All’Arena, ormai, può succedere di tutto. Anche che Niccolò Paganini, il più sulfureo, spettinato e satanico dei virtuosi, venga convocato in paradiso da Marco Balich e trasformato in protagonista di un gigantesco superlive immersive concert. E, a ben vedere, non è nemmeno la cosa più strana della serata. Perché Paganini Paradise, nuova creazione di Marco Balich e Balich Wonder Studio, coprodotta con Fondazione Arena di Verona, non è propriamente un concerto, non è uno spettacolo teatrale, non è un audiovisivo, e non è nemmeno una di quelle ormai abituali celebrazioni multimediali della musica classica. È piuttosto un mostro ibrido, enorme e tecnologicamente onnivoro, nel quale la musica viene presa, sollevata dalla buca, centrifugata con le immagini e restituita al pubblico come esperienza immersiva. La cosa, naturalmente, è molto balichiana: prendere un’idea e portarla alle dimensioni di un evento, possibilmente planetario. Qui l’idea è Paganini, cioè il virtuoso per antonomasia, e dunque il soggetto ideale per una macchina scenica che vive di eccessi, meraviglie, metamorfosi, paradisi, inferni, abissi e catastrofi cosmiche. Lo spettacolo procede infatti come un viaggio dalla luce verso l’oscurità e poi verso il caos dell’universo, in tre grandi quadri che mescolano le pagine di Paganini con quelle di Pachelbel, Albinoni, Händel, Tartini, Fauré e Barber. Ma, soprattutto, procede attraverso un immaginario che non ha nulla di rassicurante. L’impressione generale è anzi singolarmente inquietante: non tanto per una pretesa oscurità filosofica della vicenda, quanto per la qualità delle immagini, per le metamorfosi continue, per quel senso di precipizio e di perturbante che accompagna lo spettatore fino al finale. E qui entra in scena soprattutto Hieronymus Bosch, o meglio la sua visionaria zoologia dell’incubo: creature deformi, corpi impossibili, mostruosità che sembrano uscire da un bestiario medievale passato attraverso una sala macchine digitale. Il paradiso, insomma, dura poco; e quando arriva l’inferno sembra avere un budget decisamente superiore. Marco Balich costruisce così una specie di Bosch elettronico, con le proiezioni tridimensionali che invadono il palcoscenico e sembrano dilatarsi nello spazio dell’Arena. Gli schermi LED trasparenti e gli effetti visivi sono usati non come semplice decorazione, ma come una seconda grammatica dello spettacolo: la musica viene continuamente tradotta in materia, luce, movimento, profondità. Talvolta il procedimento convince pienamente; talvolta, inevitabilmente, la macchina prende il sopravvento e si avverte quel rischio tipico dell’immersivo contemporaneo: che ogni suono debba avere la propria immagine, ogni crescendo la propria esplosione, ogni pausa il proprio effetto speciale. Ma sarebbe ingeneroso liquidare Paganini Paradise come un semplice luna park musicale. La concezione è più ambiziosa: Balich cerca una drammaturgia nella quale immagini e musica non siano semplicemente sovrapposte, ma procedano parallelamente, creando una successione di stati percettivi. E proprio qui sta la peculiarità, ma anche il limite, dell’operazione: la musica classica possiede già un’immaginazione interna formidabile e non sempre ha bisogno di essere illustrata. Un accordo di Händel non reclama necessariamente un’apparizione celeste; un Adagio di Albinoni non necessita di un abisso cosmico; e Paganini, soprattutto, è già stato uno spettacolo prima ancora che qualcuno inventasse i LED. Il violinista genovese possedeva infatti tutto ciò che oggi si cerca di ricostruire tecnologicamente: il mito, il virtuosismo, la teatralità, l’ambiguità, il rapporto quasi morboso con il pubblico. In questo senso la scelta è perfetta: Paganini non viene trasformato in spettacolo, perché spettacolo lo era già. Gli viene semplicemente costruita attorno un’Arena di dimensioni adeguate. E tuttavia, quando arriva la musica vera, quella suonata dagli strumenti veri, la gigantesca macchina visiva deve finalmente fare un passo indietro. Sul podio c’è Enrico Fagone, alla guida di una formazione ridotta alla sola sezione degli archi dell’Orchestra della Fondazione Arena di Verona, ed è proprio qui che la serata acquista una sua inattesa solidità musicale. Fagone evita di trasformare il materiale in una colonna sonora indistinta, mantiene nitidi i piani dinamici, governa con attenzione gli equilibri e soprattutto lascia respirare le frasi, impedendo che l’enfasi delle immagini si trasferisca automaticamente nella musica. La sua direzione è precisa, flessibile, attentissima all’articolazione degli archi: staccati ben definiti, attacchi netti, dinamiche sorvegliate, agogica elastica senza inutili rallentamenti spettacolari. E l’Orchestra della Fondazione Arena risponde con una prova ispirata, compatta, omogenea, capace di mantenere una qualità timbrica notevole anche in una situazione acusticamente anomala come quella dell’Arena e soprattutto con un organico limitato agli archi. È una formazione che non fa rimpiangere, nei momenti più raccolti, l’apparato sinfonico tradizionale: gli archi areniani producono un suono pieno ma non greve, con buone differenziazioni tra registri e un'apprezzabile cura del fraseggio. Ma la vera sorpresa sono i tre solisti. Giovanni Andrea Zanon, violinista di tecnica spettacolare e di evidente sicurezza strumentale, affronta il repertorio virtuosistico con una padronanza che non consiste soltanto nella velocità delle dita. Il suo Paganini è costruito sul controllo dell’arco, sulla precisione degli attacchi, sulla pulizia dei passaggi di posizione, sull’intonazione delle doppie corde e sulla capacità di mantenere una linea melodica perfettamente leggibile anche quando la scrittura si infittisce di figurazioni. E soprattutto Zanon evita il peccato capitale del virtuosismo esibito: non trasforma la difficoltà in una smorfia, ma la lascia apparire come naturale conseguenza del dominio tecnico. In Paganini questo è tutto. Il virtuosismo deve sembrare facile, altrimenti diventa ginnastica. Ettore Pagano, reduce dal clamoroso trionfo al Queen Elisabeth Competition di Bruxelles, dove nel maggio scorso ha conquistato il Primo Premio e il Premio della Regina Mathilde, confermando di essere il primo italiano a ottenere il massimo riconoscimento nella sezione violoncello, porta invece in scena un’autorità strumentale sorprendente per la sua giovane età.

La sua esecuzione è stata di altissima qualità: suono profondo ma perfettamente controllato, emissione omogenea lungo tutta l’estensione, vibrato misurato, grande precisione nell’articolazione e soprattutto una notevole capacità di differenziare il peso dell’arco. Nei passaggi più virtuosistici non si avverte mai la ricerca dell’effetto per l’effetto: la mano sinistra lavora con una precisione quasi chirurgica, mentre l’arco mantiene una continuità di fraseggio che impedisce al virtuosismo di spezzare il discorso musicale. È un modo di suonare che appartiene già all’interprete maturo: la tecnica non viene mostrata, viene utilizzata. E forse è proprio questo il dato più interessante della serata, dopo la vittoria di Bruxelles: Pagano non sembra un giovane talento appena consacrato, ma un musicista che ha già interiorizzato il proprio strumento. Perfetto anche Federico Altare, flautista vincitore nel 2026 del Primo Premio e dell’Orchestra Prize al Carl Nielsen International Competition di Odense. La sua prova si distingue per la qualità del legato, per la precisione dell’intonazione, per l’agilità nei passaggi rapidi e soprattutto per una emissione estremamente controllata: niente durezza nei registri acuti, niente cedimenti nei pianissimi, niente virtuosismo esibito come ginnastica respiratoria. I tre solisti, insomma, appartengono a una generazione nella quale la tecnica non è più una medaglia da esibire ma una lingua madre. E questo, in una serata costruita dichiaratamente sul virtuosismo, fa una differenza enorme. Il programma, che affianca Paganini a Pachelbel, Albinoni, Händel, Tartini, Fauré e Barber, non pretende naturalmente di costruire una storia musicale filologica: costruisce piuttosto un itinerario di atmosfere, dal paradiso all’inquietudine, dalla contemplazione al tumulto, fino alla vertigine finale. È una sorta di playlist colta trasformata in drammaturgia, e forse proprio per questo funziona meglio quando la musica riesce a sottrarsi alle immagini e a vivere autonomamente. Alla fine, dunque, Paganini Paradise è un’operazione che si può discutere, perfino contestare, ma non liquidare. Ha eccessi, perché Marco Balich evidentemente non conosce la parola piccolo: tutto deve essere grande, immersivo, emozionale, tridimensionale e possibilmente memorabile. Ma ha anche una sua coerenza interna, e soprattutto ha il merito di tentare qualcosa che l’Arena conosce bene: trasformare lo spettacolo in rito collettivo. Soltanto che questa volta il rito non è quello dell’opera, bensì quello della musica vista, ascoltata e quasi fisicamente attraversata. E il risultato, fra paradiso e Bosch, Paganini e l’elettronica, inferno e cosmologia, è talvolta magnificamente visionario e talvolta francamente perturbante. Ma forse, per uno come Niccolò Paganini, non poteva esserci destino migliore.

Pierluigi Guadagni

 

LOCANDINA

PAGANINI PARADISE

Superlive Immersive Concert

Arena di Verona — 18 agosto 2026 — Prima mondiale

Musiche: Niccolò Paganini, Johann Pachelbel, Tomaso Albinoni, Georg Friedrich Händel, Giuseppe Tartini, Gabriel Fauré, Samuel Barber

Ideazione, regia e concept: Marco Balich
Balich Wonder Studio — coproduzione con Fondazione Arena di Verona
Direzione creativa: Stefania Opipari, Claudio Sbragion
Direzione artistica e produzione contenuti video: Karmachina

Direttore: Enrico Fagone
Orchestra: Orchestra della Fondazione Arena di Verona — sezione archi

Violino: Giovanni Andrea Zanon
Violoncello: Ettore Pagano 

Flauto: Federico Altare

FOTO ENNEVI