Con Der Ring ohne Worte, Teodor Currentzis inaugura al Teatro Grande di Brescia la tournée italiana con un’operazione che è insieme riduzione, provocazione e presa di posizione. Wagner senza parole, senza scena, senza cantanti: resta l’orchestra, esposta, messa sotto pressione, costretta a farsi teatro da sola.
La sintesi di Lorin Maazel diventa qui non tanto un riassunto quanto una centrifuga: tutto viene compresso, accelerato, portato a regime massimo. Distillazione, non narrazione. MusicAeterna risponde con la sua ideologia sonora: perfezione come stile, coesione come dogma. Gli archi non suonano insieme: vengono fusi. Vibrato normalizzato, legato collettivo, attacchi allineati al microscopio. Nella narrazione i del Rheingold il suono diventa superficie continua, quasi industriale: nessuna grana, nessuna porosità. Pianissimi ipertesi, fortissimi lanciati ma sempre dentro una gabbia metrica rigidissima. Il suono non respira: funziona. La Cavalcata delle Valchirie è istruttiva: niente galoppo, niente ebbrezza. Tempi tesi, accenti secchi, corni proiettati come segnali stradali. Valchirie non eroiche ma operative: più reparto speciale che mitologia. Effetto spettacolare, sì, ma deliberatamente anti-romantico. Qui non si cavalca: si esegue. Nel Viaggio di Sigfrido sul Reno il flusso non ondeggia: scorre in linea retta. Le semicrome degli archi sono tenute come su un nastro trasportatore, senza allargamenti, senza “respiro panoramico”. Il crescendo non seduce: accumula. È un montaggio a strati, non una dilatazione naturale. La Marcia funebre di Sigfrido è il manifesto. Tromboni e tube enormi ma asciutti, dinamiche spinte senza allentare il tempo. Il peso c’è, ma è peso strutturale, non tragico in senso teatrale. Meno lutto, più monumento. Più cemento armato che marmo patetico. Nel finale del Crepuscolo, l’apocalisse non si dissolve in una nube sonora. Le stratificazioni restano esposte, i piani sonori separati, la macchina sempre visibile. Niente fusione mistica: qui si vedono ancora le travi mentre tutto brucia. È un incendio sezionato, non una catarsi. I fiati non colorano: marchiano. I leitmotiv emergono come cartelli luminosi, poi subito risucchiati. Nessuna indulgenza tematica, nessuna ammiccante “voce del destino”. Gli ottoni sono massa regolata, mai lasciata andare. Le percussioni non fanno effetto: tengono il telaio. Questo non è Wagner da atmosfera, è Wagner da carpenteria. Ed è proprio questo il punto. Questo Ring è architettura pura. Tempi ipermetrici, pulsazione sempre presente, rallentandi come dispositivi, non come abbandoni. Currentzis dirige come un ingegnere di processo: micro-gestione delle dinamiche, articolazione chirurgica, precisione elevata a valore etico. Il suono non seduce: dimostra. Il risultato è un Wagner sontuoso, sì, ma deliberatamente anti-velluto. Denso, stratificato, ipercontrollato. Un Wagner che non si concede: avanza, costruisce, preme. Niente divano romantico, solo cantiere permanente. Anche l’immagine di Currentzis — giacca smanicata, gesto nervoso, posa da performer-asceta — entra nella logica del dispositivo. Non vezzo: branding estetico coerente. Wagner non come tradizione, ma come materia da laboratorio, da stress-test. E la suite di Maazel, qui, smette definitivamente di essere un “biglietto da visita” del Ring e diventa una macchina sinfonica autonoma, esibita nella sua ossatura. Senza parola, senza teatro, restano nervi, giunture, travi portanti. Currentzis prende questa struttura e la porta a regime forzato: più tensione, più controllo, meno illusione. Personalmente, non è il Wagner del mantello sonoro. Qui il mantello è stato smontato. L’ascolto non avvolge: costringe. Ma proprio per questo funziona come ipnosi meccanica: si entra nella macchina e non si discute più il metodo, perché la macchina, nel suo gelo operativo, è implacabilmente efficiente. Nel quadro dei 150 anni dell’Anello, questo non è un omaggio: è un test di resistenza. Wagner da laboratorio, sezionato, ricomposto, portato in pressione. Un Ring senza parole, sì, ma con una voce orchestrale talmente compatta, tesa e spietatamente controllata da rendere superflua ogni nostalgia. Teatro esaurito, pubblico in delirio. Una serata che difficilmente dimenticheremo.
Pierluigi Guadagni
LA LOCANDINA
Richard Wagner
Arr. Lorin Maazel
Der Ring Ohne Worte (L’anello senza parole)
Suite sinfonica basata sulla tetralogia Der Ring Des Nibelungen
I. Das rheingold
II. Die walküre
III. Siegfried
IV. Götterdämmerung
MUSICAETERNA ORCHESTRA
Direttore Teodor Currentis
Teatro Grande di Brescia
Foto: Umberto Favretto