Ci sono compositori che scrivono per il pianoforte e piCianisti che, incidentalmente, compongono. Thomas Adès appartiene a una terza categoria, molto più rara e parecchio più interessante: quella di chi sembra non riuscire a tenere separati il compositore, l’interprete e il direttore d’orchestra. Uno entra nella stanza, gli altri due arrivano subito dopo. Alla Scuola della Carità, per il Festival Pianistico Internazionale Bartolomeo Cristofori di Padova, Adès li ha fatti sedere tutti e tre allo stesso pianoforte. E il risultato è stato un recital che di ordinario aveva ben poco.
Adès, londinese classe 1971, è ormai uno dei nomi di riferimento della musica contemporanea internazionale. Ma chiamarlo semplicemente compositore contemporaneo è riduttivo, quasi una di quelle etichette che servono più a sistemare un artista in uno scaffale che a descriverlo. Ha scritto opere, balletti, concerti, musica da camera; dirige le proprie partiture e quelle altrui con le grandi orchestre internazionali; e al pianoforte non è affatto un compositore che ogni tanto si ricorda di essere pianista. È un pianista vero, con una formazione vera, e si sente.
La cosa interessante, infatti, è che Adès non suona come il compositore che per una sera decide di mettersi a fare il pianista. Suona come uno che il pianoforte lo conosce dall’interno. Non ha bisogno di dimostrare niente e soprattutto non ha l’ansia, piuttosto diffusa, di far sapere quanto è difficile quello che sta suonando. La tecnica resta lì, al suo posto, mentre davanti arriva la musica. È un atteggiamento che gli permette una libertà particolare: quella di chi non guarda la partitura soltanto dal punto di vista dell’interprete, ma anche da quello di chi potrebbe averla scritta.
Le Variazioni in Fa minore di Haydn hanno aperto la serata e hanno già messo le cose in chiaro. Niente Haydn da cartolina, niente elegante soprammobile settecentesco. Adès ne ha cercato il lato inquieto, perfino duro, lasciando che la pagina conservasse tutta la sua ambiguità. Il suono era asciutto e sorvegliato, ma non povero; soprattutto, ogni variazione sembrava conseguenza della precedente, senza che il discorso si spezzasse mai. È un Haydn che guarda già molto più avanti di Haydn, e Adès sembra saperlo benissimo.
Poi Stravinskij, con la Serenata in La. Qui il pianoforte si è fatto secco, nervoso, quasi impertinente. Hymne, Romanza, Rondoletto e Cadenza finale sono quattro piccoli meccanismi nei quali non c’è una nota di troppo, e Adès ha avuto il merito di non ingrassarli. L’articolazione era netta, gli accenti esatti, il ritmo sempre in primo piano senza diventare metronomico. Stravinskij, insomma, non era né neoclassico né moderno: era semplicemente Stravinskij, che è una cosa molto più difficile da ottenere.
Janáček, con V pláči da Sul sentiero di rovi, ha cambiato nuovamente la temperatura. Qui Adès ha evitato l’errore di trasformare quelle poche battute in una miniatura di sentimentalismo slavo. La musica vive di frammenti, esitazioni, frasi che sembrano interrompersi proprio quando stanno per dire qualcosa, e di silenzi che valgono quanto le note. Adès l’ha lasciata parlare con una naturalezza quasi prosastica, senza però perdere mai il controllo del dettaglio.
A questo punto è arrivato il primo Adès della serata, quello delle Blanca Variations. E qui il programma ha cominciato a mostrare il proprio disegno.
La melodia sefardita da cui nasce il brano viene sottoposta a una serie di trasformazioni che hanno qualcosa di molto serio e molto ironico insieme. Adès prende un materiale apparentemente semplice, lo torce, lo allunga, lo spezza, lo illumina da angolazioni diverse e alla fine lo restituisce ancora riconoscibile, ma ormai passato attraverso un’altra storia. Suonato dal compositore, il brano perde anche quel tanto di mistero che normalmente circonda la musica contemporanea: non sembra più qualcosa da decifrare, ma una musica che qualcuno ha semplicemente voglia di raccontare.
Il virtuosismo, naturalmente, c’è. Ma è un virtuosismo che nasce dalla scrittura prima ancora che dalle dita. E questa forse è la differenza più evidente fra Adès e il pianista che vuole soprattutto mostrare di saper suonare Adès.
Poi Bartók. La Sonata Sz. 80 è il punto nel quale molti pianisti cominciano a fare le facce da Bartók: percussione, violenza, accenti, muscoli. Adès, per fortuna, non ne ha avuto bisogno. L’Allegro moderato aveva una durezza asciutta, il Sostenuto e pesante manteneva quella sospensione quasi ossessiva che lo rende uno dei momenti più singolari della sonata, mentre l’Allegro molto arrivava con tutta la sua irregolarità senza trasformarsi in una gara di precisione digitale.
Il pianoforte diventava percussione, certo, ma senza smettere di essere pianoforte. E soprattutto senza perdere la struttura. È qui che la tecnica di Adès diventava quasi invisibile: non perché mancasse, ma perché era già stata assorbita dalla musica.
E poi Beethoven, l’Op. 109. Qui il recital avrebbe potuto facilmente trasformarsi nel solito finale monumentale: dopo il Novecento, finalmente il grande Beethoven, tutti in piedi e la morale della favola. Invece no.
Adès ha tolto alla Sonata n. 30 proprio quella patina monumentale che spesso la soffoca. Il Vivace, ma non troppo aveva una mobilità quasi imprevedibile, il Prestissimo era nervoso senza essere isterico, e soprattutto l’Andante molto cantabile ed espressivo non cercava l’effetto spirituale a tutti i costi. Era una musica concentrata, intima, quasi pudica.
E qui è diventato evidente il senso del programma. Haydn e Beethoven non erano gli illustri antenati convocati per nobilitare la contemporaneità; Stravinskij, Janáček e Bartók non erano le tappe obbligate di una storia della modernità. Adès li ascolta come ascolterebbe dei colleghi. Cerca quello che hanno di vivo, non quello che la storia della musica ha deciso che dovremmo trovare in loro. E poi, finalmente, Vesper. Messo alla fine, il brano assume un significato ancora più preciso. Questa nuova versione per pianoforte, realizzata nel 2026 e presentata qui in prima esecuzione italiana, arriva dopo quasi tutto ciò che Adès ha appena attraversato come interprete. Vesper guarda verso Henry Purcell, ma senza alcuna nostalgia da museo. Il passato appare filtrato, deformato, quasi ricordato male, e proprio per questo con maggiore verità. Adès non prova a ricostruire un suono antico né a travestire il pianoforte da clavicembalo. Fa qualcosa di più interessante: prende una memoria musicale e la lascia vivere nel presente.
Sono pochi minuti, ma dopo Haydn, Stravinskij, Janáček, le Blanca Variations, Bartók e Beethoven sembrano quasi la firma posta in fondo alla lettera. E forse proprio per questo funziona così bene come conclusione: non spiega il programma, lo ricompone.
Alla Scuola della Carità Adès ha dunque fatto qualcosa di più che tenere un recital. Ha mostrato il proprio laboratorio, ma senza trasformarlo in una lezione. Il laboratorio segreto del musicista seduto davanti a un pianoforte, dove Haydn può diventare contemporaneo, Stravinskij può parlare con Bartók e Beethoven può essere ascoltato senza il peso del monumento. Che, per un compositore, è forse il modo più convincente di presentarsi. Applausi generosi e convinti dal pubblico hanno salutato una serata indimenticabile.
Pierluigi Guadagni
La Locandina
FESTIVAL PIANISTICO INTERNAZIONALE BARTOLOMEO CRISTOFORI
NUOVI CLASSICISMI
THOMAS ADÈS pianoforte
Scuola della Carità · Padova
FRANZ JOSEPH HAYDN
Variazioni in Fa minore
IGOR STRAVINSKIJ
Serenata in La Hymne Romanza Rondoletto Cadenza finale
LEOŠ JANÁČEK
V pláči (In lacrime) da Sul sentiero di rovi
THOMAS ADÈS
Blanca Variations
BÉLA BARTÓK
Sonata per pianoforte Sz 80 Allegro moderato Sostenuto e pesante Allegro molto
LUDWIG VAN BEETHOVEN
Sonata n. 30 in Mi maggiore op. 109 Vivace, ma non troppo Prestissimo Andante molto cantabile ed espressivo
THOMAS ADÈS
Vesper
PRIMA ESECUZIONE ITALIANA
Foto crediti Festival Cristofori / TwoLostVoyagers