G. VERDI - AIDA (KURZAK - ALAGNA) - ARENA DI VERONA - 23 AGOSTO 2026

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Dopo la parentesi dell’allestimento di Stefano Poda, l’Arena torna alla Aida di Franco Zeffirelli. E il passaggio è quasi antropologico: da un Egitto rarefatto, simbolico, da interpretare, a quello di piramidi, sfingi, idoli, sacerdoti, soldati, schiavi, ballerini e moltitudini. Qui tutto è grande. Anzi, possibilmente grandissimo.

La produzione di Franco Zeffirelli, con i costumi di Anna Anni e le coreografie di Vladimir Vasiliev, ha ormai acquisito quella cosa che al teatro capita raramente: la naturalità della tradizione. La piramide, le sfingi, le masse, l’oro, perfino l’accumulo un po’ delirante di apparati non sembrano più scelte registiche, ma semplicemente l’Aida dell’Arena. Zeffirelli aveva capito una regola elementare che qualche volta il teatro contemporaneo dimentica: in un anfiteatro bisogna farsi vedere.

E dunque sì, è enorme, ridondante, talvolta sfacciatamente kitsch. Ma è kitsch con mestiere, proporzioni e soprattutto con una precisa consapevolezza dello spazio. La scena non si limita a illustrare Verdi: lo traduce in una grammatica immediatamente leggibile a migliaia di persone. Persino Akmen, la creatura coreografica originariamente pensata per Carla Fracci, è ormai entrata nel patrimonio immateriale della casa. Togliere Akmen dall’Aida di Zeffirelli sarebbe quasi come togliere le sfingi: si potrebbe, certo, ma perché?

Peccato che alla magnificenza visiva non corrisponda sempre una pari compattezza musicale.

Aleksandra Kurzak, Aida, ha avuto un inizio piuttosto problematico. Nei primi due atti sono emerse soprattutto difficoltà tecniche: il fiato non sempre sosteneva con continuità le lunghe arcate verdiane e il fraseggio risultava a tratti spezzato, con conseguente perdita di naturalezza e di abbandono. Non è un problema secondario in una parte come quella della principessa etiope, dove la linea vocale deve conservare nobiltà e morbidezza anche quando l’orchestra si fa più intensa.

Poi, però, negli ultimi due atti si è sensibilmente ripresa. La scrittura più distesa e cantabile sembra adattarsi meglio alle caratteristiche del suo strumento, e la cantante ha trovato maggiore sicurezza, una linea più omogenea e qualche momento di autentica partecipazione. Il miglioramento è netto e va riconosciuto. Resta però il dato di fondo: Aida non sembra un ruolo naturalmente congeniale alla sua voce. La parte le impone una continuità di fiato, una solidità nel centro e un’espansione che non sempre sono risultate spontanee. Una scelta dunque molto impegnativa, che in questa occasione non ha dato i risultati sperati.

Clémentine Margaine, Amneris, ha portato in scena maggiore autorità e un temperamento più incisivo. La voce, forse meno sensuale di quanto si sarebbe desiderato, ha trovato il suo punto di forza nella gelosia e nell’aggressività, mentre è rimasta più sfumata la componente vulnerabile della principessa. Ma il personaggio aveva peso, nervo e soprattutto una presenza teatrale che non passava inosservata.

Roberto Alagna, Radamès, ha invece giocato la partita dell’esperienza. Il tenore riesce a portare a casa la serata non senza difficoltà e qualche inciampo, che però sa mascherare con un uso sapiente della tecnica e con l’esperienza teatrale accumulata in oltre trent’anni di carriera. La voce, inevitabilmente, mostra qualche segno del tempo, soprattutto negli acuti, ma Alagna sa amministrarla, conosce il palcoscenico e soprattutto conosce il pubblico. Quando qualcosa non viene esattamente come dovrebbe, il mestiere interviene a coprire la crepa. La sua Celeste Aida, generosa e teatrale, ha infatti ottenuto una grande ovazione.

Youngjun Park, Amonasro, è apparso invece piuttosto generico. Al personaggio mancavano quell’autorità, quella minaccia e insieme quella nobiltà paterna che dovrebbero rendere l’incontro con Aida una vera deflagrazione drammatica.

Più convincente Simon Lim, Ramfis, scuro, sonoro e autorevole, mentre Mariano Buccino, nei panni del Re, ha offerto una prova di buona presenza. Riccardo Rados, Messaggero, ha confermato le qualità del comprimario esperto, capace di dare rilievo anche a un intervento brevissimo. E Francesca Maionchi, Sacerdotessa, ha portato nella sua breve apparizione una piacevole misura musicale e un bel colore vocale.

Sul podio, Francesco Ommassini ha avuto il merito di non limitarsi a riprodurre la consueta Aida areniana. Impresa non facile, perché questa partitura a Verona possiede una tradizione esecutiva quasi costituzionale, sedimentata attraverso le bacchette di Nello Santi, Anton Guadagno e Daniel Oren. Ommassini cerca invece una propria fisionomia, sottolineando i contrasti, le zone più intime e la teatralità della scrittura verdiana.

La sua lettura è personale senza essere provocatoria, ma deve spesso fare i conti con un cast che non sempre riesce a seguirne le intenzioni. È forse questo il limite principale della serata: l’idea direttoriale appare più compatta della sua realizzazione complessiva.

L’Orchestra della Fondazione Arena di Verona suona con professionalità, mentre coro e masse sceniche trovano nella macchina di Zeffirelli una collocazione quasi naturale Il risultato musicale resta dunque diseguale, ma lo spettacolo conserva una forza che il tempo non sembra aver intaccato. Quello che un tempo poteva apparire come gigantismo è ormai diventato una convenzione, poi una tradizione, infine una sorta di patrimonio dell’Arena.

E il pubblico, che ha sfiorato il tutto esaurito, lo ha dimostrato senza bisogno di sofisticate ermeneutiche: applausi generosi per tutti gli interpreti, per la direzione e per la compagnia. Alla fine, nella vecchia Aida di Zeffirelli, il pubblico veronese ritrova esattamente ciò che si aspetta dall’Arena: Verdi, il grande spettacolo e, soprattutto, nessun senso di colpa per averli avuti insieme.

Pierluigi Guadagni

 

LA LOCANDINA

AIDA

Opera in quattro atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi

PERSONAGGI E INTERPRETI

Aida — Aleksandra Kurzak

Radamès — Roberto Alagna

Amneris — Clémentine Margaine

Amonasro — Youngjun Park

Ramfis — Simon Lim

Il Re — Mariano Buccino

Messaggero — Riccardo Rados

Sacerdotessa — Francesca Maionchi

 

Regia e scene — Franco Zeffirelli

Costumi — Anna Anni

Coreografie — Vladimir Vasiliev

 

Orchestra della Fondazione Arena di Verona

Coro della Fondazione Arena di Verona

Direttore d’orchestra — Francesco Ommassini

Maestro del coro — Roberto Gabbiani

Arena di Verona — Opera Festival 2026

Foto: ENNEVI