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G.ROSSINI -IL TURCO IN ITALIA - TEATRO FILARMONICO DI VERONA - 16 NOVEMBRE 2025

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Vicenda curiosa, quasi paradossale, quella del Turco in Italia. Un capolavoro di ironia e modernità che al debutto, Milano 1814, fece… flop. Pubblico disorientato, critici guardinghi, e la maldicenza — tanto per cambiare — che Rossini avesse voluto fare il furbo rifacendo L’italiana al contrario, una turcheria speculare per strappare facili applausi. Niente di più infondato. Il Turco è opera lucidissima, nuova, costruita con un’intelligenza teatrale sorprendente. E poi il colpo di genio: l’ingresso del poeta Prosdocimo dentro l’opera, che cerca personaggi “reali” per scrivere una storia finta. Pirandello con un secolo d’anticipo, ma con i fiati leggeri e il sorriso obliquo di Rossini.

Il pubblico dell’epoca voleva ridere, non pensare; si trovò invece davanti un gioco di specchi in cui realtà e finzione si rincorrono finché non si distinguono più. Troppo presto, troppo intelligente. Ma già allora si riconosceva quel Rossini filosofo della leggerezza, che ride anche del pubblico che non lo capisce. Rossini e Prosdocimo sono quasi la stessa creatura: due demiurghi che rimescolano il caos del mondo per ordinarlo un po’, e intanto si divertono a perderlo di nuovo. Quanto alla musica “di bottega”: sì, qualche pagina probabilmente non è al 100% autografa, ma sotto l’occhio vigile del giovane Napoleone del pentagramma. E almeno ci risparmiamo oggi gli accumuli filologici: niente “Un vago sembiante” (meno male), ma si conserva l’aria di Albazar e le due di Geronio, compresa “Se ha da dirla…”, che anche i rossiniani più convinti considerano un orpello. In scena lo spettacolo lucidissimo di Roberto Catalano, prodotto dalla rete dei piccoli teatri (Rovigo, Ravenna, Jesi, Novara, Rimini, Pisa) nel 2024 e ora approdato al Teatro Filarmonico di Verona. Una regia piena di tic contemporanei, colori acidi e una certa sociologia domestica che si addice assai al titolo. Catalano orchestra il tutto con la sua consueta chirurgica leggerezza: un occhio da antropologo del quotidiano e una mano da miniaturista del dettaglio, capace di far reagire i personaggi come molecole impazzite dentro un set che sembra una sitcom sul punto di esplodere. Guido Buganza, alle scene, costruisce un ambiente modulare e pungente, che più che “raccontare” lo spazio lo svela: superfici nette, volumi che cambiano funzione, un realismo che si incrina in continuazione con ironica crudeltà. È la casa-labirinto che intrappola Fiorilla e smaschera Prosdocimo. Ilaria Ariemme, ai costumi, lavora di contrasto cromatico come se avesse in mano una tavolozza psicologica: il giallo tossico del desiderio di Fiorilla, l’azzurro finto e pubblicitario del Turco, i toni spenti dell’italianità frustrata. Ogni abito diventa un commento, un sottotitolo emotivo. Oscar Frosio, alle luci, firma una partitura luminosa che taglia, isola, brucia: un neon narrativo che sottolinea i momenti di crisi domestica, amplifica le esplosioni di colore e trasforma la turcheria in un altare pop. Fiorilla immersa nel giallo del desiderio compulsivo, l’Oriente ridotto a un blu pubblicitario anni Ottanta, Prosdocimo nevrotico in giacca e cravatta: un piccolo intellettuale che vuole giocare a fare Dio e finisce incastrato nel meccanismo che lui stesso ha inventato. Una turcheria occidentalissima, televisiva, da Sceicco bianco senza Fellini ma con molta autoconsapevolezza. E Fiorilla, più Bovary che mai, desidera tutto senza scegliere nulla: unica, modernissima erede della commedia femminile che non ha più paura di mostrare la sua fame.

Sul palcoscenico, una compagnia musicale solida.

Carlo Lepore, Selim di classe, è la consueta sicurezza assoluta nel repertorio rossiniano. Appoggio granitico, fiato interminabile, sillabato chiarissimo, emissione uniforme dalla grave al centro all’acuto: un manuale vivente di tecnica applicata al buffo nobile. È l’artista che entra nei concertati e li mette a posto solo respirando: una colonna portante che conferma — se mai ce ne fosse bisogno — il suo status di monumento rossiniano.

Sara Blanch, Donna Fiorilla, centra la serata con una “Squallida veste e bruna” che le vale ovazioni convinte. L’arco lunghissimo del pezzo lo sostiene con un fiato controllatissimo e un gusto musicale finissimo: colorature precise, sovracuti squillanti e sonori, mezzevoci scolpite con un’intelligenza che sorprende. Se il timbro al centro resta un po’ neutro, nel registro acuto si illumina e cattura l’orecchio. Una Fiorilla tecnicamente molto ben rifinita e musicalmente attentissima.

Fabio Previati è un Geronio affettuoso, mai macchiettistico. Il centro vocale è morbido, la gestione del passaggio impeccabile, il sillabato netto ma mai sguaiato. Previati fraseggia con eleganza tranquilla, quasi borghese, e nei concertati offre una solidità che si nota eccome. Il suo Geronio non è un poveraccio da farsa: è un uomo ferito e gentile che tenta di restare dignitoso in mezzo alla confusione — e questa naturalezza, senza effetti speciali, funziona benissimo.

Dave Monaco affronta con piena padronanza la sua aria, “Tu secondo il mio disegno”, impervia come poche. La tessitura alta è gestita con una tecnica solida, gli acuti sono lucidi e stabili, le agilità pulite e legate. Il fraseggio è elegante, la distribuzione dei fiati accurata. Un Narciso che canta davvero, anziché semplicemente esibire acuti.

Michele Patti è un Prosdocimo lucidissimo: recitativi nitidi, ritmo energico, dizione a prova di cronometro. La voce è ben proiettata, uniforme e musicale. In scena ha classe e misura: fa l’intellettuale senza fare il professore, e funziona proprio per questo.

Marianna Mappa (Zaida) si conferma una presenza vocale rifinita. Timbro chiaro, linea pulita, fiati ben organizzati e fraseggio sempre elegante. La parte è breve ma non marginale: richiede attenzione, cura e senso dell’insieme, qualità che la Mappa possiede con naturalezza. Una Zaida davvero ben cucita addosso alla musica.

Matteo Macchioni, Albazar, esegue con bella sicurezza “Ah, sarebbe troppo dolce”: voce luminosa, perfettamente focalizzata, agilità nitide, attacchi precisi. Un intervento breve ma chirurgicamente esatto.

Preciso e musicalmente centrato anche il Coro maschile della Fondazione Arena, preparato da Roberto Gabbiani, compatto, puntuale, equilibrato nelle dinamiche e impeccabile nei momenti d’insieme.

Capitolo orchestra, La direzione musicale di Lü Jia non appare del tutto centrata. Il Turco reclama quella febbre ritmica, quella rapidità impertinente, quella sfrontatezza che precede l’orchestra di mezzo passo. Qui, invece, i tempi sono comodi, quasi da tè delle cinque: eleganti, sì, ma poco incandescenti. Nessun guizzo, nessuna piroetta, nessuna scintilla buffa. Un Rossini che cammina sul marciapiede, non quello che corre sul filo. Tutto corretto, nessuna caduta, ma senza quell’irresistibile pazzia — quel lampo di follia controllata — che fa esplodere il meccanismo buffo in tutta la sua gloria.

Pubblico divertito, applausi convinti per tutta la compagnia; qualche contestazione isolata per la regia, forse da parte di chi ancora sogna turbanti e turcherie da magazzino ottocentesco.

Pierluigi Guadagni

 

LOCANDINA

 

IL TURCO IN ITALIA


Melodramma giocoso in due atti

Musica di Gioachino Rossini
Libretto di Felice Romani

Selim – Carlo Lepore
Fiorilla – Sara Blanch
Don Geronio – Fabio Previati
Don Narciso – Dave Monaco
Prosdocimo – Michele Patti
Zaida – Marianna Mappa
Albazar – Matteo Macchioni

Regia – Roberto Catalano
Produzione dei Teatri di Rovigo, Ravenna, Jesi, Novara, Rimini, Pisa

Ripresa al Teatro Filarmonico di Verona

Direttore – Lü Jia
Orchestra della Fondazione Arena di Verona
Coro maschile della Fondazione Arena di Verona
Preparato da Roberto Gabbiani

foto: ENNEVI