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R. WAGNER, TRISTAN UND ISOLDE, BAYREUTHER FESTSPIELE – GIOVEDÌ 1 AGOSTO 2019

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Raramente ascoltando musica ci si trova immersi totalmente in una atmosfera come con Tristan und Isolde. Il leggero didascalismo che sta nascosto negli altri drammi di Wagner qui scompare; la musica lo brucia inesorabile, è musica che arde di passione viva, sanguigna  che ha il colore dell'ebbrezza. Opera eccezionale, sì. Musica che sembra perduta in una febbre senza orizzonti come il delirio di Tristan ferito, una partitura alla quale attorno è rimasto un alone di eccezionalità, una etichetta che vorrebbe legarla alle future evasioni atonali della seconda Scuola di Vienna: la “rivoluzione cromatica” del Tristan.

Se poi si pensa che nello stesso anno, 1858, Verdi musicava “Un ballo in maschera”, l'idea di un fatto eccezionale si riaffaccia.

Ascoltare quest'opera nel “tempio” del Festspielehaus di Bayreuth, teatro consacrato alla musica di Wagner, con tutto il suo carico di storia, anche imbarazzante, che lo pervade, è sensazione nella sensazione, stupore nello stupore, soprattutto in quella scatola sonora che è appunto la sala del Festspielehaus dove la perfezione acustica raggiunge risultati insuperati, dove il suono dell'orchestra nascosta emerge da abissi misteriosi e si mescola con le voci per roteare nella sala e il risultato acustico si trasforma in pura magia sensoriale.

Da quando, nel 1951 dopo la catastrofe del nazismo, vi fu la riapertura del teatro con alla guida i nipoti del Maestro, la storia degli allestimenti di Bayreuth si trasforma da pura messinscena pittorica ed esaltativa a ricerca critica ed analitica dei lavori di Wagner.

Oggi, dopo la morte di Wolfgang Wagner e con a capo di questa istituzione para familiare unica nel suo genere la figlia di secondo letto Katharina, i lavori di Richard Wagner non sono più il fine per una rappresentazione teatrale che ne esalti lo stupore creativo, ma il mezzo per veicolare pensieri ed interpretazioni che superino la mera didascalia, fino a spingersi ad eccessi interpretativi che ne stravolgono completamente lo spirito e l'idea di teatro di Wagner stesso.

Si sa, il pubblico di Bayreuth non è composto di appassionati d'opera, è composto da wagneriani puri che godono della scomodità dei seggiolini in legno di questo teatro e si aspettano ogni volta di essere provocati da messinscene che sottolineano, ogni anno di più, l'inattualità di un teatro che rischia di essere tempio stantio di un uomo e del suo pensiero.

Katharina Wagner dal 2015 oltre che ad avere la guida artistica del festival, si cimenta anche in qualità di regista d'opera così come fecero il padre e lo zio prima di lei.

Ecco quindi che dopo Meistersinger nel 2007, la pronipote del Maestro si prova nuovamente nella regia a Bayreuth quando invece dovrebbe occuparsi solo di gestire una macchina artistica complessa, riuscendoci finora con  risultati artistici fin qui spesso imbarazzanti.

Della regia di questo Tristan und Isolde c'è poco da dire, se non che si tratta di un lavoro che nella sua semplicità viene trasformato in qualcosa di intellegibile, dove le compulsività gestuali di  ognuno e le presenze oniriche di bambole degne di un film horror di quarta categoria hanno l'unico pregio di esaltare una regia che lascia completamente indifferenti.

Inutile quindi soffermarci sul voyerismo totale e sulla malvagità futile di un Marke, sulla quantità di ferraglia inefficace in scena al secondo atto, sul duetto d'amore del secondo atto cantato di spalle rispetto al pubblico, sulle visioni delle varie Isolde\bambole nel terzo atto o sulla claustrofobica ossessione in cui si producono le scale del primo atto. Apoteosi rimane il “liebestod” finale che vede il corpo di Tristan morto, sballottato in continuazione come un pupazzo su di una portantina da ospedale di quelle con rotelle reclinabili, finché Isolde non muore più d'amore, ma viene trascinata via da un Re Marke che si riappropria finalmente della sposa promessa.

Questo Tristan, immerso in una oscurità perenne e in un pessimismo noiosissimo, sarebbe risibile nel suo snobismo sfacciato, ma invece ci appare ancora una volta come una operazione riuscita malissimo di una regista che forse dovrebbe fare tutt'altro. Il pubblico non apprezza lo sforzo intellettuale del team creativo e alla ribalta finale viene letteralmente inondato di fischi ed urla di disapprovazione. Amen.

Sul versante musicale le cose vanno decisamente meglio.

La coppia degli sfortunati amanti vede una Isolde (Petra Lang) totalmente slabbrata nei registri vocali ma che riesce a portare a termine una recita grazie alla potenza di fiato e ad un certo temperamento scenico non indifferente. La Lang possiede la non comune capacità di mascherare i suoi difetti vocali (fraseggio stentoreo, registro centrale inesistente e acuti urlati) con una presenza scenica ed una potenza vocale che le permettono di arrivare a fine recita indenne, garanzia non comune soprattutto con i ritmi serrati di un teatro come quello di Bayreuth dove tra la prova generale e la recita finale passano spesso due mesi.

Stephen Gould (Tristan) arriva affaticato dalle recite di Tannhauser, e sinceramente rimaniamo sbalorditi da come si possa creare un calendario di cast in questo modo. Alternarsi in due ruoli “monstre” come Tannhauser e Tristan a distanza di pochi giorni è un azzardo folle a meno che non ti chiami Max Lorenz o Rene Kollo e i risultati si sentono. La voce balla paurosamente, i fiati arrancano e l'intonazione viene spesso raggiunta a fatica soprattutto nella parte alta del rigo. Ma anche Gould, con uno sforzo sovrumano, riesce ad arrivare a fine recita indenne nonostante un registro acuto logoro ed indurito ma che nei centri (la maggior parte della scrittura di Tristan) è capace di esaltare accenti e sofferenza eroica del personaggio.

Vocalmente ineccepibile la Braenghene di Christa Mayer dal volume importante e pulito. Non una nota fuori posto soprattutto nella ansiosa apprensione del secondo atto. Sempre alla ricerca della giusta espressività per un ruolo capitale nell'economia dell'intera opera.

Ottimo il Re Marke di Georg Zeppenfeld accorato vocalmente, possente nei centri come nei gravi tanto da disegnare un energico e tribolato re invece del solito nonagenario in procinto di morte per asfissia vocale.

Greer Grimsley è un basso che qui canta da baritono e il suo Kurwenal risente un poco della fatica a raggiungere la parte alta del rigo. Al netto di un accento estremamente americano, la sua interpretazione è da manuale soprattutto negli interventi del terzo atto.

Bravi infine Armin Kolarczyc (Melot), Tansel Akzeybek (Ein Hirt, Junger Seeman), Kay Stiefermann (Ein Steuermann). Preciso il coro del Bayreuther Festspiele preparato da Eberhard Friedrich nel suo breve intervento al termine del primo atto.

Di Christian Thielemann alla guida della superlativa orchestra del Festival di Bayreuth (composta da i più meritevoli musicisti dei teatri dell'opera di stato dell'intera Germania) non sappiamo più cosa dire talmente tanti sono le lodi usate per questo sommo musicista.

Thielemann ha raggiunto una tale conoscenza della partitura di Tristan und Isolde da permettersi il lusso di ricalcare sì una certa tradizione forse oggi superata che guarda a Furtwaengler e Böhm, ma rivoltandola in una chiave non più fatta di un suono brillante e da una esaltazione dei sublimi sensi sonori ma cercando e trovando una lettura ed un approccio apertamente drammatico dove lirismo, sensualità e colore rimangono a margine per preferire una tinta unitaria cupa e magnificamente maledicente. Sia chiaro che comunque il lavoro di Thielemann è maiuscolo e la prova del nove non viene tanto da i due preludi del primo e terzo atto suonati con una perfezione ineguagliabile, ma dall'esaltazione dei numerosi passi cameristici di cui questa partitura è piena, spesso relegati in una frettolosa cornice nell'enfasi della potenza sonora.

Al termine applausi per tutti, tranne qualche sonoro dissenso per Petra Lang, mentre la compagine creativa scenica è stata travolta da un uragano di urla e fischi.

Pierluigi Guadagni

 

LA   PRODUZIONE

Direttore d’orchestra                       Christian Thielemann

Regia                                                  Katharina Wagner

Scene                                                  Frank Philipp Schlößmar, Matthias Lippert

Costumi                                             Thomas Kaiser

Drammaturgia                                   Daniel Weber

Luci                                                    Reinhard Traub

Coro                                                  Eberhard Friedrich

 

GLI  INTERPRETI

Tristan                                               Stephen Gould

König Marke                                    Georg Zeppenfeld

Isolde                                                 Petra Lang

Kurwenal                                          Greer Grimsley

Melot                                                 Armin Kolarczyk

Brangäne                                          Christa Mayer

Ein Hirt                                             Tansel Akzeybek

Ein Steuermann, Junger Seemann   Kay Stieferman

FESTSPIELORCHESTER  -  FESTSPIELCHOR

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