IL CORSARO, G. VERDI – TEATRO REGIO DI PARMA, DOMENICA 25 OTTOBRE 2015





Il Corsaro, opera reietta che Verdi completò un po’ in fretta e contro voglia, spinto da tanti pensieri contingenti e nuove sfide più interessanti all’orizzonte, viene ripreso per il Festival Verdi al Regio di Parma, rispolverando la bella produzione che oltre dieci anni fa prevedeva la regia del compianto Lamberto Puggelli, ripresa per l’occasione da Grazia Pulvirenti Puggelli. Nonostante il prodotto a cui abbiamo assistito sia parecchio datato, abbiamo comunque constatato che conserva una sua funzionalità sia scenica che drammaturgica, in quanto ogni  personaggio ha lo spazio sufficiente per esprimere le sue peculiarità, all’interno della ambientazione tradizionale di Marco Capuana che sottolinea ogni scena seguendo il più possibile il libretto. Corrado è un fiero e prorompente corsaro che non accetta di piegarsi al suo nemico e nonostante le lusinghe della conturbante Gulnara resta fedele nel cuore alla compagna Medora. Il pascià Seid è altrettanto energico e sicuro di sé, iroso e vendicativo. Le due donne sono esattamente l’una l’opposto dell’altra: veste bianca e movenze da tenera donzella un po’ timida per Medora, abiti più sensuali e adatti ad un harem per la passionale Gulnara, che entra in scena mentre le odalische la aiutano ad abbigliarsi nella sua stanza. I bei costumi sono opera di Vera Marzot. Intenso il lavoro di luci di Andrea Borelli per le scene sulla nave, nell’harem e nel finale tragico, con forti contrasti tra luci ed ombre e colori dalle tinte forti

Francesco Ivan Ciampa prepara agli interpreti un tappeto molto energico su cui muoversi sin dall’apertura, con ritmi serrati che preannunciano il vigore degli eventi e la passione dei protagonisti. L’orchestra Filarmonica Arturo Toscanini offre così un suono brillante e chiaro, senza comunque cadere nel bandistico o nel troppo concitato, in armonia con le varie scene.
In questo terreno spicca la generosità di Diego Torre come Corrado, che alla recita cui abbiamo assistito è apparso in buona forma e pronto ad affrontare le sfide del ruolo, grazie alla voce che corre in avanti voluminosa con timbro ricco e pastoso.

Meno convincente il suo antagonista Seid interpretato da Ivan Inverardi, che appare subito troppo dirompente pregiudicando una limpida emissione vocale: il suono è spesso spinto senza giusto dosaggio ed anche il suo personaggio sembra più un comune uomo esasperato che un possente pascià.

Grintosa e dinamica la Gulnara di Silvia Dalla Benetta, che riprende il ruolo che le portò tanto successo anni fa e che ancora una volta ne conferma presenza scenica e capacità attoriali sostenute da una voce duttile e dal suono brillante.
Si mostra giustamente delicata la Medora di Jessica Nuccio, la cui voce si mostra sempre più agile e tecnicamente sicura ogni volta che la ascoltiamo e che qui si piega ad una interpretazione eterea e quasi sognante pensando sempre al suo eroe.

Dignitosi Luciano Leoni e Seung Hwa Paek nei ruoli di Giovanni ed Eunuco/schiavo, chiude il cast Matteo Mezzaro come Selimo.
Bellissimo il colore d'insieme delle voci del coro preparato da Martino Faggiani e Fabrizio Cassi.

Recita molto apprezzata, applausi generosi per tutti, pubblico con cospicua percentuale di ospiti d’oltralpe.
Maria Teresa Giovagnoli 

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore                  Francesco Ivan Ciampa
e direttore
Regia                                             Lamberto Puggelli
Ripresa da                                     Grazia Pulvirenti Puggelli
Scene                                             Marco Capuana
Costumi                                         Vera Marzot
Luci                                               Andrea Borelli
Maestro d'armi                             Renzo Musumeci Greco
Maestro del Coro                         Martino Faggiani
Altro Maestro del Coro               Fabrizio Cassi

GLI  INTERPRETI
Corrado

Diego Torre

Medora
Jessica Nuccio
Seid
Ivan Inverardi
Gulnara
Silvia Dalla Benetta
Selimo
Matteo Mezzaro
Giovanni
Luciano Leoni
Un eunuco
Seung Hwa Paek
Uno schiavo
Seung Hwa Paek
 
  
 
 
 
 
 
 
 
    

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Allestimento del Teatro Regio di Parma
originariamente coprodotto con Teatro Carlo Felice di Genova

Spettacolo con sopratitoli in italiano e inglese




Foto Roberto Ricci

ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO Concerto di apertura della 50 stagione concertistica



F.Liszt
SPOSALIZIO (2015)

Elaborazione per orchestra di Salvatore Sciarrino
PRIMA ESECUZIONE ASSOLUTA


G.Mahler
Sinfonia n.2 in do minore “Resurrezione”
Versione per piccola orchestra a cura di G.Kaplan e R. Mathes (2013)

PRIMA ESECUZIONE IN ITALIA

  “La dentro c'è l'eroe della mia prima sinfonia in re maggiore,
 che ora portano alla sepoltura. E' come se la sua vita fosse riflessa
  in uno specchio limpido e osservata tutta insieme, dall'alto.”

G.Malher


Apertura in grande stile per la cinquantesima stagione concertistica della Orchestra di Padova e del Veneto, la prima ideata dal suo nuovo direttore musicale Marco Angius che, interprete particolarmente sensibile per il repertorio moderno e contemporaneo, ha previsto, tra l'altro,  un vero e proprio “percorso Mahler” con la futura esecuzione della sinfonia n.1 e dei frammenti della sinfonia n.10.


Non solo, per l'occasione ha commissionato a Salvatore Sciarrino un'elaborazione per orchestra del brano pianistico che apre la parte italiana di “Année de Pèlerinage”, quaderni che sotto la metafora del viaggio raccolgono spunti letterari, colti e meditativi.

La scelta di Sciarrino di strumentare e trasportare un brano per pianoforte ad un organico orchestrale sembra dettata dal suo personale desiderio di proclamare la presenza virtuale degli autori che si intuiscono attraverso l'originale pianistico.

 Nello “Sposalizio” la scrittura Lisztiana sembra guardare più che all'epoca stessa in cui fu concepito, alle generazioni successive e in particolar modo a Debussy, Scriabin e Mahler.

Ecco quindi che il compositore siciliano trasporta in un tessuto orchestrale tutte le nuance floreali, favolistiche e sentimentali raffaellesche che già traspaiono nel lavoro di Liszt, coinvolgendo l'ascoltatore in una atmosfera trasparente analoga al quadro dal quale prende l'ispirazione.

Pagina ispirata, omaggio immaginario e tuttavia rigoroso di un compositore contemporaneo ad un genio musicale del passato.

Perchè sentire la necessità di una trascrizione per orchestra ridotta di una brano quale la sinfonia n.2 di Mahler?

Gilbert Kaplan, un mecenate plurimiliardario statunitense che attraverso la sua fondazione ha fatto della sinfonia n.2  la sua ragione di vita curandone la partitura critica, ha pensato che per ovviare alle difficoltà di esecuzione di una scrittura che richiede almeno un centinaio di professori d'orchestra, trascrivendone la partitura per un organico più snello alla portata di orchestre regionali e di teatri di provincia che non possono permettersi una mole di esecutori fuori norma,(oltre al consueto organico orchestrale, Mahler ha previsto il raddoppio di tutte le parti di legni, ottoni, arpe e timpani)  la sua ragione di vita avesse avuto più possibilità di esecuzioni.

Il risultato è una più agevole decifrabilità del gigantismo Mahleriano, giacchè se ne possono osservare più agevolmente le nervature strutturali di un lavoro che al conto finale non è fatto per stupire con l'ampollosità dei decibel ma per i piccoli dettagli che estratti da un' amalgama orchestrale stupefacente colpiscono per caratura struggente ed ispirazione.

Marco Angius sa come costruire costantemente la tensione drammatica fin dall'apertura, ecco quindi che il primo tempo, quell'”allegro maestoso con espressione assolutamente seria e solenne” diventa sottile ed efficace anche con un organico ridotto sapendo cogliere al volo tutti i diversi piani di lettura dove il culmine del climax riceve tutto il peso dovuto con la forza orchestrale di un piccolo ensemble.

Nell' “andante moderato, molto comodo”, la leggerezza del tocco orchestrale risuona straordinariamente bene soprattutto nella parte dove è richiesto agli archi un “pizzicato” di notevole difficoltà esecutiva.

E' con il quarto movimento “Urlicht” che traspare completamente la concezione cameristica di questa partitura sterminata.

Complice anche la ispiratissima esecuzione di Sara Mingardo,  dalla voce finemente controllata che sa far risaltare le sinuosità brunite della sua voce di perfetto contralto traendo dalla parola musicata tutte le struggevolezze di questa scrittura, il corale tratto dallla raccolta dei Wunderhorn è una summa di virtuosismo cameristico.

La grande esplosione all'inizio del “Im tempo des scherzo” forse perde un poco della corposità del suono richiesta ma non suona mai comunque destrutturata, mentre l'immenso corale “Die Aufestehung” prende via via corpo introdotto dai profetici annunci degli ottoni in retropalco, fino all'ingresso dell'organo, del coro (il preparatissimo e concentrato Coro del Friuli Venezia Giulia diretto da Cristiano Dell'Oste) e delle due voci soliste (molto brava il soprano Mina Yang) per concludersi  sontuosamente in un turbine di solennità musicali, perfettamente controllate dalla mano ferma e precisa di Angius.

Successo vivissimo con ripetute chiamate per Direttore, solisti ed esecutori tutti da parte di un Auditorium stipato in ogni ordine di posti da un pubblico molto attento e festoso.

Pierluigi Guadagni



Foto Silvia Lelli

LE NOZZE DI FIGARO, W. A. MOZART – TEATRO GRANDE DI BRESCIA, VENERDI’ 23 OTTOBRE 2015




Con un cast proveniente dalla 65° edizione del concorso As-Li-Co per giovani cantanti europei va in scena al Teatro Grande di Brescia Le nozze di Figaro di Mozart, con l’allestimento che nel 2006 Mario Martone ideò per il Teatro San Carlo di Napoli e qui ripreso da  Raffaele di Florio. In una ambientazione molto semplice, che prevede soltanto l’utilizzo di una doppia scala che converge al centro di una grande sala da pranzo, rimanendo pressoché uguale per tutto il tempo salvo piccoli dettagli e spostamenti, è priorità per il regista  l’espressività dei personaggi con le loro fissazioni e pulsioni. Avendo infatti a disposizione una cornice immediatamente fruibile di stampo tradizionale, curata da Sergio Tramonti, è più facile calarsi nella storia sia da parte degli interpreti che del pubblico che, come spesso accade ultimamente, viene coinvolto quasi sempre grazie all’estensione del palco intorno alla buca e con i personaggi che attraversano la platea. Questi sono lasciati molto liberi di esprimersi e dobbiamo dire che abbiamo notato nei giovani protagonisti proprio una vena attoriale molto spiccata, che in taluni è stata anche più incisiva rispetto al canto. Nella tradizione anche i garbati costumi di Ursula Patzak che abbiamo appunto potuto ammirare ed apprezzare da vicino.

Nel cast molto interessante Federica Lombardi nel ruolo della Contessa. La sua interpretazione compita ma dai tratti passionali e malinconici è arricchita da una voce corposa soprattutto nella zona centrale, il che aggiunge un tocco di drammaticità al personaggio.  
Il suo conte è un buon Vincenzo Nizzardo che pur non possedendo una voce da baritono purissimo ha impersonato il marito dalle voglie fedifraghe con consapevolezza e buono spirito.

Così  Andrea Porta è un Figaro molto vivace in scena dall’espressività assai marcata, con una vocalità che secondo noi può offrire ancor di più al personaggio in futuro.
Vispa e frizzante la  Susanna di Lucrezia Drei, dalla voce fresca e acuta, anch’ella molto attiva sul palco in perfetta simbiosi col partner Figaro.

Altrettanto ricca di verve la spigliata Marcellina di Marigona Qerkezi che può vantare anche un timbro vocale rotondo e dal buon volume.
Molto delicata Cecilia Bernini come Cherubino en travesti, di cui il regista ha molto sottolineato i desideri e le passioni da giovinetto beato fra le donzelle che popolano la pazza vicenda.

Giulia Bolcato è una deliziosa Barbarina dalla voce leggera e ben impostata; il maestro di musica Basilio è interpretato da Matteo Macchioni che si conferma tenore in crescita e che vorremmo risentire anche in ruoli più impegnativi; chiudono il cast Francesco Milanese come Don Bartolo, anch’egli molto impegnato in scena, il giudice un po’ petulante di Ugo Tarquini, lo zio Antonio, Carlo Checchi e le contadine di Anna Piroli ed Elena Caccamo.

La conduzione del Maestro Stefano Montanari si mostra di notevole apporto e valore aggiunto allo spettacolo. L’esperienza del direttore in questo genere di repertorio permette ai giovani interpreti di esprimersi certo in libertà ma costantemente guidati da occhio vigile che li segue passo passo. L’ottima orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano ha inoltre trovato ancora una volta brillantezza e dinamiche atte ad esaltare ogni singolo momento, in egual misura dei recitativi, ove è impegnato al clavicembalo sempre Montanari.
Molto buoni gli interventi del coro preparato da Dario Grandini.
Applausi convinti per tutti da parte di un teatro esaurito con pubblico delle grandi occasioni.

Maria Teresa Giovagnoli      



LA PRODUZIONE

Maestro                     Stefano Montanari
Concertatore e direttore  
al clavicembalo
Regia                          Mario Martone
Ripresa da                 Raffaele di Florio
Scene                          Sergio Tramonti
Costumi                     Ursula Patzak
Luci                            Pasquale Mari
Coreografie               Anna Redi
Maestro del coro       Dario Grandini


GLI INTERPRETI

Contessa                    Federica Lombardi
Conte                         Vincenzo Nizzardo
Susanna                     Lucrezia Drei
Figaro                        Andrea Porta
Cherubino                 Cecilia Bernini
Bartolo                       Francesco Milanese
Marcellina                 Marigona Qerkezi
Basilio                        Matteo Macchioni
Curzio                         Ugo Tarquini
Barbarina                  Giulia Bolcato
Antonio                      Carlo Checchi
Contadine                  Anna Piroli, Elena Caccamo

Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro di OperaLombardia
Allestimento del Teatro San Carlo di Napoli

Coproduzione Teatri di OperaLombardia Teatro Sociale di Como Teatro Ponchielli di Cremona Teatro Grande di Brescia Teatro Fraschini di Pavia Teatro Donizetti di Bergamo

Foto  Giulia Selvaggia Virgara




DIE ZAUBERFLÖTE, W. A. MOZART- TEATRO LA FENICE DI VENEZIA,MARTEDI’ 20 OTTOBRE 2015





Conoscersi e conoscere, maturare una profonda consapevolezza di se stessi e del mondo che ci circonda, è il meraviglioso e stimolante viaggio che ci accompagna per tutta la vita. Con il Flauto Magico di Mozart, Damiano Michieletto ci racconta questo incredibile percorso formativo attraverso le vicende dei giovani Tamino e Pamina, semplici studenti dei nostri giorni, chiamati ad affrontare prove difficili e ad incontrare personaggi chiave per la risoluzione delle stesse, specchio delle vite di tutti noi impegnati a sormontare i piccoli e grandi ostacoli del quotidiano.
Il viaggio è in continua sovrapposizione tra mondo reale e mondo fatato, che si sviluppa in una vissuta aula scolastica, ove l’elemento predominante, una lavagna interattiva affissa al muro frontale, è non solo naturale simbolo di conoscenza che si ribella e si anima quando si tenta di annientarla, ma diventa anche lo scrigno attraverso il quale vediamo la cameretta della dolce Pamina che ormai ha lasciato il nido, oppure la stanza dei giochi in cui Tamino si diverte con animali di vario genere; ma è soprattutto scrigno rivelatore del mondo di Sarastro, una fitta foresta di alberi che nascondono e rivelano incontri ed avventure. Il flauto è il simbolo di questo percorso, lo strumento per immaginare e su cui contare per poter affrontare le difficoltà ed i pericoli.


Spiccano gli evidenti contrasti tra l’ignoranza e il sapere, la laicità ed il culto, la fanciullezza ingenua e un po’ svogliata e la maturità. Sarastro è infatti un vecchio sapiente il cui scopo è far sbocciare l’anima dei due giovani protagonisti, mentre la Regina della notte è una madre isterica atta a soggiogare e plasmare sua figlia; Tamino viaggia per acquisire la conoscenza dopo un iniziale rifiuto categorico, mentre Papageno è un collaboratore scolastico che preferisce confrontarsi con gli animali, esseri a lui più congeniali; le tre dame sono religiose in lotta continua tra i desideri sessuali e le regole imposte dall’abito monacale.
Non mancano momenti leggeri e divertenti come la presentazione della famigliola Papageno e Papagena nell’atto di immaginare il loro futuro con tanto di adorabili  figlioletti in grembiule  presenti in scena; oppure i siparietti offerti da Monostatos, qui visto come scolaro impenitente e poco atto all’educazione. Al termine del percorso i due giovani trionfano nella luce della saggezza mentre scorgiamo in ombra Sarastro avvicinarsi alla Regina in segno di pace e rassegnazione.
Dunque uno spettacolo ricco, vario, del genere che svela nuovi dettagli ad ogni successiva visione.
L’impianto scenografico di Paolo Fantin è perfettamente funzionale all’impostazione registica di Michieletto, così come i contemporanei costumi di  Carla Teti sono quelli che naturalmente indosserebbero studenti, presidi e collaboratori oggi.

Il cast vede una buona presenza scenica di Ekaterina Sadovnikova come Pamina, una studentessa non dall’aria fragile e dimessa, ma una ragazza quasi donna che acquista sicurezza appena comprende di doversi allontanare dalle grinfie materne per iniziare il suo cammino con Tamino; l’interprete è sciolta e dal timbro uniforme con acuti svettanti ed agili.

La voce carezzevole e chiara di Antonio Polioffre un canto morbido e disinvolto; lo studente Tamino che parte ottuso ed inconsapevole approda ad una maturazione complessiva resa evidente tanto dal punto di vista scenico che vocale.

Alex Esposito calza a pennello i panni dello stravagante Papageno. Non solo un cantante dalla tecnica solida e dalla voce sicura in tutto il suo registro, ma anche attore consumato e padrone della scena, come ormai ci ha abituati da tempo.
Non ha il piglio drammatico che ci si aspetterebbe la Regina della Notte di Olga Pudova, ma in questa produzione non è altro che una madre in ansia e mangia pillole  per smorzare i pensieri che affollano la mente. Dunque il canto giocato sulla forza degli acuti piuttosto che sulla gravità di accenti è ben studiato ed appropriato al caso.

Il saggio anziano Sarastro è un giustamente autoritario ma anche benevolo Goran Jurić, mentre ricorda l’immagine di preside ammonitore  l’oratore di Michael Leibundgut. Spigliata come sempre Caterina di Tonno  come Papagena: il soprano va a nozze con ruoli brillanti come questo reso ancora più divertente dalla presenza della bravissima Daniela Foà che impersona la versione anziana della fanciulla ancora non svelata.

Singolare il personaggio di Monostatos, alias Marcello Nardis, che in questo caso è uno studente svogliato e dalle mille voglie che canta e si muove in scena disinvolto e convincente.
Le tre dame /suore in preda a tentazioni portatrici di conflitti interiori sono  Cristina Baggio, Rosa Bove e        Silvia Regazzo  Concludono degnamente  il ricco cast il Primo sacerdote/secondo armigero di William Corrò, il Primo armigero/secondo sacerdote di          Federico Lepre ed i delicati fanciulli solisti del Münchner Knabenchor, in veste di minatori simboleggianti la ricerca profonda del sapere fin nelle viscere della terra.

Conduzione brillante e passionale da parte del Maestro Antonello Manacorda, con una orchestra della Fenice capace di offrire un suono dinamico, ricco e molto coinvolgente soprattutto nei momenti corali, animati dall’ottimo coro preparato da Ulisse Trabacchin.
Successo vivissimo per tutti gli interpreti, il direttore e l’equipe registica con applausi prolungati ed entusiasti.


Maria Teresa Giovagnoli 

LA PRODUZIONE

direttore                     Antonello Manacorda
regia                           Damiano Michieletto
regista
collaboratore             Philipp M. Krenn 
scene                          Paolo Fantin
costumi                       Carla Teti
light designer             Alessandro Carletti
video designer            Carmen Zimmermann, Roland Horvath

GLI INTERPRETI

Sarastro                      Goran Jurić

Tamino                      Antonio Poli
Oratore                       Michael Leibundgut
Primo sacerdote/
secondo armigero     William Corrò
Primo armigero/


secondo sacerdote     Federico Lepre

Pamina                      Ekaterina 
Sadovnikova
Papageno                   Alex Esposito
Papagena                   Caterina di Tonno

Regina della notte     Olga Pudova
Prima dama               Cristina Baggio
Seconda dama            Rosa Bove
terza dama                Silvia Regazzo
Monostatos                 Marcello Nardis
Tre Geni                    solisti del Münchner Knabenchor
una vecchia                Daniela Foà

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice

in coproduzione con Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino





Foto Michele Crosera

AIDA, GIUSEPPE VERDI - TEATRO REGIO DI TORINO, SABATO 17 OTTOBRE 2015




Il rapporto storico che lega la città di Torino al popolo egizio grazie all'appena rinnovato Museo ad esso dedicato, è magnifico spunto per inaugurare la nuova stagine d'Opera con il capolavoro operistico che più di ogni altro ci porta ai trionfi ed agli splendori della civiltà dei faraoni. Con l'Aida che nel 2005 William Friedkin ideò per il Regio, il cui allestimento è ripreso con soltanto minuscole migliorie, è uno squisito viaggio nel tempo nel solco di una tradizione registica che non tradisce il libretto e cerca di rispettare quanto più possibile la volontà del compositore. 

Provenendo dal mondo cinematografico Friedkin adopera con sapiente finalità tutto ciò che ha a disposizione: le maestose scene di Carlo Diappi ci portano nel palazzo di Menfi con gli splendidi decori e le statue delle divinità, la stanza da bagno di Amneris curata al dettaglio con le ancelle che la accudiscono incorniciata al centro del palco, per non parlare della scena del Nilo, ove Aida attende il suo caro tra le decorate colonne del tempio di Iside esaltate dalle luci di Andrea Anfossi, che danno proprio l'idea dell'acqua che scorre i cui riflessi illuminano le pareti dell'edificio. Minuscola è poi la tomba ove la fatal pietra è posata a condannare i due amanti, a sottolineare il senso di oppressione e di claustrofobia provato dalla coppia, ma sempre riccamente decorata e curatissima nei particolari. I costumi sono naturalmente in linea con l'allestimento e sempre opera di Diappi, che ci ha colpito per aver presentato nel finale una Amneris in manto scuro, quasi in  lutto,  prima di fronte ai continui rifiuti del suo Radames, poi di fronte al destino impietoso di costui. 

Friedkin ci mostra sin dall'apertura i due giovani in atteggiamenti affettuosi rubati poco prima che arrivi il gran acerdote, la schiava si allontani e tutto abbia inizio.

Davvero una serata di grazia per l'Aida impersonata da Anna Pirozzi che con voce uniforme e ricca di colori dà vita ad una donna forte e volitiva e mai dimessa, neanche nei momenti più sconfortanti, in cui trova sollievo nell'invocare i suoi numi in nome dell'amore per la patria e per il suo uomo. 

Per contro manca di spessore sia vocale che interpretativo il Radames di Riccardo Massi, che già dalle primissime battute vive la sua recita molto in sordina, senza slanci emotivi e qusi trattenuto, così da non passare la pur attentissima orchestra che ha fatto di tutto per sostenerlo.

Appassionata e felina la Amneris di Anna Maria Chiuri, dalla voce corposa e multisfaccettata, si  conferma anche attrice navigata nel mostrarsi abile donna di potere, ma anche amante docile ed irrimediabilmente ostinata fino alla fine.

Intenso ed autoritario Dimitri Platanias come Amonasro, la cui voce pastosa e piena aggiunge credibilità al ruolo di monarca depauperato e padre inflessibile.

Ramfis è un buon Giacomo Prestia che però potrebbe cantare meno raccolto visto lo strumento magnifico ed importante che possiede. Ci piace molto la voce del Re In-Sung Sim e davvero interessante il timbro del messaggero Roberto Guenno. Brava e delicata la sacerdotessa Kate Fruchterman.

Capitolo a parte a sostegno di questa maestosa produzione la direzione del Maestro Gianandrea Noseda. Che sia molto amato dal pubblico del Regio è chiaro ed evidente, ma è la qualità del suo lavoro che incornicia queste serate rendendole preziose. La ricchezza di colori ed accenti, il suono ampio che si piega al volere degli eventi e che si impasta con gli interpreti seguiti passo passo verso la meta. L'attenzione al dettaglio e la cura con cui guida e sostiene tutte le sezioni sono perfette. Per lui un autentico trionfo.

Bravissimi i ballerini coreografati originariamente da Marc Ribaud con la rielaborazione di Anna Maria Bruzzese; come sempre preciso il coro di Claudio Fenoglio.

Pubblico davvero entusiasta ed emozionato, che ama il suo teatro e lo ha riempito applaudendo per diversi minuti ancora prima del termine, prontamente richiamato all'ordine dal gesto del direttore, con ovazioni per lui e le due protagoniste/rivali. 

Maria Teresa Giovagnoli


 
 LA  PRODUZIONE


Direttore d'orchestra    Gianandrea Noseda
Regia                                   William Friedkin
Scene e costumi               Carlo Diappi
Coreografia                       Marc Ribaud
ripresa da                          Anna Maria Bruzzese
Luci                                     Andrea Anfossi
Sagome animate              Michael Curry
Assistente alla regia       Riccardo Fracchia
Assistente alle scene 
e ai costumi                        Valentina Dellavia
Maestro del coro              Claudio Fenoglio


GLI  INTERPRETI


Aida, schiava etiope      Anna Pirozzi 

Amneris, figlia del re    Anna Maria Chiuri
Radamès, capitano
delle guardie                  Riccardo Massi 
Amonasro, re d’Etiopia,
padre di Aida                 Dimitri Platanias 
Ramfis, capo 
dei sacerdoti                  Giacomo Prestia
Il re                                   In-Sung Sim
Un messaggero              Roberto Guenno
Una sacerdotessa         Kate Fruchterman


Orchestra e Coro Teatro Regio Torino

Allestimento Teatro Regio
In occasione della riapertura del Museo Egizio
 




Foto Ramella & Giannese

NORMA, V. BELLINI – TEATRO VERDI DI PADOVA, VENERDI’ 16 OTTOBRE 2015




La stagione lirica di Padova si inaugura al Teatro Verdi con un capolavoro come la Norma di Vincenzo Bellini e con un allestimento ritenuto sì spettacolare da colpire nel segno sin dal primo titolo in cartellone. Nonostante le premesse dobbiamo dire che tanta meraviglia è rimasta purtroppo soltanto sulla carta. Paolo Miccichè, che ha curato regia, scene ed installazioni visive, si è limitato a 'riempire' il palcoscenico con sfondi alquanto statici arricchiti da elementi naturistici quali pietre, fronde in primo piano e poco altro ancora che potesse fungere da giusto supporto al tessuto drammatico dell'opera. E non bastano immagini di idoli che avanzano e retrocedono sullo schermo infuocato  per sottolineare la sacralità della vicenda stessa. Oltre a ciò gli interpreti sono quasi sempre fissi in scena e appaiono talvolta lasciati a se stessi nel trovare una adeguata linea interpretativa; anche il coro è parso notevolmente in difficoltà nel trovare un sua dimensione tanto scenica quanto vocale. I costumi di   Alberto Spiazzi, certo opulenti sia per i Romani che per la stirpe gallica, non sono stati sempre di ottimo gusto a nostro parere. Davvero un peccato: ci aspettavamo qualcosa di più originale e soprattutto coinvolgente dal punto di vista drammaturgico.


Molteplici perplessità abbiamo riscontrato anche per quanto riguarda la direzione orchestrale del Maestro Tiziano Severini. Nonostante una partenza che facesse ben sperare, dopo una sinfonia brillante e coinvolgente, i tempi si sono dilatati talvolta in misura quasi estenuante, soprattutto nei duetti che hanno messo a dura prova i protagonisti in più punti. Non abbiamo sentito il colore e la ricchezza noti della partitura belliniana, mentre non è mancata qualche imperfezione tra le sezioni d'orchestra. 
La compagnia di canto presenta nel ruolo principale il soprano Saioa Hernàndez, che non ha certo  trovato terreno facile per una interpretazione da ricordare. La voce, pur gradevole all'ascolto e capace di emettere, per esempio, dei buoni filati che le consentono di dar voce ai momenti più soavi, pecca nel fraseggio piuttosto approssimativo e negli acuti dove pare mancare l'appoggio.
Serata alterna per il Pollione di Luciano Ganci. Dotato di una voce tenorile molto bella e slanciata in avanti, ci ha regalato sia momenti molto intensi e carichi di pathos, che altri in cui è parso in difficoltà soprattutto in acuto il cui suono era schiacciato e tendente a perdere l' intonazione.
Adalgisa è impersonata da Annalisa Stroppa che ci è parsa ben immersa nel ruolo di giovane novizia,  piuttosto sciolta sul palco, dalla voce vellutata e calda, pur non essendo sempre a suo agio con la difficilissima e piuttosto alta tessitura della sua parte.
Bene interpretato invece l'Oroveso di Cristian Saitta: generoso, austero ed incisivo; chiudono il cast un buon Antonello Ceron come fedele Flavio e la Clotilde di Alessia Nadin che hanno in generale ben figurato in scena.
Come detto, anche il coro di Dino Zambello ha avuto i suoi  momenti di difficoltà sia negli attacchi che nel reggere i 'difficili' tempi orchestrali.
Pubblico numeroso accorso alla prima di stagione soddisfatto al termine.
 
Maria Teresa Giovagnoli
 
 
LA  PRODUZIONE
 
regia, scene, visual graphic               Paolo Miccichè
Maestro concertatore e direttore    Tiziano Severini
costumi                                                    Alberto Spiazzi
 
GLI INTERPRETI

Norma                                                  Saioa Hernàndez 
Pollione                                               Luciano Ganci
Oroveso                                               Cristian Saitta
Adalgisa                                              Annalisa Stroppa
Flavio                                                   Antonello Ceron
Clotilde                                                Alessia Nadin
 
CORO CITTÀ DI PADOVA DIRETTO DA DINO ZAMBELLO

 

ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO



 



Foto Giuliano Ghiraldini

DON PASQUALE, G. DONIZETTI - TEATRO DONIZETTI DI BERGAMO, GIOVEDI' 15 OTTOBRE 2015




“Divorzio!Divorzio!
Che letto che sposa peggiore consorzio di questo non v'ha!”


Con la nuova direzione artistica di Francesco Micheli, prende il via, con un'edizione scoppiettante di Don Pasquale,  l'edizione 2015 di Lirica Bergamo quest'anno denominata DoREMix, introdotta da un marketing ed un battage pubblicitario innovativo e invitante (curato da Andrea Compagnucci) vede un cartellone molto interessante per titoli (le opere di Donizetti in programma sono tutte nell'edizione critica curata dalla Fondazione Donizetti) ed interpreti.
Un' edizione scoppiettante appunto di Don Pasquale ha aperto i giochi in un' felicissimo allestimento curato da Andrea Cigni approdato nella città del suo compositore dopo essere stato presentato con successo in vari teatri francesi nei mesi scorsi.



Opera che potremo definire “commedia musicale borghese”, il Don Pasquale Donizettiano, in cui non agiscono che personaggi borghesi affiancati da servi, inaugura il genere comico-sentimentale dove i personaggi hanno tutti una loro caratteristica individuazione melodica e ritmica, e nella fluidità dell'azione, ciascuno mantiene la sua indipendenza, eppure tutti si fondono: il crescendo parodistico  giunge al culmine con le bizze di Norina sposata, quindi scoppia e si capovolge immediatamente quando, accentuandosi l'interesse sulla figura del vinto Don Pasquale, tutta la vicenda si colorisce di pietà.
L'idea registica di Cigni, coadiuvato nelle scene e nei costumi da Lorenzo Cutuli, colloca la vicenda nell'immediato secondo dopoguerra e immagina un Don Pasquale taccagno, avaro, che rimanda al personaggio esilarante del Barone Antonio Pelletti di Totò nel film “47 morto che parla”.
Un personaggio che vive la sua vita in una cassaforte che protegge il suo “tesoro” da occhi e mani indiscrete dove custodisce con spasmodica curanza i suoi averi. Di contro il mondo di Norina, lieto, fiorito e felice fa da controfigura alla cupezza della casaforziere di Pasquale
Norina quindi, con la complicità del  fratello Malatesta , visto come un personaggio eccentrico e sessualmente border line, dovrà riuscire a svaligiare la cassaforte dagli averi materiali di Pasquale per custodire quanto di più caro esiste nel suo mondo: l'amore con Ernesto, il ragazzo della porta accanto, per bene e di seri principi.

La compagnia di canto sfoggiava il lusso di Paolo Bordogna nel ruolo protagonistico, un Don Pasquale dalla voce duttile e dal sillabato precisissimo che sfoggia grande verve d'attore consumato in un ruolo che gli calza a pennello. La voce si è irrobustita nei gravi senza perdere tuttavia quel declamato “alla Bruscantini” suggello di un'interpretazione autorevole per questo ruolo.

Maria Mudryak ha espresso una Norina perfetta dal punto di vista scenico, giovane, scaltra. spigliata e bella. La voce corre fresca e precisa nelle agilità, nelle dinamiche e nel colore pur mostrando segni di squilibrio non nella tenuta quanto nel volume degli acuti sempre urlati anche se precisi di intonazione.

Vera sorpresa della serata l'Ernesto di Piero Adaini, il giovanissimo cantante siciliano dimostra fiducia e sicurezza con la partitura regalando spontaneità e naturalezza nella voce come nel movimento scenico. Sicuri e precisi gli acuti, il fraseggio e la tenuta anche se l'eccessivo ricorso ai suoni nasali risulta a volte fastidioso oltre che inutile per una voce come la sua baciata dalla fortuna.

Spassoso il Malatesta di Pablo Ruiz, qui presentato come il fratello effeminato, vanesio e damerino di Norina, interessato solo ai soldi e ai vestiti di lusso. La voce di Ruiz è chiara e timbrata da un fraseggio forse un po' generico ma mai pesante.

Sugli allori la direzione di Christopher Franklin a capo dell'orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano, scegliE tempi decisi ed attua scelte oculate in materia di versione testuale, condotta ritmica e impostazione interpretativa, ma alla precisione e al senso della misura il direttore ha unito pure l'elasticità e la fantasia di cui spesso sono avari in questo repertorio i direttori statunitensi.
Perfetto il coro preparato da Diego Maccagnola

Successo vivissimo e pieno per tutti da parte di un teatro stracolmo di un pubblico divertito e molto partecipe.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                    Christopher Franklin
Regia                          Andrea Cigni

Scene E Costumi       Lorenzo Cutùli
Light Designer          Fiammetta Baldiserri
Maestro Del Coro     Diego Maccagnola

GLI  INTERPRETI

Don Pasquale            Paolo Bordogna
Dottor Malatesta       Pablo Ruiz
Ernesto                      Pietro Adaini
Norina                       Maria Mudryak
Un Notaro                 Claudio Grasso

Orchestra I Pomeriggi Musicali Di Milano
Coro Operalombardia

Coproduzione Teatri Di Operalombardia E Fondazione Pergolesi Spontini Di Jesi
Allestimento Di Opéra-Théâtre De Clermont-Ferrand, Opéra De Reims, Opéra-Théâtre De Limoges, Opéra De Rouen Haute-Normandie, Opéra Théâtre Saint-Étienne, Opéra De Massy, Opéra Grand Avignon, Opéra De Vichy





FOTO ROTA

L’ORCHESTRA DELL’ARENA DI VERONA PER IL CONCERTO INAUGURALE DI VERONA LIRICA – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 11 OTTOBRE 2016



La fortunata abitudine di inaugurare la stagione concertistica insieme all’orchestra dell’Arena di Verona si è ripetuta anche quest’anno per l’associazione Verona Lirica che per numero di soci riesce a riempire quasi l’intero teatro Filarmonico. Diretti da Giorgio Croci, quattro interpreti attivi nei teatri di tutto il mondo hanno regalato un pomeriggio di musica che ha visto trionfare l’arte ed il buon gusto.
In circa due ore e mezzo di musica abbiamo ascoltato arie dalle opere di Verdi, Puccini ed anche ouverture ed intermezzi da opere di Wagner, Cilea, Leoncavallo e Von Weber.

Cominciamo subito col rivolgere un plauso agli organizzatori per la scelta di pezzi per orchestra alquanto inusuali da noi, che hanno dato la possibilità ai musicisti di potersi esprimere anche in un repertorio per così dire meno navigato durante le stagioni operistiche, per lo meno più recenti, eccetto naturalmente per quanto riguarda Pagliacci e Lecouvreur. Il Maestro Croci, alla guida dell’orchestra, ha così scelto due modi differenti di approcciarsi alle diverse partiture, scegliendo ad esempio tempi distesi e morbidi per la potente Ouverture Wagneriana di Tannhäuser, che in alcuni momenti sembra portare ad una maestosa riflessione. Molto intenso e ricco di piccole sfumature l’intermezzo dell’ Adriana Lecouvreur di Cilea, un attimo di sospensione tra sogno e realtà, come leggero e delicato l’intermezzo de I pagliacci di Leoncavallo. Con la Ouverture de Il franco cacciatore di Weber, invece il Maestro imprime una certa solennità all’esecuzione, staccando sempre tempi piuttosto allungati che portano ad un senso di languore, per poi via via acquistare energia.

Nell’accompagnare gli ospiti del concerto, il suono diventa anche più brillante ed offre un buon sostegno alle interpretazioni de il tenore Rudy Park,  il soprano Tiziana Caruso, il baritono Dalibor Jenis, ed il mezzosoprano Anna Malavasi
Rudy Park ormai è un idolo al Filarmonico, il pubblico lo ama e lo sostiene per il suo modo generoso di offrire un canto sempre spinto in avanti, che dobbiamo dire ha acquistato anche un certo velluto che ne addolcisce il timbro. Per lui, reduce dal Festival Verdi a Parma con Otello, proprio dalla celebre opera verdiana il duetto d’amore con Desdemona/Tiziana Caruso ed il duetto con Jago/ Dalibor Jenis. Immancabile il 'Nessun dorma' pucciniano che ha sfiorato il bis.
Il soprano Tiziana Caruso si è mostrata  cantante accorata, dalla voce scura e tornita che le dona un carattere deciso anche nell’esprimere sentimenti romantici. Con La forza del destino si conferma interprete di vibrante  drammaticità, il cui strumento si esalta soprattutto nei centri pieni.
Il concentratissimo baritono Dalibor Jenis  possiede una voce sicura in tutta la sua gamma, che trova un suono più chiaro salendo sul rigo musicale, esaltato da un colore ricco e pastoso. Molto acclamato il suo intenso Nabucco.
Il mezzosoprano Anna Malavasi offre infine la Azucena a cui siamo abituati: molto aggressiva e dalla voce multi sfaccettata, tanto cupa e profonda nel grave, quanto chiara e più brillante in acuto.

Finale per tutti gli interpreti con il lungo finale del quarto atto da Il Trovatore di Verdi.
Bis dell’orchestra: Danza ungherese n. 5 di Brahms.

Successo pieno per tutti gli interpreti e l’orchestra. Appuntamento al 1 novembre per il secondo concerto della stagione.


Maria Teresa Giovagnoli


PROGRAMMA DEL CONCERTO

Prima parte
R. Wagner, Tannhäuser                    Ouverture
G. Verdi, Il Trovatore                        Stride la vampa!
G. Verdi, Nabucco                              Son pur queste mie membra!... Dio di Giuda!...
F. Cilea, Adriana Lecouvreur           Intermezzo (atto II)
G. Verdi, Otello                                  Già nella notte densa
Seconda parte
C. M. von Weber, Il franco cacciatore (Der Freischütz)      Ouverture
G. Verdi, Otello                                    Era la notte… Sì, pe ‘l ciel marmoreo giuro!
G. Verdi, La forza del destino            Son giunta!… Madre, pietosa vergine
R. Leoncavallo, Pagliacci                    Intermezzo
G. Puccini, Turandot                           Nessun dorma!

G. Verdi, Il Trovatore                         Finale ultimo





MACBETH, G. VERDI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDI’ 08 OTTOBRE 2015





Quando ci si pone a dover mettere in scena un capolavoro come il Macbeth di Giuseppe Verdi che unisce in sé la drammaticità dei contenuti shakespeariani e la potenza della musica per esso composta, unitamente ai molteplici spunti politici e morali che da questo emergono, potrebbe essere facile cercare chiavi di lettura complicate, allestimenti pesanti o magari totalmente avulsi dai contenuti esposti.  Robert Wilson risolve la questione nel suo stile concependo uno spettacolo atemporale e in un certo senso asettico, capace comunque di attrarre l’occhio di chi osserva che resta quasi ipnotizzato da tutti gli elementi che continuamente appaiono, domandandosi in certi casi persino come siano venuti in mente al regista.
Non possiamo parlare di ambientazione poiché tutto si svolge in una semioscurità che ci riporta un po’ al teatro delle ombre cinesi. Pertanto osserviamo  le sagome dei personaggi in penombra senza godere dei dettagli dei pur mirabili costumi di Jacques Reynaud  e tutto ciò che circonda e riguarda Macbeth e la sua Lady è abbozzato, immaginato, trasognato. Gli interpreti stessi si muovono attraverso una serie di installazioni visive che accennano ai contenuti del testo sempre in maniera alquanto astratta. Non vi è contatto fisico tra di essi, sempre rivolti al pubblico e costretti in posture rigide degli arti, quasi fossero marionette viventi, i cui volti sono celati da maschere bizzarre o da autentici capolavori del make up.
Dunque un plauso particolare va fatto alla compagnia di canto impegnata in condizioni davvero particolarissime.
 

Macbeth è interpretato da Dario Solari che conferma di possedere un bellissimo timbro baritonale tornito che risulta solido soprattutto nella zona grave. Perde leggermente mordente nella gamma più acuta, ma l’interprete gestisce il suono con misura ed intelligenza. Il suo personaggio sembra spesso visivamente messo in secondo piano dal regista rispetto alla consorte che come si sa regge il filo degli eventi.
 
E se spietata deve essere la celeberrima ‘Lady’ tale si mostra Amarilli Nizza nel proporre la sua signora Macbeth. Personaggio chiave della vicenda, Wilson ha infatti posto quasi sempre la sua figura al centro ed in effetti a completamento delle originali installazioni visive. Dark lady dal volto di ghiaccio i cui occhi sprizzano odio e sete di potere, il soprano rende graffiante la voce che emana potenza ed energia, pur non disdegnando momenti di morbidezza come nella scena del sonnambulismo.
  
Banco è interpretato da un acclamato Riccardo Zanellato che grazie alla voce profonda e robusta riesce a mostrare ragione e sentimento nel suo ruolo, pur nella rigidità delle posture imposte dalla regia.
Macduff è un discreto Lorenzo Decaro che si disimpegna con decoro nella sua aria del quarto atto.
La dama della Lady ed il medico sono rispettivamente  Marianna Vinci e Alessandro Svab, che entrano in scena quasi irriconoscibili, soprattutto per via del mascherone che copre il volto del medico.
Malcom è il tenore  Gabriele Mangione dal timbro piuttosto squillante. Il cast si completa con le numerose voci di contorno che animano i personaggi de il sicario, Sandro Pucci; il domestico di Macbeth e prima apparizione, Michele Castagnaro, l’Araldo di Luca Visani, la seconda e terza apparizione, un po’ emozionate, Chiara Alberti, Alice Bertozzo; mentre mimano i personaggi di Duncan e Fleanzio Jacopo Trebbi e Valentina Vandelli.
 
Alla testa dell’orchestra del teatro bolognese il Maestro Roberto Abbado ha spinto i musicisti con energia nell’esecuzione della partitura verdiana che qui risuona possente e grintosa, ottenendo una certa plasticità di suono, sempre tenendo saldamente in linea tutte le sezioni ed imponendo ritmi serrati a questo spettacolo che altrimenti perderebbe di significato.  
 
Il coro preparato come sempre da Andrea Faidutti, eccettuata qualche mini sbavatura all’inizio negli attacchi, è stato degno protagonista delle scene ad esso dedicate, sia per quanto riguarda le streghe che il popolo scozzese sofferente nella celebre ‘Patria oppressa’.
 
Trionfo con diversi minuti di applausi festosi per tutto il cast con ovazioni gioiose per Solari, Nizza ed il Maestro Abbado.
 

Maria Teresa Giovagnoli
 
 
LA PRODUZIONE
 
Direttore
Roberto Abbado 
Regia, ideazione luci, scene e coreografia
Robert Wilson 
Maestro del Coro
Andrea Faidutti 
Costumi
Jacques Reynaud 
Collaboratore alla scenografia
Annick Lavallée-Benny 
Light designer
Aj Weissbard 
Regista collaboratore
Nicola Panzer 
Regia ripresa da
Gianni Marras 
Preparatore Voci Bianche
Alhambra Superchi 
 
 
GLI INTERPRETI
 
 
Macbeth
 
Dario Solari   
Banco
 
Riccardo Zanellato

Lady Macbeth
Amarilli Nizza   
Dama Lady Macbeth
Marianna Vinci 
Macduff
 
Lorenzo Decaro

Malcolm
 
Gabriele Mangione

Il Medico
Alessandro Svab 
Un domestico di Macbeth
Michele Castagnaro 
Il sicario
Sandro Pucci 
L'araldo
 
Luca Visani 

Prima apparizione
 
Seconda e terza apparizione
 
Duncano
 
Flenazio  
           
Michele Castagnaro

Chiara Alberti, Alice Bertozzo
 
 
Jacopo Trebbi
 
Valentina Vandelli
 
Produzione del Teatro Comunale di Bologna
in coproduzione con Change Performing Arts Milano
 
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
 
 
 
 

 

 
 
 

 

 

Foto Rocco Casaluci

DITTICO: JANÁČEK ZÁPISNÍK ZMIZELÉHO (IL DIARIO DI UNO SCOMPARSO)/ POULENC LA VOIX HUMAINE (LA VOCE UMANA) - FONDAZIONE LA FENICE DI VENEZIA, MARTEDI’ 06 OTTOBRE 2015



Il Teatro Mailbran di Venezia si mostra ancora una volta luogo in cui la Fondazione Fenice coltiva esperimenti e serate particolari come il curioso dittico cui abbiamo assistito, che vede l’accostamento del pezzo per voci e piano,  Il diario di un scomparso di  Janáček, composto agli inizi del Novecento, ed il componimento per sola voce ed orchestra, La Voce umana di Poulenc che invece è da ascrivere alla fine degli anni cinquanta dello stesso secolo. Tale esperimento vede coinvolto il giovanissimo regista Gianmaria Aliverta che ha cercato di trovare un unico filo conduttore che giustificasse la messa in scena di due opere per la verità parecchio distanti tra loro.


La storia del contadino onesto e puro, ma imbrigliato nella quotidianità della vita di campagna con la sua famiglia bigotta e opprimente, che finalmente scopre la felicità del vero amore e della paternità grazie alla giovane e bellissima gitana Zefka, viene sostanzialmente stravolta per divenire un drammone famigliare misto al poliziesco che possa fungere da premessa al pezzo successivo. Troviamo difatti già all’apertura la donna che sarà protagonista de La voce umana e che farneticherà disperatamente al telefono immaginando di conversare con il presunto compagno. Scopriamo successivamente che secondo il regista il contadino Jan qui non è un puro ed innocente ragazzo di campagna, ma il compagno fedifrago di questa donna ormai impazzita e disperata. Viene introdotta anche la figura dell’ispettore di polizia impegnato con la sua collega nelle ricerche del fuggitivo, ormai già cadavere inerte assassinato proprio dalla compagna gelosa e drogata di farmaci e calmanti, che risolve definitivamente la sua follia con il classico gesto suicida prima di essere arrestata.
Massimo Checchettofirma l’ambientazione molto semplice di una casa con salotto e camera adiacente, dietro le cui pareti appare a più riprese l’immagine della ‘tentatrice’ per la prima parte dello spettacolo, che si tramuta facilmente in sala d’aspetto ospedaliera ove la protagonista sembra impiegare il tempo con la famosa telefonata, accanto alla camera di degenza che cela il cadavere del povero Jan. Non potevano che essere contemporanei i costumi di Carlos Tieppomolto semplici, eccetto per l' eccentricità della zingara Zefka.
Nel ruolo di Jan muto molto bravo il mimo Francesco Bortolozzo, mentre Leonardo Cortellazzi è impegnato nell’interpretare quindi il poliziotto che rinviene il diario dello scomparso, dalla lettura del quale prende il via tutta la vicenda. Se davvero è impegnativa la parte musicale per il tenore, dobbiamo dire che Cortellazzi la risolve con tenacia e sicurezza, anche considerando la difficoltà nel cantare tutto il tempo con la testa china fingendo di leggere. Altrettanto bene  dicasi per Angela Nicoli che si presenta adatta al ruolo di Zefka grazie al colore ambrato della voce ed alla notevole presenza scenica. Le tre voci femminili Loriana Marin, Gabriella Pellos, Alessandra Vavasori completano il mini cast impreziosendo il racconto del fuggiasco. Sensibile, preciso e ottimo accompagnatore il Maestro Claudio Marino Moretti al pianoforte posto dietro le scene al centro del palco e quindi in posizione ideale per goderne il suono.
Nella seconda parte una straordinaria Ángeles Blancas Gulín  impressiona innanzitutto per tenuta scenica e grande caratura vocale: l’emissione ferma e generosa, l’omogeneità nel timbro e il volume ampio le consentono una interpretazione riuscita a tutto tondo.
L’orchestra della Fenice vede il giovane  Francesco Lanzillotta raccogliere un’altra sfida difficile ma ben riuscita della sua carriera. Riesce a trovare un tessuto uniforme al suono gestendo la partitura con piglio sicuro e deciso. I ritmi sono serrati e l’energia è palpabile. Aggiunge colore e brillantezza allo spettacolo in fusione con la protagonista che segue ed esalta.
Il pubblico purtroppo ha visto qualche defezione nel corso della serata, ma coloro che sono rimasti hanno molto apprezzato i protagonisti, lo spettacolo e l’orchestra nella figura del direttore.
Maria Teresa Giovagnoli
PRODUZIONE E INTERPRETI
 Zápisník zmizelého 

Jan                              Leonardo Cortellazzi
Zefka                         Angela Nicoli
Tre voci femminili    Loriana Marin, Gabriella Pellos, Alessandra Vavasori
mimo
                          Francesco Bortolozzo
pianoforte                  Claudio Marino Moretti

La voix humaine 
Direttore                    Francesco Lanzillotta
Regia                           Gianmaria Aliverta 
Scene                           Massimo Checchetto
Costumi                     Carlos Tieppo
Light designer           Fabio Barettin
Una donna                 Ángeles Blancas Gulín  
mimo                          Francesco Bortolozzo

Orchestra del Teatro La Fenice




Foto Michele Crosera

OTELLO, G. VERDI – TEATRO REGIO DI PARMA, domenica 4 ottobre 2015







Come primo appuntamento operistico del Festival Verdi 2015 il Regio di Parma punta su un titolo come Otello che immediatamente suscita forte impatto ed anche grandi aspettative da parte del pubblico che difatti alla recita cui abbiamo assistito è accorso numeroso e da diverse parti del mondo. Gioco forza richiedere un regista del calibro di Pier Luigi Pizzi, che ha naturalmente concepito l’intero allestimento di questa produzione curando regia, scene e costumi. 
C’è da dire che dal punto di vista drammaturgico lo spettacolo ci sembra rispondere a quanto la nostra mente è portata ad immaginare conoscendo gli avvenimenti. I singoli ruoli sono caratterizzati da una evidente forza interiore che sfocia poi nelle diverse personalità: Otello è animato da fiero valore militare che si trasforma in forza passionale nei riguardi della sua sposa, capace certo anche di carezzevoli maniere quando solo con essa; potenza distruttiva invece diviene la sua fierezza nello scatenarsi della gelosia. Jago è fondamentalmente l’eterno secondo che cerca di emergere colpendo chi è più in alto di lui, ma l’incertezza di riuscire ne fanno un alfiere marcatamente duro, a tratti rozzo, per cui l’ira che rode il suo animo non può che condurlo alla sconfitta morale. L’innocente Desdemona è una donna incredibilmente austera, quasi divina nel suo incedere ed agire, con veste bianca a contrasto (tipico) con gli altri interpreti in pelle nera o comunque vesti scure. La sua fermezza nell’affermare l’innocenza è mista al dolce afflato amoroso che nonostante le calunnie ed il disprezzo, soffia sempre per il suo sposo. Tutti i ruoli che contornano i protagonisti, Cassio in primis tra questi, sono come trottole che agevolano il divenire degli eventi, ma apportando ciascuno del proprio.

Dal punto di vista scenografico probabilmente è già tale la forza stessa dei personaggi che non si è pensato servisse altro: il palco è pressoché sempre uguale con lo spostarsi di architetture scarne e monocromatiche, che da archi e scalette si trasformano in una specie di anonima e squadrata sala del trono, che poi lascia il posto al letto di Desdemona per l’ultimo atto in luogo della camera da letto. Grande dunque il lavoro delle luci di Vincenzo Raponi ad arricchire di effetti ad impatto visivo le emozioni in scena.

Risponde in modo adeguato tutto il cast, con due leoni come  Rudy Park e Marco Vratogna a dettar letteralmente legge tra tutti.

Il giovane Park affronta davvero con generosa passione il ruolo del protagonista. In lui troviamo il condottiero che arde di vera passione per tutto ciò che gli sta a cuore: il suo dovere di governante e la sua adorata sposa. Nella sua voce calda e robusta vibra tanta energia quanto entusiasmo nell’affrontare un sì mastodontico ruolo. Se nel primo atto abbiamo notato qualche piccolissimo portamento atto probabilmente a gestire in sicurezza il suono, ben più controllato e sicuro dal secondo atto in poi il tenore ha regalato emozioni sia vocali che interpretative. La sua pronuncia dell’italiano è inoltre molto migliorata rispetto a quanto sentito diverso tempo fa. Insomma questo ragazzo continuerà certo a far parlare di sé e sempre in meglio.

Vratognasi cala nella parte dell’ingannatore Jago con audacia, forza e rabbia che esplode in potenza soprattutto quando in scena col suo antagonista.  Anch’egli dotato di una voce singolare che lo porta naturalmente verso ruoli di carattere, qui trova terreno fertile per colpire e stupire.

La dolce ma fiera Desdemona è una Aurelia Florian dalla voce molto particolare che ci colpisce favorevolmente: si lancia squisitamente in acuto e diviene facilmente sottile nei filati. La pasta è morbida e il suono si fa corposo nei centri per un effetto vibrante e sentito. Il personaggio è gestito con molta compartecipazione ed aggiungiamo anche evidente emozione che rende ancor più veritiero l’effetto complessivo.

Cassio è la pedina per attuare i piani di Jago ed il tenore Manuel Pierattelli adempie al suo ruolo con scioltezza e diremmo in contrasto col protagonista, offrendo una voce più mite e naturalmente portata all’acuto. Bene anche il Roderigo di  Matteo Mezzaro, come il Montano di Stefano Rinaldi Miliani ed il Lodovico di Romano Dal Zovo; di particolar bella voce scura è dotato l’Araldo Matteo Mazzoli.
Molto bene anche la Emilia di Gabriella Colecchia, dal timbro avvolgente e compartecipe nell’agire in scena.
La Filarmonica Toscanini diretta da Daniele Callegari trova lo stesso impeto dei cantanti sin dall’apertura in tempesta e per tutto lo spettacolo ci è sembrata accompagnare con viva energia gli eventi in essere. Il maestro ha tenuto salde le redini di cotanta compagine musicale lasciando a nostro avviso anche che gli interpreti potessero esprimersi al meglio.
Bene è stato istruito il coro del Regio da Martino Faggiani, di cui abbiamo apprezzato l’amalgama e l’impasto vocale. Il coro di voci bianche di Gabriella Corsaro ha animato con dolcezza e precisione la canzoncina del giglio per Desdemona.
Recita molto gradita con ovazioni per Park, Ventre e Florian e calorosi applausi per gli altri interpreti ed il direttore.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
 e direttore                              Daniele Callegari
Regia, Scene, Costumi          Pier Luigi Pizzi
Maestro Del Coro                  Martino Faggiani
Regista Collaboratore            Massimo Gasparon
Luci                                        Vincenzo Raponi 
Movimenti Coreografici        Gino Potente
Maestro D'armi                     Renzo Musumeci Greco
Scenografo Collaboratore     Serena Rocco 
Costumista Collaboratrice     Lorenza Marin 
Assistente Alla Regia             Marco Fragnelli

GLI INTERPRETI

Otello

Rudy Park 
Jago
Marco Vratogna
Cassio
Manuel Pierattelli
Roderigo
Matteo Mezzaro
Lodovico
Romano Dal Zovo
Montano
Stefano Rinaldi Miliani
Un araldo
Matteo Mazzoli
Desdemona
Aurelia Florian
Emilia
Gabriella Colecchia
   
   
   
   
   
   
   
   
     


Maestro concertatore
 e direttore                              Daniele Callegari
Regia, Scene, Costumi          Pier Luigi Pizzi
Maestro Del Coro                  Martino Faggiani
Regista Collaboratore            Massimo Gasparon
Luci                                        Vincenzo Raponi 
Movimenti Coreografici        Gino Potente
Maestro D'armi                     Renzo Musumeci Greco
Scenografo Collaboratore     Serena Rocco 
Costumista Collaboratrice    Lorenza Marin 
Assistente Alla Regia             Marco Fragnelli

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA
CORO DI VOCI BIANCHE E GIOVANILI ARS CANTO “GIUSEPPE VERDI”

Maestro del coro di voci bianche
GABRIELLA CORSARO
 
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
Spettacolo con sopratitoli in italiano e inglese








 Foto Roberto Ricci

BOHEME, G. PUCCINI - TEATRO GRANDE DI BRESCIA, VENERDI' 2 OTTOBRE 2015






Il progetto che debuttò nel 2012 con successo al Macerata Opera Festival approda al Grande di Brescia per inaugurare la nuova stagione d’Opera con la Bohème di Puccini secondo Leo Muscato. In questo allestimento il regista ha visto un parallelismo tra i famosi disordini rivoluzionari della capitale francese di metà Ottocento e la rivoluzione a tutto campo che si svolse nel Sessantotto del secolo scorso nel nostro paese, immaginando che i poveri ma rampanti giovani bohèmien potessero essere trasportati a quell’epoca in cui anche i nostri ragazzi  fecero sentire forte la voce di protesta. Così la La Barriera d'Enfer qui diventa una fonderia ove gli operai sono sfruttati e sottopagati in ambiente malsano e sfilano con cartelloni di protesta per ottenere condizioni lavorative più umane, mentre i gendarmi cercano di sedare lo scompiglio. Mimì, la dolce fioraia di Puccini, pur conservando il carattere che da sempre contraddistingue questo ruolo,  non è altro che una delle tante operaie della nostra storia recente intossicata da ciò che respira a lavoro e per questo vittima della sua stessa condizione sociale. 
Il viaggio nella Bohème di Muscato passa dalla realtà visiva con sottofondo storico-sociale, all’astratto dei sentimenti umani, sottolineando con forza e, a nostro avviso in certi casi in maniera troppo marcata, gli stati d’animo dei quattro protagonisti e delle loro amiche, che passano da una rassegnazione ingenua e spensierata, alla stessa rassegnazione aggravata dal dolore. La scenografia creata da Federica Parolini si innesta in questo tessuto registico divenendo sempre più cupa man mano che la storia avanza: primo quadro intriso del colore dei dipinti posti in una soffitta scarna ma vivace, se non altro per l’energia degli inquilini; il caffè Momus del secondo quadro sembra invece un disco/ pub piuttosto kitsch con qua e là motivi zebrati negli allestimenti. Si cambia decisamente con il terzo quadro ove la protesta operaia prende vita nella ‘Fonderia D’Enfer’ sotto la neve fitta, ma allo scomparire dei picchetti, la scena è giustamente incentrata sulle due coppie che rinnovano i propri sentimenti. Una tenda da campeggio offre ospitalità alle effusioni di Musetta e Marcello mentre Mimì e Rodolfo si stringono fuori incuranti del freddo. Niente soffitta che difatti sparisce al volo nell’ultimo quadro: i ragazzi impacchettano tutto quando sopraggiunge Mimì moribonda su di un letto d’ospedale con medici ed infermiere a confermarne lo stato di malattia terminale.

Il viaggio è così compiuto, la parabola della vita ha catapultato i giovani artisti verso la dura e fredda realtà.
Stile anni sessanta naturalmente gli abiti di Silvia Aymonino facilmente identificabili soprattutto dai motivi stampati sugli abiti femminili.

Nel cast di giovani troviamo innanzitutto una davvero ottima Maria Teresa Leva che ci ha convinti da tutti i punti di vista. La Mimì che interpreta qui è una lavoratrice forte e coraggiosa, povera ma dignitosissima nei gesti e negli sguardi cha sa condire di dolcezza e malizia quando in compagnia di chi le interessa. Il timbro è solido dalla pasta ricca e duttile, supportato da tecnica vocale e preparazione. Meravigliosa la resa di ‘…e la man tu mi prendevi’ , glissando e smorzando come se effettivamente stesse per venir meno, così come riuscitissimo l’ultimo sospiro: ‘..e dormire’ emesso con precisione ma effettivamente morente e straniante, gran classe!

Le si affianca un generoso Matteo Lippi, spensierato Rodolfo finché la vita gli consente di andare avanti, ma il cuor che duole e la miseria lo rendono sempre più vulnerabile. Abbiamo già incontrato il tenore in questo ruolo e ci sembra notare una certa maturazione dal punto di vista interpretativo, molto più centrato nel personaggio anche grazie ad una regia che come detto amplifica atteggiamenti e situazioni. La sua voce morbida e delicata è atta a sottolineare soprattutto l’aspetto elegiaco del suo essere.

Bene il Marcello di Sergio Vitale, altro anello fondamentale della cerchia di amici e artisti, che si trova impelagato in una storia di odio-amore con la furbetta ma buona Musetta. Ci piace il colore della sua voce scura e penetrante che aggiunge calore e robustezza alla sua interpretazione viva ed efficace.
La sua Musetta Larissa Alice Wissel invece è un po’ troppo ed esclusivamente civettuola, complice certo la regia che la vede come una specie di soubrette tutta paillettes e poco cervello, ma anche dal punto di vista vocale ha tenuto sempre un atteggiamento eccessivo colpendo il suono negli attacchi che risultano scattosi e nell’emissione che talvolta stride anche in acuto.

Alessandro Spina risolve il suo Colline con cuore e sentimento, in linea con i suoi compagni di sventura/avventura, coronando la sua serata con una buona ‘vecchia zimarra’.
Il meno felice dei quattro è parso lo Schaunard di Paolo Ingrasciotta, che abbiamo applaudito in tutt’altro repertorio e che qui forse non trova una sua appropriata collocazione: eccessivamente caricato nel fare il giovane ganzo e a briglia sciolte, che il regista talvolta ha voluto quasi sciocchino, come ad esempio nella scena dei balletti nel quarto quadro che a nostro avviso è sì ironica, ma affatto demenziale.

Il folto cast vede infine un ottimo e simpatico Paolo Maria Orecchia come Benoit / Alcindoro, il sergente dei doganieri di Eugenio Bogdanowicz col doganiere Victor Andrini, ed il venditore ambulante di Mattia Rossi col Parpignol Daniele Palma, che entra in scena col coloratissimo e grazioso armamentario ambulante dei suoi giocattoli.
Sempre piacevole assistere ad un coro giovanile ben preparato come quello dell’ Istituto Monteverdi di Cremona di Hector Raul Domiguez, i cui bimbi indossavano dei cappellini natalizi. Preparato invece da  Antonio Greco è l’ottimo coro di OperaLombardia.

Infine l’orchestra è guidata dal Maestro Giampaolo Bisanti, il quale ogni volta che dirige un capolavoro di Puccini sembra trovare nuovi spunti e nuove attenzioni nei confronti della partitura, sempre al servizio dello spettacolo e dei cantanti che dirige: non un mero accompagnamento al canto, ma un sottolineare sfumature e dinamiche con colori ed accenti che fanno il suono ricco, avvolgente, in sintesi immenso.

Il pubblico si è scaldato man mano nella serata tributando al termine un bel successo con calorosi applausi per tutti i protagonisti, il direttore ed anche gli ideatori dell’allestimento.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Giampaolo Bisanti
e direttore    
Regia                                     Leo Muscato

Scene                                     Federica Parolini
Costumi                                 Silvia Aymonino
Light designer                       Alessandro Verazzi
Maestro del coro                   Antonio Greco
Maestro del coro di voci bianche    Hector Raul Domiguez


GLI INTERPRETI

Rodolfo                                   Matteo Lippi
Marcello                                 Sergio Vitale
Schaunard                              Paolo Ingrasciotta
Colline                                    Alessandro Spina
Benoit / Alcindoro                  Paolo Maria Orecchia
Mimi'                                      Maria Teresa Leva
Musetta                                  Larissa Alice Wissel
Parpignol                                Daniele Palma
Un venditore ambulante        Mattia Rossi
Un sergente dei doganieri    Eugenio Bogdanowicz
Un doganiere                         Victor Andrini

ORCHESTRA I POMERIGGI MUSICALI DI MILANO
CORO OPERALOMBARDIA
CORO VOCI BIANCHE ISTITUTO MONTEVERDI DI CREMONA – PROGETTO MOUSIKE’
BANDA DI PALCOSCENICO ISIDORO CAPITANIO BRESCIA

ALLESTIMENTO DEL MACERATA OPERAFESTIVAL
COPRODUZIONE TEATRI OPERALOMBARDIA E FONDAZIONE I TEATRI DI REGGIOEMILIA






Foto Umberto Favretto

LA CAMBIALE DI MATRIMONIO, GIOACHINO ROSSINI – VENEZIA, TEATRO LA FENICE, MERCOLEDI’ 9 SETTEMBRE 2015





La prima delle farse comiche in un atto del poco più che adolescente Gioachino Rossini torna questa volta al Teatro la Fenice con l’allestimento che nel 2013 fu una deliziosa produzione per il progetto Atelier al Malibran. In un pout-pourri di temi cari al teatro buffo del settecento si dipana la vicenda in verità semplice che oppone due giovani innamorati ad un vecchio genitore burbero e calcolatore. Nonostante possa sembrare raccapricciante il tema di fondo, ossia voler ‘vendere’ la propria figlia con tanto di cambiale che ne certifichi l’acquisizione, è tale la leggerezza con cui si susseguono le scene che scorrono come un fiume in piena, che a noi resta solo il buon umore per quanto visto e quasi non ci si accorge del tempo che passa. Complice certo il libretto di Gaetano Rossi, ma naturalmente e soprattutto la musica di Rossini fresca e carica di giovane impeto. Gli interpreti non hanno tregua nell'azione resa frizzante da gag che inducono spesso al sorriso, per quello che in fin dei conti è un fatto verosimile portato fino all’assurdo, noto a quel tempo per la omonima commedia di Camillo Federici. Come già riportammo a suo tempo la vicenda secondo il regista ed ex grande interprete rossiniano Enzo Dara è trasportata dal suolo inglese alla nostra Venezia, non solo rappresentata dai romantici scorci che si intravedono dalla elegante casa del ricco Tobia Mill, ma  anche sui raffinati costumi dei protagonisti, in linea con l’epoca del compositore e davvero molto belli da vedere, opera di Federica Miani. Tra le pareti di casa Mill, a cura di Stefano Crivellari, abbiamo ritrovato anche i servitori/maschere del carnevale veneziano che con i loro muti siparietti hanno contribuito a rendere frizzante lo spettacolo. Il lieto fine riserva anche la sorpresa di una Fannì in dolce attesa da Milfort, per la gioia di uno stupito ma ormai domato papà Tobia.


E se gli avvenimenti scorrono via rapidi, frizzante è la concertazione di Lorenzo Viotti, giovanissima bacchetta alla testa dell’orchestra della Fenice, che impone ritmi serrati allo spettacolo, non mancando certo di slanci lirici soprattutto nell’accompagnare i giovani amanti, si pensi alla delicatezza di ‘Tornami a dir che m’ami’. Fondamentale il contributo di Alberto Boischio al fortepiano.

In tal senso dinamici e spigliati gli interpreti che compongono il piccolo cast dell’opera.
Vero mattatore ed assoluto padrone degli eventi ritroviamo come nella precedente edizione Omar Montanari. Non solo maestro nel canto preciso e dal timbro vocale voluminoso, ma anche attore consumato e collante di tutto il cast. Il tanto desiderato genero Slook è un brillante Filippo Fontana, che eccelle molto più in recitazione che in canto. Altro ritorno nel cast è quello della giovane Marina Bucciarelli come Fannì. La voce è squillante e facilmente si lancia in acuto, l’interprete è sempre fresca e disinvolta. Discreto l’innamorato Edoardo Milfort impersonato da Francisco Brito, che ha sì una bella voce dal velluto morbido, ma potrebbe affrontare la parte con ancora più slancio emozionale. Norton è un buon Claudio Levantino partecipe e disinvolto; mentre ritorna Rossella Locatelli come Clarina, dalla voce interessante dotata di un certo volume, anch’ella con buone capacità interpretative. Applaudita soprattutto per la sua aria ‘Anch’io son giovane’.

Teatro pieno di pubblico festante che ha attribuito molti applausi a tutti gli interpreti, al giovane direttore ed al regista che ci ha omaggiato della sua presenza.


Maria Teresa Giovagnoli  



LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Lorenzo Viotti
regia                                       Enzo Dara
scene                                      Stefano Crivellari
costumi                                  Federica Miani
luci                                         Elisa Ottogalli
maestro al fortepiano           Alberto Boischio

GLI INTERPRETI

Tobia Mill                             Omar Montanari
Fannì                                     Marina Bucciarelli
Edoardo Milfort                   Francisco Brito
Slook                                      Filippo Fontana

Norton                                   Claudio Levantino
Clarina                                  Rossella Locatelli

Orchestra del Teatro La Fenice
 

Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia

con sopratitoli in italiano e in inglese
allestimento Fondazione Teatro La Fenice


progetto Atelier della Fenice al Teatro Malibran




Foto Michele Crosera

I CARMINA BURANA TORNANO A RIEMPIRE L’ARENA DI VERONA – MARTEDI’ 25 AGOSTO 2015





Torna col medesimo successo dell’anno scorso il più noto componimento di Carl Orff all’Arena di Verona. L’impianto scenografico resta sostanzialmente quello del 2014, eccezion fatta per il fuochi d’artificio sospesi per questa edizione. Molti cambi di luce dai toni forti colorano lo sfondo dei gradoni arricchendoli di effetti visivi, con qualche arredo preso in prestito dalle produzioni in corso. Si ripete dunque il giro della Ruota della Fortuna cantata dai Clerici vagantes, da cui prende il via e ritorna l’intero corpus di 24 poemi, musicati ex novo dal compositore tedesco nel ‘37 del secolo scorso, non prendendo in considerazione quanto riportato su alcuni manoscritti, che come sappiamo contenevano oltre trecento canti. I temi goliardici e conviviali, amorosi e persino moraleggianti con cui immaginiamo si arricchissero le feste di questi studenti girovaghi, si sposano con le melodie ed i ritmi che Orff ha reso moderni e davvero avveniristici anche per la sua epoca, divenendo unici e riscuotendo tanto consenso ancora oggi ogni volta che li si esegue

Nonostante una amplificazione a nostro avviso eccessiva se non addirittura superflua, l’intera serata così particolare ha trovato ancora una volta nel Maestro Andrea Battistoni il condottiero ideale, certo per energia ma anche polso nel coordinare e domare orchestra, coro areniano di Salvo Sgrò e doppio coro di voci bianche diretti da Paolo Facincani e Marco Tonini che, grandi protagonisti di questa cantata, come spesso ribadito trovano formazione vincente l’essere compatti e disposti su file.  Il risultato è un equilibrio di suoni che in brani come il classico O fortuna seguito da Fortuna plango vulnera, oppure Veni, veni, venias, ecc.. risultano ricchi e avvolgenti; si fanno austeri o intimistici, ad esempio con Veris laeta facies o Amor volat undique; mentre non manca una certa lievità gioiosa in brani come Floret silva nobilis, Estuans interiusIn taberna quando sumus, per citare solo alcuni esempi di questa ricchissima raccolta. 

Mario Cassi si esprime molto bene e con voce sicura nel suo registro baritonale, ci convince meno nel falsetto, ma è interprete attento e molto espressivo.
Jessica Pratt è perfettamente a suo agio con la partitura e regala un prezioso affresco vocale con i suoi delicati interventi, coronati dal dolcissimo In trutina.     
Raffaele Pe ritorna ad interpretare con ironia il povero cigno allo spiedo in Olim Lacus colueram.

Successo pieno e festoso come ad un concerto rock per tutti i solisti, il coro ed il direttore.
Dispiace che eventi del genere non siano stati programmati per la stagione successiva, speriamo che per il futuro ci sia la possibilità di arricchire ancora il cartellone con serate come questa, peraltro molto amate e di forte richiamo.

Maria Teresa Giovagnoli




Direttore d'Orchestra          Andrea Battistoni
Maestro del Coro                 Salvo Sgrò
Baritono                                Mario Cassi
Soprano                                 Jessica Pratt
Controtenore                        Raffaele Pe



Coro di Voci bianche A.LI.VE diretto da Paolo Facincani
Coro di Voci bianche A.d’A.MUS. diretto da Marco Tonini
Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona






Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

AIDA, GIUSEPPE VERDI – ARENA DI VERONA, CAST DI MARTEDI’ 11 AGOSTO 2015



                                         Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona


A stagione ormai inoltrata la Fondazione Arena di Verona decide di puntare su un cast completamente diverso per le recite dell'Aida zeffirelliana in scena nella settimana di Ferragosto, che dunque siamo tornati a vedere spinti da molto interesse e curiosità. Lo spettacolo già recensito la sera della prima ha visto come allora sul podio la energica direzione del Maestro Andrea Battistoni alla testa dell’orchestra areniana, mentre come novità della serata registriamo innanzitutto il gradito ritorno di Amarilli Nizza, ormai affezionata veterana del palco veronese, e per la prima volta in Arena l'attesissimo Gregory Kunde.

Nel ruolo di Aida Amarilli Nizza ritrova la consueta carica emotiva, uno slancio di forza e carattere che non delineano una semplice schiava reietta e rinunciataria, ma una donna che ha nel cuore la nobiltà del rango ormai perduto e la passione degli animi innamorati, sottolineate dalla sua voce che come sempre riempie l’anfiteatro  ricca e  piena di energia.

Figura di straordinario carisma Kunde non ha deluso le aspettative confermandosi uno dei tenori più in forma del momento. Il fraseggio perfetto, la capacità di dosare il suono sempre in funzione della parola e del suo significato, l’incredibile scioltezza con cui raggiunge le vette della sua tessitura vocale e la profonda immersione nel ruolo confezionano per lui un’altra interpretazione vincente.

Poco convincente invece Sanja Anastasia come Amneris: il suono è talvolta intubato e gli attacchi non sempre precisi risuonano spinti; il personaggio inoltre sembra soffrire più di furore irragionevole che di nobile afflato passionale.

Autorevole quasi da incutere soggezione l’Amonasro di Marco Vratogna, grazie anche al carattere particolarmente scuro della voce, come buono anche il Re di Roberto Tagliavini. Molto apprezzato Marco Spotti  tanto per interpretazione quanto per il colore splendido della voce ambrata che nobilita il suo Ramfis. Come messaggero abbiamo ritrovato Francesco Pittari, mentre la sacerdotessa questa volta era Francesca Micarelli.
Ricordiamo infine il coro diretto da Salvo Sgrò ed i ballabili ad opera di Alessia Gelmetti, Teresa Strisciulli, Evghenij Kurtsev, Antonio Russo.

Applausi convinti per tutti con punte di entusiasmo per Nizza e Kunde.
Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra           Andrea Battistoni
Regia e scene                        Franco Zeffirelli
Costumi                                 Anna Anni
Coreografia                           Renato Zanella
Maestro del Coro                 Salvo Sgrò
Direttore
del Corpo di Ballo                 Renato Zanella
Direttore
allestimenti scenici                Giuseppe De Filippi Venezia

GLI INTERPRETI

Il Re                                       Roberto Tagliavini   
Amneris                                 Sanja Anastasia 
Aida                                       Amarilli Nizza   
Radamès                               Gregory Kunde 
Ramfis                                   Marco Spotti   
Amonasro                              Marco Vratogna   
Un Messaggero                    Francesco Pittari 
Sacerdotessa                         Francesca Micarelli   

Primi Ballerini                      Alessia Gelmetti, Teresa Strisciulli, Evghenij Kurtsev, Antonio Russo

Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona


Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona



  

ROMÉO ET JULIETTE, C. GOUNOD – ARENA DI VERONA, SABATO 8 AGOSTO 2015






Anche per la stagione 2015 l’ultimo titolo in cartellone all’Arena di Verona è Roméo et Juliette di Gounod con l’allestimento creato da Francesco Micheli nel 2011. Al suo quinto anno consecutivo in scena dobbiamo dire che non risulta per nulla ripetitivo ed anzi conserva ancora il sapore gioviale della freschezza innovativa che colpì a suo tempo. Come sottolineato più volte vi è un’ottima fusione tra la classicità dell’eterno racconto shakespeariano ed il modo avveniristico di rappresentarlo, con un profluire di impalcature, scale mobili e strampalati mezzi luminescenti, opera di Edoardo Sanchi, e i coloratissimi costumi di Silvia Aymonino arricchiti da strutture simil - metalliche. Il tutto è sottolineato dalle altrettanto colorate luci di Paolo Mazzon, che marcano tanto le passioni dei protagonisti quanto le opposte fazioni delle loro famiglie. Il ritmo dell’azione è incalzante, non sussistono tempi morti e magnifica è l’elegia creata quando gli innamorati si dichiarano, con un gioco di sguardi, piccole rincorse e saliscendi tra le scene. Anche gli altri personaggi hanno una specifica collocazione che ne sottolinea le caratteristiche, si pensi al Frère Laurent posto nella sua multi sfaccettata chiesetta, al Duc de Vérone che sentenzia l’esilio dall’alto del suo gigantesco pulpito dorato, o a Capulet posto anch’egli in alto a rappresentare l’autorità sulla figlia. Infine completano la ricca offerta sul palcoscenico i balletti del corpo di ballo della Fondazione coreografati da Nikos Lagousakos. Insomma un allestimento felicissimo e a dir poco spumeggiante.

Ben si adatta al contesto giovane e romantico la Juliette di Irina Lungu, che unisce al candore del personaggio la giusta malizia nella conquista e la forza di una ragazza già delusa dalla pur giovane vita. Conferma di possedere una facilità nel canto elegiaco con buona uniformità di registro, toccando l’apice certo nei duetti col suo Roméo, ma soprattutto nella scena del veleno, vissuta intensamente tra il dubbio ed il coraggio.

Il fresco ed irruento Roméo è un Giorgio Berrugi che possiede sì un dolce e sinuoso timbro vocale che può adattarsi molto bene all’idea di un giovane e trepidante innamorato, ma avremmo preferito l’interprete più attivo sul piano attoriale.

Torna positivamente ad indossare i panni di Mercutio Michael Bachtadze la cui voce bruna e tornita si adatta bene al ruolo tutto cuore ed azione; molto espressiva e alquanto sbruffoncella Nino Surguladze nei panni en travesti di Stéphano. Bella voce anche quella di Leonardo Cortellazzi che interpreta un corretto Tybald. Gli impeccabili ed imperiosi ruoli di Frère Laurent e le Duc sono interpretati anche quest’anno rispettivamente da Giorgio Giuseppini, che conferma la sua propensione per ruoli di questo tipo e da Deyan Vatchkov, ancora severo e convincente; meno lo è stato il Capulet di Enrico Marrucci, soprattutto nel primo atto. Tra il petulante a ben donde ed il materno ben si disimpegna Alice Marini come Gertrude, mentre chiudono il cast Francesco Pittari come Benvolio, Nicolò Ceriani, il conte Pâris, ed il Gregorio di Marcello Rosiello.

Meravigliosa è la conduzione che il Maestro Daniel Oren offre dell’orchestra areniana. Sono infiniti i colori che animano la partitura tornata a piena vita sotto le mani esperte del Maestro; il suono è ricco e perfettamente bilanciato tra le sezioni, gli archi risuonano di una poesia che in taluni punti sfiora la commozione. Il ritmo degli eventi è sottolineato da dinamiche stringenti e i protagonisti sono esaltati da una guida dal piglio sicuro ma mai prevaricante. Così anche il coro di  Salvo Sgrò trova una espressività intensa nei suoi interventi vedendo premiato l’impegno e la partecipazione in scena, anche quando ‘ingabbiato’ nell’impalcatura cilindrica.

Il pubblico un po’indisciplinato ha premiato tutti i protagonisti con i consueti apprezzamenti vocali e applausi prolungati, soprattutto per Lungu,  Berrugi e l’amatissimo Maestro Oren.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchesta                        Daniel Oren
Regia                                                 Francesco Micheli
Scene                                                 Edoardo Sanchi
Costumi                                             Silvia Aymonino
Luci                                                   Paolo Mazzon
Coreografia                                      Nikos Lagousakos
Maestro del Coro                             Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di ballo            Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici           Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Juliette                                               Irina Lungu
Stéphano                                           Nino Surguladze
Gertrude                                           Alice Marini
Roméo                                               Giorgio Berrugi
Tybalt                                                Leonardo Cortellazzi
Benvolio                                            Francesco Pittari
Mercutio                                           Michael Bachtadze
Pâris                                                  Nicolò Ceriani
Grégorio                                           Marcello Rosiello
Capulet                                             Enrico Marrucci
Frère Laurent                                  Giorgio Giuseppini
Le Duc De Vérone                            Deyan Vatchkov

 Orchestra, Coro, Corpo Di Ballo e Tecnici Dell'Arena Di Verona












                               Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

IL BARBIERE DI SIVIGLIA, G. ROSSINI – ARENA DI VERONA, SABATO 1 AGOSTO 2015




Ritorna il Barbiere di Siviglia firmato Hugo de Ana all'Arena di Verona con il suo giardino labirintico in cui si intrecciano le trame ordite dai protagonisti con capofila il barbiere più amato della storia operistica. Vezzose sono le enormi rose che sormontano le siepi sul palco, da cui la natura sembra ammonirci su quanto piccole ed insignificanti siano le beghe umane di fronte alla maestosità del creato che ci sovrasta e circonda. In tale cornice De Ana inserisce personaggi e arredi perfettamente coerenti con l'epoca del compositore grazie ai ricchi abiti colorati e ai dettagli che rendono gli ambienti particolarmente gradevoli, restando sostanzialmente sempre all'interno del giardino. I balletti coreografati da Leda Lojodice costituiscono un piacevole contorno a quanto lo spettatore è chiamato ad osservare e spesso arricchiscono anche l’azione degli eventi.
In questo contesto gli interpreti sono lasciati liberi di aggiungere del proprio ai dettami registici tutto sommato semplici, offrendo quel quid strettamente personale tanto nel gesto quanto nel canto, cosa molto comune per la dinamica e rocambolesca opera rossiniana. 

A cominciare da Figaro, Mario Cassi. Il baritono salta, corre, fa tutto ciò che il ruolo suggerisce, gioca con l'espressività del volto e trasferisce tanto entusiasmo anche nel canto, pur tuttavia non offrendo stavolta una esecuzione a nostro avviso memorabile. Per contro spicca la carica esplosiva di un Bruno De Simone in forma incredibile. Vero animale da palcoscenico il baritono riesce a far risultare simpatico anche il burbero Bartolo. Come non amare i suoi gesti inconsulti che sembrano dettati da vera esasperazione e le espressioni sconsolate da povero vecchio incompreso? Ciò è perfettamente condito con una padronanza della voce di chi ha davvero tanta esperienza sul campo e la usa sempre in funzione del personaggio.

Dalla Rosina di Jessica Pratt ci si aspettava molto ed il soprano ha sfoggiato tutte le sue doti vocali per accontentare il pubblico. La facilità negli acuti, la versatilità nel saltare da un registro all'altro, lo sfoggio di agilità e persino l'esecuzione delle funamboliche Variazioni di Proch per la lezione di canto hanno contribuito a delineare una esecuzione sempre al massimo e forse persino un po’ sopra le righe.
All'opposto Antonino Siragusa come Conte d'Almaviva è stato un mix di certezze e perplessità. Se il personaggio regge per entusiasmo giovanile ed atteggiamento tutto fuoco e ardore per la sua Rosina, sul fronte vocale è parso a tratti scolastico e timoroso, risultando poco coinvolgente proprio nei momenti più significativi.

Roberto Tagliavini è invece un Don Basilio sicuro dalla bella voce profonda e salda che col piglio astuto e furbesco quanto basta porta a casa una serata molto positiva.
Fantastica e ben cantata l'aria di Berta da una brava Silvia BeltramiMolto simpatico il Fiorello/Ambrogio di Nicolò Ceriani; l'ufficiale è Victor Garcia Sierra.

L'orchestra guidata da Giacomo Sagripanti dona eleganza alla rappresentazione grazie a tempi morbidi che raggiungono man mano la giusta concitazione laddove l’azione lo richiede. Il Maestro è attento alle voci degli interpreti che accompagna e supporta in ogni momento con buon equilibrio tra languore elegiaco e brillante leggerezza.
Bene il coro preparato da Salvo Sgrò.

Applausi generosi e prolungati da parte di un pubblico che tra la lunghissima ola e gli applausi di incoraggiamento ha atteso pazientemente l’interruzione che poche gocce d’acqua, per fortuna presto svanite, hanno imposto subito ad inizio del primo atto e poi ha gioito per i fuochi d’artificio che coronano il lieto fine dello spettacolo, salutando con affetto tutti i protagonisti della serata.


Maria Teresa Giovagnoli 



LA PRODUZIONE 

Direttore d'Orchestra                      Giacomo Sagripanti
Regia, scene, costumi e luci  Hugo de Ana
Coreografia di                                  Leda Lojodice
Maestro del Coro                             Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di ballo            Renato Zanella
Direttore
allestimenti scenici                            Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Il Conte D'almaviva                         Antonino Siragusa 
Bartolo                                              Bruno De Simone 
Rosina                                               Jessica Pratt 
Figaro                                                Mario Cassi
Basilio                                               Roberto Tagliavini 
Fiorello                                              Nicolò Ceriani
Berta                                                 Silvia Beltrami 
Ambrogio                                          Nicolò Ceriani
Un Ufficiale                                      Victor Garcia Sierra



Orchestra, Coro, Corpo di ballo e Tecnici dell'Arena di Verona








Foto ENNEVI per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

CARMEN GALA CONCERT – ARENA DI VERONA, VENERDI’ 24 LUGLIO 2015






Dopo Roberto Bolle & Friends salutato con un grandissimo successo di pubblico qualche giorno fa, anche il secondo appuntamento speciale all’Arena di Verona ha registrato un buon numero di presenze in una serata decisamente più sopportabile dal punto di vista climatico. L’occasione è stata il Carmen Gala Concert, un omaggio all’opera di Bizet che da tanti anni arricchisce il cartellone del Festival e di cui sono stati proposti i momenti salienti alternati agli interventi del giovanissimo violinista Giovanni Andrea Zanon e del noto mandolinista Jacob Reuven.

Protagonista assoluta della serata, Anita Rachvelishvili è parsa decisamente a suo agio in un ruolo che ormai la identifica in ogni parte del mondo. La sua Carmen è quasi un alter ego per la cantante georgiana che gioca con il personaggio non solo scenicamente ma anche vocalmente, mostrando che la sua possente voce può permettersi anche dei meravigliosi pianissimo che rendono ancora più sensuale l’esecuzione, e dosando gli acuti con intelligenza: una artista decisamente di classe.
Già apprezzata nel ruolo anche la Micaela di Irina Lungu la cui vocalità le consente di coniugare una particolare dolcezza espressiva con la linearità del canto morbido e uniforme in tutta la gamma del suo registro.
Carlo Ventre si mostra più a suo agio in questa serata rispetto a quanto abbiamo ascoltato nell’Aida del mese scorso, complice forse il minor carico esecutivo; il suo è un Don José virale e molto spinto che però non nasconde ancora qualche intemperanza sull’acuto.
Escamillo è un Dalibor Jenis intenso e sanguigno nell’aria Votre toast, je peux vous le rendre, mentre completano il cast di questa suite operistica le gagliarde amiche di Carmen, Alice Marini e Francesca Micarelli (Mercedes e Frasquita) con Nicolò Ceriani e Victor Garcia Sierra come Morales e Zuniga.

Con la Carmen Fantasy, per violino e orchestra di Sarasate Giovanni Andrea Zanon ha creato un giusto ponte tra la prima e la seconda parte dello spettacolo; l’esecuzione notoriamente molto tecnica ed eseguita con incredibile sicurezza dal violinista veneto è stata salutata da un autentico trionfo con diverse chiamate alla ribalta.
Altrettanto suggestiva ed apprezzata l’esecuzione di Jacob Reuven del brano di AlbénizAsturias, per mandolino e Orchestra, un’oasi di fascino, sentimento e perizia esecutiva mai fine a se stessa.

Ad incorniciare l’esecuzione degli artisti e dell’orchestra il corpo di ballo preparato da Renato Zanella nei classici costumi tradizionali con coreografie ispirate naturalmente alla cultura andalusa.

Decisamente in vena di festa il Maestro Omer Meir Wellber ha condotto l’orchestra posta in scena con grande entusiasmo accompagnando passo passo gli interpreti ed i solisti, senza cadere nella banalità di ritmi accelerati o clangori eccessivi; l’orchestra ha saputo anche creare atmosfere delicate e sottolineare le diverse atmosfere delle arie eseguite. Intensa la fusione con i solisti ospiti con cui il direttore ha creato un’ottima complicità.

Lo spettacolo come detto si è rivelato un bel successo di pubblico che ha applaudito tutti i protagonisti con entusiasmo gioioso.


Maria Teresa Giovagnoli

ALLESTIMENTO

Direttore d'Orchestra           Omer Meir Wellber
Maestro del Coro                  Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di Ballo Renato Zanella
Coreografia                           Renato Zanella

GLI INTERPRETI

Violino Solista                       Giovanni Andrea Zanon
Mandolino Solista                 Jacob Reuven
Carmen                                  Anita Rachvelishvili
Don José                                Carlo Ventre
Micaela                                  Irina Lungu
Escamillo                               Dalibor Jenis
Morales                                 Nicolò Ceriani
Zuniga                                   Victor Garcia Sierra
Mercedes                              Alice Marini
Frasquita                               Francesca Micarelli


IL PROGRAMMA

Prima parte

Georges Bizet - Carmen:
- Preludio
- La cloche a sonné (Coro)
- L’amour est un oiseau rebelle (Carmen, Coro)
- Parle-moi de ma mère!
(Micaela, Don José)
- Près des remparts de Séville (Carmen, Don José)

Pablo de Sarasate
Carmen Fantasy
, per violino e orchestra

Seconda parte

Georges Bizet - Carmen:
- Les tringles des sistres tintaient (Carmen, Frasquita, Mercédès)
- Votre toast, je peux vous le rendre (Escamillo)

Isaac Albéniz
Asturias, per mandolino e Orchestra

Georges Bizet - Carmen:

- La fleure que tu m’avais jetée (Don José)
- Entr'acte atto III
- C’est des contrebandiers (Micaela)
- Entr'acte atto IV
- A deux cuartos (Coro)
- Les voici! Les voici! (Coro)
- C’est toi, c’est moi (Carmen, Don José, Coro)



Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona 








FOTO ENNEVI FONDAZIONE ARENA DI VERONA



MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – OPERA DI FIRENZE, MARTEDI’ 21 LUGLIO 2015


Per questa produzione estiva di Madama Butterfly in scena all’Opera di Firenze Fabio Ceresa sceglie di costruire l’intero spettacolo principalmente intorno ai personaggi ed alle loro emozioni, giocando molto sulla loro caratterizzazione, pur lasciando una certa libertà nelle piccole azioni. L’impatto visivo è difatti è assai sobrio grazie ai pochissimi dettagli che lasciano più immaginare che vedere. Le scene di Tiziano Santi prevedono semplicemente dei pannelli che scorrono lungo il palcoscenico per richiamare  la casetta di Cio-Cio-San. Talvolta l’azione si svolge proprio dietro di essi lasciando appunto immaginare o intravedere l’azione in corso. Solo al centro compare l’elemento principale di questo allestimento: una passerella semi sospesa immersa in un paesaggio sottolineato più che altro dalle luci di Fiammetta Baldiserri, ove la sventurata giapponese compare all’inizio con le sue amiche, vi si reca successivamente a scorger l’orizzonte in attesa dell’agognato amore e dove infine si compie il suo destino di morte; un simbolo dunque di attesa, di passaggio e dello scorrere del tempo implacabile.

Diversamente sono molto vistosi e colorati i costumi di Tommaso Lagattolla che aiutano a sottolineare appunto le diverse peculiarità dei protagonisti: tanto colore e cura nei dettagli per abbigliare la fresca e dolce Butterfly, semplicità per una davvero anziana Suzuki che sembra quasi una divinità giapponese, una classica divisa per Pinkerton, costumi tradizionali per Goro e Bonzo (cui si sottolinea l’aspetto molto rozzo) e tinte forti per l’abito del Principe Yamadori, evidentemente visto come un inopportuno pagliaccio. Insomma soprattutto uno spettacolo di caratteri, di emozioni e di vibrazioni.

Con una impostazione del genere non poteva che emergere l’interpretazione di Amarilli Nizza. I piccoli gesti, gli sguardi ingenui e l’incedere lieve si coniugano con la forza e l’orgoglio di chi è costretto a crescere di colpo e scontrarsi con la realtà e la disillusione. Fulgido esempio di canto sulla parola, il soprano conosce ormai ogni sfaccettatura del personaggio che grazie alla sua voce potente e corposa vibra e palpita in lei  arrivando dritto al cuore di chi ascolta.

Lontano dalle attese Giuseppe Gipali nel ruolo di Pinkerton. Il tenente della marina qui non brilla né per colore vocale né per volume: troppo indietro è la voce per uscire dall’immenso palco ed il suono appare impastato risultando talvolta quasi fastidioso.

Ormai inossidabile nel ruolo di Suzuki Manuela Custer ha potuto offrire anche qui una sua versione molto spirituale: una donna avanti negli anni che con la saggezza acquisita guida passo passo la povera padroncina verso il suo destino, forte di una voce sicura cui aggiunge in questo caso una particolare severità espressiva.

Uno Sharpless di classe è quello interpretato da Dario Solari dal piglio austero ma compassionevole, espresso da una voce calda e brunita.
Roberto Covatta è un ottimo Goro di cui abbiamo apprezzato particolarmente il colore chiaro ed acuto.
Ttra gli innumerevoli ruoli di contorno si sono distinti Alessandro Calamai che si cala con spirito nei panni di un principe Yamadori quasi caricaturale nei gesti e soprattutto nel vestire; Abramo Rosalen interpreta uno zio Bonzo parecchio espressivo, mentre la signora Pinkerton è una discreta Milena Josipović. Completano il cast le parenti di Cio-Cio-San: Sabina Beani, Katja De Sarlo e Laura Lensi, mentre il commissario imperiale, l’ufficiale del registro e Yakuside sono rispettivamente Ivan Marino, Vito Luciano Roberti e Diego Barretta.

L’approccio del Maestro Giampaolo Bisanti nel condurre l’orchestra del Maggio in questo spettacolo è pressoché perfetto. Il suono segue l’evoluzione degli eventi e si arricchisce di nuovi colori man mano che le emozioni crescono; intimo all’inizio, quasi a voler sottolineare le romantiche illusioni della giovinetta, diventa sempre più drammatico e profondo fino all’apoteosi dell’harakiri. Come sempre massima è l’attenzione del Maestro al palcoscenico ponendo sempre i cantanti a proprio agio permettendo loro di esprimere al meglio le qualità vocali ed interpretative.  
Il coro  molto partecipe è preparato da Leonardo Andreotti.

Autentico trionfo per la protagonista al termine e soddisfazione generale per lo spettacolo con pubblico festante in piedi. Siamo contenti per il Maggio Musicale Fiorentino che ha visto finalmente quasi riempito questo immenso teatro dell’Opera.  

Maria Teresa Giovagnoli


LAPRODUZIONE

Direttore                    Giampaolo Bisanti
Regia                          Fabio Ceresa
Scene                          Tiziano Santi
Costumi                     Tommaso Lagattolla
Luci                            Fiammetta Baldiserri
Maestro del Coro      Leonardo Andreotti

GLI INTERPRETI

Cio Cio San               Amarilli Nizza
Pinkerton                  Giuseppe Gipali
Sharpless                   Dario Solari
Suzuki                       Manuela Custer
Goro                          Roberto Covatta
Lo zio Bonzo             Abramo Rosalen
Il Principe
Yamadori                  Alessandro Calamai
Kate Pinkerton         Milena Josipović

Il Commissario
Imperiale                   Ivan Marino
Yakuside                   Diego Barretta
L’ufficiale
del registro                Vito Luciano Roberti

Madre                       Sabina Beani
Cugina                       Katja De Sarlo
Zia                              Laura Lensi

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Nuovo allestimento in coproduzione con la Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari

                                      
                                         Fotografia di Carlo Cofano dal Petruzzelli di Bari

LA BOHÈME, G. PUCCINI – TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI, MARTEDI’ 14 LUGLIO 2015



Secondo titolo della Stagione Estiva del Teatro San Carlo, La Boheme di Giacomo Puccini.
Lo spettacolo efficace e pieno di poesia di Francesco Saponaro, seppur una ripresa di una Boheme in decentramento del 2012, mostra, nello spazio del San Carlo, una luce tutta fresca e nuova, piena di aderenze stilistiche al libretto ma con delle suggestioni d’altri tempi; bellissimo il fondale di Parigi innevata in una atmosfera quasi rarefatta sullo sfondo del secondo atto. Le scene e i costumi di Lino Fiorito si inseriscono anch’essi nel solco di una tradizionale visione del capolavoro pucciniano, molto belle e curate le luci di Pasquale Mari


La direzione d’orchestra di Stefano Ranzani è di bella qualità.
Molto attento agli equilibri con il palcoscenico ed alla creazione di una lettura tesa ed incalzante con momenti di sospensione e pathos nel terzo e nel quarto atto.
Ottimi gli interventi del Coro diretto da Marco Faelli

Sul palcoscenico le cose sono andate splendidamente.

Erika Grimaldi nel ruolo di Mimì offre una lettura del personaggio emotivamente interessante e densa di passione. La sua prima aria è cantata con un sostegno dei fiati mirabile ed un legato da manuale. Splendida nel duetto conclusivo del primo atto. Tocca tinte forti e tragiche nel terzo e si abbandona con ottima tecnica e voce molto ben proiettata nel quarto.

Splendido il Rodolfo di Gianluca Terranova; la voce è di qualità superiore, il fraseggio sempre infiammato e pieno di ardore (sempre un giovane innamorato è Rodolfo!), la proiezione di tutti i registri è omogenea, priva di forzature e il legato è davvero notevolissimo. Un grande tenore che il pubblico ha giustamente apprezzato ed acclamato a gran voce!

Di rilievo il Marcello di Alessandro Luongo dalla voce tornita e sicura come pure l’ottimo Biagio Pizzuti che ha disegnato un perfetto Schaunard.

Nota di lusso il Colline di Andrea Concetti che presta la sua eleganza e la sua sensibilità di Artista ad un ruolo che rende in modo impeccabile. Raramente mi sono emozionata così tanto per l’Aria “Vecchia zimarra”.

Più di un gradino sotto la Musetta di Anna Maria Sarra che, pur disinvolta e “civettuola” quanto basta ha una voce ruvida, priva di armonici nell’ottava centrale e con gli acuti tirati e poco rifiniti.

Ottime tutte le parti di fianco con Matteo Ferrara nel doppio ruolo di Benoit/Alcindoro, Luigi Strazzullo in quello di Parpignol, Antonio De Liso in quello del Sergente e Mario Thomas in quello del Venditore Ambulante.

Al temine caloroso successo per l’intera compagnia con punte di entusiasmo per Terranova.

Rosy Simeone

LA  PRODUZIONE

Direttore                     Stefano Ranzani
Regia                             Francesco Saponaro
Scene e costumi         Lino Fiorito
Luci                               Pasquale Mari

Maestro del Coro      Marco Faelli
Direttore del Coro
di Voci Bianche          Stefania Rinaldi



GLI INTERPRETI

Interpreti
Mimì                           Erika Grimaldi
Musetta                      Anna Mar

ia Sarra
Rodolfo                       Gianluca Terranova 
Marcello                     Alessandro Luongo
Benoît                          Matteo Ferrara

Schaunard                  Biagio Pizzuti
Colline                        Andrea Concetti
Alcindoro                    Matteo Ferrara
Parpignol                       Luigi Strazzullo
Sergente dei 
Doganieri                     Antonio De Liso
Venditore
Ambulante                    Mario Thomas

Orchestra, Coro e Coro di Voci Bianche del Teatro di San Carlo





Foto Teatro San Carlo