Fra le nuove proposte del Teatro La Fenice di questa stagione artistica, la nuova produzione di Attila ha suscitato particolare interesse soprattutto per l’adozione dell’edizione critica della partitura, curata da E. Greenwald e pubblicata dalla University of Chicago Press per Casa Ricordi. Una scelta che ha orientato l’intero impianto musicale verso un’esecuzione fedele non solo al testo verdiano, ma anche al suo contesto stilistico ed espressivo originario. Ne è derivata una serata di alto rigore filologico, che ha saputo restituire la vitalità drammatica e la profondità di un’opera troppo spesso relegata ai margini del repertorio.
Alla testa dell’Orchestra e del Coro della Fenice, Sebastiano Rolli ha proposto una concertazione saldamente strutturata e stilisticamente esatta, restituendo con notevole coerenza il carattere di un’opera che, pur appartenendo al primo Verdi, esige una lettura attenta, tanto sul piano del vigore drammatico quanto su quello del dettaglio musicale. L’esecuzione ha mirato non solo alla fedeltà al testo, ma anche al recupero del suo autentico contesto espressivo. La ripresa integrale della partitura, comprensiva della ripetizione obbligata delle cabalette — sia solistiche che a due voci — ha implicato l’adozione consapevole della prassi della variazione, dove variare non è un’opzione decorativa, ma un’esigenza espressiva. Se nel primo Ottocento la variazione serviva soprattutto a esaltare la vocalità, in Verdi essa assume un significato più profondo: diventa strumento drammaturgico, capace di illuminare il personaggio e la sua evoluzione. In quest’ottica, la direzione di Rolli si è distinta per l’equilibrio nel dosare le tensioni, nel rispetto rigoroso delle indicazioni metronomiche verdiane — qui presenti per la prima volta in modo sistematico — che egli ha saputo rendere vive e musicali, senza irrigidimenti. Una lettura stilisticamente lucida e filologicamente consapevole, che ha trovato nella risposta dell’Orchestra e del Coro del Teatro La Fenice, preparato con solida competenza da Alfonso Caiani, un’esecuzione impeccabile per precisione, slancio e compattezza.
Sul piano visivo, la regia di Leo Muscato ha dato vita a uno spettacolo innocuo nella sua staticità, che non ha recato danni all’impianto musicale, ma neppure ha offerto chiavi interpretative nuove o personali. La messinscena, tra scene di Federica Parolini e costumi di Silvia Aymonino, si è mossa entro i confini di un’iconografia oleografica e pedissequamente didascalica, incapace di affrancarsi da un’estetica illustrativa. A risvegliare visivamente la narrazione è stato il meraviglioso disegno luci di Alessandro Verazzi, che ha saputo conferire spessore e tensione drammatica a uno spettacolo altrimenti tendente alla monotonia.
Dal punto di vista vocale, la serata è stata dominata da una straordinaria Anastasia Bartoli, che ha delineato un’Odabella di forza e sensibilità fuori dal comune. Il giovane soprano ha offerto una prova che ha superato ogni più alta aspettativa: ha unito impeto e morbidezza, temperamento drammatico e senso del dettaglio, con filati meravigliosi che tradiscono la preziosa eredità tecnica ricevuta dalla madre, Cecilia Gasdia, ma che al contempo testimoniano una personalità ormai pienamente autonoma. La sua Odabella è figura complessa, scolpita nel canto e nella scena con rara coerenza.
Vladimir Stoyanov, nel ruolo di Ezio, ha offerto una delle sue interpretazioni più riuscite, grazie a una voce perfettamente verdiana, piena, rotonda, sorvegliata nel fraseggio. La sua grande aria “Dagl’immortali vertici” ha riscosso ovazioni calorose e unanimi, suggellando una prova vocale e interpretativa di altissimo livello.
Buona la prestazione di Antonio Poli nel ruolo di Foresto: dopo un avvio con un impercettibile problema di intonazione, ha rapidamente trovato stabilità e ha affrontato con voce sicura e brillante la parte, nonostante le scelte agogiche meticolose di Rolli, che non concedevano alcuna comodità al cantante.
Più interlocutoria la prova di Michele Pertusi, il cui Attila appare segnato dal peso di una lunga carriera. Il grande basso, pur conservando il consueto carisma scenico e una solida musicalità, ha offerto una figura più remissiva che imperiosa, impacciata nei movimenti e talvolta affaticata vocalmente nei passaggi più esposti. Il personaggio ha assunto così un’aura stanca, crepuscolare, forse non del tutto in linea con la natura del ruolo.
Completano il cast in modo corretto Andrea Schifaudo (Uldino) e Francesco Milanese (Leone), entrambi ben inseriti nell’equilibrio generale della compagnia.
Il pubblico, che riempiva la sala del Teatro La Fenice, ha tributato applausi convinti e generosi a tutti gli interpreti, con particolare entusiasmo per Bartoli e Stoyanov, decretando il successo di una serata che, pur con qualche riserva scenica, ha brillato per qualità musicale e coerenza esecutiva.
Pierluigi Guadagni
LA LOCANDINA
Teatro La Fenice – Stagione 2024/25
ATTILA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Temistocle Solera e Francesco Maria Piave
dalla tragedia Attila, König der Hunnen di Zacharias Werner
Musica di Giuseppe Verdi
Attila Michele Pertusi
Ezio Vladimir Stoyanov
Odabella Anastasia Bartoli
Foresto Antonio Poli
Uldino Andrea Schifaudo
Leone Francesco Milanese
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Sebastiano Rolli
Maestro del coro Alfonso Caiani
Regia Leo Muscato
Scene Federica Parolini
Costumi Silvia Aymonino
Light designer Alessandro Verazzi
Nuovo allestimento Teatro La Fenice
FOTO CROSERA