È stata La clemenza di Tito di Wolfgang Amadeus Mozart a inaugurare la Stagione Lirica e Balletto 2025-2026 della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia, in un nuovo allestimento firmato dal regista Paul Curran e dal direttore Ivor Bolton. L’opera, presentata per l’incoronazione dell’imperatore Leopoldo II nel 1791, segna l’ultimo capolavoro mozartiano per il genere opera seria e, pur essendo nata come lavoro di circostanza, trascende la mera celebrazione per trasformarsi in un profondo dramma umano e politico. Il libretto di Caterino Mazzolà, derivato da Metastasio, è stato sapientemente snellito, trasformando la composizione da mero tributo a una complessa esplorazione di sentimenti come la lealtà, l'ambizione, e il senso di responsabilità politica, dove l'imperatore è chiamato a una prova di forza morale più che militare.
Con questo allestimento, La Fenice ha voluto sottolineare l'attualità del capolavoro. Come ha spiegato il regista Curran, il tema della "clemenza" e la capacità di perdonare sono concetti che dovrebbero ritrovare centralità nel vocabolario contemporaneo, in un mondo segnato dall'estremismo. Questa visione etica è stata proiettata in scena attraverso l’ambientazione (scene e costumi molto belli di Gary McCann e light design fondamentale di Fabio Barettin) che trasferisce il dramma in una contemporaneità astratta. Il primo atto, ambientato in un asettico palazzo-museo che evoca l'antichità con statue e bassorilievi, stabilisce un rapporto diretto tra l’eredità romana e un presente in cui i personaggi vestono abiti con un vago richiamo a epoche passate. Questa scelta estetica, pur non risultando sempre incisiva, pone l’ordine classico come un riferimento statico su cui si proiettano i conflitti emotivi attuali. Un elemento simbolico di grande effetto è il tipico motto delle antiche meridiane che dominava la scena: Vulnerant omnes, ultima necat, monito sulla fugacità dell'esistenza e sul peso delle scelte individuali.
La distruzione e la ricostruzione dell’ordine sono state rese tangibili dalla scenografia. L’inizio del secondo atto mostra lo stesso spazio del palazzo completamente devastato da un'esplosione, un'immagine drammatica della fragilità sociale e dell'impatto delle azioni distruttive dei singoli. Tuttavia, l'immagine di Tito in un letto d'ospedale, circondato da flebo e attrezzature dopo l'attentato, è sembrata un espediente narrativo superfluo e in contrasto con l'eleganza stilistica dell'insieme. Il lavoro sui rapporti tra i protagonisti è stato più convincente, con una gestione del palcoscenico che ha tenuto viva l'azione, superando il rischio di immobilità insito nel genere.
Sul podio dell'Orchestra e Coro del Teatro La Fenice ha trionfato l'autorevole presenza di Ivor Bolton, direttore noto a livello internazionale per la sua profonda competenza nel repertorio barocco e classico. Bolton ha condotto la partitura con una lettura dinamica e flessibile, lontana dalla celebrazione pesante. Il maestro ha preferito una narrazione tesa, fatta di contrasti ritmici e sonorità essenziali, che si allinea perfettamente con l'impostazione visiva di Curran. Ha impresso all'esecuzione un movimento energico, capace di evidenziare le tensioni psicologiche e affettive. Ha inoltre assicurato che le pagine più liriche fossero momenti integranti del flusso drammatico, evitando che le arie diventassero mere vetrine per i cantanti. Si è notato, tra la prima recita e le successive, un assestamento dei tempi, con un rallentamento in alcuni passaggi chiave, come nel duetto tra Servilia e Annio, che ha giovato alla cantabilità e all'espressività.
Come osservato dal direttore stesso, l’opera ritrae le emozioni umane più basilari – vendetta, ambizione, amore e amicizia – sullo sfondo di una grande responsabilità politica. Bolton ha saputo bilanciare i momenti di pathos e il virtuosismo vocale, ponendo l'accento sulla bellezza dei timbri strumentali, come l'obbligato del clarinetto nell'aria di Sesto – dove si sono distinti il primo clarinetto Vincenzo Paci e il corno di bassetto Nicolas Palombarini – e assicurando che la musica, pur nella sua eleganza neoclassica, non perdesse mai la sua spinta drammatica.
Il cast riunito per l'inaugurazione è stato di alto livello, con diversi artisti che hanno affrontato i rispettivi ruoli per la prima volta in carriera. Il tenore Daniel Behle ha vestito i panni di Tito Vespasiano, il perno morale dell'opera. Behle ha portato in scena un imperatore nobile, sostenendo l'ampia e difficile tessitura con un'emissione pulita, anche se il timbro non è tra i più ricchi. La sua prova ha esaltato il dilemma tra la legge e la clemenza, trasformando il sovrano illuminato in un uomo chiamato a scelte difficilissime. La dizione fumosa e la presenza scenica, tuttavia, non hanno pienamente convinto, lasciando il personaggio leggermente incompiuto.
La Vitellia di Anastasia Bartoli è stata invece il motore tragico del dramma, mossa da sete di potere e vendetta. Il soprano ha dipinto - soprattutto nei recitativi scolpiti splendidamente- un personaggio ardente e complesso, giungendo al culmine emotivo con la celebre aria Non più di fiori, eseguita con un buon controllo drammatico e agilità. Il suo timbro screziato ha ben figurato, nonostante alcune forzature sugli acuti estremi, giustificate dall'estrema difficoltà del ruolo.
Cecilia Molinari, al debutto nel ruolo di Sesto, l'amico fedele di Tito poi manipolato da Vitellia fino al tradimento, ha donato al personaggio una fragilità e una passionalità straordinariamente credibile, emergendo in particolare nel grande rondò Deh, per questo istante solo con un fraseggio ricercato e una tecnica di fiato esemplare. La sua è stata la performance più apprezzata dal pubblico.
Coppia di debutti eccellenti quella formata da Francesca Aspromonte come Servilia e dal controtenore Nicolò Balducci come Annio: la prima ha offerto una linea di canto pura e raffinata, mentre il secondo si è distinto per la voce nitida, l'agilità e la sicurezza scenica. Insieme, hanno saputo rendere il duetto Ah! perdona al primo affetto un momento di straordinaria purezza cantabile.
Suscita qualche perplessità la scelta di Domenico Apollonio nel ruolo di Publio: intonazione e appoggio sono precari e non segue Bolton che tenta di salvarlo due volte durante la sua aria.
Nonostante l'apprezzamento per lo spettacolo nel suo complesso, va notato il clima di protesta in corso al Teatro La Fenice contro la nomina del nuovo direttore musicale. Le dimostrazioni, che hanno incluso il lancio di volantini da parte del pubblico anche in questa recita, hanno accompagnato i calorosi applausi finali per il cast, il coro (preparato da Alfonso Caiani) e l'orchestra.
La recensione si riferisce allo spettacolo di giovedì 27 novembre 2025.
Andrea Bomben
LA CLEMENZA DI TITO
Opera seria in due atti
Libretto Caterino Mazzolà da Pietro Metastasio
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
PRODUZIONE E INTERPRETI
Tito Vespasiano Daniel Behle
Vitellia Anastasia Bartoli
Servilia Francesca Aspromonte
Sesto Cecilia Molinari
Annio Nicolò Balducci
Publio Domenico Apollonio
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Ivor Bolton
Maestro del coro Alfonso Caiani
Basso continuo Giacomo Cardelli
Regia Paul Curran
Scene e costumi Gary McCann
Light designer Fabio Barettin
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
FOTO MICHELE CROSERA
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