Per la serata ufficiale inaugurale del festival Vicenza in Lirica, il Teatro Olimpico ha deciso di mettere alla prova non soltanto Rossini, ma anche i suoi interpreti e il pubblico. Ieri sera, infatti, l’Olimpico era più simile a una fornace palladiana che a un teatro: temperatura stabilmente sopra i trenta gradi, aria quasi immobile, condizioni nelle quali anche ascoltare musica diventa un esercizio di resistenza. Figuriamoci cantarla. La questione non è folkloristica. Un teatro storico come l’Olimpico è un patrimonio straordinario, ma programmare nel pieno dell’estate, in uno spazio non refrigerato, repertori vocalmente impegnativi significa sottoporre cantanti, coro e orchestra (e pubblico) a una prova supplementare che nulla ha a che vedere con la musica. E infatti il caldo si è sentito. Eccome. La Petite Messe Solennelle, poi, è opera che esige precisione, controllo del fiato, nitore delle linee, equilibrio fra devozione e ironia, fra il Rossini dei grandi slanci e quello, molto più sottile, dell’ultimo periodo. Ieri sera l’impresa era dunque doppia: cantare Rossini e cantarlo dentro una specie di bagno turco. Fortunatamente, il quartetto vocale ha avuto personalità sufficienti per tenere in piedi la serata.
Carmela Remigio ha confermato quella che resta una delle sue qualità più formidabili: la tecnica. Il canto è costruito, sorvegliato, intelligente; il fraseggio conosce la grammatica rossiniana e soprattutto sa trasformarla in discorso musicale, senza ridurre il belcanto a una collezione di agilità. La Remigio sa ancora dare senso alla parola, modellare la frase, alleggerire il suono quando serve e trovare nella musica sacra una dimensione raccolta che non ha bisogno di effetti. Ma ieri sera il termometro sembrava voler presentare il conto anche a lei. Si sono avvertite alcune asperità nell’emissione e, soprattutto, qualche difficoltà nella gestione del fiato, con frasi che qua e là sembravano dover essere conquistate più che semplicemente cantate. Non abbastanza, comunque, per intaccare la solidità dell’interprete: semmai per ricordarci quanto questa musica, apparentemente levigata e quasi domestica, possa essere spietata con chi la canta.
Luca Pisaroni, invece, è il genere di artista che nel repertorio rossiniano sembra giocare in casa. E non soltanto perché possiede lo strumento adatto: la sua è una vocalità nella quale tecnica, intelligenza musicale e parola procedono insieme. Il basso sa alleggerire senza svuotare il suono, articolare senza spezzare la linea, dare peso alla parola senza mai trasformarla in declamazione. Ieri, nonostante la fornace, Pisaroni è stato semplicemente un fuoriclasse: autorevole senza essere monumentale, profondo senza appesantire, sempre perfettamente dentro lo stile. Il suo Rossini non ha bisogno di esibire i muscoli: li possiede e basta. Più problematica Silvia Beltrami, voce importante e artista di solida esperienza, ma qui non del tutto a proprio agio. La scrittura della Petite Messe richiede una particolare levigatezza della linea, una duttilità belcantistica e una capacità di muoversi fra il chiaroscuro e la trasparenza che non sono forse il terreno nel quale il mezzosoprano dà il meglio di sé. La si apprezza maggiormente in quel repertorio che le è più congeniale, dove la voce può dispiegare con maggiore naturalezza peso, carattere e intensità.
La vera rivelazione è stata però Luis Magallanes. E qui la sorpresa è stata di quelle che fanno piacere. Il giovane tenore venezuelano ha mostrato una voce luminosa e ben proiettata, emissione naturale, acuti sicuri, notevole capacità di modulare il suono e soprattutto una musicalità che non si limita a eseguire le note ma le organizza in frase. Ieri sera ha fatto un'ottima impressione. Nel suo Rossini c’è quella combinazione non così frequente di leggerezza e consistenza: il suono corre, gli acuti non vengono inseguiti ma raggiunti, il fraseggio respira e soprattutto non c’è quella fastidiosa ansia di dimostrare di essere un tenore rossiniano. Magallanes canta e basta. E quando un giovane cantante riesce a far sembrare naturale ciò che naturale non è affatto, conviene drizzare le antenne.
Quanto all’Orchestra di Padova e del Veneto, diretta da Roberto Perata, e al coro Iris Ensemble, preparato da Marina Malavasi, la parola più corretta è forse “correttezza”. L’esecuzione è proceduta con professionalità, con un lavoro corale ordinato e una risposta orchestrale puntuale, ma senza quei momenti capaci di imprimersi nella memoria. Anche qui, tuttavia, sarebbe ingeneroso ignorare il termometro: chiedere a musicisti e cantanti concentrazione, precisione e tenuta in quelle condizioni è già una piccola prova di eroismo. Particolarmente felice, invece, la scelta dell’Offertorio nella versione orchestrata da Alberto Zedda, anziché ricorrere all’originale per organo. Una decisione che ho trovato molto convincente: non soltanto per la ricchezza timbrica che ne deriva, ma perché restituisce all’interno della Messa una tavolozza più ampia e coerente con la versione orchestrale. Un piccolo intervento, ma musicalmente tutt’altro che secondario. Alla fine resta dunque una serata condizionata da un elemento extramusicale troppo importante per essere ignorato. Rossini ha resistito al caldo; i cantanti anche, con risultati naturalmente differenti. Teatro esaurito in ogni ordine di posti che ha tributato al termine generosi applausi per tutti gli artisti coinvolti.
Pierluigi Guadagni
Locandina
TEATRO OLIMPICO DI VICENZA
Messe Solennelle
Gioachino Rossini
Soprano — Carmela Remigio
Mezzosoprano — Silvia Beltrami
Tenore — Luis Magallanes
Basso — Luca Pisaroni
Orchestra di Padova e del Veneto
Direttore — Roberto Perata
Iris Ensemble
Maestro del coro — Marina Malavasi
Versione orchestrale di Gioachino Rossini
Offertorio nella orchestrazione di Alberto Zedda
FOTO CONCETTO ARMONICO