Di Maria Teresa Giovagnoli
Secondo appuntamento operistico al Filarmonico di Verona con Pagliacci di Leoncavallo, nel ricchissimo e colorato allestimento ormai parte della storia registica italiana, firmato da Franco Zeffirelli e ripreso quest’anno per il teatro veronese da Stefano Trespidi. Ambientato dal regista toscano a cavallo tra gli anni Sessanta ed il secolo successivo, in una periferia degradata i cui condomini fatiscenti nascondono segreti e tragedie, conserva il sapore del Sud d’Italia, con la gente che si accalca incuriosita in piazza o si affretta alla finestra per origliare il litigio tra Nedda ed il respinto Tonio, i motorini che si fanno largo tra la folla, i panni stesi al balcone e naturalmente la voglia di vivere con l’energia di chi ha sempre qualcosa da raccontare, nonostante le difficoltà. Potrà essere un allestimento ormai datato, ove, come spesso accade con le regie di Zeffirelli, i cantanti quasi non si scorgono tra le folle delle comparse e gli immancabili animali, ma ne registriamo la cura dei più piccoli dettagli, come ad esempio aver arredato anche gli scorci delle camere che si intravedono dalle balconate, e poi la ricchezza dei costumi estrosi di Raimonda Gaetani, che non stonano trattandosi di personaggi atti a divertire un pubblico in scena altrettanto folcloristico, e naturalmente la piena adesione al libretto, elementi che ne fanno ancora oggi uno spettacolo funzionale che piace al pubblico, intrattenuto dai figuranti anche a sipario chiuso.