Molto atteso il ritorno di Die Lustige Witwe nella versione originale in tedesco alla Fenice di Venezia, non solo per l’incredibile lasso di tempo passato dopo l’ultima e celeberrima rappresentazione datata 1988 con la Kabaivanska nel ruolo della protagonista, ma anche per la regia di Damiano Michieletto dal quale il pubblico è abituato ad aspettarsi sempre qualcosa che colpisca. Il regista in questo caso vuole allontanare l’idea di spettacolo macchiettistico che ormai tanti hanno in mente quando si tratta del lavoro più noto di Lehár, cosa già intuibile col ritorno alla lingua originale, e naturalmente intende spogliare l’ambientazione di tutti quei fronzoli e merletti che hanno caratterizzato tante produzioni passate (se pur deliziose a nostro avviso). Così il team Michieletto/Fantin/Teti ci porta alla contemporaneità più concreta, talmente ‘sul pezzo’ da prendere spunto dai notissimi fatti di economia accaduti nel nostro paese con lo scandalo delle banche ed i problemi che ne conseguono ogni giorno per le tasche dei risparmiatori.
Il setting, realizzato con le scene di Paolo Fantin, è dunque una banca, per esattezza la Banca di Pontevedro, che a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta necessita di cospicue entrate per non andare in fallimento, e dunque chi meglio della ricca ereditiera Hanna Glawari per salvare le sorti dell’istituto di credito?
Si entra molto in famigliarità con i protagonisti, probabilmente per via delle vicende così attuali, o per la semplicità con cui si esprimono ed interagiscono in scena. Michieletto rimane infatti molto sul corporeo, attribuendo agli interpreti gestualità tipiche delle coppiette che litigano, delle donne che flirtano, degli uomini che tutti i giorni affrontano contro voglia una dura giornata di lavoro, e sognano donnine poco vestite nei club notturni … insomma situazioni quasi fin troppo semplici, che comunque avvicinano notevolmente il pubblico al palco. Centralissime le due coppie Hanna – Danilo e Valencienne – Camille, con il Barone Zeta che cerca di tirare l’acqua al mulino della sua banca. La figura di Niegus, forse troppo accentratrice in altre produzioni, qui è sempre un personaggio realistico impiegato della banca, ma rimane un po’ criptico nel suo ruolo di onnipresente supervisore preposto a muovere le fila degli eventi, mentre ogni tanto giocherella col ventaglio di Valencienne. Tutti abbigliati alla moda anni sessanta, secondo Carla Teti.
Il cast è composto da interpreti dinamici e collaborativi, dalle voci generalmente delicate, che colgono con disinvoltura i suggerimenti del regista. Hanna Glavari è una spigliatissima Nadja Mchantaf che vanta una linea di canto omogenea per una voce pulita e chiara; forse le si potrebbe chiedere qualche finezza in più sulle mezze voci, ma possiede già adesso una tecnica molto valida. Valencienne è una altrettanto preparata Adriana Ferfecka che unisce un bel canto con voce sicura ad una recitazione convincente; parte maluccio il Barone Zeta Franz Hawlata con una stimbratura sulle prime battute dovuta forse ad una voce ancora fredda; man mano che il personaggio si scalda, tanto vocalmente quanto nella parte sempre più ansiosa nel gestire i suoi affari, acquista carattere e scioltezza. Spumeggiante il conte Danilo di Christoph Pohl, donnaiolo ed annoiato bancario che in fondo ha un cuore romantico come tanti, che la voce ambrata sottolinea e conferma. Konstantin Lee è un generosissimo Camille, timbricamente interessante che arriva dove la parte richiede senza fatica, ma non possiede una particolare potenza nella voce comunque molto lineare. Il Niegus di Karl-Heinz Macek è come detto una specie di uomo – ombra, concreto ed astratto allo stesso tempo, che interagisce con gli altri come avesse un disegno da compiere, ma messo decisamente in ombra dalla esuberanza dei suoi compagni di scena. Il resto della compagnia svolge un onorevole comprimariato, molto apprezzabile per le situazioni create ad hoc per questo spettacolo. Ricordiamo Willam Corrò come Kromow, sua moglie Olga Zdislava Bočková, Simon Schnorr nei panni di Cascada, Marcello Nardis, alias Raoul de St-Brioche, Roberto Maietta e Martina Bortolotti interpreti di Bogdanowitsch e consorte Sylviane, i coniugi Pritschitsch, Nicola Ziccardi, e Praskowia, Daniela Baňasová; infine le grisette del sogno di Danilo: Lolo, Dodo Jou-Jou, Frou-Frou, Clo-Clo, Margot, ossia Alessandra Calamassi, Mariateresa Notarangelo, Rossella Contu, Alessandra Gregori, Chiara Lucia Graziano, Krizia Picci.
Il coro di Claudio Marino Moretti si inserisce giustamente nelle intricate vicende in scena. L’orchestra feniciana è guidata da Stefano Montanari. Oltre all’interazione vera e propria in scena prevista dalla regia, la sua direzione è molto coinvolgente, stando nel mezzo tra una brillantezza insita nella partitura con conseguenti volumi annessi, ed una sorta di rigorosità esecutiva che senza dubbio nobilita il genere. Spettacolo molto gradito dal pubblico con applausi generosi per tutto il cast, la direzione e la regia.
Maria Teresa Giovagnoli
LA PRODUZIONE
Direttore Stefano Montanari
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Light designer Alessandro Carletti
Coreografie Chiara Vecchi
maestro del Coro Claudio Marino Moretti
GLI INTERPRETI
Hanna Glawari Nadja Mchantaf
Danilo Danilowitsch Christoph Pohl
Valencienne Adriana Ferfecka
Kromow Willam Corrò
Mirko Zeta Franz Hawlata
Cascada Simon Schnorr
Camille de Rossillon Konstantin Lee
Raoul de St-Brioche Marcello Nardis
Bogdanowitsch Roberto Maietta
Sylviane Martina Bortolotti
Olga Zdislava Bočková
Pritschitsch Nicola Ziccardi
Praskowia Daniela Baňasová
Niegus Karl-Heinz Macek
Lolo Alessandra Calamassi
Dodo Mariateresa Notarangelo
Jou-Jou Rossella Contu
Frou-Frou Alessandra Gregori
Clo-Clo Chiara Lucia Graziano
Margot Krizia Picci
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
in coproduzione con Teatro dell’Opera di Roma
Foto Michele Crosera
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