Il 16 giugno del 2023 sarà ricordato nella storia dello spettacolo come una ricorrenza particolarmente cara ai melomani di tutto il mondo e che la città di Verona ha organizzato dispiegando tutte le sue forze in lungo ed in largo per la città, non solo per quanto concerne l’anfiteatro e la rappresentazione in sé per sé. Si festeggia la centesima volta che il Festival areniano prende vita, interrotto solo a causa degli orribili eventi bellicosi e pandemici che si sono susseguiti da quando nel lontano 1913 la prima Aida solcò le scene dell’anfiteatro più famoso al mondo per gli eventi musicali. Nel 2013 si festeggiò il centenario dalla prima rappresentazione ed oggi si celebrano cento Festival di musica, di bellezza, di passione. Ciò ha coinvolto tutta la città con scenografie tratte da allestimenti passati posizionate in punti strategici, diffusori acustici in piazza Bra con arie e musiche operistiche in riproduzione sulla nota App Spotify, addirittura una apposita area Social con uno schermo di approfondimenti e riprese dei backstage. Insomma tante opportunità per coinvolgere una città in festa e quanto più pubblico possibile per un evento irripetibile. A questo si aggiunga l’Inno di Mameli con passaggio delle meravigliose Frecce tricolori, la Mondovisione, la diretta Rai con ospiti politici e personaggi del mondo dello spettacolo capeggiati dalla acclamatissima Sophia Loren, gli approfondimenti di Alberto Angela che affianca nella conduzione Milly Carlucci e Luca Zingaretti, per un cocktail di mondanità e spettacolo che Verona ha accolto con tutti gli onori ed un centro storico blindatissimo.

Per tanto clamore non bastava una Aida tradizionale a riempire gli schermi di tutto il mondo: evidentemente si deve aver pensato che ci voleva qualcosa di più tecnologico, accattivante per un pubblico così vasto e probabilmente fruibile dal punto di vista televisivo. Ecco che la scelta del regista è caduta su Stefano Poda, il quale già in altri allestimenti ha mostrato di non cedere affatto alla tradizione per scoprire nuovi orizzonti della narrazione operistica, che peraltro trovano sempre un filo conduttore molto simile a nostro avviso. Chi si aspettava uno spettacolo di puro fascino per viaggiare nel tempo passato mentre assaporava le bellezze della musica verdiana è rimasto sicuramente deluso perché il viaggio c’è stato, ma verso il futuro, la tecnologia, gli effetti sonori, i costumi avveniristici e le proiezioni luminose nel cielo. Anzi l’intento del regista era proprio quello di contrapporre un passato ormai disgregato (una colonna distrutta alla destra del palco in evidenza) con un avvenire robotico e sempre più asettico come il palcoscenico di questa produzione, che in estrema sintesi è una gigantesca installazione d’arte contemporanea in cui si anima uno spettacolo modernissimo, ma sulle musiche dell’Aida di Verdi. Poda ci vede anche del dantesco nella dicotomia tra il male delle ingiustizie subite dal popolo etiope, e quindi effetti visivi cupi con abilissimi mimi che simulano ombre demoniache spalmate sul palco, ed il bene cui alla fine si arriva con il sacrificio degli amanti. L’Egitto è solo sfiorato con dei lampi atti a ricordarci dove siamo in teoria, si veda la presenza di mummie, alcuni figuranti nel ruolo di Anubi, la forma piramidale che assumevano sia le luci che alcune strutture poste sul palco. Ma il pathos, il misterioso giogo che tiene incollati alle proprie seggiole gi spettatori da oltre un secolo e mezzo in ogni parte del mondo purtroppo ci è effettivamente mancato.

Dal punto di vista musicale si registra un lieve ritardo dell’inizio della rappresentazione dovuto ad un veloce scroscio di pioggia, il che forse ha un po’ destabilizzato cantanti ed orchestra che sono sembrati leggermente ‘guardinghi’, come a prendere essi stessi le misure dello spettacolo, che poi è andato avanti senza intoppi. Un po’ fastidioso però il rumore degli effetti di fumo continuamente sparati in scena. Protagonisti in senso totale i due amanti dal destino segnato, tanto musicalmente quanto dal punto di vista interpretativo: con un allestimento in cui succede di tutto bisogna tirar fuori tanta personalità e concentrazione per non perdere il filo e soprattutto l’anima del personaggio. Così Aida è una irrefrenabile Anna Netrebko, che anche nelle serate più complicate del solito tira fuori quanto di più talentuoso ha in sé per proporre un personaggio di valore, forte ma sensibile, credibile nel dolore e nella fierezza dell’ultimo sussurro, con una voce che ancora una volta sa tuonare tanto forza e vigore quanto dolcezza e sensibilità; similmente quanto scritto più volte su Yusif Eyvazov si riconferma con il suo Radamès: il tenore canta con correttezza in modo chiaro e con certe finezze che mostrano impegno, professionalità e generosità in un ruolo che evidentemente sente proprio come suo. Roman Burdenko non ci sembra invece aver trovato una chiara dimensione interpretativa in questo spettacolo, ove come detto ci vuole tanta personalità affinché il personaggio emerga: il suo Amonasro si scalda man mano vocalmente, ma resta un po’ asettico rispetto al grande carisma richiesto dalla parte. All’opposto invece Olesya Petrova cerca nella sua Amneris una dimensione forse eccessivamente aggressiva, che soprattutto vocalmente sfora spesso nella rabbia piuttosto che nel canto sfaccettato ma equilibrato che il ruolo della donna volitiva e pur sempre innamorata richiederebbe. Michele Pertusi porta in scena un austero e pertinente Ramfis; il re è interpretato dal sempre corretto Simon Lim; chiudono il cerchio il Messaggero di Riccardo Rados e la Sacerdotessa, Francesca Maionchi. Un plauso va fatto a tutte le comparse, ai mimi ed al coro splendidamente diretto da  Roberto Gabbiani, per aver completato con valore e preparazione questo immane e variegato spettacolo.

Al Maestro Marco Armiliato il compito di far quadrare i conti di tantissima posta messa in gioco e sceglie una conduzione accorta, attenta e talvolta morbida per permettere soprattutto nei ballabili alle masse di ballerini e mimi coinvolti di prendere i propri spazi di volta in volta. Non mancano finezze e tocchi di pathos in quella che rimane una delle partiture più amate e conosciute al mondo, che l'Orchestra areniana interpreta da sempre con amore e spiccata sensibilità. 

Il pubblico che ha riempito in maniera straripante l’Arena è stato molto attivo tanto nell’acclamare i personaggi noti prima della rappresentazione, nel cantare l’Inno nazionale, quanto naturalmente nel celebrare gli artisti in scena, soprattutto la coppia protagonista ed il direttore d’orchestra.    

 

Maria Teresa Giovagnoli

 

PRODUZIONE E INTERPRETI

 

Direttore                                                       Marco Armiliato

Regia, scene, costumi,                                  Stefano Poda

luci, coreografia

Assistente a regia, scene,                             Paolo Giani Cei

costumi, luci, coreografia                            Maria Elisabetta Candido

Coordinatrice azioni di                                                                                           

regia, figuranti minori

 

Il Re                                                              Simon Lim

Amneris                                                        Olesya Petrova

Aida                                                              Anna Netrebko

Radamès                                                       Yusif Eyvazov

Ramfis                                                          Michele Pertusi

Amonasro                                                     Roman Burdenko

Un messaggero                                             Riccardo Rados

Una sacerdotessa                                         Francesca Maionchi

 

Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici della Fondazione Arena di Verona

Maestro del Coro Roberto Gabbiani

FOTO ENNEVI