Di Maria Teresa Giovagnoli su Lunedì, 09 Febbraio 2026
Categoria: Recensioni

TRAVIATA, GIUSEPPE VERDI - TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, 8 FEBBRAIO 2026

Dopo oltre vent’anni di successi ininterrotti, la storica Traviata firmata da Robert Carsen sembra essere giunta al suo ultimo atto. L’allestimento, simbolo della rinascita del Teatro La Fenice dopo l’ultimo incendio e pilastro fondamentale di quel modello produttivo che ha reso il teatro lagunare un esempio di efficienza e qualità, è prossimo alla pensione. Forse proprio per l’aria di congedo che si respirava in sala, la presenza del regista in platea ha infuso un nuovo vigore a una macchina scenica che, nonostante il tempo e l’avvicendarsi di numerosi interpreti, ha saputo ribadire con forza perché sia ancora considerata un capolavoro assoluto della regia contemporanea.

Dopo oltre vent’anni di successi ininterrotti, la storica Traviata firmata da Robert Carsen sembra essere giunta al suo ultimo atto. L’allestimento, simbolo della rinascita del Teatro La Fenice dopo l’ultimo incendio e pilastro fondamentale di quel modello produttivo che ha reso il teatro lagunare un esempio di efficienza e qualità, è prossimo alla pensione. Forse proprio per l’aria di congedo che si respirava in sala, la presenza del regista in platea ha infuso un nuovo vigore a una macchina scenica che, nonostante il tempo e l’avvicendarsi di numerosi interpreti, ha saputo ribadire con forza perché sia ancora considerata un capolavoro assoluto della regia contemporanea.


L’impianto di Carsen, con le scene e i costumi di Patrick Kinmonth, continua a colpire per la sua spietata modernità: una pioggia di denaro che invade il palco, specchio di una società cinica e materialista dove tutto, persino l’amore, ha un prezzo. Le luci, curate dallo stesso Carsen insieme a Peter Van Praet, giocano con i contrasti tra l’abbagliante lusso delle feste e l’oscurità della solitudine di Violetta, in una narrazione che non ha perso un grammo della sua potenza visiva e concettuale.

Sul piano vocale, Rosa Feola nei panni della protagonista ha offerto una prova chiaroscurale. Pur confermandosi cantante di classe e razza, non ha convinto appieno in tutti i passaggi del titolo verdiano. Nel primo atto è apparsa cauta nel registro acuto, indulgendo in corone forse eccessive che hanno parzialmente frenato lo slancio virtuosistico. Al contrario, il soprano è risultato totalmente centrato nel secondo atto, dove il fraseggio nobile e l’accento partecipe hanno dato vita a un confronto con Germont di alta scuola; un equilibrio che è purtroppo venuto meno nel terzo atto, dove alla mancanza di una necessaria allure drammatica si è aggiunta un'interpretazione della tisi parsa sovraccarica, con rantoli e colpi di tosse un po' eccessivi che hanno rischiato di appesantire la scena finale.

Al suo fianco, Stefan Pop è stato un Alfredo fresco e variegato. Nonostante qualche tendenza a gigioneggiare, la sua è una prova che fa piacere ascoltare per la generosità del mezzo vocale e la spontaneità dell’interprete. Esemplare, per equilibrio tra presenza scenica e tenuta vocale, il Giorgio Germont di Roberto Frontali: un padre nobile e severo, capace di una commistione perfetta tra gesto e parola cantata.

La direzione di Stefano Ranzani ha garantito una tenuta solidissima. Sul podio di un’Orchestra della Fenice che conosce la partitura praticamente a memoria, Ranzani ha impresso un passo teatrale serrato, pur sapendo respirare con i solisti e spronarli nei momenti di eccessivo indugio. La sua è stata una lettura corposa, con qualche picco di decibel imputabile alla proverbiale sonorità della buca veneziana, ma che non ha mai messo in difficoltà i cantanti.

Di ottimo livello, come da tradizione per questo teatro, la numerosa schiera dei comprimari. Tra questi si sono distinti la Flora Bervoix di Carlotta Vichi e l'Annina di Barbara Massaro, entrambe molto efficaci nel dare spessore ai rispettivi ruoli. Puntuali e ben caratterizzati anche gli interventi maschili: il Gastone di Paolo Antognetti, il Barone Douphol di Armando Gabba, il Dottor Grenvil di Mattia Denti e il Marchese d’Obigny di William Corrò. Hanno completato degnamente il cast Cosimo D’Adamo (Giuseppe), Umberto Imbrenda (un domestico di Flora) e Carlo Agostini (un commissionario), insieme alla prova del Coro istruito da Alfonso Caiani.

Il consueto pubblico cosmopolita della Fenice, seppur contenuto negli applausi durante la recita, si è dimostrato estremamente caloroso, riservando un'accoglienza entusiastica al terzetto dei protagonisti e culminando in una vera e propria standing ovation finale.

La recensione si riferisce alla recita di domenica 8 febbraio 2026

Andrea Bomben

TEATRO LA FENICE Stagione Lirica 2024/2025

LA TRAVIATA 

Melodramma in tre atti Musica di Giuseppe Verdi Libretto di Francesco Maria Piave

Direttore Stefano Ranzani

Regia Robert Carsen 

Scene e costumi Patrick Kinmonth 

Coreografia Philippe Giraudeau 

Luci Robert Carsen e Peter Van Praet 

Riprese da Andrea Benetello 

Regia ripresa da Christophe Gayral 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice 

Maestro del Coro Alfonso Caiani 

Allestimento Fondazione Teatro La Fenice

PERSONAGGI E INTERPRETI

Violetta Valéry Rosa Feola 

Alfredo Germont Stefan Pop 

Giorgio Germont Roberto Frontali 

Flora Bervoix Carlotta Vichi 

Annina Barbara Massaro 

Gastone, visconte di Letorières Paolo Antognetti 

Il barone Douphol Armando Gabba 

Il dottor Grenvil Mattia Denti 

Il marchese d’Obigny William Corrò 

Giuseppe Cosimo D’Adamo 

Un domestico di Flora Umberto Imbrenda 

Un commissionario Carlo Agostini

Foto copertina Michele Crosera