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GIACOMO PUCCINI, TURANDOT, TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, 24 GIUGNO 2026

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A cent'anni dalla sua prima rappresentazione, Turandot torna a interrogare il pubblico sulla propria natura con un allestimento che si presenta al Lirico di Cagliari firmato da un team creativo capeggiato da Rafael R. Villalobos alla regia e costumi, con scene di Emanuele Sinisi, luci di Felipe Ramos, contenuti multimediali di Cachito Vallés e movimenti coreografici di José Ruiz. È sicuramente uno spettacolo che sorprende, spiazza e, soprattutto, obbliga a riflettere.

Ci si trova di fronte a una lettura modernissima, costruita con evidente riflessione ed approfondita in ogni dettaglio. Fin dalle prime scene si percepisce che nulla è lasciato al caso: la quantità di simboli, riferimenti e figure che popolano la scena è tale da rendere quasi auspicabile una seconda visione per coglierne pienamente il significato.

L'ambientazione infatti abbandona completamente ogni suggestione fiabesca o orientaleggiante tradizionale. Al suo posto emerge una gigantesca impalcatura, il cantiere di qualcosa di monumentale ancora in costruzione, popolato da operai sfruttati e dominato da rapporti di forza economici. In questo contesto Calaf assume i tratti di un imprenditore ambizioso, mentre Turandot appare come una potente donna d'affari con cui stringere alleanze e accordi. Si sviluppa così un affascinante contrasto fra capitalismo americano e comunismo cinese, con tutte le contraddizioni che tali modelli portano con sé.

L'inizio può risultare disorientante. Alcune immagini sembrano volutamente enigmatiche, come quella del giovane con le mani insanguinate che attraversa la vicenda: un possibile alter ego di Calaf, simbolo della sua ambizione e della sua sete di potere? La risposta non è immediata, ma lo spettacolo ha il merito di svelarsi progressivamente, permettendo allo spettatore di entrare poco a poco nella sua logica interna.

I costumi contribuiscono in maniera decisiva a questa visione. Turandot sfoggia una vistosa parrucca biondo platino che la trasforma in un'icona di potere contemporaneo; Altoum compare come una sorta di intrattenitore da avanspettacolo, spesso impegnato a togliere e rimettere la propria parrucca vistosa; le tre maschere esibiscono abiti scintillanti e atteggiamenti volutamente caricati, quasi grotteschi. Lo stesso regista ha dichiarato di guardare a immaginari come Blade Runner e Squid Game, riferimenti che emergono soprattutto nella gestualità e nei comportamenti dei personaggi.

Il colpo di scena finale rappresenta probabilmente il momento più audace dell'intera operazione. Dopo la morte, Liù si rialza e continua ad abitare la scena come una presenza esterna agli eventi, quasi un fantasma osservatore. Indossando una vestaglia, ordina cibo da asporto e consuma un rapporto con il rider (Altoum di nuovo trasformato) che glielo consegna. Nel frattempo Turandot e Calaf suggellano il loro legame con una semplice stretta di mano, come la firma di un accordo commerciale più che di un'unione sentimentale. E proprio Calaf, subito dopo, corre verso Liù in cerca di conforto, in uno dei passaggi più sorprendenti e umanamente commoventi della serata. Tutto culmina in una grande esplosione di gioia collettiva che lascia lo spettatore sospeso fra ironia, perplessità e riflessione.

Sul piano musicale, la protagonista assoluta è senza dubbio Ewa Płonka. La sua Turandot è magnifica: volitiva, autorevole, scenicamente dominante e sostenuta da una voce imponente che affronta la scrittura pucciniana con sicurezza e slancio. Una prova di grande livello.

Straordinaria anche Maria Novella Malfatti, una Liù capace di coniugare ampiezza sonora e raffinatezza espressiva. I filati sono sottilissimi e controllati, il canto sempre elegante e partecipe. L'artista trova inoltre piena credibilità scenica anche nell'insolita soluzione drammaturgica del finale.

Più problematico il Calaf di Francesco Pio Galasso. Il tenore mette in mostra aperture sonore di notevole interesse e un colore vocale personale, ma l'impostazione del personaggio voluta dalla regia sembra condurlo talvolta verso emissioni tirate e forzate. Il risultato alterna momenti efficaci ad altri meno convincenti, pur restando complessivamente apprezzabile.

Nel ruolo di Altoum e del rider finale, Marcello Nardis si distingue per presenza scenica e disponibilità al gioco teatrale richiesto dall'allestimento; interpreta anche il povero Principe di Persia.

Completano il cast Shi Zong come Timur, Vincenzo Nizzardo come Ping, Valentino Buzza come Pang, Mauro Secci come Pong, Lorenzo Mazzucchelli come Mandarino, Maria Grazia Piccardi come Prima ancella e Martina Serra come Seconda ancella.

La direzione di Michele Gamba accompagna con intelligenza l'Orchestra del teatro Lirico in una produzione così particolare. Il suono orchestrale risulta avvolgente e ricco di colori; l'acustica naturalmente generosa del teatro rischia talvolta di sovrastare le voci, ma il direttore sembra aver modellato consapevolmente la concertazione sulle esigenze dello spettacolo, sostenendo con attenzione quanto accade in scena.

Molto bene il Coro preparato da Giovanni Andreoli, così come il Coro di voci bianche del Conservatorio "G. P. da Palestrina" di Cagliari preparato da Francesco Marceddu, protagonisti di un contributo preciso e coinvolgente.

Al termine della rappresentazione non sono mancate contestazioni piuttosto rumorose, provenienti soprattutto dalla platea. In alcuni momenti il dissenso è apparso persino imbarazzante per intensità. È un epilogo che lascia un po' di rammarico, perché al di là delle inevitabili divergenze di gusto, questa Turandot possiede una qualità oggi non così frequente: il coraggio.

Chi scrive predilige generalmente le letture più tradizionali e storicamente ambientate del repertorio. Eppure sarebbe difficile negare il fascino di un'operazione tanto fantasiosa e radicale. Certo, l'immaginario collettivo continua a vedere Turandot come una fiaba sospesa in un tempo lontano, e probabilmente non si desidererebbe assistere sempre a una trasformazione tanto estrema. Tuttavia, proprio perché eccezionale, una proposta come questa merita attenzione, curiosità e forse anche una dose maggiore di indulgenza. Il teatro vive anche di rischi, e quello corso da Villalobos a Cagliari è stato senza dubbio uno di quelli che almeno una volta vale la pena di vedere.

Maria Teresa Giovagnoli

 

PRODUZIONE E INTERPRETI

 

Direttore Michele Gamba

Maestro del coro Giovanni Andreoli

Coro di voci bianche del Conservatorio “G. P. da Palestrina” di Cagliari

Maestro del coro di voci bianche Francesco Marceddu

Regia e costumi Rafael R. Villalobos

Scene Emanuele Sinisi

luci Felipe Ramos

Contenuti multimediali Cachito Vallés

Movimenti coreografici José Ruiz

 

Turandot       Ewa Płonka 

Altoum / Il Principe di Persia          Marcello Nardis

Timur             Shi Zong

Calaf  Francesco Pio Galasso 

Liù Maria Novella Malfatti 

Ping Vincenzo Nizzardo

Pang Valentino Buzza

Pong Mauro Secci


Un Mandarino Lorenzo Mazzucchelli

Prima ancella Maria Grazia Piccardi

Seconda ancella Martina Serra

Orchestra e Coro del Teatro Lirico di Cagliari

FOTO ANGELO CUCCA