale brilla di luce meravigliosa grazie alla concertazione di Giampaolo Bisanti.
Il giovane direttore milanese ci ha regalato un Otello pieno di sfumature, di giochi di colori, di attenzione costante al palcoscenico ed al delicato equilibrio tra la buca e le voci che era praticamente perfetto.
Il suo gesto è molto elegante, chiaro, fatto di movimenti precisi ed armoniosi;  la sua direzione è tesa, viva, vibrante e l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali suona in modo talmente meraviglioso da essere quasi irriconoscibile rispetto ad altre prove operistiche fornite negli ultimi anni.
Molto bene il Coro diretto da Antonio Greco.

Al termine della rappresentazione applausi scroscianti per tutti i principali protagonisti con vere e proprie ovazioni per Gazale e Bisanti.
Monica Lukacs

LA PRODUZIONE

Direttore                    Giampaolo Bisanti

Regia                          Stefano de Luca
Scene                          Leila Fteita
e costumi
Light designer           Claudo De Pace
Maestro del coro       Antonio Greco


GLI INTERPRETI

Otello                          Walter   Fraccaro
Jago                            Alberto Gazale
Cassio                         Giulio    Pelligra
Roderigo                    Saverio Pugliese
Lodovico                    Alessandro Spina
Montano                    Antonio Barbagallo
Desdemona                Daria Masiero
Emilia                         Raffaella Lupinacci


Coro del Circuito Lirico Lombardo
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano

Maestro del coro voci bianche Michelangelo Gabrielli
Coro voci bianche del Teatro Sociale di Como
Coro voci bianche del Conservatorio di Como

Coproduzione Teatri del Circuito Lirico Lombardo
Nuovo allestimento
Opera rappresentata con sovratitoli









I MASNADIERI, GIUSEPPE VERDI - FESTIVAL VERDI, TEATRO REGIO DI PARMA, 25 ottobre 2013




  Ah, potessi il mar, la terra,
sollevar con un ruggito,
contro l'uomo unirli in guerra!”

Ultima opera programmata al Festival Verdi di Parma 2013, i Masnadieri è l'opera degli “anni di galera”al quale Verdi ha dedicato più cura nella gestazione e nella messa in scena rispetto alle precedenti, pretendendo cantanti da lui scelti e curandone addirittura la direzione d'orchestra e l'allestimento, cosa assai rara all'epoca.
Si pensi che finché non fu sicuro della presenza di Jenny Lind, (soprano svedese per la quale pensò la scrittura della parte di Amelia) alla messa in scena, si rifiutò di lasciare la Francia alla volta di Londra con lo spartito pronto; spartito che era completo solo della parte vocale, giacché la strumentazione fu completata da Verdi durante le prove dello spettacolo!
A Parma abbiamo visto uno spettacolo nel complesso riuscito tenendo ben presente ahimè la rarità con cui viene proposto questo titolo.

Il regista Leo Muscato adotta per Parma un'ambientazione non definita. I costumi tardo settecenteschi di Silvia Aymonino e le scene senza alcun riferimento storico di Federica Parolini non ci aiutano a calarci nell'atmosfera Schilleriana tardo cinquecentesca richiesta dalla didascalia del libretto, ma anzi spesso confondono lo spettatore,  senza tuttavia disturbare con elementi inutili.
Gli oggetti in scena sono pochi, essenziali, riconducibili all'azione in divenire nel momento stesso della scena: un letto per il padre morente, il trono ambito per il perfido Francesco, le lapidi sepolcrali per la povera Amalia.

Essenziale e routinier il lavoro di regia sui personaggi come pure sulle masse corali, nonostante in quest'opera non manchino, pur nel suo libretto assurdo, spunti per un lavoro di scavo e interpretazione sui protagonisti.

Roberto Aronica(Carlo) possiede fin dagli inizi della sua luminosa carriera un timbro bellissimo e generoso al quale però non sempre corrisponde una gestione oculata di tanto tesoro.
Il canto è sempre forte e nasale a discapito di colori e accenti che nella scrittura della sua parte certo non mancano. Il suo Carlo risulta così un baldanzoso malfattore al quale fa difetto il trasporto amoroso e l'affetto filiale.

Aurelia Florian(Amelia) ci regala un' interpretazione più che corretta del suo terribile personaggio, propendendo più per il versante lirico che per quello del canto fiorito e di agilità. La Florian ha tecnica e fiato sicuri al quale però non sempre corrispondono un'intonazione perfetta.

La voce di Damiano Salerno (Francesco) è quella di un baritono molto chiaro, dal volume non ampio, che però sa risolvere con tecnica e una preparazione precisa l'interpretazione del suo personaggio, regalandoci un Francesco credibile anche scenicamente.

Mika Kares(Massimiliano) ha bella voce, scura e profonda che sa arrivare anche alla parte più alta del rigo senza difficoltà. Buone le prove di Giovanni Battista Parodi(Moser)  di Antonio Corianò (Arminio) ed Enrico Cossutta (Rolla).

Notevole la preparazione del coro del Teatro Regio di Parma istruito dal bravissimo Martino Faggiani, dove la sezione maschile ha veramente dato prova di alta professionalità e competenza scenica.

Francesco Ivan Ciampa a capo della Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini, ha saputo dirigere con piglio preciso e sicuro, imprimendo il  giusto colore verdiano ad un lavoro tipico degli “anni di galera” del maestro delle Roncole, pur sacrificando colore e dinamiche agogiche che avrebbero reso il suo lavoro perfetto.

Successo di pubblico cordiale e sincero per tutti.

Pierluigi Guadagni


Edizione critica a cura di Roberta Montemorra Marvin,
the University of Chicago Press, Chicago e Universal Music Publishing Ricordi srl, Milano

LA PRODUZIONE
Maestro Concertatore e Direttore  Francesco Ivan Ciampa
Regia                                                 Leo Muscato
Scene                                                 Federica Parolini
Costumi                                             Silvia Aymonino
Luci                                                   Alessandro Verazzi
Maestro Del Coro                            Martino Faggiani

GLI INTERPRETI

Massimiliano, Conte Di Moor,       Mika Kares
Reggente
Carlo, Figlio Di Lui                          Roberto Aronica
Francesco, Figlio Di Lui                   Damiano Salerno
Amalia, Orfana,                                Aurelia Florian
Nipote del Conte  
Arminio, Camerlengo                       Antonio Corianò
della Famiglia Reggente
Moser, Pastore                                Giovanni Battista Parodi
Rolla, Compagno di Carlo Moor     Enrico Cossutta

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
Spettacolo con sopratitoli 






MUSICA E COMMOZIONE NEL RICORDO DI LUCIA VALENTINI TERRANI – TEATRO COMUNALE MARIO DEL MONACO DI TREVISO, mercoledì 24 ottobre 2013, ore 20,45


Quando musica vuol dire festa, emozioni forti, amicizia. Ci sono degli appuntamenti particolarmente speciali che non si risolvono in una semplice ‘serata a teatro’. Serate in cui una magia incredibile pervade il pubblico e le pareti del teatro stesso trasudano energia. Il motivo è certamente la grande forza degli artisti che animano questi eventi, ed il pubblico che, rapito dall’atmosfera, risponde con altrettanta vitalità e calore. A rendere speciale lo spettacolo che si è svolto al Teatro Comunale Mario del Monaco di Treviso è stato il ricordo della meravigliosa  e compianta Lucia Valentini Terrani, mezzosoprano padovano scomparso nel 1998, amato ed applaudito in tutto il mondo.
Questa splendida cantante era capace di esaltare il pubblico ad ogni sua esibizione con i fuochi d’artificio della sua voce, ed alla sua memoria è stato dedicato il bellissimo concerto che si è tenuto a Treviso, con la partecipazione di tante star del mondo della lirica, che hanno voluto ricordarla con la musica che amava tanto. Un'artista che sarà sempre nei cuori di chi la conosceva e di chi avrà la gioia di conoscerla attraverso le testimonianze dei suoi cari e delle sue incisioni.

Si deve allo sforzo organizzativo di Giuseppe Aiello, ideatore e direttore artistico dello spettacolo, con il patrocinio del Ministero per i Beni e le attività Culturali ed in collaborazione col Comune di Treviso, l’evento che il teatro della deliziosa città veneta ha ospitato registrando il tutto esaurito in ogni ordine di palco e in platea, da un pubblico visibilmente entusiasta e soddisfatto per quanto è stato offerto.  

I proventi della serata sono stati devoluti alla Fondazione Lucia Valentini Terrani Onlus, tra i cui soci fondatori vi è il suo affezionatissimo marito Alberto Terrani. L’associazione è attivissima in iniziative benefiche volte a trovare fondi per aiutare persone colte da mali incurabili, con particolare attenzione ai bambini.

Questi i protagonisti del concerto: Jessica Pratt, Giovanna Lanza, Riccardo Gatto, Alessandro Scotto di Luzio, Giovanni Parodi, Antonio Barbagallo, Filippo Polinelli.

Arie d’opere dei grandi Verdi, Donizetti, Puccini, Bizet e Bellini, con l’accompagnamento dell’Orchestra Filarmonia Veneta ed il Coro Lirico Amadeus, sono stati l’anima della serata.

Il Maestro Ivan Ciampa ha aperto la serata con la sinfonia da La Forza del Destino di Verdi, che con la sua energia ha in un certo senso richiamato alla mente quanto abbia lottato contro il destino la grande Lucia Valentini, che non si è mai arresa alla sorte fino all’ultimo momento. Con grinta e decisione ed un suono asciutto la direzione del maestro è stata attenta e partecipe per tutta la serata.

Un ricordo della grande artista da parte di Giuseppe Aiello, e poi gli interpreti si sono alternati sul palco dopo brevi presentazioni.

Splendida interprete dell’opera donizettiana, il soprano  Jessica Pratt ha cantato la bellissima ‘O luce di quest’anima’ dalla Linda di Chamounix. La sua voce arriva in alto in sala luminosa, agile e soave. Diventa poi intensa e passionale con il duetto dal Rigoletto verdiano ‘Sì, vendetta, tremenda vendetta’ , con un altrettanto intenso Filippo Polinelli, la cui voce robusta e austera si sposa col ruolo del vecchio genitore afflitto nell’animo. Da questo capolavoro anche il quartetto ‘Bella figlia dell’amore’ . Per l’occasione alla Signora Pratt  si sono aggiunti il tenore Alessandro Scotto di Luzio , il mezzosoprano Giovanna Lanza ed il baritono Antonio Barbagallo, applauditissimi. Dalla Sonnambula di Bellini il soprano ha infine eseguito ‘Ah! Non credea mirarti’, cantata con dolcezza incantatrice.

Fantastica sia vocalmente che per interpretazione Giovanna Lanza. La sua Habanera da Carmen è stata disinvolta, convinta, ammaliatrice, grazie anche al colore ambrato e corposo della sua voce perfetta per un ruolo del genere. Il Coro Amadeusha accompagnato con viva partecipazione questa esecuzione.  A sottolineare le sue doti interpretative, in compagnia di Antonio Barbagallo ed il coro, Traviata e la festa a casa di Flora con ‘Noi siamo zingarelle’. Barbagallo ha un timbro  particolarmente musicale, unitamente ad un volume non indifferente che ne fanno un interprete molto apprezzato dal pubblico. Con il collega Polinelli il baritono ha poi eseguito da I Puritani di Bellini ‘Suoni la tromba’, entrambi incisivi e molto accorati. Chicca di Polinelli ‘Di Provenza il mare, il suol’ da Traviata.

Alessandro Scotto di Luzio ha regalato la dolcissima ‘Una furtiva lagrima’ di Donizetti, forte di una voce melodiosa e delicata. Vespri Siciliani per il basso Giovanni Battista Parodi con ‘O tu Palermo’, eseguita con il suo timbro particolarmente cavernoso, che trova la sua massima espressività proprio nei toni maggiormente gravi. Conclusione d’effetto con Barbagalloed il Coro Amadeus nel ‘Te Deum’ dalla Tosca, con il breve intervento di Riccardo Gatto.

Dopo un incessante scroscio di applausi, bis tutti insieme col sestetto dalla Lucia di Lammermoor, esso stesso bissato.
Serata veramente piacevole, in cui pubblico, artisti, e certamente anche la grande Lucia Valentini Terrani con il suo spirito, sono stati veramente felici. Un bravo agli organizzatori, a tutti gli artisti, per averci ricordato che la musica vuol dire soprattutto emozione e gioia, che arriva dritta al cuore.

MTG 


maria_billeri

DO RE MI…..PRESENTO – intervista a …MARIA BILLERI

Continua la carrellata di persone straordinarie sia sulla scena che al di fuori del palcoscenico. Stavolta approfondiamo la conoscenza di Maria Billeri, soprano pisano, la cui carriera sta raggiungendo le mete ben meritate nell’olimpo del melodramma. Dotata di una grande forza d’animo e generosità, con la sua voce agile e drammatica, è capace di dar vita alle più inarrivabili personalità femminili, siano esse eroine positive o esseri malvagi, ottenendo un sempre crescente successo di pubblico e critica. Sta collezionando ottimi consensi nei teatri italiani (Jesi, Circuito Lombardo, Verona, Palermo, Torino, Pisa, Lucca, Livorno, Siena, ecc), nonché all’estero (Vienna, Praga, Zagabria, ecc). Si muove agilmente nei ruoli più appassionati di Verdi, come ad esempio Aida, Elisabetta di Valois, Amalia, Leonora, Abigaille, così come fa suo il ruolo della Norma di Bellini, Maria Stuarda e Maria de Rudenz di Donizetti (recente successo a Bergamo), Santuzza di Mascagni, le pucciniane Mimì, Cio-Cio-San, Tosca, ecc. Ma spazia anche nel repertorio sacro e da camera. Insomma infinite sono le possibilità di questa Artista, che non si risparmia mai un attimo quando è in scena, e che qui si ‘svela’ con tanta cortesia, rispondendo alle mie domande in modo cordiale e sereno.Descriva la sua voce a chi non la conosce e cosa secondo lei la distingue da quella degli altri suoi colleghi.

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BERND ALOIS ZIMMERMANN, DIE SOLDATEN - OPERNHAUS ZURICH, 19 ottobre 2013, ore 20,00




“Muss denn ein Kind seiner Mutter bis ins Grab Schmerzen schaffen?”
Die graefin de la Roche

Quando nel 1957 l' Opera di Colonia commissiono' a Zimmermann un lavoro operistico, questi pensò a Die Soldaten, una dramma settecentesco di Jacob Lenz suddiviso in 35 scene, apologo della vita militare e dell'esistenza umana in generale, dove appunto gli uomini sono soldati condannati a fare eternamente sempre e solo i soldati, in guerra come in pace, contro i loro simili, specialmente quelli più deboli e indifesi, come le donne appunto.

Il compositore, autore anche del libretto, pensò a dodici palcoscenici che dovevano circondare l'uditore in teatro sui quali in contemporanea, avrebbe dovuto svilupparsi l'azione, condotta da sette direttori d'orchestra, talmente vasto e impegnativo era lo sforzo richiesto.
Per tale motivo l'opera fu giudicata ineseguibile dall'allora direttore musicale del teatro di Colonia, Wolfgang Sawallisch, il quale dopo un lungo rimaneggiamento e ridimensionamento coatto della partitura ad opera di Zimmermann, accettò finalmente la messa in scena nel 1965.

Mettere in scena un'opera come Die Soldaten oggi , è un'impresa che al solo pensiero dovrebbe far tremare i polsi anche al più navigato Sovrintendente di teatro.
A Zurigo invece non si sono intimoriti e hanno pensato bene di aprire addirittura la nuova stagione operistica, affidando la messa in scena ad uno dei più controversi registi del momento, Callixto Bieito, il quale ha fissato l'azione nel periodo della composizione dell'opera, gli anni sessanta.

E' il tempo della guerra fredda, della guerra in Vietnam e a tale periodo si rifanno i costumi di Ingo Kruegler.  La sterminata orchestra, anch'essa composta da musicistisoldati, non è in buca ma occupa l'intero palcoscenico ed oltre, accomodata su ponti metallici mobili ideati da Rebecca Ringst.
L'intera azione si svolge quindi principalmente sul golfo mistico portato al livello palcoscenico, praticamente in sala, dove su dei pannelli cinematografici vengono proiettati i video di Sarah Derendinger o l'azione stessa filmata dai cantanti con telecamere portatili.
Bieito richiede moltissimo dai cantanti, i quali oltre a cantare appunto le loro parti  già di per se impegnative spesso al limite delle capacità umane,  si trovano spesso costretti ad uno sforzo interpretativo veramente sovrumano. La ferocia dei soldati è qui veritiera, niente simulazioni, il sangue e la violenza non sono mascherati, come pure lo stupro di Marie e la sua miserrima fine. Esemplari la prima scena del secondo atto e la scena seconda del quarto atto.
Le ridotte dimensioni del teatro zurighese hanno solo probabilmente limitato le intenzioni registiche di Bieito e sacrificato quella dimensione corale e la sensazione di contemporaneità intrinseca alla partitura di Zimmermann.

March Albrecht a capo della filarmonica zurighese integrata da numerosi percussionisti e da un'orchestra jazz, conduce in porto la monumentale scrittura  con mano ferma e precisissima, dando la sensazione di avere nel repertorio più routinier una partitura che solo al vederla, terrorizza per monumentalità e cambi repentini di metro e colore al limite veramente dell'eseguibile.

Impossibile citare tutti i numerosissimi interpreti, tutti precisi e formidabili, tutti inseriti in un cast che ha brillato per affiatamento e coinvolgimento emotivo.

Da menzionare la bravissima ma forse vocalmente un po' troppo leggera  Marie di Susanne Elmark, la musicalissima Noemi Nadelmann nel ruolo ingrato e impervio di Graefin de la Roche, l'incredibile Desportes di Peter Hoare per la vocalità spaventosa richiesta da Zimmermann per il suo ruolo e lo Stolzius ispiratissimo di Michael Kraus. Hanna Schwarz nel ruolo della madre di Stolzius, nonostante sia alla soglia delle 70 primavere, ha saputo regalarci anche questa volta un'interpretazione da manuale. 

Successo travolgente di pubblico con numerosissime chiamate al proscenio.
Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE
Direttore d'orchestra
Marc Albrecht
Regia
Calixto Bieito
Scene
Rebecca Ringst
Costumi
Ingo Krügler
Luci
Franck Evin
Video-Design
Sarah Derendinger
Coreografie
Beate Vollack
Drammaturgia
Beate Breidenbach

GLI INTERPRETI

Wesener
Pavel Daniluk
Marie, sua figlia
Susanne Elmark
Charlotte, sua figlia
Julia Riley
Madre di Wesener 
Cornelia Kallisch
Stolzius
Michael Kraus
Madre anziana di Stolzius'   
Hanna Schwarz
Obrist
Reinhard Mayr
Desportes
Peter Hoare
Pirzel
Michael Laurenz
Eisenhardt
Cheyne Davidson
Haudy
Yuriy Tsiple
Mary
Oliver Widmer
1. giovane uff.
Sunnyboy Dladla
2. giovane uff.
William Lombardi
3. giovane uff.
Carlos Nogueira
Cont.ssa de la Roche
Noemi Nadelmann
Giovane Graf
Dmitry Ivanchey
Andalusina / Madame Roux
Beate Vollack
3 Ufficiali
Karl-Heinz Waidele
Benjamin Mathis
Gerhard Nennemann

Uff. ubriaco
Elias Reichert
Servo di Gräfin
Wolfram Schneider-Lastin
Giovane  Fähnrich

Benjamin Mathis
Coproduzione con
Komischen Oper Berlin


 ORCHESTRA PHILHARMONIA ZÜRICH






RIGOLETTO, GIUSEPPE VERDI – TEATRO VERDI DI PADOVA, venerdì 18 ottobre 2013, ore 20,45







Dopo tre anni dal primo esperimento, il teatro Verdi di Padova, in collaborazione con il Comune di Bassano del Grappa, riprende questa produzione di Rigoletto registrando un bel successo di pubblico. Con un allestimento quanto mai controverso, questo spettacolo vede la firma di Stefano Poda, il quale ha curato non solo la regia, ma anche le scene, i costumi e le luci. Non immaginiamoci le belle sale sfarzose del palazzo del Duca di Mantova, o i ricchi costumi dei nobili che abbagliano gli occhi di chi osserva. Siamo di fronte ad un terrificante viaggio verso le più remote inquietudini dell’animo umano, i vizi dell’uomo, le virtù schiacciate dal male che incombe, insomma un’opera ancor più cupa di quanto solitamente si immagina quando si pensa ai temi affrontati dal Rigoletto verdiano. Qui i contenuti sono sotto gli occhi di tutti, nella loro crudità: l’amore è solo una illusione, l’uomo è infedele, proteggere troppo i figli può condurre alla loro stessa rovina, fidarsi del prossimo può portare a delusione e disperazione, il tutto proprio sottolineato da ambienti molto astratti, inquietanti e a tratti onirici.

Innanzitutto è quasi sempre buio in scena, la luce compare solo a fasci ed immediatamente un senso di oppressione stringe il petto dell’osservatore. Un insieme di ambientazioni singolari si sussegue per le varie azioni. La sala del palazzo ducale sembra più un laboratorio di scultura, con oggetti d’arte sparsi in giro per il palco; inoltre, imponenti ed inquietanti, pendono sopra le teste degli interpreti delle sculture maschili menomate sorrette da una impalcatura che li infilza. Ed ancora, è presente una parete costituita da soli volti astratti che spuntano in rilievo, di nuovo scuri e minacciosi.

Una parete bianca  fitta di finestre murate ed un semplice materasso in tinta è per contrasto ciò che accenna alla stanza di Gilda. Le finestre, che dovrebbero simboleggiare l’aria vitale e la libertà, sono in realtà finte e murate, a testimonianza che la vita della fanciulla è purtroppo una prigionia, se pur a fin di bene. Sembra dunque non esserci alcuno spiraglio di redenzione o salvezza per costoro, nera è la notte, fitta è la pioggia che poi irrompe realmente sul palco.

Altro elemento che contraddistingue questa messa in scena, spesso coinvolto nelle azioni oppure in disparte sul palco, è la figura del mimo, anch’egli scuro quasi a mimetizzarsi con gli altri, che con le sue movenze sembra esplicitare di volta in volta tutti i moti dell’animo dei personaggi: una coscienza che attraversa le loro vite, le sfiora, ci aiuta a 'sentire'. Ovviamente anche i costumi sono in tema con questa particolare atmosfera: molte tuniche lunghe, largo uso di pelle scura. Non stupisce che la scena della seduzione tra il Duca e Maddalena sia circondata da nudità, e che la stessa Maddalena sia una specie di dark lady sadomaso.  

In tutto questo turbinio di emozioni e sensazioni emerge una figura angelica che contrasta con tutto ciò che la circonda. Vestita di bianco è una intensa Gilda di Jessica Pratt. Volutamente senza trucco, come ad indicare l’assoluta purezza del suo personaggio, il ruolo della ingenua fanciulla che spera e dispera nel più nobile dei sentimenti è decisamente centrato per interpretazione, brillantezza nel canto ed emozioni che ha suscitato. Il soprano possiede una voce ricca e variegata, che l’artista riesce a dosare nella sua potenza naturale in favore di un suono angelico, mai trattenuto e sempre con splendido fraseggio. 

Il duca di Mantova è Paolo Fanale. Giustamente sbruffone e sicuro di sé, il tenore è sembrato a suo agio nella parte, mostrando una buona padronanza anche della sua voce, che unitamente al bellissimo colore di cui è dotato, ne coronano una bella performance.

Dispiace che invece il ruolo centrale di Rigoletto non abbia regalato le emozioni che ci si aspettava. Ionut Pascu non è stato sempre preciso nell’intonazione e talvolta l’emissione della voce stessa non è stata sicura, risultando in un suono troppo infossato e di conseguenza non pulito. Dal punto di vista interpretativo c’è da dire che il baritono ha dato il massimo per rendere al meglio i tormenti del povero padre/buffone.

Splendidi e molto apprezzati i due perfidi fratelli Sparafucile e Maddalena. Il primo, impersonato da Mirco Palazzi, ha ancora una volta mostrato quanto il bellissimo colore della sua voce bruna ed intensa, unitamente ad una interpretazione convinta di cattiveria e freddezza possano essere indice di una prestazione senz’altro positiva. Così anche il mezzosoprano Daniela Innamorati, è riuscita a cogliere il giusto spirito che Poda ha inteso per il ruolo della sorella del sicario: il suo ingresso in abito di pelle nera con scudiscio alla mano esplicita già il suo personaggio. La sua incredibile voce possente, scura ed emessa con precisione, nonché il suo modo di incedere sulla scena, ne fanno una Maddalena sensuale e volitiva, centrando così un’ottima interpretazione.

Risultano corretti e partecipi completando il cast la Giovanna di Milena Josipovic, Il bravo conte di Monterone Abramo Rosalen, il Marullo di William Corrò, Matteo Borsa di Orfeo Zanetti, Il Conte di Ceprano Francesco Milanese, La Contessa di Ceprano Alessandra Caruccio, Un paggio della Duchessa Caterina Sartori, ed Un Usciere di corte Luigi Varotto.

Grande linfa vitale della serata la direzione del Maestro Giampaolo Bisanti alla testa dell’Orchestra di Padova e del Veneto. Con il giusto volume e brillantezza, mai pesante e sempre coerente nella gestione del rapporto tra palco e buca, con una attenzione massima ai dettagli, è riuscito a donare all’orchestra il suono appropriato a seconda dei momenti, rendendo giustizia all’opera nel suo insieme.
Il coro di Dino Zambello ha offerto una prestazione di buon livello anche interpretativo.

Applausi scroscianti con chiamate sul palco hanno premiato questa particolarissima produzione, che dunque il pubblico ha mostrato di gradire, con punte di ovazioni per i protagonisti principali ed il direttore d’orchestra.
MTG

LA PRODUZIONE

Maestro Concertatore          Giampaolo Bisanti
e Direttore d’orchestra 
Regia, Scene, Costumi,        Stefano Poda
Luci    

GLI INTERPRETI

Rigoletto, Buffone                 Ionut Pascu
Di Corte
Gilda, Figlia Di Rigoletto     Jessica Pratt
Il Duca Di Mantova             Paolo Fanale
Sparafucile Sicario               Mirco Palazzi
Maddalena                            Daniela Innamorati
Sorella di Sparafucile
Giovanna                              Milena Josipovic
Conte di Monterone             Abramo Rosalen
Marullo                                  William Corrò
Matteo Borsa                        Orfeo Zanetti
Il Conte di Ceprano              Francesco Milanese
La Contessa di Ceprano      Alessandra Caruccio
Un paggio della Duchessa    Caterina Sartori
Un Usciere di corte               Luigi Varotto

Coro Città Di Padova Diretto Da Dino Zambello
Orchestra Di Padova E Del Veneto
Coproduzione Tra i Teatri di Padova e Bassano

FOTO GIULIANO GHIRALDINI










jessica_pratt

DO RE MI PRESENTO … INTERVISTA A JESSICA PRATT

L’artista che ho avuto il piacere di incontrare oggi è un’altra grandissima star della lirica internazionale. Jessica Pratt , nata in Inghilterra e cresciuta a Sydney, in Australia, in pochi anni è riuscita a guadagnarsi un posto di primo piano nei teatri di tutto il mondo e ad oggi è una delle cantanti maggiormente dotate e più richieste per quanto riguarda il repertorio italiano e francese. Con il suo modo di interpretare i personaggi, con la sua splendida voce che corre limpida in sala, è una protagonista di assoluto rilievo, che rende unica ogni produzione che la vede impegnata. Ha calcato le scene di teatri quali la Deutsche Oper di Berlino, l’Opernhaus di Zurigo, il Covent Garden di Londra, la Scala di Milano, il Carlo Felice di Genova, i teatri del Circuito Lombardo, la Fenice di Venezia, in ruoli impegnativi e di grande difficoltà tra cui: Lucia di Lammermoor, Amina in Sonnambula, Königin der Nacht nel Zauberflöte, Elvira nei Puritani, Gilda nel Rigoletto.

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APERTURA DI VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO – VERONA, domenica 13 ottobre 2013, ore 16,30



Si è aperta ieri pomeriggio la terza stagione dell’associazione lirica veronese intitolata alla sua città, con un piacevole concerto, che ha offerto ai suoi sempre più numerosi iscritti, bella musica e straordinari talenti.
Protagonista del bel canto internazionale la coppia tenore/soprano costituita da John Osborne Lynette Tapia.
Con arie tratte dalle più popolari opere di Donizetti e Gounod ed una incursione verso il celebratissimo Verdi, hanno offerto quasi tre ore di emozioni e passione, intervallate dalla performance del giovane talento veneto, il violinista Giovanni Andrea Zanon.

Dopo il consueto saluto di benvenuto del presidente Giuseppe Tuppini, il concerto si è aperto con L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti ed il duetto ‘Caro elisir! Sei mio!’, seguito da ‘Una furtiva lagrima, aria immancabile nel repertorio di un tenore. A seguire da Roméo et Juliette di Charles Gounod ‘Je veux vivre per la Signora Tapia e ‘Ah! Leve toi soleil per il compagno Osborn, ed il duetto d’amore che li vede impegnati entrambi. Di nuovo Donizetti con Don Pasquale, per chiudere la prima parte del concerto: ‘Tornami a dir che m’ami’, ancora in duetto.

Nella seconda parte Verdi e Traviata: la celeberrima ‘E’ strano..sempre libera’ e ‘Dei miei bollenti spiriti’; mentre per chiudere il concerto, un altro duetto d’amore, tratto questa volta da La fille du régiment di Donizetti.

Colpisce la delicatezza dell’impasto vocale della coppia, molto affiatata tanto nel canto quanto nell’ interpretazione.
Il tenore Osborn torna a Verona dopo il successo areniano delle ultime due stagioni. La sua voce è di morbida pasta acuta che si esprime correttamente anche nel registro centrale. Da' il meglio di sé nel repertorio belcantistico, ma regala anche una buona esecuzione dell’aria ‘Dei miei bollenti spiriti’ dalla Traviata, pur se non perfetta nel finale. Dona molto all’interpretazione e si muove sul palco con la disinvoltura che mostra sempre quando è in scena.

La Signora Tapia  è dotata di una freschezza vocale che accarezza l’udito con suoni leggeri e delicati pianissimo. Gli acuti sono abilmente giostrati tra suoni sottili e più ampi, e le agilità sono eseguite in gran scioltezza. Trattandosi di una occasione festosa, come tra amici, la coppia si è concessa anche qualche azzardo, come il bis da Lakme per il soprano, con la cosiddetta ‘Aria dei campanelli’, difficilissimo gioco di vocalizzi e scale acrobatiche con la voce quasi sempre impegnata nel registro più acuto. Il tenore invece ha regalato la famosa aria dei nove do di petto da La fille du regiment, 'Ah, mes amis, .... Pour mon âme', che alla fine di un concerto così lungo è davvero indice di gran generosità. Ha accompagnato la coppia la sempre ineccepibile Patrizia Quarta al pianoforte.

La grande e bella sorpresa della serata è stata l’esibizione del violinista Giovanni Andrea Zanon, appena quindicenne, che ha offerto brani molto difficili sia dal punto di vista tecnico che interpretativo: il complicatissimo pezzo noto come ‘Il trillo del diavolo’ , ossia la Sonata per violino in sol minoredi Tartini, la melanconica e sublime ‘Mèditation’, tratta da Souvenir d'un lieu cher, Op.42 di Tchaikovsky, ed infine il delizioso ‘Capricho Basco’ di Sarasate. Lo accompagna il Maestro Pierluigi Piran al piano.

Con una scioltezza sul palco pari ai divi di consumata esperienza ha conquistato i presenti, sia per perizia esecutiva che per intensità e consapevolezza di quanto è in esecuzione. Tanta passione ed energia per Tartini, il cui brano rimanda a forza tempestosa e sogno elegiaco allo stesso tempo; sentimento e commozione per Chaikovsky, e brio, allegria e leggerezza infine offrono le note di Sarasate.

Applausi entusiasti per tutti, dopo questo bell’inizio siamo sicuri che sarà una grande stagione di concerti per Verona Lirica, che davvero si impegna ogni anno per rendere felici ed orgogliosi i suoi tantissimi soci.

MTG






IL FURIOSO ALL’ISOLA DI SANTO DOMINGO, GAETANO DONIZETTI – TEATRO DONIZETTI DI BERGAMO, venerdì 11 ottobre 2013, ore 20,30






Continua il pregevole lavoro della Fondazione Donizetti di Bergamo, nel manifestare la volontà di far riscoprire quanto di prezioso offre la nostra cultura musicale e che talvolta viene messo da parte, in favore di titoli più blasonati e di sicuro riscontro nel pubblico. In questo caso, la scommessa è stata ancora vincente, con la messa in scena de ‘Il Furioso all’isola di Santo Domingo’, soprattutto per l’importante recupero di un bozzetto che il grande e compianto illustratore e scenografo Emanuele Luzzati aveva ideato anni addietro, per un progetto operistico pensato proprio per l’isola dominicana, e poi in seguito accantonato.

La storia di per sé non ha nulla di particolarmente originale: un uomo abbandonato dalla sua donna che poi fa di tutto per riconquistarlo, e fondamentalmente il tutto si svolge attorno a questo fatto. Ma è come questo viene posto in essere dal regista Francesco Esposito che sancisce la riuscita di questa produzione. Infatti, l’ambientazione creata per essa ci porta in una dimensione fiabesca, come se i personaggi fossero usciti da un libro incantato dai colori vivaci e splendenti. Le scenografie sono opera di Michele Olcese, che ha avuto il compito di concretizzare quanto a suo tempo Luzzati aveva ipotizzato con il suo bozzetto. I fantasiosi scenari ispirati al pittore francese Henri Rousseau, insieme ai costumi di Santuzza Calì e Paola Tosti, fanno sì che le vicende prendano vita in mezzo a bellissimi paesaggi naturali e fondali marini animati meccanicamente. 


La vicenda di quest’opera che ispirò il librettista Jacopo Ferretti, debuttò al teatro Valle di Roma nel 1833, e trae origine da un lavoro teatrale napoletano anonimo di poco precedente, nonché da episodi del celeberrimo Don Chisciotte della Mancia di Cervantes, risalente al 1605.  
Non pazzo furioso è il nostro protagonista; è un malato d’amore, con tutte le conseguenze del caso: rabbia mista a dolore, malinconia, sprazzi di follia omicida poi rientrati in lampi di lucidità. Cardenio è impazzito per la troppa sofferenza, per la delusione amorosa: il suo angelo lo ha tradito e ciò lo conduce ad una follia che però talvolta è persino ironia, tanto assurde sono certe sue azioni, di volta in volta subite da chi gli sta intorno e prontamente sventate.

Per quanto il libretto rechi il sottotitolo ‘melodramma in due atti’, oggi l’opera è in realtà definita ‘semiseria’ per quel velo di leggera ironia che appunto pervade tutta la narrazione. Ogni azione che prelude ad un momento tragico infatti, è in realtà seguita da una contro azione che annulla in un lampo la precedente, così che man mano chi assiste alla rappresentazione acquista la quasi consapevolezza che in ogni caso il lieto fine sia dietro l’angolo. Si pensi all’iniziale tentativo di suicidio da parte di Cardenio, trattenuto da Bartolomeo e Marcella; oppure più avanti al suo tentativo di infierire nuovamente sul povero moro Kaidamà, sempre fermato dalla comparsa di Bartolomeo; ed ancora il gesto di voler colpire a morte Eleonora nel secondo atto, nuovamente arrestato, stavolta dal fratello Fernando; ed infine al termine, la scellerata proposta di doppio suicidio con l’amata da parte del Furioso, ancora una volta impedito da Bartolomeo e Fernando. Infine, dopo l’ennesima prova d’amore da parte della bella Eleonora disposta a morire essa sola, i due amanti si ritrovano insieme felici per sempre come nelle più classiche delle storie narrate.

Il cast della prima ha visto come protagonisti interpreti raffinati che con il giusto spirito hanno saputo esemplificare tutte queste sensazioni,  dando valore alla parola, al suo significato, in perfetta fusione con la musica per essa creata dal compositore.

Il Furioso della serata è Simone Alberghini. Grazie anche ad una regia efficace che sottolinea soprattutto il lato malinconico del personaggio (si pensi a quel suo contemplare costantemente l’effige della fedifraga, ma che allo stesso tempo egli colpisce per sfogare la sua rabbia), il baritono può esaltare le sue doti attoriali, unitamente ad un canto al servizio della parola che conquista scena dopo scena.

In grande spolvero è stato di sicuro Filippo Morace nei panni di Kaidamà. Il suo comparire in scena in barella attaccato ad una flebo e mezzo ingessato mette già lo spettatore in animo favorevole nei confronti del personaggio, che subisce suo malgrado gli sbalzi di umore e lucidità del disperato Cardenio. Un canto ben eseguito dalla sua voce corretta e voluminosa e una evidente propensione alla recitazione, ne fanno il beniamino della serata.  

Cinzia Forte è stata davvero spiritosa nel cogliere tutte le sfaccettature del suo personaggio: colpevole pentita, esprime con sicurezza la vena ironicamente drammatica del suo personaggio, sottolineando i suoi stati d’animo grazie e soprattutto alle variazioni della sua voce duttile ed agile, che si fa robusta nel centro, per poi volare come piuma nella gamma più acuta.

Gradevolissima l’interpretazione della brava Marianna Vinci come Marcella. Possiede un timbro di voce rotondo e di corpo soprattutto nella gamma centrale, spigliata e disinvolta, ha cantato con gran carattere il suo personaggio. Altrettanto dicasi di  Leonardo Galeazzi, un simpaticissimo Bartolomeo dal timbro chiaro e piacevolissimo, anch’egli a suo agio sul palco.

Leggermente meno sciolto ma molto concentrato nel suo canto, si fa man mano più disinvolto il tenore Francesco Marsiglia nelle vesti del fratello Fernando. Anche per lui diversi sono gli spunti atti a suscitare l’ilarità dell’audience, che coglie sottolineandoli con una voce delicata che si piega al volere della scena in corso.

Il coro è parte integrante e viva della storia: i coloni ed i marinai sono coloratissimi nei costumi di Calì e completano armoniosamente le azioni in atto con la correttezza del loro canto.  

L’orchestra del Bergamo Musica Festival ha visto infine come suo condottiero il Maestro Giovanni Di Stefano. Gli artisti non sono mai stati coperti dal suono dei professori e la musica ha fatto più che altro da corretto accompagnamento alle voci in scena, senza donare particolare guizzo ad una rappresentazione che in alcuni punti avrebbe richiesto qualcosa in più.

Pubblico folto ed entusiasta, ha salutato tutti con notevoli applausi di soddisfazione per la piacevole serata trascorsa.

MTG

LA PRODUZIONE

Da un progetto inedito di Emanuele Luzzati

Maestro concertatore           Giovanni Di Stefano
e Direttore d’orchestra
Regia                                     Francesco Esposito
Coreografa e
Assistente alla regia              Maria Cerveira
Scene                                     Michele Olcese
Costumi                                 Santuzza Calì
Assistente ai costumi            Paola Tosti
Tempesta animata                Luigi Berio
Luci                                       Bruno Ciulli
Direttore del coro                 Fabio Tartari

GLI INTERPRETI

Cardenio                               Simone Alberghini
Eleonora                               Cinzia Forte
Fernando                              Francesco Marsiglia
Bartolomeo                          Leonardo Galeazzi
Marcella                              Marianna Vinci
Kaidamà                              Filippo Morace

Nuova coproduzione:
Fondazione Donizetti, Teatro dell’Opera Giocosa di Savona,
Fondazione Teatro Comunale di Modena,
Teatro Sociale di Rovigo, Fondazione Teatri di Piacenza,
Fondazione Teatro Alighieri di Ravenna
Prima esecuzione della nuova edizione Fondazione Donizetti
Sopratitoli in italiano e inglese

Orchestra e Coro del Bergamo Musica Festival












PHOTO STUDIOU.V.

LA MUSICA CLASSICA IN ITALIA: I MEZZOSOPRANI








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ROMINA TOMASONI

Voce quanto mai accattivante e degna di pensieri tanto sensuali quanto nefandi, è indubbiamente la corda del mezzosoprano. Subito balzano alla mente personaggi intramontabili: l’ammaliatrice Carmen di Bizet, l’austera Amneris, la terribile Azucena e le passionali Flora o Maddalena di Verdi, la deliziosa Rosina o la furba Isabella di Rossini, per fare solo pochissimi esempi arcinoti. Un timbro capace di regalare emozioni forti e dar vita a personaggi tanto tremendi quanto ammaliatori. Il tessuto del mezzosoprano puro è difficile da trovare, eppure, il nostro paese è in grado di vantare splendide giovani artiste che, soprattutto in questi ultimi anni, si stanno facendo valere in tutto il globo per la particolare pasta vocale di cui sono forgiate. Anche in questo caso, ho voluto concentrare l’attenzione su dieci giovani  italiane che, sempre intorno ai quarant’anni, sono richieste dai migliori teatri d’opera rendendoci sempre più orgogliosi.

In ordine rigorosamente alfabetico la palermitana Chiara Amarù: spirito e tempra da vendere, deliziosa interprete rossiniana, dotata di una voce piena e vellutata, si muove sul palcoscenico con grande disinvoltura: la sua carriera è in ascesa e si sta facendo notare in teatri e festival di rilievo, diretta dalle bacchette più illustri.




Inseriamo anche il contralto Romina Boscolo, sensibile artista dalla voce molto particolare, quasi misterica, capace di muoversi in un repertorio incredibilmente vasto: Monteverdi, Pergolesi, Mozart e Rossini, Verdi e Puccini, ed infine anche autori più recenti quali  ad esempioWolfgang Rihm ed Ernst Krenek. Un’artista versatile che continuerà a far parlare di sé con crescente interesse.


Nata a Novara, Manuela Custer è nota soprattutto per le sue interpretazioni del repertorio belcantistico, ma ha recentemente cominciato ad interessarsi ad altri autori con altrettanto successo; con la sua voce dalla pasta morbida e avvolgente, si fregia anche di una verve interpretativa davvero particolare che la denota come sicura protagonista sulla scena.



Altra artista di rilievo degli ultimi tempi è certamente Paola Gardina. Splendida nel bel canto quanto apprezzata interprete di autori più recenti, la sua voce dalla pasta delicata e setosa unita a sicurezza nell’emissione ne fanno una cantante dal sicuro avvenire fulgido.



La più giovane del gruppo è la napoletana Teresa Iervolino: solo ventiquattro anni! Voce dal colore tendente al timbro contraltile, già maturo e corposo, questa giovanissima interprete, forte anche di una notevole efficacia scenica, si sta facendo apprezzare dai nostri teatri ed ha una carriera di sicuro successo davanti.



Elemento di sicuro interesse che sta emergendo dalle ultime stagioni operistiche, il mezzosoprano napoletano Daniela Innamorati. Classe ed eleganza nel portamento, voce drammatica dal velluto ammaliatore, unitamente ad un profondo studio ed immedesimazione nei personaggi, ne fanno una interprete di alta qualità e spessore, tale da essere oramai artista di riferimento nei maggiori teatri del mondo, per ruoli quali Fenena nel Nabucco, Maddalena nel Rigoletto e Suzuki nella Madama Butterfly.



Altra presenza di spicco nei cartelloni dei principali teatri d’opera in questo periodo è la mantovana Anna Malavasi: questa giovane artista può essere considerata un mezzosoprano atipico, per il particolare colore della sua voce che si avvicina molto alla corda sopranile, e che proprio data la sua duttilità la sta facendo decollare verso una bella carriera internazionale.



Daniela Pini è apprezzata interprete del repertorio rossiniano, ove esalta la sua voce robusta e versatile, coadiuvata da uno stile interpretativo molto espressivo e disinvolto, capace di catturare il pubblico con sempre grandi consensi .


Fantastico mezzosoprano dalla carriera in forte ascesa è la bravissima Veronica Simeoni, artista che si muove agilmente in un repertorio molto ampio di autori delle epoche più disparate. Grazie ad una tecnica pregevole ed alla agilità della sua voce, unitamente ad una presenza scenica impressionante, è capace di centrare al meglio ogni sua esibizione rendendola memorabile.

 

E terminiamo questa carrellata con un’altra interessante artista: Romina Tomasoni. Anch’essa ha uno strumento corposo e melodico, che insieme alla buona tecnica di cui dispone, ne fanno una artista dal futuro promettente.



Come sempre allora in bocca al lupo a tutte queste donne fantastiche per un futuro ancora più radioso e ricco di soddisfazioni, che porteranno sempre in alto i colori della nostra Italia nel mondo!
MTG


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FRESCHE NOTE, DVD: DALL’EDIZIONE DEL SALZBURG FESTIVAL 2013: MOZART - Die Entführung aus dem Serail, WAGNER - Die Meistersinger von Nürnberg, VERDI - Don Carlo, Falstaff.





Sono disponibili per la Unitel Classica alcune chicche dell’edizione 2013 del Festival di Salisburgo, andate in onda anche sul canale tv austriaco ORF , nonché in streaming su internet, ed ora in dvd per poterle rivedere. Fa molto piacere constatare che molti dei protagonisti di queste produzioni siano nati nel nostro paese, e che quindi l'arte e professionalità dei nostri artisti si faccia valere sempre in lungo e in largo.
Eccoli in breve:

MOZART, Die Entführung aus dem Serail

Ambientazione quanto mai singolare per questo gioiello mozartiano: un hangar di aeroporto, ove sono stati riprodotti gli ambienti, accennati, in stile contemporaneo, in cui si muovono, e aggiungeremmo corrono,  i giovani protagonisti di questo racconto indossando i costumi di Lena Hoschek. Idea di Adrian Marthaler, con il pubblico in piedi sparso tra le scene, quasi a far parte della narrazione. L’insieme è simpatico e certamente insolito. La storia della giovane e gagliarda spagnola rapita e venduta al prepotente Pashà turco Selim è resa con spirito dai protagonisti che vi ruotano intorno: il suo fidanzato che corre a cercarla, la sua ancella, il burbero guardiano..  

Questo il cast: la splendente Desirée Rancatore come Konstanze,  Javier Camarena, nelle vesti di unaccorato innamorato Belmonte, Rebecca Nelsen, un’ottima ancella Blondchen, Thomas Ebenstein, un buon Pedrillo, Kurt Rydl, bravissimo e convinto Osmin, e Tobias Moretti, celebre in Italia per il suo personaggio del telefilm ‘Il commissario Rex’, nel ruolo parlato di Selim.

La  Camerata Salzburg, posta al di fuori dell’hangar, il che non ha reso facile la vita agli interpreti collegati con essa, è stata diretta da Hans Graf che è riuscito a tenere comunque in pugno la situazione, mentre le riprese video con intensi primi piani che esaltano le qualità attoriali degli artisti, sono di Felix Breisach.


WAGNER,  Die Meistersinger von Nürnberg
Per celebrare Wagner è stato chiamato un altro monumento italiano, il maestro Daniele Gatti, a condurre gli ineccepibili Wiener Philharmoniker , in questo Festival 2013. Nei 270 minuti di spettacolo le splendide scene di Heike Scheele ed i meravigliosi costumi classici di Gesine Völlmesaltano la regia di Stefan Herheim, per un allestimento in coproduzione con l’Opéra National de Paris.
La storia della corporazione dei Maestri Cantori, dilettanti artisti realmente esistiti nel cinquecento in nord Europa, prende vita in un allestimento molto particolare in stile più recente, le cui scene si ridimensionano, partendo dalla bottega a grandezza naturale del calzolaio/Maestro Cantore  Hans Sachs in apertura, con l’ingigantimento della stessa dopo il preludio, così da far apparire i vari personaggi come delle bambole in movimento, come in un sogno del protagonista, o delle sue creazioni ludiche. Tutti entrano ed escono dalle porticine o dalle finestre proprio come delle bambole. Le varie stanze del laboratorio sono poi riportate alla reale dimensione all’inizio dell’ultimo atto, con il nostro Hans  che si aggira ancora una volta tra esse. Un allestimento davvero delizioso, che rende godibile questo spettacolo lungo ed intenso. Questo il cast di cantanti che mostrano di sapersi esprimere molto bene in simbiosi fra loro e dotati di voci molto interessanti:
Anna Gabler, una Eva molto sciolta; Monika Bohinec, spigliata Madgalene, Michael Volle, davvero eccezionale Hans Sachs, Roberto Saccà, un buon Walther von Stolzing, i bravissimi Georg Zeppenfeld, Veit Pogner, e Markus Werba, Sixtus Beckmesser, Peter Sonn, disinvolto David, ed i bravi Thomas Ebenstein, Kunz Vogelsang, Guido Jentjens, Konrad Nachtigall, Oliver Zwarg, Fritz Kothner, Benedikt Kobel, Balthasar Zorn, Franz Supper, Ulrich Eißlinger, Thorsten Scharnke, Augustin Moser, Karl Huml, Hermann Ortel, Dirk Aleschus, Hans Schwarz
Roman Astakhov, 
Hans Foltz, Tobias Kehrer, il guardiano notturno.
Il  Coro: Apprendisti:  
Concert Association of the Vienna State Opera Chorus,Vienna Philharmonic, Membri della Angelika-Prokopp-Sommerakademie der Wiener Philharmoniker. Il Maestro del coro è Ernst Raffelsberger.

Le riprese permettono di cogliere tutte le espressioni dei cantanti e vedere ogni angolo utile della scena.


VERDI, Don Carlo


Inglese naturalizzato italiano è il grande Antonio Pappano alla testa dei Wiener Philarmoniker per celebrare il nostro Giuseppe nazionale. Don Carlo, un’opera di grandi contenuti e forti emozioni, ove amore e politica si mescolano e creano suggestioni e passioni, che non mancano in questa messa in scena di Peter Stein, il quale, grazie anche ai costumi di Annamaria Heinreich, ha pensato ad una ambientazione piuttosto vicina a noi, ma non tale da disturbare e tradire la narrazione degli eventi. Fondamentalmente scure le atmosfere, sono soprattutto infatti le luci, oltre a qualche elemento che accenna agli ambienti richiesti e gli sfondi, a rendere efficacemente le varie situazioni. Un allestimento asciutto dunque, ma sapiente nella resa scenica.

Il cast presenta i seguenti cantanti:

Matti Salminen, un molto scuro e sinistro Filippo II, Jonas Kaufmann, Don Carlo intenso ed in forma, Anja Harteros, una Elisabetta di Valois molto austera, Thomas Hampson, un Rodrigo dal timbro vocale molto interessante e buon interprete,  Ekaterina Semenchuk, La Principessa Eboli dall’aria misteriosa e con un certo carattere,  e inoltre Eric Halfvarson, Il Grande Inquisitore, Robert Lloyd, Un frate, Maria Celeng, Tebaldo, Sen Guo, Kiandra Howarth , Una voce dal cielo, Benjamin Bernheim, Il Conte di Lerma/Un Araldo reale, Martin Piskorski,  Antonio Di Matteo, Peter Kellner, Domen Križaj, Roberto Lorenzi, Iurii Samoilov, Christoph Seidl, nelle vesti dei sei deputati fiamminghi.

Concert Association of the Vienna State Opera Chorus 
Vienna Philharmonic
Members of Angelika-Prokopp-Sommerakademie der Wiener Philharmoniker.

Regia video Agnes Méth



VERDI, Falstaff


Per l’ultimo lavoro di Verdi invece italiano è il team che comprende regia, scene e costumi impegnati per questa produzione: Damiano Michieletto,  Paolo Fantin e Carla Teti, diretti dall’inoppugnabile bacchetta del maestro Zubin Mehta.
Michieletto torna con successo a Salisburgo dopo la fortunata Bohéme dello scorso anno. In questo caso il regista ha ambientato la vicenda del vecchio Falstaff, qui un cantante in pensione,  nella casa di riposo che lo stesso Giuseppe Verdi aveva pensato per i musicisti, e soprattutto per coloro che non avevano la possibilità di provvedere al proprio sostentamento in età avanzata.  Un modo per far sentire il vecchio Sir John più a suo agio che mai, ed in effetti il sempre italianissimo Ambrogio Maestri, potrebbe definirsi il Falstaff di riferimento attuale, tante volte lo ha interpretato in teatro e tanto efficacemente riesce a rendergli giustizia ogni volta.

L’opera è in questa messa in scena un sogno dell’anziano artista, che dura tutta la rappresentazione, posta quindi su due livelli che si intrecciano costantemente: il sogno e la realtà, cosa che piace molto a Michieletto ed è frequente nelle sue regie.  

La rappresentazione si svolge nella Haus für Mozart di Salisburgo, ottima per dimensioni contenute, a creare il clima di confort ed accoglienza. Un velo di ironia e delicatezza investe l’intera narrazione, che tutti i personaggi entusiasticamente abbracciano:  Fiorenza Cedolins degna Mrs. Alice Ford, Massimo Cavalletti, ossia Ford, Eleonora Buratto, nei panni di Nannetta, Elisabeth Kulman, aliasMrs. Quickly, Stephanie Houtzeel,  Mrs. Meg Page, Javier Camarena, Fenton, Luca Casalin, Dott. Cajus, Gianluca Sorrentino, Bardolfo, e Davide Fersini, nel ruolo di Pistola.

Walter Zeh dirige il Philharmonia Chor Wien

Rocafilm,
 Video

MTG