Non poteva essere più esemplificativo lo slogan della nuova stagione operistica della Haydn di Bolzano e Trento: fuga dalla realtà! E’ esattamente quanto avviene al protagonista de Die Antilope di Johannes Staud che inaugura gli appuntamenti in cartellone, con la consueta formula che privilegia le composizioni scritte appunto tra ventesimo e ventunesimo secolo. Si narra ormai di tutto sulla disgraziata società che ci circonda, e dunque il librettista Durs Grunbein ha creato appositamente, per questo lavoro di Staud, un testo che si sposa tanto con l’idea musicale nella mente del compositore, quanto con l’atmosfera surreale che essa evoca. Tra le immagini che più caratterizzano il mondo piatto e globalizzante di oggi vi è certamente l’azienda con i suoi dipendenti, un corpo unico ed omologato, privo di qualsiasi interesse agli occhi del giovane Victor, che evidentemente non ci si ritrova, non ci sta a conformarsi e perdere la propria identità tra discorsi senza senso e piattume totale. Il regista Dominique Mentha veste infatti tutti uguali questi impiegati che indossano una testa animalesca, tanto ‘imbarbariti’ sono oramai, perché privi dell’elemento umano che invece ci distingue l’uno dall’altro. Così matura il gesto folle per il protagonista di lanciarsi dalla finestra di quell’ambiente certo freddo che è la sala delle riunioni in cui avviene un ennesimo party tra dipendenti. Ma, ispirandosi chiaramente a Kafka, da qui parte un viaggio attraverso diverse situazioni, sempre assurde, che gli permettono di constatare quanto bizzarri siano anche gli altri luoghi in cui si ritrova a vagare, privo addirittura del suo stesso linguaggio, ma ormai trasformato in un antilope, appunto, animale in fuga, dal linguaggio simil-Afrikaans con cui pare farneticare.
I personaggi che incontra in questo strano viaggio sono la parodia delle persone con cui abbiamo a che fare quotidianamente, e non è lusinghiera l’idea che l’autore ha di loro: medici/pagliacci dalla diagnosi fin troppo facile, donne annoiate che preferiscono prendersi cura di se stesse piuttosto che del loro bambino (immagine di Victor bimbo), oppure dedite ai loro incontri al bar in cui spettegolare di tutto e di tutti; una coppia senza ormai sentimenti, e chi più ne ha ne metta, a sottolineare che in pratica non c’è nessun posto dove sentirsi bene (ecco perché in un certo senso i dottori accennano al famoso mal d’Africa) . L’epilogo è ovviamente poco risolutivo in quanto dopo tanto vagare il povero Victor torna da dove era partito, sempre senza certezze, sempre solo fra tanti.
Ovviamente scarne ed impersonali sono le scene di lngrid Erb e Werner Hutterli, che vedono addirittura rinchiusa fra sbarre la stessa azienda del protagonista, e tutti gli ambienti hanno in sé qualche elemento strano o grottesco, come a farci intendere che il mondo stesso è ormai senza né capo né coda. Ingrid Erb firma anche i costumi ovviamente di stampo contemporaneo.
Tale è la musica di Staud, che passa da elementi ben distinti melodicamente a flussi intermittenti che evocano piuttosto semplici sensazioni uditive. Vi è un intelligente uso delle percussioni, l’utilizzo della musica corale, in cui gli interpreti danno prova di intonazione ed espressività, e l’alternanza di momenti brillanti a frammenti più languidi o drammatici. Vi si inseriscono registrazioni di voci, la campionatura di clavicembalo e pianoforte, e addirittura elementi di musica pop. Ma ognuno di questi elementi contribuisce a creare l’insieme che l’autore intendeva presentare: la nostra società è appunto frammentaria, ma varia, con lampi di dolcezza e brio nonostante tutto. Ne comprende bene il significato il Maestro Walter Kobera, che guida senza esitazione l’Orchestra Haydn , sempre più proiettata verso il contemporaneo.
Tra gli interpreti spicca chiaramente il ruolo di Victor, Wolfgang Resch, cui non deve essere stato facile imparare un linguaggio artificioso e per nulla assimilabile a qualcosa di noto comunemente. Ma in generale abbiamo apprezzato tutta la compagnia di canto, che si è districata tra più di un ruolo ed utilizzando la voce al meglio delle sue possibilità, ciascun interprete nel proprio registro. Ricordiamo dunque Elisabeth Breuer, anch’essa bravissima soprattutto nel difficile testo evocato in veste di Scultura, interprete anche della prima donna e di una collega; Maida Karisik è una donna anziana, un’altra collega e la seconda donna; Bibiana Nwobilo è la segretaria, una giovane donna ed una passante; Gernot Heinrich, Christian Kotsis, Ardalan Jabbari sono i tre strambi dottori (ma anche interpreti di colleghi ed altri uomini sulla via di Victor), Catrina Poor è la Madre, mentre Leonhard Felix Mahlknecht è Victor da giovane.
Successo per tutta la compagnia di interpreti, per il direttore, i responsabili della regia ed il compositore; teatro esaurito.
Maria Teresa Giovagnoli
LA PRODUZIONE
Direzione musicale Walter Kobera
Regia Dominique Mentha
Scene lngrid Erb, Werner Hutterli
Costumi Ingrid Erb
Lighting Design Norbert Chmel
Sound Design & Live Electronics, Christina Bauer
Coro Wiener Kammerchor
Maestro del coro Michael Grohotolsky
Orchestra Haydn di Bolzano e Trento
Coproduzione Neue Oper Wien. Fondazione Haydn Stiftung
Dalla coproduzione originale di Theater Luzern. Lucerne Festival. Oper Koln
GLI INTERPRETI
Victor: Wolfgang Resch
Collega, Donna 1, Scultura: Elisabeth Breuer
Collega 2, Donna 2, Donna anziana: Maida Karisik
Segretaria, Giovane donna, Passante: Bibiana Nwobilo
Collega, Giovane uomo 1, Dottore Gernot Heinrich
Capo, Capocameriere, Collega 2, Passante, Dottore 2: Christian Kotsis
Dottore 3, Vigile: Ardalan Jabbari
Madre: Catrina Poor
Giovane Victor: Leonhard Felix Mahlknecht
Foto Fondazione Haydn Stiftung
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