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TURANDOT, GIACOMO PUCCINI - TEATRO VERDI DI PADOVA, VENERDI' 25 OTTOBRE 2019

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L'Incompiuta di Puccini è destinata a lasciare per sempre un po' di amaro in bocca.

Tutti conoscono la sua genesi travagliata, la celebre storia di Toscanini che interrompe l’esecuzione della prima rappresentazione nel punto in cui il maestro aveva arrestato la composizione e i diversi tentativi di creare un finale. Ovviamente gli appunti rimasti non ci regaleranno mai il finale che l’autore aveva in mente, ma nemmeno sapremo mai come egli avrebbe messo mano alla partitura - perché certamente lo avrebbe fatto - per rivedere quel punto, smussare questo quadro e ricercare quella 'speditezza scenica' che gli premeva (e che forse qua e là manca). Quest’ultima è certamente la caratteristica, e il merito, fondamentale della Turandot concepita da Filippo Tonon che è stata riproposta al Teatro Verdi di Padova. La scenografia ricrea un’ambientazione esotica in cui l’azione è scandita grazie all’utilizzo di strutture scorrevoli che mutano agilmente la scena da fredda, cupa e notturna a opulenta tutta ori, argenti e sbrilluccichii. Un allestimento di stampo tradizionale in cui abbondano comparse e tutto quel compendio di effetti che colpiscono e sono tanto amati dallo spettatore medio. Il regista muove con pertinenza le masse, mentre il lavoro sui singoli cantanti pare limitato al minimo indispensabile.

Sulla stessa scia la direzione monocorde e priva di slancio di Alvise Casellati alla guida di una onesta Orchestra del Teatro Nazionale di Maribor. Il direttore batte il suo tempo a testa bassa, senza indugiare nella ricerca delle tinte più espressionistiche della partitura o nel tentativo di respirare assieme a orchestra e cantanti: scotto che ha pagato soprattutto nella prima aria di Liù, in cui lo scollamento buca-palcoscenico è stato più palese vista la purezza della melodia pucciniana. Affidabile il coro che conosce a occhi chiusi la parte e l’allestimento proveniente da casa propria.

Rebecca Nash disegna una principessa di gelo che sembra ispirarsi, complice anche la pronuncia, ai classici sopranoni nordeuropei: pratica e tagliente, non si perde in finezze. Peccato, poiché potrebbe approfondire tranquillamente scavo psicologico e varietà di accento visto che il peso vocale non manca.

Gaston Rivero è un Calaf dal canto fibroso e faticoso. Certo, in questo modo ottiene un bel colore brunito, ma va tutto a scapito della possibilità di un fraseggio più sfumato nei momenti prettamente lirici. Per lui un’ovazione abbastanza immotivata dopo 'Nessun dorma'.

Erika Grimaldi ha voce ben emessa e rotonda. La sua Liù è dolce come ci si aspetta, ma un po’ generica e dalla dizione poco nitida.

Abramo Rosalen è un Timur solido e paterno.

Molto buoni Leonardo Galeazzi, Emanuele Giannino e Carlos Natale come Ping, Pang e Pong, sempre agili e freschi in scena. Una certezza Antonello Ceron nei panni dell’Imperatore. Cristian Saitta è un Mandarino di lusso.

Pubblico molto soddisfatto.

PRODUZIONE

Direttore                     Alvise Casellati

Regia, scene e luci     Filippo Tonon

Costumi                     Cristina Aceti

 

INTERPRETI

Turandot                     Rebecca Nash

L'imperatore Altoum Antonello Ceron

Timur                          Abramo Rosalen

Calaf                            Gaston Rivero

Liù                               Erika Grimaldi

Ping                              Leonardo Galeazzi

Pang                             Emanuele Giannino

Pong                             Carlos Natale

Mandarino                   Cristian Saitta

Il Principe di Persia    Tiberiu Marta

 

Orchestra, coro e ballo del Teatro Nazionale di Maribor

Allestimento del Teatro Nazionale di Maribor

Foto Francesco Pertini

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