Ancora una volta, la Fondazione Arena di Verona dimostra grande sensibilità nel valorizzare importanti ricorrenze, strutturando la propria programmazione attorno a momenti di rilievo storico e musicale. Dopo aver celebrato il cinquantesimo dalla morte di Šostakovič, il Teatro Filarmonico ha dedicato la serata agli ottant'anni dalla scomparsa di Béla Bartók, proponendo un concerto di grande fascino che ha visto anche la partecipazione del celebre pianista Mikhail Pletnëv nel Terzo Concerto di Rachmaninov.
Apertura con la prima esecuzione italiana di Brink (2020), un brano firmato dal compositore irlandese Donnacha Dennehy, figura di spicco del Crash Ensemble di Dublino. Si tratta di una brevissima composizione orchestrale di quasi dieci minuti, caratterizzata da una densa trama poliritmica e da una spinta propulsiva che ne fanno un brano di grande impatto. Gli elementi ritmici ispirati alla tradizione folklorica irlandese, come il tipico tactus dei reel (una danza vivace in tempo binario, caratterizzata da movimenti rapidi e regolari), si intrecciano con un’orchestrazione energica e vibrante, riflettendo alla perfezione la tensione suggerita dal titolo. Il direttore Ryan McAdams ha valorizzato la brillantezza della scrittura, esaltando la precisione ritmica e la ricchezza timbrica della partitura.A seguire, la suite dal balletto-pantomima Il mandarino meraviglioso ha occupato la prima parte della serata. In questa suite, Bartók costruisce un universo sonoro di straordinaria tensione, intrecciando ritmi frenetici, armonie dissonanti e timbri taglienti. La musica pulsa di un’energia inquieta, con contrasti netti tra esplosioni orchestrali violente e passaggi più rarefatti, creando un’atmosfera febbrile e visionaria. L’orchestra, guidata con precisione e profondità interpretativa, ha saputo rendere questa complessità con grande incisività. Ogni dettaglio della partitura è emerso con estrema chiarezza: le dinamiche erano curate, i colori orchestrali esaltati con sensibilità e la coesione dell’insieme impeccabile. Un’esecuzione travolgente, capace di restituire appieno la carica drammatica dell’opera, dove ancora una volta l’Orchestra della Fondazione Arena ha confermato una crescita artistica significativa, dimostrando sicurezza tecnica, affiatamento e sensibilità interpretativa di alto livello, ponendola sempre più vicino alle compagini sinfoniche di maggior prestigio.McAdams ha affrontato questa complessa partitura con grande attenzione ai dettagli, riuscendo a mantenere un suono chiaro ed equilibrato tra le diverse sezioni orchestrali. Anche nei passaggi più intensi e carichi di tensione, ogni strumento è rimasto ben udibile, permettendo di apprezzare la ricchezza e la complessità della scrittura di Bartók. Ha guidato l’orchestra con sicurezza, esaltando il dinamismo e il senso di movimento continuo della partitura. Questo ha messo in luce la straordinaria ricchezza timbrica e la complessità della scrittura di Bartók, senza che la densità orchestrale ne offuscasse i dettagli. L'interpretazione di Mikhail Pletnëv del Terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov si è distinta per un approccio originale e personale, che si discosta dalle letture più convenzionali del brano. Rispetto alla sua stessa esecuzione nella registrazione con Rostropovich, l'interpretazione di questa sera ha messo in evidenza una libertà interpretativa ancora più pronunciata, segno di un pianista che, pur rispettando la partitura, ha scelto di esplorarla con un’impronta audace e soggettiva. Fin dalle prime battute, il tema iniziale, tradizionalmente trattato con un lirismo più misurato, è stato trasformato da Pletnëv in un flusso di suoni vibranti, quasi a suggerire un’improvvisazione, con rubati evidenti e una fluidità che pareva trascendere la rigidità della pagina scritta.Nel primo movimento, la sua concezione del tempo si è rivelata una sfida alla struttura classica: i tempi si dilatavano e contraevano con una naturalezza sorprendente, dando l’impressione che ogni nota fosse soppesata e plasmata dal momento. Questo approccio, che avrebbe potuto sembrare rischioso, ha conferito al concerto una freschezza inaspettata, quasi come se l'opera venisse riscoperta ad ogni esecuzione. In questo senso, l’interpretazione di Pletnëv si è differenziata da quella di altri grandi pianisti del passato, come Horowitz, la cui lettura tendeva a enfatizzare una "grandezza monumentale" della scrittura rachmaninoviana, o Richter, la cui tecnica, pur straordinaria, manteneva una certa rigidità nelle dinamiche temporali.Il secondo movimento, con la sua melodia sospesa, ha assunto una dimensione di intimità quasi onirica sotto le dita di Pletnëv, che ha tratteggiato un’atmosfera simile a quella dei notturni di Chopin, ma con una profondità che si distaccava dal consueto lirismo della partitura di Rachmaninov. Qui, tuttavia, la scelta interpretativa di Pletnëv ha rischiato di sfiorare una certa levità, allontanandosi forse dal tormento interiore che permea la musica di Rachmaninov in altre esecuzioni. Nel finale, il suo approccio è stato spregiudicato. Le accelerazioni e i cambi di tempo, che in contesti più tradizionali potrebbero sembrare quasi azzardati, sono stati eseguiti con un impeto travolgente, creando un’energia che oltrepassava i confini di una lettura strettamente formale. Il virtuosismo tecnico è stato indiscutibile, ma ciò che ha davvero colpito è stata la capacità del pianista di rendere la partitura un’esperienza viva, pulsante, capace di affascinare e sorprendere.La direzione di Ryan McAdams, pur non cercando di contenere le libertà interpretative di Pletnëv, ha saputo adattarsi con grande intelligenza al suo stile. Con una rara sensibilità, ha guidato l'Orchestra della Fondazione Arena, permettendo che seguisse senza forzature il fluire espressivo del pianista, mantenendo sempre coesione e unità. La sua abilità nell’ascoltare e rispondere alle sfumature di Pletnëv ha conferito all’esecuzione, pur lontana dalle letture più tradizionali, una brillantezza e una coerenza straordinarie, facendo risplendere la partitura di Rachmaninov sotto una nuova e vibrante luce.Trionfo e teatro esaurito in delirio, al quale il pianista regala due bis. Dopodiché, il prodigioso Mikhail, con un gesto di raffinata nonchalance, sospinge lo sgabello sotto il suo Kawai, congedandosi con una classe non impari a quella che da anni dispensa sulla tastiera.
Pierluigi Guadagni
IL PROGRAMMA
Donnacha Dennehy Brink
Béla Bartók Il Mandarino meraviglioso, musica per la pantomima in un atto, op. 19 Sz. 734
Sergej Rachmaninov Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in re minore, op. 30
Direttore d'orchestra Ryan McAdams
Pianoforte Mikhail Pletnev
Orchestra della Fondazione Arena di Verona
FOTO ENNEVI