A. BERG - WOZZECK -TEATRO LA FENICE DI VENEZIA - 19 OTTOBRE 2025

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Cent’anni fa, nel dicembre 1925, Wozzeck andava in scena per la prima volta e l’opera di Alban Berg faceva irruzione nella storia come un pugno allo stomaco: brutale, poetica, disperata. A un secolo di distanza, la Fenice celebra quel debutto con una scelta tanto sorprendente quanto significativa: proporla non in tedesco, ma nella traduzione italiana di Alberto Mantelli. Un gesto che suona come un piccolo scandalo – e quindi, in perfetta sintonia con lo spirito dell’opera.

Perché Mantelli, musicologo coltissimo e ironico, aveva compreso che il testo di Büchner, filtrato da Berg, non è “letteratura”, ma carne viva, linguaggio di strada, dolore popolare. E la sua traduzione non tenta di nobilitare o addolcire, ma di restituire la stessa ferocia verbale, con un italiano tagliente, sudicio, quasi vischioso. Basta ricordare la scena del Dottore che, nella versione italiana, esclama senza pudore: “Lei piscia troppo, Wozzeck!” — un colpo di teatro che oggi suona quasi più contemporaneo dell’originale Er hat zu viel Urin! perché toglie ogni distanza, restituisce l’oscenità della miseria, la fisicità umiliante del personaggio. In tempi in cui la lingua originale è diventata un dogma intoccabile, recuperare la traduzione di Mantelli appare come un atto di libertà. Non è una concessione al pubblico, ma un modo per restituire all’opera la sua immediatezza, il suo potere teatrale e umano. Perché Wozzeck parla della condizione umana, non di una lingua: la sua disperazione è universale, e ogni parola comprensibile diventa un pugno più diretto. E poi, diciamolo: sentire “Non faccia così, Wozzeck!” al posto di Wozzeck, er blutet! ha una sua struggente, quasi perversa poesia,  in fondo, il modo più vivo e più intelligente di celebrare i cento anni di un capolavoro che, per disturbare, è nato. La regia di Valentino Villa sposta l’azione proprio nell’anno della prima esecuzione: divise, cappotti, lampadine tremolanti, l’aria stantia d’una guarnigione postbellica. Un mondo in divisa, tutto dopoguerra e disfacimento, elegantemente ricostruito dalle scene di Massimo Checchetto. I costumi di Elena Cicorella sono splendidi per taglio e sobrietà, evocano la malinconia borghese e la miseria militare con misura, mentre le luci di Pasquale Mari, calibrate e sofisticate, creano un chiaroscuro da laboratorio dell’anima. Tutto, insomma, bellissimo, ma forse troppo bello: manca il sudore, il sangue, il piscio — quella materia umana che Berg esige, e che qui rimane filtrata da una patina d’eleganza, un Wozzeck da ammirare, più che da soffrire: esteticamente ineccepibile, intellettualmente stimolante. Ma Berg, in fondo, voleva che puzzasse. Nel ruolo del titolo, Roberto de Candia canta benissimo, con fraseggio nobile e voce autorevole, ma il suo Rezitativische Gesang rimane un po’ troppo levigato, non abbastanza tagliente, non lacerato come la parte vorrebbe. Il tormento, più che bruciare, sembra ben educato.  Manca insomma di quel taglio nervoso, di quella lama nel suono che fa del Wozzeck un urlo e non una confessione. Tutto è ben detto, ben cantato, ma raramente detto male — e in Berg, si sa, il male è l’essenza. Più bruciante e viva la Marie di Lidia Fridman, voce sporca, duttile, perfettamente controllata, di un realismo che sa essere anche poesia: ogni sillaba ha peso, ogni accento è un graffio. È lei, con il suo canto ferito e verissimo, a portare davvero la tragedia sulla scena. Enea Scala è un Tambourmajor magnificamente tronfio e volgare, un eroe da caserma che canta con brillantezza e perfetta aderenza stilistica alla scrittura bergiana; Omar Montanari (un Doktor monumentale) calibra con intelligenza ogni inflessione del testo, riuscendo a essere insieme grottesco e minaccioso: un personaggio che sembra uscito da una caricatura di Otto Dix. Ottimi anche Leonardo Cortellazzi come Hauptmann, ben dentro quella vocalità svitata e ridicola che Berg disegna con tanto sadismo, e Paolo Antognetti, un Andres lucido e di buon timbro. I comprimari, tutti efficaci: Rocco Cavalluzzi e William Corrò (i due garzoni) agili e ironici, Marcello Nardis (Lo sciocco) inquietante come deve, Manuela Custer (Margret) elegante, forse un po’ troppo distinta per il vicolo miserabile in cui si muove. Sontuoso il lavoro dell’Orchestra e del Coro del Teatro La Fenice, guidati da Markus Stenz. La direzione è lucidissima, tagliente, di una chiarezza analitica quasi chirurgica: tutto è perfettamente calibrato, le voci emergono, le linee orchestrali si incastrano come meccanismi d’orologeria viennese. Forse manca un po’ di vertigine, quel senso di abisso e febbre che Wozzeck richiede — ma la precisione con cui Stenz costruisce i crescendo, la cura dei piani sonori e la tensione ritmica restano ammirevoli. E che orchestra, quella della Fenice: colori saturi, ottoni lucidissimi, archi scattanti, percussioni da brivido. Eccellente anche il Coro, preparato da Alfonso Caiani, compatto e teatralissimo, e i Piccoli Cantori Veneziani diretti da Diana D’Alessio, che nell’ultima scena regalano quel brivido d’innocenza gelida che solo i bambini bergiani sanno produrre: una dolcezza che gela il sangue. Al termine ovazioni per tutti gli artisti coinvolti nella recita da parte di un teatro stracolmo e appassionato. Prima dell’inizio della recita, una rappresentante dei lavoratori del Teatro La Fenice ha letto al proscenio un comunicato — accolto da una vera e propria ovazione del pubblico — in cui si ribadiva la contrarietà al metodo con cui è stata scelta Beatrice Venezi come nuovo direttore musicale del teatro. Un momento teso, civile e vibrante, che ha dato alla serata un sottotesto morale inatteso, quasi un prologo involontario ma coerente con il clima di Wozzeck: un mondo in cui il potere opprime, decide, schiaccia.

Pierluigi Guadagni

 

LA LOCANDINA

 

WOZZECK 

Opera in tre atti e quindici quadri

Musica Alban Berg (1885 - 1935)

Testo  Alban Berg da Woyzeck di Georg Büchner

 

Wozzeck Roberto de Candia
Tambourmajor Enea Scala
Andres Paolo Antognetti
Hauptmann Leonardo Cortellazzi
Doktor Omar Montanari
Primo garzone Rocco Cavalluzzi
Secondo garzone William Corrò
Lo sciocco Marcello Nardis
Marie Lidia Fridman
Margret Manuela Custer
Il bimbo di Maria solista del Coro dei Piccoli Cantori Veneziani
Un soldato Alessandro Vannucci (17,21,26/10), Cosimo D’Adamo (19,23/10)

 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
direttore Markus Stenz
maestro del Coro Alfonso Caiani
Piccoli Cantori Veneziani
maestro del Coro Diana D’Alessio
regia Valentino Villa
scene Massimo Checchetto
costumi Elena Cicorella
light designer Pasquale Mari
movimenti coreografici Marco Angelilli

FOTO: Crosera