Quando nel 2015 vidi questo allestimento de I Capuleti e i Montecchi era una delle prime volte in cui andavo alla Fenice e ricordo ancora che la maschera che mi stava accompagnando in ascensore all’ultimo piano mi disse “sono più di vent’anni che non fanno Capuleti e l'ultima volta cantava la Ricciarelli”. Da qui la mia sorpresa quando leggendo il programma di sala dello stesso spettacolo ripreso dal Teatro Verdi di Trieste ho scoperto che anche in questo caso l’ultima interprete di Giulietta era Katia Ricciarelli, ma di anni ne sono passati ben cinquanta. E, giusto per la cronaca, nell’Ottocento a Trieste i Romeo e Giulietta belliniani erano stati interpretati perfino dall'accoppiata Grisi-Strepponi.
Tornando ai giorni nostri, nel cercare la sua chiave di lettura dell’opera Arnaud Bernard riconosce, giustamente, una spiccata debolezza dell’impianto drammaturgico, tanto da considerare la composizione come un’opera da museo, la cui forza risiede nella musica che diventa il filo conduttore vero e proprio della vicenda. Da qui la decisione del regista di ambientare la storia in un museo in ristrutturazione: già durante la sinfonia compaiono degli operai che stanno completando gli ultimi lavori e lo spazio è pieno di quadri in attesa di restauro da cui i personaggi emergono e prendono vita dopo le lunghe introduzioni orchestrali.
Il concept seppur con i suoi limiti funziona visivamente e contribuisce ad esaltare la delicatezza e l’ eleganza formale della musica grazie alle belle scene di Alessandro Camera e ai costumi di foggia rinascimentale di Carla Ricotti. Tuttavia c’è anche il rovescio della medaglia: fondare una regia sul punto debole del dramma finisce inevitabilmente anche per accentuarlo, specialmente se le interazioni fra i protagonisti in scena sono di stampo tradizionale e non particolarmente approfondite.
La compagnia di canto assemblata per l’occasione è ben omogenea e ha visto emergere soprattutto il trio di giovani che ricoprivano le parti principali.
Caterina Sala può contare su uno strumento sonoro, flessibile e dotato di centri screziati, ma soprattutto è capace di trovare i giusti accenti che le hanno permesso di disegnare una Giulietta moderna, appassionata al punto giusto e di non risultare la classica bambolina vittima del destino. Il legato è molto buono e l’unica cosa che le si può rimproverare è una certa veemenza in alcuni momenti che la portano a perdere un po’ il controllo negli acuti più sfogati mentre risultano ottimi i filati.
Laura Verrecchia riesce a venire a capo senza grossi problemi di una parte che è una vera e propria maratona per il mezzosoprano. Il suo Romeo è temperamentoso, forse più guerriero che amante – magari per scelta registica - ma l’ha portata ad incentrare la sua performance su un canto a cui è mancata una certa morbidezza e avrebbero giovato maggiori ripiegamenti intimisti.
Marco Ciaponi ha voce chiara, di volume non debordante, ma ben educata e sicura anche in acuto. La linea è pulita e un corretto approccio belcantista gli consente di cantare un Tebaldo di grande eleganza.
Buona la prova di Emanuele Cordaro nei panni di Lorenzo, mentre non è non centratissimo Paolo Battaglia come Capellio.
Positiva la prova del Coro preparato da Paolo Longo, al netto di qualche scollamento iniziale.
Enrico Calesso alla testa dell’Orchestra del Verdi parte leggermente in sordina probabilmente per adeguarsi alle esigenze volumetriche dei cantanti e a quelle numeriche del coro, ma presto trova i giusti equilibri e la recita inizia a decollare con l’apertura della prima scena di Giulietta. Il direttore trevigiano concerta bene pur senza particolari guizzi e offre una lettura delicata che ben si adatta al disegno registico, sebbene alcuni rallentando sia parsi eccessivamente enfatizzati.
Successo pieno da parte di un pubblico calorosissimo – fa piacere dirlo – e che a fine recita indirizza applausi entusiasti a Caterina Sala e Laura Verrecchia.
La recensione si riferisce alla recita di venerdì 24 febbraio 2023
FOTO FABIO PARENZAN