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MOSCOW STATE PHILHARMONIC SOCIETY, CONCERTO DELLA TCHAIKOVSKY SYMPHONY ORCHESTRA - TCHAIKOVSKY CONCERT HALL DI MOSCA, MARTEDI’ 12 FEBBRAIO 2019

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DIRETTORE VLADIMIR FEDOSEYEV

VIOLINISTA PAVEL MILYUKOV

Avere la fortuna di ascoltare una delle migliori orchestre del mondo, dirette da una icona della scuola direttoriale sovietica, assieme al vincitore del 15 premio Tchaikovsky, non è cosa che capita tutti i giorni.

E invece a Mosca, città dalla vita musicale e culturale intensissima, è evento di routine che in un piovoso martedì pomeriggio qualsiasi, fa muovere 1.623 persone ad accalcarsi ordinatamente agli ingressi della sala da concerto più grande e familiare di una città che definire culturalmente attiva è un eufemismo.

Ed ecco che appena entri in quell'immenso anfiteatro da concerti dove ogni santissimo giorno puoi ascoltare artisti eccelsi in programmi musicali che spaziano dal madrigale al contemporaneo, e getti un'occhiata sul pubblico, puoi trovare anziane matrone russe ingioiellate, ragazzi ricoperti di piercing, manager in grisaglia, bambini con i nonni e militari in divisa appena usciti dalla caserma.

E chi non trova posto o non può permetterselo, si accomoda con la seggiola pieghevole, nel foyer all'ingresso per assistere gratuitamente al concerto ripreso su di un mega schermo.

Ma una cosa accomuna tutti gli spettatori presenti: la concentrazione impeccabile. Non un colpo di tosse, non una caramella scartata, non un uscita improvvisa disturbano il concerto per tutta la sua durata. Io stesso mi sono sentito in imbarazzo quando per necessità ho dovuto sgranchire la schiena, temendo che il mio movimento potesse essere interpretato come un elemento di disturbo.

Il programma in cartellone, interamente dedicato a Tchaikovsky, ha visto sul podio Vladimir Fedoseyev, direttore d'orchestra tra i più longevi e decorati della storia musicale russa contemporanea. L'ottantaseienne maestro, imbastisce un concerto che dura più di due ore e

mezza e lo porta a termine con l'esuberanza di un ragazzino, salutato dal pubblico adorante con ovazioni interminabili ad ogni sua apparizione sul podio, ricoperto di fiori quasi come un icona di San Nicola in un monastero ortodosso.

Per riscaldare l'atmosfera e la sala, si inizia con le danze dall'opera Evgenj Onegin ( introduzione, valzer e polacca) eseguiti con una baldanza ed una freschezza quanto più possibile lontano dalla routine e che mettono subito in chiaro quanto il suono prodotto dall'orchestra sia limpido e perfetto soprattutto nella cura degli accenti e del colore.

Ecco che terminate le danze, si prosegue con il concerto per violino e orchestra op.35 affidato al solista Pavel Milyukov.

Vincitore del terzo premio al concorso Tchaikovsky del 2015, Milyukov sta costruendo la sua carriera con una spregiudicatezza che gli deriva da una perfezione tecnica impressionante.

Il giovane violinista di Perm suona il suo Pietro Guarnieri con una spavalderia voluta che gli permette di affrontare il concerto di Tchaikovsky quasi in un’ estasi mistica.

I capricciosi disegni ritmici, le terzine incalzanti, le scale vertiginose, sono pane per i suoi denti uniti ad una musicalità che rasenta il trascendentale per aderenza al concerto, quello di Tchaikovsky appunto, che è tutto tranne che un concerto romantico.

Nessuna contrapposizione dialettica tra solista ed orchestra, nessuna intenzione epica, e nemmeno la ricerca di un dialogo che diventa principio architettonico.

In Tchaikovsky non c'è sviluppo, non c'è dinamica interna, non c'è elaborazione tematica: c'è al contrario un abbandono assoluto al canto, alla melodia riversata a piene mani senza particolari preoccupazioni formali, che Milyukov rende con una maestria assoluta fatta di un'atmosfera magicamente sospesa, virtuosismo travolgente e coinvolgente ( la cadenza che chiude il primo movimento è impressionante) ma mai di maniera.

Il tributo festoso che gli rende il pubblico al termine, ripaga tanta fatica in modo esaustivo.

Poter ascoltare la sinfonia Manfred op.58 di Tchaikovsky dal vivo è impresa quasi praticamente impossibile.

Vi sono artisti per i quali l'accusa di discontinuità assume toni di colpevolezza senza attenuanti. Tchaikovsky fu senz'altro un decadente: romantico quando la stagione del romanticismo era passata, di intenzioni cosmopolite quando la scuola russa cercava una sua strada nazionalista, sinfonista quando la sinfonia era già in declino, ma proprio per questo, ricco di tutta l'esperienza che la discontinuità comporta.

Opera indefinita, ermafrodita, considerata dal compositore stesso come una sinfonia ma mai onorata di un numero al pari delle altre 6, Manfred rimane oggi come un lavoro lasciato in disparte e isolato tra le composizioni tchaikovskiane, probabilmente per il suo posizionamento stilistico poco chiaro ma anche per la sua difficoltà di esecuzione legata anche alla presenza di un organo in partitura.

Vladimir Fedoseyev non se ne cura e forte di un'orchestra che rasenta i 100 elementi, ( solo i contrabbassi erano 16!) riversa tutta la sua esperienza in una esecuzione incredibile.

Il gesto è rarefatto, la bacchetta assente, tutto si gioca su sguardi e preparazione a monte fatta di prove serrate dove la ricerca della perfezione è un dogma assoluto, fino ad arrivare alla percezione che il suono stesso dell'orchestra nell'insieme della sala evochi il mondo oscuro e fantastico descritto dalla musica.

L'Orchestra Tchaikovsky, forte di una sonorità ricca e di una musicalità assolutamente impeccabile, conduce ad un'esperienza uditiva unica ed avvincente che fa esplodere in un boato liberatorio il pubblico al termine dell'esecuzione.

Quindici minuti di applausi salutano il Direttore Fedoseyev al termine di un concerto memorabile.

Pierluigi Guadagni

 

PROGRAMMA

P. I. Tchaikovsky 

Introduction, Waltz and Polonaise from the opera "Evgeny Onegin"

Suite No. 2 for Orchestra in C major, Op. 53

Manfred Symphony in B minor, Op. 58

 

Foto by Konstantin Rychkov

 

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