GAIA, A DYSTOPIAN VISION, DI HANNES KERSCHBAUMER – TEATRO STUDIO DI BOLZANO, SABATO 24 FEBBRAIO 2018 PER OPERA 20.21.

Gaia - foto Michele Purin - Fondazione Haydn_Stampa-22.jpg

Atmosfera completamente diversa dal lavoro visto a Trento è lo spettacolo intitolato Gaia di Hannes Kerschbaumer, altro vincitore del Fringe Festival - Opera 20.21. Il libretto nasce in collaborazione con Gina Mattiello (anche performer vocale) e Raoul Schrott, autore di Erste Erde, Epos e Die Wüste Lop Nor: Novelle .

Anche questo spettacolo si presenta in una veste molto grafica ed impressionistica, tendente cioè a creare in chi assiste una sorta di shock visivo che permetta di concentrare l’attenzione più sul visivo che su quanto ascoltato. Lo stesso Kerschbaumer, insieme a Federico Campana e Gina Mattiello, ci porta in una desolazione di frammenti immersi in una coltre di fumo opprimente, nel buio quasi totale, con pochissimi elementi opera di  Natascha Maraval, a testimonianza di un mondo straziato dall’ennesima catastrofe. Su tutto brilla la eccellente performance vocale di Gina Mattiello, che per circa un’ora di spettacolo è impegnata in un monologo, alternato a voce registrata di Eleonora Burcher, totalmente in tedesco. Dispiace che solo in pochi momenti didascalici sia stata fornita una traduzione in sovratitoli italiani per chi non conosce la lingua tedesca, poiché molto si è perso del senso di smarrimento della protagonista in scena. Siamo infatti in una Terra desolata e post catastrofica, con conseguente estinzione degli esseri viventi, i cui unici esemplari rimasti sono completamente carbonizzati. La protagonista è un’astronauta sopravvissuta allo schianto della sua navicella, che si trascina tra questi corpi deformi e residui di un pianeta irriconoscibile, come fosse capitata a Fukushima o Nagasaki tra macerie e corpi dilaniati.  

Siamo di fronte ad una’altra rappresentazione del povero mondo nostro che ormai genera pessimismo in tantissimi autori, registi, artisti in genere. Sembra ormai prassi ambientare in estrema desolazione tanto spettacoli tradizionali epurandoli del loro aspetto favolistico, quanto nuovissime produzioni che restano quindi terribilmente incollate alla realtà che ci circonda. Ma per chi ha potuto apprezzare i dialoghi della protagonista, non tutto è perduto a suo dire. Molta importanza è per la donna la natura, con le sue pietre preziose che sembra ancora riconoscere in alcuni frammenti, mentre ricorda altre tragedie passate come Pompei ed Ercolano. Chiama a sé la speranza di una rinascita, perché la terra tutto assorbe e tutto rigenera, e l’uomo nasce da essa, dunque certamente rinascerà per nuove generazioni. Intanto la superstite dialoga con i corpi bruciati rappresentati dalle sculture di Aron Demetz, veramente realistiche e ben realizzate. Tra di esse prende eccezionalmente vita contorcendosi come realmente delirante e sofferente il danzatore  Hygin Delimat, artefice di un lungo dialogo corpo/voce con la Mattiello.

Il senso generale è chiaramente spettrale, diremmo post bellico, con degli improvvisi fasci di luce bianchissima o blu e rossa che squarciano la sala, ed immagini computeristiche proiettate sul velario che copre il palco. La musica di Kerschbaumer è ovviamente improvvisa, elettronica, angosciante. L’autore sa che occorre un senso di sospensione, di estraneazione, cosa che evidentemente prova chi torna nella sua terra senza ritrovarvi più nulla; il suono viene distorto dall’elettronica, da strumenti (mollettine in questo caso sulle corde) che aggiungono nuovo uso agli strumenti tradizionali. Un suono graffiante, impenitente, asciutto e selvaggio, ma non privo di speranza, in pochi slanci melodici, come si evince dal testo in più punti ed anche visivamente dall’enorme sole/luna sullo sfondo nell’epilogo, ad illuminare il paesaggio (o ciò che ne resta).

Un plauso va davvero all’orchestra Haydn che ha saputo ancora una volta cogliere quanto prescritto dall’autore ed è riuscita sotto la direzione di Leonhard Garms ad ottenere quei suoni graffianti ed improvvisi che l’atmosfera apocalittica richiedeva. Molto d’effetto le luci di  Luca de Martini di Valleaperta: improvvise, forti, a richiamare l’attenzione su ciò che ha importanza nel momento specifico.

Applausi generosi da parte di un pubblico che ha riempito il piccolo Teatro Studio partecipando anche alla conferenza esplicativa che ha seguito lo spettacolo.

Maria Teresa Giovagnoli


INTERPRETI

Performer vocale      Gina Mattiello

Danzatore                   Hygin Delimat

Direzione musicale     Leonhard Garms

Regia                           Hannes Kerschbaumer, Federico Campana, Gina Mattiello

Regia del suono e dei video  Federico Campana

Scene e costumi         Natascha Maraval

Luci                             Luca de Martini di Valleaperta

Coreografia               Hygin Delimat

 Sculture                    Aron Demetz

Flauto Paetzoid         Caroline Mayrhofer

Fisarmonica               Harald Prock

Flauto basso               Carolin Ralser

Orchestra Haydn di Boizano e Trento

Produzione fondazione Haydn Stiftung

Foto Michele Purin

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