Roma, Santa Cecilia. “Die Walküre” riporta Wagner nella capitale, e che ritorno: la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Renzo Piano diventa per una sera il Walhalla più moderno d’Europa.
Daniel Harding sul podio disegna una Walkiria in tre tempi netti, calibrati come capitoli di un romanzo sonoro. Nel primo atto la sua bacchetta cesella la dimensione più umana: l’amore e la disperazione dei due gemelli Siegmund e Sieglinde si accendono in un clima febbrile, quasi cameristico, dove la grande orchestra di Santa Cecilia sa essere morbida, trasparente, persino tenera. Poi il secondo atto: lo scavo. Harding indaga, seziona, mette sotto la lente il conflitto interiore di Wotan, la lucida e terribile coerenza di Fricka, e rende Wagner un romanzo morale, più che un mito. Il terzo atto, infine, è pura deflagrazione: ma non un incendio che divora, piuttosto un fuoco che illumina, che rischiara le vette sonore con una chiarezza quasi adamantina. La cavalcata è un turbine lucidissimo, controllato, mai sguaiato. Harding dosa, respira, sospende: e l’orchestra di Santa Cecilia risponde come un corpo solo, docile e splendente.
Miina-Liisa Värelä, alla prima Brünnhilde, sorprende: voce calda, vellutata, piena di armonici, un fraseggio istintivo che trasforma la guerriera in una giovane donna che scopre l’amore, la pietà, l’errore. Una Brünnhilde che si commuove e commuove. Vida Miknevičiūtė, con volume imponente e accento sincero, non convince del tutto: vibrato stretto, acuti tesi, qualche durezza che incrina la tenerezza del personaggio. Jamez McCorkle, generoso ma fiato corto, resta sempre un passo indietro rispetto al mare orchestrale che lo travolge: il timbro c’è, ma manca la spinta eroica. Poi la Fricka di Okka von der Damerau: meraviglia. Non la solita moglie isterica e sguaiata, ma una custode dei doveri, umana e dolorosa. Voce piena, compatta, percorsa da un rancore trattenuto, quasi borghese, di una modernità disarmante.
Anche Stephen Milling sta lì, tra le vette del canto wagneriano: voce monumentale, di quelle che sembrano scolpite nel granito, e che sprigiona senza la minima fatica quell’ombra cupa, quel tono minaccioso, perfetto per un Hunding davvero terribile.
E infine Michael Volle. Qui il teatro si ferma. Il suo Wotan è un monumento mobile, di intelligenza, voce e parola. Fraseggio scolpito nel marmo, dizione perfetta, emissione sontuosa anche nei sussurri. Volle non interpreta: vive. Un dio che non è più dio, ma uomo, padre, amante, sconfitto. L’addio alla figlia è da brividi: confessione, tenerezza, resa. Tutto si ferma — e si respira solo il silenzio.
Le otto Valchirie, infine, sono un manipolo compatto e folgorante: un turbine di voci precise, affilate, solidali. Colpiscono la Helmwige di Dorothea Herbert, tagliente e luminosa, e la Waltraute di Claire Barnett-Jones, dal timbro pieno e magnificamente proiettato.
La regia di Vincent Huguet è una trovata da romanzo storico, colta e provocatoria. La Tetralogia collocata nella storia di Roma: qui siamo nell’età imperiale, i Wälsungen due gemelli allevati da una lupa, Wotan e Fricka che rimandano a Giove e Giunone, un Olimpo romano dove potere e passione si intrecciano come marmi e sangue. Tutto respira di simboli e anacronismi voluti: marmi e acciaio, tuniche e corazze, la luce che incide le figure come bassorilievi. Le prossime giornate, promette Huguet, scenderanno nella Roma papale e poi nel Ventennio, dal divino al politico, dal mito alla propaganda. Una discesa al potere attraverso i secoli.
I costumi, affidati a Edoardo Russo per la storica Tirelli-Trappetti, sono pura bellezza tattile: ispirati a Mariano Fortuny, tessuti preziosi, panneggi che respirano, armature leggere come mosaici d’oro. Tutto parla di eleganza e misura, mai di opulenza gratuita.E poi, sorpresa, la nuova traduzione italiana del libretto commissionata a Quirino Principe: un italiano vero, vivo, diretto, che restituisce a Wagner la sua parola più limpida. Alla fine, la sala è un mare in tempesta: applausi, ovazioni, un entusiasmo che non è di circostanza ma di riconoscenza. Un trionfo sincero per Harding, Volle e per tutta la compagnia. Si esce con la sensazione che Wagner, per una volta, abbia trovato a Roma non un tempio da conquistare, ma una casa accogliente dove rinascere tra cultura, precisione e una commovente, rarissima, intelligenza del sentimento.
Pierluigi Guadagni
LA LOCANDINA
Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Stagione 2025/26
DIE WALKÜRE
Prima giornata della sagra scenica
Der Ring des Nibelungen, in tre atti
Libretto e musica di Richard Wagner
Siegmund Jamez McCorkle
Sieglinde Vida Miknevičiūtė
Hunding Stephen Milling
Brühnilde Miina-Liisa Värelä
Wotan Michael Volle
Fricka Okka von der Damerau
Gerhilde Sonja Herranen
Ortlinde Hedvig Haugerud
Waltraute Claire Barnett-Jones
Schwertleite Claudia Huckle
Helmwige Dorothea Herbert
Siegrune Virginie Verrez
Grimgerde Anna Lapkovskaja
Rossweisse Štĕpánka Pučálková
Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Direttore Daniel Harding
Regia Vincent Huguet
Scenografia Pierre Yovanovitch
Costumi Edoardo Russo
Light designer Christophe Forey
In collaborazione con Tirelli Trappetti Costumi
foto: ANSC©MUSA
Nuovo allestimento dell’Accademia di Santa Cecilia