G.VERDI, AIDA - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, MERCOLEDI' 15 FEBBRAIO 2023

aida-3

Si può fare male uno spettacolo che hai eseguito centinaia di volte e che ti contraddistingue in tutto il mondo come “signature” straordinaria?

Si, si può.

Ce lo dimostra questo allestimento di Aida, pensato dalla Fondazione Arena di Verona per celebrare il centenario della nascita di Franco Zeffirelli, regista che tanto ha dato a Verona in termini di affezione e professione.

Omaggio un po’ sbiadito in verità che forse avrebbe meritato più cura nell’allestimento ed un cast scelto con maggiore attenzione.

Nata nel 2001 per gli 8 metri di boccascena del Teatrino di Busseto durante le celebrazioni Verdiane del centenario e riproposto decine di volte nel corso degli anni nei più disparati teatri della penisola, la regia di Zeffirelli ha dimostrato in questo caso quanto non contino le dimensioni di un palcoscenico ma come lo si usa. 

E le dimensioni del palcoscenico del teatro veronese, che sono quelle più o meno standard dei teatri di tradizione, avrebbero richiesto forse una nuova attenzione, una più curata movimentazione delle masse in base alle più ampie dimensioni del boccascena, rispetto ad una mera replica di un lavoro nato per un micro teatro, pur nel rispetto dell’ idea di Zeffirelli. 

Inconcepibili poi i tagli completi dei ballabili del secondo atto, soprattutto se possiedi dimensioni teatrali e capacità artistiche notevoli come a Verona, del tutto fuori luogo gli altri tagli della parte musicale (il duettino “Forse l’arcano amore” nel primo atto e il coro d’ingresso dei sacerdoti prima della Marcia trionfale nel secondo atto).

Il responsabile della produzione musicale Massimiliano Stefanelli è lo stesso della prima a Busseto nel 2001, ma se allora poteva contare su di un organico da camera e distanze ridottissime tra buca e palcoscenico, a Verona le cose sono andate in  maniera decisamente diversa e sono emerse nella loro spietata realtà nel corso della serata.

Bisogna dire anche che la bacchetta schizofrenica di Stefanelli, che impone improvvisi rallentandi al limite dello slabbramento strumentale e brusche accelerate agogiche, tra l'altro non richieste in partitura, se da un lato dimostrano una volontà di uscire dagli schemi di una lettura tradizionale della partitura (a Verona poi!), dall’ altra esprime una scelta interpretativa particolarmente ardita e francamente non bellissima, oltra che senza senso.

Avremmo apprezzato maggiormente una cura più precisa nel dettaglio strumentale ad esempio o piuttosto una ricerca di un colore univoco in un'orchestra che se sollecitata in maniera corretta sa dare molto in termini di capacità e professionalità.

 

Monica Conesa nella parte del titolo, possiede il fisico e la tenuta attoriale per il suo ruolo, anche se certe movenze esageratamente datate (tutto un aggrapparsi alle colonne, un portare le mani alla fronte ed al petto, uno svenimento continuo che ricordano tanto il film di Clemente Fracassi del 1953 con Sophia Loren nello stesso ruolo) risultano spesso al limite del risibile.

Tanto credibile scenicamente ma altrettanto poco vocalmente, la Conesa sfoggia una cavata portentosa dal do naturale a salire, con mezze voci e filati notevoli anche nel sovracuto; di contro nella parte medio bassa del rigo, la voce si fa piccola ed insipida, compressa tra un vibrato strettissimo ed un colore fumoso che la fanno risultare talvolta lagnosa.

Stefano La Colla scambia probabilmente il ruolo del giovane innamorato sognatore Radames con quello dell’avvinazzato Turiddu perché la sua prova è tutta uno sfoggio di muscoli vocali, una ricerca continua ed esasperata dell’ effetto portentoso con mezzi ed accenti di maniera e ruvidi ormai francamente fuori tempo.  Mai una mezza voce, un colore, un sospiro di fiato che lo rendano non dico credibile nel suo ruolo ma almeno sincero nella voce. 

Ketevan Kemoklidze è Amneris corretta nel ruolo, anche se piccola in volume. Un ricorso eccessivo alla voce di petto e qualche problema nelle note di passaggio inficiano una prestazione comunque più che buona.

Youngjun Park è Amonasro generoso e particolarmente aggressivo nel porgere la voce, com'è giusto che sia in questo ruolo.

Probabilmente non in perfette condizioni di salute, Antonio Di Matteo tratteggia un Ramfis stanco nella voce e difficoltoso nella tenuta, come pure il Re di Romano Dal Zovo e il messaggero di Riccardo Rados, due veterani delle rappresentazioni areniane, sentiti in serate decisamente migliori.

Ovviamente perfetta la prova del coro della Fondazione Arena preparato da Ulisse Trabacchin, che però stranamente non si è presentato per i saluti di ringraziamento al termine.

Ottima al solito la prova di Eleana Andreoudi come prima ballerina nelle  brevi e strampalate coreografie di Luc Bouy nella scena del tempio alla fine del primo atto. 

Applausi convinti al termine per tutti  da parte di un pubblico molto generoso e particolarmente caloroso. 

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE E GLI INTERPRETI

Direttore    Massimiliano Stefanelli

Regia e scene    Franco Zeffirelli

Scenografo collaboratore    Carlo Centolavigna

Costumi    Anna Anni

ripresi da    Lorena Marin

Luci    Paolo Mazzon

Coreografia    Luc Bouy

Maestro del Coro    Ulisse Trabacchin

 

Aida      Monica Conesa

Radamès     Stefano La Colla

Amneris     Ketevan Kemoklidze

Amonasro     Youngjun Park

Ramfis     Antonio Di Matteo

Messaggero     Riccardo Rados

Sacerdotessa     Francesca Maionchi

Prima ballerina     Elena Andreoudi   

 

Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Arena di Verona

FOTO ENNEVI