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DER FLIEGENDE HOLLAENDER, RICHARD WAGNER - TEATRO PETRUZZELLI BARI, 23 GENNAIO 2018

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Per la prima volta (!) dalla sua prima rappresentazione avvenuta a Dresda nel 1843, il Teatro Petruzzelli di Bari, accoglie la straordinaria partitura del “Der Fliegende Hollaender”di Richard Wagner colmando questo assurdo ritardo con un cast ed un allestimento di buon livello qualitativo.

Con “Der Fliegende Hollaender” Wagner imbocca la via maestra della propria estetica musicale, voltando le spalle alle convenzioni teatrali dell'epoca, compiendo per la prima volta quel salto in avanti che lo porterà, con il ciclo del Ring, a rompere definitivamente con una estetica musicale ormai obsoleta e superata per la sua visione di teatro in musica.

Il suo salto in avanti è dovuto all'incontro con qualcosa che sembra aderire di colpo al respiro musicale di Wagner identificandosi con esso.

Questo qualcosa è la ballata romantica, genere poetico riscoperto dallo Sturm und Drang, fatto di cupe leggende sullo sfondo di una natura sconvolta e fissato in una narrazione rappresa e in forme ritmiche scandite che emergono direttamente dalla voce anonima della tradizione popolare; fusa e ampliata nel genere “opera romantica”, la ballata ha già alimentato un capolavoro come “Il franco cacciatore” di Weber e uno spartito ai suoi tempi fortunato come “Il vampiro” di Marschner, entrambi da includere tra le fonti principali del lavoro wagneriano.

Ed è infatti la ballata in sol minore che Senta intona nel secondo atto, un allegro ma non troppo in 6/8, “Traft ihr das Schiff”, il fulcro centrale dell'opera, perno rotante sul quale si sviluppa l'intera partitura musicale in una progressione che va dalla scena introduttiva della filatura, prosegue appunto con la ballata di Senta e la narrazione del sogno di Erik, per culminare nel duetto conclusivo. Il Wagner maturo, dunque, teneva ad assegnare alla Ballata  ( e per estensione a tutta l'opera) la funzione di preannunciare la sua poetica più matura, basata sull'uso strutturale del Leitmotive e sulla rinuncia alla tradizione del pezzo chiuso.

L' allestimento di Yannis Kokkos, che cura in toto regia, scene e costumi, si inserisce alla perfezione in questo filone di “opera romantica” .

Da diciotto anni (debutto a Bologna nel 2000 con la direzione musicale di Gatti) questo allestimento gira i teatri di Italia e comincia a presentare i segni di una senilità ormai conclamata, nonostante la novità (per allora) della doppia visione del palcoscenico, dato dall'uso di una parete a specchio che sdoppiando la percezione visiva, allarga la visione ad una quarta dimensione puramente fantastica.

Peccato che a questo “coup de theatre” corrisponda una regia un poco scialba per non dire assente, se si escludono poche idee interessanti date più che altro dall'uso del riflesso delle immagini sulla parete a specchio.

E' un peccato ad esempio non aver saputo sfruttare la capacità comunicativa di un coro che è interprete importantissimo in un opera prettamente corale, lasciandolo pressoché fermo alla ribalta a mo' di esecuzione oratoriale.

La direzione musicale di Giampaolo Bisanti, che spinge sul pedale del freno piuttosto che su quello dell'acceleratore, è tutta tesa alla ricerca di una perfezione esecutiva piuttosto che ad una interpretazione personale, ove l'orchestra, che suona benissimo e con cura, risulta spesso “a briglia tesa” quando vorrebbe scalpitare nell'esuberanza di una partitura infuocata, facendola procedere con un passo titubante e febbrile insieme. La chiave di volta della lettura di Bisanti è il lirismo, e anche se lo scandaglio psicologico implicherebbe una febbricitante sensualità di suono, l'orchestra gioca un ruolo preponderante, ma non soffoca mai la centralità dei personaggi, creando un clima livido, sospeso, inquieto.

Tòmas Tòmasson è L'Olandese, e si sintonizza benissimo con la lettura di Bisanti, aggiungendole un che di ardito astenendosi da ogni inflessione sardonica , delineando un personaggio ferito e tormentato. Il tono supplice dell'arioso “Dich frage ich” , il mormorio tra estatico ed incredulo all'inizio del duetto con Senta, sono un poco la chiave di tutta la sua personale lettura.

Bellissima sorpresa la Senta di Maida Hundeling, passionale e dal timbro immacolato, possiede un tonnellaggio vocale impressionante che scavalca impetuosamente il muro del  sonoro orchestrale, alternando una interpretazione di struggente melanconia ad una esaltazione appassionata, grazie anche ad una perfetta dizione e ad un fraseggio nitido.

Brenden Gunnell è un Erik finalmente “in parte” non più il solito “heldentenor” in disarmo e stentoreo che di solito troviamo in questo ruolo, ma un vero tenore che possiede la virtù di una scansione sia ritmica che verbale assolutamente scultorea.

Presciso e magnificamente in parte anche il burbero Yorck Felix Speer come Daland, come pure la Mary dalla petulante vocalità di Kismara Pessatti.

Encomiabile la prestazione di Cameron Becker nella non facile parte di Der Steuermann, un vero liederista che ci ricorda come la canzone del giovane nostromo sia una delle tante intrusioni del Lied nel teatro wagneriano.

Notevole anche la prova del coro del Teatro Petruzzelli diretto da Fabrizio Cassi, lodevole per precisione esecutiva e cura nella dizione linguistica.

Successo entusiastico per tutti da parte di un pubblico concentrato e finalmente pago di aver avuto la possibilità di ascoltare questo capolavoro nel teatro della loro città.

Pierluigi Guadagni

 

 

LA   PRODUZIONE

 

Direttore

Giampaolo Bisanti

Regia, Scene, Costumi

Yannis Kokkos

Maestro Del Coro

Fabrizio Cassi

Disegno Luci

Guido Levi

Ripreso Da

Daniele Naldi

Video

Eric Duranteau

GLI    INTERPRETI

Der Holländer

Tómas TÓMASSON

Daland

Yorck Felix SPEER

Senta

Maida HUNDELING

Erik

Brenden GUNNELL

Mary

Kismara PESSATTI

Der Steuermann

Cameron BECKER

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO PETRUZZELLI

 

 

 

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