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G. MASSENET - DON QUICHOTTE - TEATRO GRANDE DI BRESCIA - 9 NOVEMBRE 2025

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C’è, in Don Quichotte, un profumo di tramonto. È l’ultimo Massenet, quello che accarezza la fine di un secolo e di un sogno. Lo scrive nel 1909, già malato, con l’urgenza di chi vuole congedarsi con eleganza: e a Monte Carlo, dove l’opera debutta nel 1910, Fëdor Chaliapine fa del cavaliere un monumento fragile e titanico insieme. Non più un eroe ridicolo, ma un santo malinconico che cade in ginocchio davanti alla bellezza, al punto da crederla ancora possibile. È l’ultima illusione di un uomo e, forse, di un’intera civiltà musicale: quella dell’Ottocento che si spegne dolcemente, tra la nostalgia e la grazia.

La nuova produzione di OperaLombardia, vista al Teatro Grande di Brescia, diretta da Jacopo Brusa e messa in scena da Kristian Frédric, si inserisce in questa linea di malinconia lucida, ma con esiti diseguali. Già l’incipit è una sorpresa: Brusa apre l’opera con l’introduzione del quinto atto — gesto ardito, quasi simbolico, iniziare dalla fine, da quella dissolvenza orchestrale che già contiene tutto il dolore del congedo. Una scelta di grande effetto, ma anche pericolosa: anticipare la fine significa togliere respiro al viaggio, cancellare il mistero dell’attesa.

La direzione di Brusa è disciplinata e limpida come pure l'Orchestra dei Pomeriggi Musicali, ma resta priva di ciò che in Massenet è indispensabile: la sensualità del fraseggio, l’elasticità del tempo teatrale, il profumo timbrico che avvolge la parola e la trasforma in colore. Tutto è corretto, tutto torna, ma manca l’abbandono poetico, quella tenerezza mobile che fa vivere la musica e la rende liquida, come un pensiero che si scioglie. Brusa disegna un Massenet troppo sorvegliato, poco francese, più attento alla chiarezza che al languore. E senza languore, Massenet appassisce.

Nel ruolo del protagonista, Nicola Ulivieri è stato il fulcro autentico della serata, l’anima che ha dato sostanza al sogno. La voce ha quel colore antico, brunito e terso, che si sposa perfettamente con la malinconia di Don Quichotte, uomo disilluso ma non vinto. Tutto è scolpito con finezza: le mezzevoci, gli accenti, i silenzi, l’intelligenza con cui trasforma la declamazione in confessione. Nel duetto finale, quando la follia si dissolve in dolcezza, Ulivieri sfiora la verità del personaggio con un’intensità discreta, quasi sussurrata.

Giorgio Caoduro dà vita a un Sancho pieno di verve, di umanità e di senso teatrale. Il personaggio è perfettamente centrato, ma la parte gli va un poco larga perché non del tutto consona alla sua vocalità: Massenet scrive per una voce più ampia, più espansa, più generosa nel volume e nella proiezione. Caoduro affronta la scrittura con mestiere e sensibilità, ma talvolta la tessitura lo costringe a spingere oltre la sua naturale dimensione. Resta, comunque, un Sancho sincero e tenero, sempre attento al senso delle parole e mai sopra le righe.

Annunciata come indisposta, Chiara Tirotta non ha potuto restituire il personaggio di Dulcinée, vero perno dell’intera opera. È mancato quel fascino disincantato, quella sensualità malinconica che ne fa la figura centrale — la donna irraggiungibile che dà senso all’illusione del cavaliere. Un vero peccato, perché dietro la prudenza vocale si intuivano gusto e intelligenza interpretativa.

Raffaele Feo, Roberto Covatta, Marta Leung ed Erica Zulikha Benato hanno fornito un apporto preciso e ben concertato nei ruoli di Juan, Rodriguez, Pedro e Garcias, sostenuti dal Coro di OperaLombardia, ottimamente preparato da Diego Maccagno.

La regia di Kristian Frédric si muove nel territorio dell’ambizione concettuale, ma con risultati deludenti. Il suo progetto di “viaggio interiore di un uomo che cerca ancora un senso nel mondo che lentamente si dissolve” si concentra sullo smarrimento psichico del protagonista, legato all’infanzia: all’inizio, un bambino con un orsacchiotto blu legge un libro che lo proietta nei labirinti di una mente che si consuma. L’idea in sé è suggestiva: la follia come rifugio, la memoria come difesa, l’immaginazione come ultimo atto di libertà. Ma la realizzazione è dispersiva. Ogni atto è introdotto da sovrastrutture — letture al buio, rimandi simbolici alla malattia mentale — che non aggiungono nulla al messaggio dell’opera, anzi ne svuotano la poesia. Mi ha indispettito perché inutili: Massenet non ha bisogno di spiegazioni psicoanalitiche, la sua musica contiene già l’illusione, la caduta, la dolcezza. Frédéric stratifica, aggiunge, illustra; e alla fine sottrae. Il risultato resta più concettuale che teatrale, più simbolo che sentimento.

Le immagini sono curate — le scene di Marilène Bastien, i costumi di Margherita Platé, le luci di Rick Martin, i video di Antoine Belot — ma l’impianto drammaturgico finisce per divorarsi da solo. Il pubblico, che ha affollato il Teatro Grande di Brescia, ha accolto con calore tutti gli interpreti, tributando numerosi e convinti applausi a ciascuno.

Pierluigi Guadagni

 

LA LOCANDINA

 

DON QUICHOTTE
Comédie héroïque in cinque atti
Libretto di Henri Cain dalla pièce
Le chevalier de la longue figure di Jacques Le Lorrain,
tratta da Don Chisciotte di Miguel de Cervantes
Musica di Jules Massenet

Don Quichotte Nicola Ulivieri
Sancho Giorgio Caoduro
Dulcinée Chiara Tirotta
Juan Raffaele Feo
Rodriguez Roberto Covatta
Pedro Marta Leung
Garcias Erica Zulikha Benato
Primo valletto Alessandro Carrera
Secondo valletto Marco Tomasoni

Orchestra de I Pomeriggi Musicali
Coro OperaLombardia
Direttore Jacopo Brusa
Direttore del coro Diego Maccagnola

Regia Kristian Frédric
Scene Marilène Bastien
Costumi Margherita Platé
Luci Rick Martin
Video Antoine Belot

Nuovo allestimento Teatri di OperaLombardia

Foto: Teatro Grande di Brescia