Si dice Arena di Verona ma si legge Aida. Si dice Aida del '13 come si dice Amarone del '64.
L'idea di rappresentare in Arena la dolorosa storia di un generale, vittorioso in guerra ma chiacchierone in amore, che finisce, involontario traditore della patria, sepolto vivo, spartendo con l'adorata schiava figlia di re, la tomba e il poco ossigeno all'interno, venne ad un tenore veronese, Giovanni Zenatello, che rimpatriato dopo una fortunata carriera in America, volle provare per pura curiosità l'acustica del colossale contenitore.
Acustica perfetta! In poco più di un mese fu allestito uno spettacolo imponente, direttore d'orchestra Tullio Serafin (di cui quest'anno ricorre il cinquantenario della scomparsa), bozzetti di Ettore Fagiuoli, cantanti acclamatissimi, illuminazione fornita dalle fotocellule del Regio Esercito e sedie prestate dalle chiese vicine.
Fu l'inizio di un simbiosio che dura tutt'ora, Aida\Arena, e che rinnova la magia di un'opera che sembra trovare nel catino romano, la sua collocazione perfetta.

