Per il suo ritorno a Cremona, nell’ambito del Monteverdi Festival, Cecilia Bartoli sceglie una via laterale e sorprendente: non Orfeo ed Euridice nella sua forma più nota e “riformata”, ma l’Atto d’Orfeo, versione rivisitata che Gluck approntò nel 1769 per le fastose nozze tra il duca di Parma e l’arciduchessa Maria Amalia d’Austria. Questo frammento operistico, concepito come terzo pannello del trittico Le feste d’Apollo, condensa il dramma in sette scene serrate, asciugando l’azione ma preservandone il cuore emotivo. A differenza della versione viennese, pensata per il celebre contralto castrato Guadagni, qui Orfeo canta in una tessitura più alta, riplasmata da Gluck per il soprano castrato Giuseppe Millico. La celebre “Che farò senza Euridice”, ad esempio, risuona così in mi bemolle maggiore, trasformata non solo nella tonalità ma anche nel carattere.
Se la riscoperta di questo raro adattamento ha un valore indiscutibile (già eseguito a Salisburgo dagli stessi interpreti nel 2023 in forma scenica), l’esecuzione cremonese ne fa qualcosa di più: una lettura viva, consapevolmente lontana dal semplice esercizio filologico. Dopo tanti anni trascorsi sotto i riflettori, Cecilia Bartoli ha saputo conquistare un tale prestigio da poter affrontare ogni nuova esplorazione musicale con la libertà di chi non ha più nulla da dimostrare. Il suo pubblico, affezionato e curioso, la segue con fiducia anche nei percorsi meno battuti. In questa nuova interpretazione dell’Orfeo ed Euridice di Gluck, la cantante sembra voler proseguire nel suo percorso di costante rinnovamento. Non si tratta di una svolta improvvisa, ma di un’evoluzione maturata nel tempo, che potremmo far risalire alla sua Norma del 2013, letta in chiave del tutto personale. Quella che un tempo era celebrata come la virtuosa più abbagliante della sua generazione ha gradualmente ceduto il passo a un’artista dalla sensibilità più drammatica, capace di trasformare la tecnica in strumento di profondità emotiva, privilegiando le sfumature, i chiaroscuri. La linea vocale, lungi dall’essere condotta con continuità, è quasi sezionata: i respiri diventano parte del discorso, le pause acquistano peso, e il legato si frantuma in accenti che somigliano più a richiami o a gesti parlati che a puro canto. Questa scelta interpretativa, per nulla decorativa o provocatoria, sembra nascere da un desiderio preciso: restituire al personaggio di Orfeo una voce vulnerabile, scardinata, a tratti quasi contemporanea nel suo modo di esprimere il dolore. È un lavoro sulla materia musicale, certo, ma anche sulla sua possibilità di dire qualcosa di vivo, qui e ora.
La segue sulla stessa linea interpretativa Mélissa Petit, nel duplice ruolo di Amore ed Euridice. La sua aria “Che fiero momento”, ma ancora di più il duetto con Orfeo “Vieni, appaga il tuo consorte”, sono celebrazioni di una perfezione interpretativa e stilistica di altissimo livello.
Gianluca Capuano affronta l’Atto d’Orfeo con una direzione che rifugge ogni abitudine interpretativa. Alla guida dei Musiciens du Prince – Monaco, ensemble ormai di riferimento nel repertorio settecentesco, sceglie di destrutturare i parametri consueti dell’esecuzione per rileggerli alla luce di una drammaturgia nervosa, frammentata, quasi intima. I tempi non seguono una logica regolare: non c’è un metronomo interno, quanto piuttosto una fluttuazione continua che modella la forma secondo l’urgenza emotiva. Invece di puntare sulla cantabilità fluida che ha spesso reso questo titolo celebre, Capuano si concentra sul chiaroscuro, sui margini, sui tagli della frase. Ne risulta una tensione costante, accentuata da un uso molto mobile del rubato e da agogiche che sembrano reagire frase per frase, talvolta misura per misura.
Nella celebre aria “Che farò senza Euridice”, ad esempio, il fraseggio si apre in ampie dilatazioni, subito seguite da momenti di compressione improvvisa. Si decide di interrompere subito dopo il breve recitativo che ne segue, riprendendo il coro funebre del primo atto, lasciando così Orfeo prigioniero della sua tragedia e noi attoniti spettatori del dramma, senza il lieto fine previsto da Gluck e Calzabigi.
Splendidi i venti coristi de Il Canto di Orfeo, immersi in un’interpretazione quasi sacrale che in larga parte completa la partitura di Gluck.
L'esecuzione, sebbene in forma di concerto, ha visto ovviamente un’interpretazione viva e presente come solo la Bartoli sa fare, vera tigre da palcoscenico, instancabile e onnipresente, riprendendo – oltre ai costumi di Ursula Renzenbrink provenienti dalle recite di Salisburgo – le interazioni fisiche tra i due amanti. Una vera lezione di teatro dove il teatro è presenza.
Ovviamente, al termine, trionfo infinito, lanci di fiori, battimani per almeno 15 minuti e un delirio incontrollabile che rimarrà nella storia di questo Festival.
Pierluigi Guadagni
LA PRODUZIONE
ORFEO ED EURIDICE
Versione di Parma 1769
Atto d’Orfeo da Le feste d’Apollo
Musica di Christoph Willibald Gluck
Libretto di Ranieri de’ Calzabigi
Cecilia Bartoli, Orfeo
Mélissa Petit, Euridice e Amore
Gianluca Capuano, direzione
Jacopo Facchini, maestro del coro
Les Musiciens du Prince – Monaco
Il Canto di Orfeo
foto Monteverdi Festival