Di Pierluigi Guadagni
“Per l'un … per l'altro … confusa, tremante,
Io piangere vorrei, vorrei pregar.
Ma la mia prece in bestemmia si muta ..“
Ritorna sulle tavole dell'immenso palcoscenico dell'Arena di Verona, l'Aida del centenario proposta dal team del catalano La Fura dels Baus nel 2013 e qui riproposta felicemente.
La lettura dei registi Carlus Padrissa ed Alex Ollé è tutta proiettata ad una sintesi perfetta tra spettacolarità, avanguardia e tradizione.
Avanguardia per l'uso sapiente e persuasivo di macchinari a vista come l'enorme gru che sostiene il grande involucro riflettivo che sarà alla fine la tomba dei due sfortunati protagonisti, animali meccanici emuli di costruzioni metalliche, dune di sabbia gonfiabili, costumi di scena (di Chu Uroz) pensati come un involucro visivamente riflettevo ed emanatore di luce (elettrica) per i protagonisti in scena.
Ma è tutto sommato un allestimento tradizionalissimo nelle movenze delle masse e nello studio registico sui personaggi, che ricalcano i cliché più abusati del teatro lirico di tradizione con buona pace dei puristi sempre pronti in agguato a gridare allo scandalo.
E se l'idea di base è una concezione megalomane del progresso perfettamente visibile con i suoi annessi e connessi (il bottino di guerra degli egizi durante il trionfo saranno barili di petrolio) la storia dei due sfortunati amanti è mantenuta senza la minima concessione a qualsiasi avanguardia interpretativa.
E personalmente spiace un poco poiché ci saremmo aspettati che a tanta spettacolarità ed innovazione scenica avesse fatto seguito un rinnovamento fino anche ad un ripensamento del fatto scenico che, come detto, rimane invece tradizionalissimo.
Di buon livello con punte di eccellenza il team artistico.
La protagonista Aida aveva il corpo e la voce di Amarilli Nizza, veterana del ruolo e delle tavole dell' Arena, ritornata alla sua arte dopo una felicissima pausa artistica dovuta ad una gravidanza.
Ritroviamo l'artista che conosciamo e anche un poco maturata nella voce e nel confezionamento del personaggio come è giusto che sia con il passare del tempo.
La Nizza gioca gli assi che ha in mano che sono una notevolissima presenza scenica, una facilità nel fraseggio e una dizione perfetta e chiara, con una nonchalance che le fanno onore a dispetto delle temperature tropicali veronesi. La voce raggiunge le parti più alte del rigo senza problemi particolari e gira all'interno del catino areniano nella sua completezza.
Se solo riuscisse ad abbandonare quei portamenti che spesso abusa nel rendere più persuasivo il canto, la sua sarebbe una prova maiuscola.
Radames aveva la voce di uno splendido Carlo Ventre anch'egli veterano e amatissimo all'Arena di Verona. Ventre ha dalla sua una facilità di fiato impressionante che sfoggia con spavalderia senza limiti negli acuti strappa applausi, nella tenuta completa della performance e nella baldanza scenica e vocale che gli hanno regalato ovazioni meritatissime.
Autentica fuoriclasse Violeta Urmana nei panni di Amneris. La cantante lituana possiede un'estensione impressionante che le permette di sfilarsi di dosso l' ingombrante classificazione di mezzosoprano, poiché dimostra di saper passare dagli abissi più profondi del rigo musicale a quelli più acuti con una facilità rarissima da trovare in un cantante lirico. La sua corda vocale è d'acciaio purissimo e se a tratti ricorda il colore e il costrutto di Zinka Milanov, la Urmana possiede una meticolosità di emissione impressionante che le permettono di arrivare a fine recita con voce fresca e sicurissima, oltre che una presenza scenica credibile ma mai sopra le righe.
Spiace un poco che Boris Statsenko non sappia controllare di più il suo prodigioso organo vocale, perché il suo Amonasro, che sì, è padre becero e punitivo ma non un guitto qualsiasi, è stato contrassegnato più da una eccessiva ansia da prestazione che non da una studiata ed equilibrata performance.
Ottimi il Re di Deyan Vatchov, dal bellissimo colore ambrato e sicuro e il veterano Giorgio Giuseppini quale Ramfis.
Completavano il cast con la consueta professionalità il Messaggero di Antonello Ceron e la Sacerdotessa di Marina Ogii.
Julian Kovatchev a capo dell'orchestra dell’ Arena di Verona, si dimostra ancora una volta per quello che è: una sicura guida che riesce a tenere quasi sempre in pugno le vastità musicali dell'anfiteatro areniano senza mai un'idea musicale che sia una. L'orchestra lo segue diligentemente, abbandonandosi ad un metronomico solfeggio che le permette di arrivare a fine recita incolume.
Al solito preparatissimo e preciso il coro dell'Arena di Verona diretto da Vito Lombardi come pure il corpo di ballo ( ma non è più ahimé quello dell'Arena di Verona) “coordinato” da Gaetano Petrosino su coreografie di Valentina Carrasco.
Al termine ovazioni per tutti da parte di un anfiteatro esaurito in ogni ordine di posti, segno tangibile che la lirica in Arena è un bene preziosissimo che va salvaguardato nel rispetto delle professionalità acquisite e nel segno di un rinnovamento sano e costruttivo.
Pierluigi Guadagni
LA PRODUZIONE
Direttore d'Orchestra Julian Kovatchev
Regia Carlus Padrissa e Àlex Ollé / La Fura dels Baus
Scene Roland Olbeter
Costumi Chu Uroz
Lighting designer Paolo Mazzon
Coreografia Valentina Carrasco
Coordinatore
del Corpo di Ballo Gaetano Petrosino
Direttore
allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia
Maestro del Coro Vito Lombardi
GLI INTERPRETI
Il Re Deyan Vatchkov
Amneris Violeta Urmana
Aida Amarilli Nizza
Radamès Carlo Ventre
Ramfis Giorgio Giuseppini
Amonasro Boris Statsenko
Un Messaggero Antonello Ceron
Sacerdotessa Marina Ogii
Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona
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FOTO ENNEVI - FONDAZIONE ARENA DI VERONA
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