Seconda sera, seconda immersione nel magnifico organismo della Sächsische Staatskapelle Dresden. Dopo la Sesta di Mahler del giorno precedente, il Teatro Filarmonico torna a riempirsi per un programma che cambia secolo, clima e prospettiva: Beethoven prima, Brahms poi, con Daniele Gatti sul podio e Beatrice Rana al pianoforte. Una specie di anatomia del sinfonismo tedesco, dal Beethoven ancora illuminista e rivoluzionario al Brahms ormai consapevole che, dopo Beethoven, scrivere una sinfonia significa necessariamente fare i conti con un fantasma.
E se la sera precedente Dresda aveva impressionato per la potenza tellurica, questa volta ha incantato soprattutto per la qualità del dettaglio. Perché il vero lusso della Staatskapelle non è soltanto il suono sontuoso, compatto, brunito: è la capacità di poterlo smontare e rimontare a piacimento. Gatti lo sa e, con questa orchestra, sembra avere trovato un interlocutore ideale. Il rapporto fra direttore e musicisti è ormai quello delle grandi coppie artistiche: niente bisogno di spiegare troppo, perché basta un gesto e l'orchestra sa già dove andare. Il programma comincia con l'Egmont, e già qui si capisce che non sarà una serata da cartolina.
L'ouverture non viene trattata come il consueto preambolo eroico da concerto, tutto timpani e retorica, ma come una vera drammaturgia in miniatura. L'introduzione lenta ha gravità, peso, oscurità; gli accordi iniziali sembrano aprire una porta su un mondo ancora dominato dalla tirannia. Poi il celebre Allegro irrompe con una precisione ritmica quasi feroce. Gli archi della Staatskapelle sono compatti ma non pesanti, gli accenti hanno spigolo, i fiati entrano con una puntualità che dà alla partitura una tensione quasi teatrale. Gatti evita di trasformare Beethoven in un monumento marmoreo: il ritmo resta vivo, il fraseggio respira, le transizioni hanno una funzione narrativa. E nel finale, quando il tema della vittoria esplode, l'orchestra non deve nemmeno alzare troppo la voce per convincere. Basta il controllo. Poi arriva Beatrice Rana. E qui il concerto cambia immediatamente temperatura. Il Quarto Concerto per pianoforte di Beethoven comincia con uno dei più celebri colpi di genio della letteratura pianistica: il pianoforte entra solo, senza preparazione, quasi fosse già dentro la musica prima ancora che l'orchestra abbia avuto il tempo di presentarsi. Beatrice Rana lo affronta senza alcuna voglia di trasformarlo in un gesto divistico. Il suo è un Beethoven pensato, cantato, respirato. Il suono è nitido, profondo, sorprendentemente ricco di gradazioni dinamiche. È una qualità che la pianista italiana ha mostrato più volte: una tecnica che non si mette mai in mostra per il semplice piacere di mostrare i muscoli, insistendo proprio sulla combinazione fra precisione, controllo del dettaglio e capacità di mantenere una forte tensione drammatica; nel repertorio beethoveniano. Ma ieri sera c'era qualcosa in più: il dialogo con Dresda.
Il primo movimento vive infatti di un equilibrio delicatissimo fra pianoforte e orchestra. Beethoven ha scritto un concerto in cui il solista non domina l'orchestra: la interroga, la provoca, le risponde. Beatrice Rana non cerca dunque di sovrastare la Staatskapelle, e Gatti non la costringe mai a fare da semplice tappeto sonoro. Il risultato è una conversazione continua, fatta di riprese, incisi, controcanti, piccoli scarti agogici. Particolarmente felice il modo in cui la pianista affronta le figurazioni più virtuosistiche: non come successioni di difficoltà da superare, ma come materiale espressivo. Le scale sono leggere senza essere superficiali, gli accordi hanno corpo, gli arpeggi mantengono una direzione interna. E soprattutto il fraseggio non si perde mai nelle note. Il momento più alto arriva però nel secondo movimento, quell'Andante con moto che sembra quasi sospendere il tempo. Qui Beethoven compie una delle sue magie più inquietanti: orchestra e pianoforte sembrano appartenere a due mondi diversi. Gli archi avanzano con una severità quasi spoglia, mentre il pianoforte risponde con una frase che sembra cercare una possibilità di riconciliazione. Beatrice Rana lo suona senza sentimentalismi. Il suo pianissimo non è evanescente ma concentrato; ogni nota sembra avere un peso specifico. E soprattutto non indulge nella tentazione, frequentissima, di trasformare questo movimento in una lunga pausa contemplativa. C'è invece una tensione sotterranea, una domanda che resta aperta fino all'ultima battuta. Qui Gatti compie un piccolo capolavoro di equilibrio. Gli archi della Staatskapelle suonano quasi senza vibrato emotivo, severi, asciutti, mentre il pianoforte mantiene una luce interna sempre più intensa. Il contrasto produce quella sensazione stranissima per cui il tempo sembra fermarsi pur continuando a scorrere. E poi il Rondò. Il passaggio dal secondo al terzo movimento è uno dei momenti più teatrali dell'intero concerto e ieri sera è stato affrontato con una naturalezza esemplare. Il ritmo prende fuoco, ma non diventa mai precipitazione.
Beatrice Rana ha dita d'acciaio e senso della misura: il virtuosismo non è mai un fine, bensì il carburante che permette alla musica di avanzare. La cadenza del primo movimento, le figurazioni del Rondò, i passaggi in cui Beethoven sembra voler mettere continuamente alla prova il pianista: tutto viene risolto con una sicurezza quasi insolente, ma senza insolenza musicale. È probabilmente questo il punto: Beatrice Rana si conferma una delle migliori concertiste oggi in circolazione non perché riesca a suonare tutto, ma perché sa dare un'identità a ciò che suona. La tecnica c'è, eccome; semplicemente non è lei a chiedere il primo piano. Dopo Beethoven, Brahms. E qui Gatti ritrova un territorio che conosce profondamente. Non è un caso che una delle sue letture brahmsiane più celebrate, quella della Seconda con i Wiener Philharmoniker, fosse stata lodata proprio per la capacità di leggere la grande architettura della partitura, giocando sui rapporti fra tempi, dinamiche e proporzioni formali. Ieri sera questa concezione ha trovato nella Staatskapelle un alleato formidabile. Il primo movimento, Allegro non troppo, nasce quasi dal nulla. Corni e archi aprono la sinfonia con quella frase che sembra avere già in sé il seme di tutto ciò che seguirà. Gatti non ha fretta. Lascia respirare le frasi, dà spazio alle armonie, fa emergere le voci interne. E soprattutto evita l'equivoco della “Seconda di Brahms” come sinfonia semplicemente pastorale e luminosa. Perché questa musica è luminosa, certo, ma sotto il sole ci sono nuvole. Lo si sente nei bassi, nelle sincopi, nelle improvvise ombre armoniche, nei momenti in cui il discorso sembra deviare verso tonalità più scure. La Staatskapelle possiede un registro grave magnifico: violoncelli e contrabbassi danno alla struttura una profondità quasi fisica, mentre i corni aggiungono quella patina dorata che appartiene al DNA sonoro dell'orchestra. Il secondo movimento, Adagio non troppo, è forse il banco di prova più severo. Qui Brahms diventa più introverso, più inquieto, quasi già tardo. Il tema del violoncello, ripreso e trasformato, ha una malinconia che non concede facili consolazioni. Gatti ne sottolinea il carattere meditativo senza impantanarlo. Le frasi hanno peso, ma continuano a muoversi. Gli archi della Staatskapelle sono semplicemente magnifici. Il suono è corposo ma mai viscoso, e soprattutto le sezioni dialogano con una naturalezza cameristica. I legni intervengono non come solisti che chiedono il loro momento di gloria, ma come parti di un unico discorso. È il genere di equilibrio che non si improvvisa. Poi l'Allegretto grazioso. Qui Gatti cambia passo senza cambiare mondo. Il movimento ha una leggerezza apparente, ma sotto la superficie continuano a scorrere quelle tensioni ritmiche e armoniche che Brahms dissemina con perfidia. Il Trio introduce una maggiore mobilità, e l'orchestra risponde con un'agilità quasi sorprendente considerando la magnificenza del suo suono. È uno dei momenti in cui si capisce quanto la grandezza di Dresda non consista nella massa, ma nella capacità di articolare la massa. E infine il quarto movimento, Allegro con spirito. Qui Brahms decide finalmente di sorridere. Gatti costruisce il finale con una progressione straordinaria. L'inizio è energico ma non euforico; le cellule tematiche si rincorrono, si trasformano, si addensano. Il lavoro contrappuntistico diventa progressivamente più fitto e l'orchestra acquista peso senza perdere definizione. La ripresa del tema principale è uno dei momenti più felici della serata: ciò che prima sembrava semplice si trasfigura, e l'Allegro con spirito acquista una luminosità quasi trionfale. Il crescendo conclusivo non è una semplice esplosione sonora: è la soluzione di un'enorme equazione formale. Non è volume. È qualità del volume. È il modo in cui gli ottoni si integrano con gli archi, la compattezza delle masse, la precisione degli attacchi, la capacità di passare da un pianissimo quasi impalpabile a un fortissimo capace di riempire ogni centimetro del Filarmonico senza mai diventare volgare.
Dopo due sere consecutive, la conclusione è quasi inevitabile: Daniele Gatti sembra avere trovato nella Sächsische Staatskapelle Dresden non soltanto una delle grandi orchestre europee, ma il proprio strumento ideale per affrontare quel grande arco che unisce Beethoven, Brahms e Mahler. La scelta della Staatskapelle di affidargli la guida principale fino al 2030, e il progetto del primo ciclo mahleriano completo nella storia dell'orchestra, acquistano alla luce di queste due serate un significato tutt'altro che amministrativo. Il Teatro Filarmonico, esaurito in ogni ordine di posti, alla fine non ha avuto dubbi: Beatrice Rana e Daniele Gatti sono stati salutati da infiniti, calorosissimi applausi ai quali hanno ricambiato con due graditissimi bis: Beatrice Rana con un impalpabile Mendelssohn, l'Orchestra con il preludio al terzo atto dei Meistersinger di Wagner suonato come finissima filigrana in contro luce.
Pierluigi Guadagni
LOCANDINA
IL SETTEMBRE DELL'ACCADEMIA 2026
XXXV Festival Internazionale di Musica
Teatro Filarmonico di Verona
SÄCHSISCHE STAATSKAPELLE DRESDEN
Daniele Gatti, direttore
Beatrice Rana, pianoforte
Ludwig van Beethoven
Egmont, Ouverture op. 84
Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 in sol maggiore op. 58
Johannes Brahms
Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 73
PHOTO CREDITS MASCALZONI