La serata del debutto veronese della Settima Sinfonia di Gustav Mahler ha offerto un’occasione importante per ascoltare una delle partiture più ardite e complesse del repertorio sinfonico novecentesco, incredibilmente mai affrontata prima d’ora nei programmi della Fondazione Arena.
Alla guida dell’orchestra, Marcus Bosch – già apprezzato dal sottoscritto in un solido Tannhäuser a Modena – ha confermato le sue qualità di direttore analitico e attento all’equilibrio delle masse sonore, affrontando con lucidità architettonica una sinfonia tra le più sfuggenti di Mahler per struttura e varietà espressiva. Composta tra il 1904 e il 1905 e presentata al pubblico solo nel 1908 sotto la direzione dello stesso Mahler, la Settima si distingue per la sua forma in cinque movimenti e per un linguaggio orchestrale particolarmente ricercato, che impiega timbri inusuali (mandolino, chitarra, campanacci) e soluzioni coloristiche ardite. Bosch ha valorizzato con intelligenza questi aspetti, puntando su una concertazione trasparente e ordinata, capace di mettere in rilievo il gioco di contrasti e le transizioni interne alla partitura. Già dall’inizio del primo movimento (Langsam – Allegro risoluto, ma non troppo), ben delineato nel celebre intervento del tenorehorn, si è percepita una gestione attenta dei piani sonori, anche se l’insieme non è sempre risultato perfettamente coeso: soprattutto tra le file dei primi violini, si sono notate diverse scollature che hanno in parte intaccato la compattezza generale nel fragilissimo insieme sonoro. Nel secondo movimento (Nachtmusik I), il direttore ha privilegiato un’atmosfera crepuscolare ma non edulcorata, evitando il rischio di una lettura troppo “pittorica”: i corni in eco, i colpi di tamburo lontani, i tremoli delle viole hanno disegnato un paesaggio notturno fatto più di allusioni che di descrizioni. Lo Scherzo, terzo movimento, è stato uno dei vertici della serata: l’Orchestra ha risposto con grande precisione ritmica e senso del carattere grottesco, accentuando i contrasti dinamici e le irregolarità metriche che rendono questo episodio una vera anticipazione del modernismo novecentesco. Piacevole anche l’esecuzione della Nachtmusik II, dove il suono degli strumenti pizzicati è risultato ben integrato in un tessuto orchestrale di gusto quasi cameristico, pur mantenendo una certa chiarezza timbrica. Il movimento conclusivo (Rondo-Finale), spesso ritenuto problematico per la sua apparente euforia, è stato affrontato con un tempo sostenuto e con una direzione che ha evitato toni eccessivamente celebrativi. La concertazione ha evidenziato un buon lavoro di equilibrio tra le sezioni, con una particolare brillantezza da parte degli ottoni, efficacemente sorretti da una sezione percussioni sempre ben dosata. L’Orchestra della Fondazione Arena ha mostrato impegno, una discreta tenuta tecnica e un’apprezzabile partecipazione complessiva, pur con qualche limite nell’omogeneità dell’insieme. Un debutto veronese, quello della Settima di Mahler, che speriamo non resti isolato nel repertorio sinfonico della città. L’esecuzione dell’Orchestra areniana ha dimostrato che c’è un pubblico, una compagine e una direzione musicale all’altezza di queste sfide.
Pierluigi Guadagni
IL PROGRAMMA:
Sinfonia n. 7 in mi minore “Canto della notte”
Direttore d'orchestra Marcus Bosch
Orchestra della Fondazione Arena di Verona
FOTO ENNEVI