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LE TROUVÈRE, GIUSEPPE VERDI - TEATRO FARNESE DI PARMA PER IL FESTIVAL VERDI , DOMENICA 14 OTTOBRE 2018

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Edizione critica a cura di David Lawton eseguita in prima assoluta.

Nel catalogo Verdiano, le Trouvère si colloca come un ibrido a metà strada tra il rifacimento di un precedente lavoro e una semplice traduzione in francese di un’opera in Italiano già eseguita.

Successivamente al successo della “Les Vêpres siciliennes”, fu infatti proposto al Maestro una revisione in francese del Trovatore, da parte del direttore dell’ Opéra François Crosnier, dietro ad un lauto compenso di 10000 franchi e chiamando a rielaborare le modifiche ritmiche e a tradurre in parte lo sgangherato libretto del Cammarano, Emilien Pacini.  A differenza di altre opere rifatte e ripensate completamente per il teatro parigino, Le Trouvère è una mera traduzione e revisione del Trovatore italiano con piccole aggiunte e tagli all’impianto originario, oltre alla creazione ex novo dell’obbligatorio balletto al terzo atto.

La novità principale sta nel rifacimento del finale dell’opera con una spettacolarizzazione della morte di Manrico, meno fulminea e più adatta al gusto francese, oltre alla soppressione per motivi di equilibrio strutturale, della cabaletta di Leonora al quarto atto.

Oggi Le Trouvère è praticamente un’opera dimenticata e bene ha fatto il festival Verdi a riproporla, dimostrando la sua ritrovata connotazione divulgativa delle opere del maestro delle Roncole in un ambito artistico di altissima qualità.

Lo spettacolo ha visto la firma di Robert Wilson per regia, scene e luci con la collaborazione di Julia Von Leliwa per i costumi.

Uno spettacolo che avremmo potuto vedere l’anno scorso o dieci anni fa su uno qualsiasi dei palcoscenici dove il regista texano ha già collaborato, giacché Wilson non si discosta di una virgola nella sua concezione artistica, fatta di una glaciale staticità metafisica che a suo dire dovrebbe far risaltare la meraviglia della musica sulla mera esecuzione scenica ed invece genera solo una infinita noia ed una mortale soppressione di qualsiasi estro emozionale generato dalla musica.

Wilson ci ripropone per l’ennesima volta un cubo scenico completamente vuoto dove si muovono (o meglio NON si muovono) gli interpreti spogliati di qualsiasi velleità gestuale ed affettiva, aggiungendo di tanto in tanto personaggi completamente avulsi alla trama con l’unico scopo probabilmente di richiamare l’attenzione di un pubblico caduto in un coma narcolettico che volentieri lascia la sala durante l’intervallo per non ritornare in gran parte alla ripresa. A Wilson non bastano più ahimè il meraviglioso taglio delle luci e una concezione asettica ed intellettualistica di una messa in scena per stregare un pubblico stanco di sorbirsi l’ennesima minestra riscaldata fatta di idee già viste decine di volte, e a suggello di uno spettacolo deludente, fischia e contesta i trenta (30!!) minuti di ballabili al terzo atto (sicuramente la musica più brutta scritta da Verdi a mio avviso) risolti come un ripetitivo, fastidioso e incessante incontro di box tra bande di ragazzi.

Se l’aspetto visivo ci ha lasciato pesantemente contrariati, l’aspetto esecutivo musicale è stato risolto con una tale dovizia di preparazione e serietà esecutiva da lasciare sbalorditi. Della serietà artistica di un direttore d’orchestra come Roberto Abbado abbiamo più volte parlato, e qui ne abbiamo avuto la riprova ascoltando un’orchestra ed un coro, quelli del teatro comunale di Bologna in stato di grazia.

Abbado non si limita a concertare un Trovatore in francese ma ne sottolinea le diversità di una partitura più complessa nella sua nuance data, soprattutto nel canto, da una lingua diversa. Ecco quindi che se il Trovatore si trasforma ne le Trouvère perdendo un poco quella sua sanguigna connotazione tipicamente Verdiana per recuperare in poesia e unità drammatica, Abbado riesce persino a farci digerire gli interminabili ballabili, scritti da un Verdi svogliato e controvoglia, cesellando e levigando una partitura straordinaria e riproponendocela come un lavoro nuovo mai udito a discapito di una acustica infelice qual è quella del Teatro Farnese. Sbalorditivo.

La compagnia di canto ha avuto in Franco Vassallo, le Comte de Luna, la sua punta di diamante.

Vassallo è cantante generosissimo che non risparmia nulla alla economia di un canto fatto di chiaroscuri elegantissimi, fiero, baldanzoso ma anche capace di un legato sostenuto da una colonna vocale omogenea che sa lavorare sulla pronuncia francese e sul conseguente fraseggio in maniera straordinaria.

Il Manrique interpretato da Giuseppe Gipali è perfetto per un personaggio che vocalmente deriva dal Donizetti serio. Gipali ci fa dimenticare le baldanze eroiche piene di portamenti insulsi e accenti inutili ai quali ci hanno abituato una tradizione becera e senza senso, cesellando un personaggio che fa del bel canto la sua chiave di volta, pur non mancando di acuti squillanti e una pira (che qui diventa bûcher infâme) cantata finalmente in tono.

Bellissima sorpresa la Léonore di Roberta Mantegna, dotata di una voce freschissima di splendido colore ed omogeneità che le permettono di cesellare un “brise d’amour fidele” (d’amor sull’ali rosee) qual non si usciva da tempo, obbedendo per altro ad una tempo dilatatissimo d’accompagnamento di notevole difficoltà.

Nino Surguladze, a dispetto di un volume vocale non eccezionale, è una Azucena infuocata nel canto, raffinatissima interprete di una parte che corre in tutto il registro con sicurezza e spavalderia, forse più a suo agio nella parte alta del rigo. Intensamente drammatica nella scena del racconto al figlio nel secondo atto (c’est là qui l’ont traînée), riesce a soggiogare l’intero pubblico che l’ascolta trattenendo il fiato, liberandosi al termine in un lungo e convinto applauso a scena aperta.

Convincente nella sua ieraticità vocale il perfetto Fernand di Marco Spotti, mentre un poco deludenti la generica Inès di Tonia Langella e l ‘emozionatissimo Ruiz di Luca Casalin.

Al termine dello spettacolo durato 3 ore e 30 minuti,  applausi convinti ed entusiasti per tutti gli interpreti da parte del pubblico rimasto in sala dopo l’intervallo.

Pierluigi Guadagni

 

LA   PRODUZIONE

Maestro Concertatore e                              Roberto Abbado

 Direttore 

 

Ideazione, Regia, Scene e Luci                   Robert Wilson

Co-Regia                                                        Nicola Panzer

Luci                                                               Giuseppe Di Iorio

Collaboratore alle Scene                              Stephanie Engeln

Collaboratore alle Luci                                Solomon Weisbard

Costumi                                                        Julia Von Leliwa

Make-Up Design                                           Manu Halligan

Video                                                             Tomer Jeziorski

Drammaturgia                                              Josè Enrique Macían

Maestro del Coro                                         Andrea Faidutti

 

GLI   INTERPRETI

 

Manrique,  Le Trouvère

Giuseppe Gipali

Le Comte De Luna

Franco Vassallo

Fernand

Marco Spotti

Ruiz

Luca Casalin

Léonore

Roberta Mantegna

Azucena,  La Bohémienne

Nino Surguladze

Inès

Tonia Langella

Un Bohémien

Nicolò Donini

Un Messager

Luca Casalin

                
Orchestra E Coro Del Teatro Comunale Di Bologna

Nuovo Allestimento Del Teatro Regio Di Parma

In Coproduzione Con Fondazione Teatro Comunale Di Bologna, Change Performing Arts

FOTO Lucie Jansch

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