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LA TRAVIATA, GIUSEPPE VERDI - TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, RECITA DEL 31 OTTOBRE 2019

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Presenza costante, quasi fissa, nel cartellone del Teatro La Fenice, questa produzione di Traviata, che inaugurò nel lontano 2004 la rinascita artistica del Teatro veneziano dopo lo spaventoso incendio che lo distrusse nel 1996, ne è con gli anni diventata il simbolo, il feticcio di un teatro che orgogliosamente riesce a fare di uno spettacolo un vero “money maker” di altissima qualità.

Lo spettacolo di Robert Carsen, nella sua attualizzazione tagliente, riesce a piacere ad ogni tipologia di pubblico che riempie la Fenice ad ogni recita, dal turista coreano in cerca di selfie al melomane veneziano di razza, passando per il magnate russo che si addormenta al preludio fino al giapponese impettito nel suo kimono inamidato, proprio per quella sua capacità di raccontare la storia di una prostituta senza cadere nella banalizzazione di una tradizione abominevole ma nemmeno nella sfrontatezza di uno stravolgimento insensato.

Carsen intuisce meravigliosamente che con La Traviata il discorso verdiano diventa cronaca contemporanea e teatro da camera. C’è una protagonista assoluta, una “divina” che è creatura femminile che Verdi non ripeterà più in maniera così imperativa, un personaggio che è una individualità, che potrebbe scendere dal palcoscenico e abitare nel mondo tutta intera com’è, senza alcuna necessità di adattamento, Violetta Valery illumina la vicenda.

Per Carsen il denaro, tanto, tantissimo, ovunque, scandisce la vita della protagonista, avvolge Violetta nei "vortici di voluttà" del primo atto; ricopre il terreno del ritiro di campagna e viene distribuito a piene mani tra i tavoli da gioco della festa di Flora nel secondo; è finito, insieme alla vita della protagonista, nel terzo.

Carsen, coadiuvato nelle scene e nei costumi da Patrick Kinmonth, ne trae uno spettacolo di impatto ma non trasgressivo, profondamente umano, sintomatico della società contemporanea nella quale il dramma di Piave viene trasposto senza alterazioni, senza voler mostrare ciò che nel racconto originale non c’è. Non sono osceni i cow-boys e le cow-girls della festa di Flora, non è disonesta la rozzezza di Germont padre, non è turpe l’avidità del dottor Grenvil: è semplicemente la vita.

In magnifico contrasto con uno spettacolo così pessimista, quasi cinico nel presentare tanta desolazione, il direttore d’orchestra Stefano Ranzani, ritrova invece la tradizionale passionalità della partitura, perfino con qualche eccesso di enfasi, dando il meglio di sé nell'accompagnare con precisione e finezza la linea del canto. L’orchestra della Fenice segue con precisione assoluta il gesto sicuro del direttore, che propone una  lettura tesa fino all'eccesso, con le nervature della scrittura orchestrale sempre esposte in piena luce, talvolta anche a discapito delle linee di canto eppure sempre finalizzata alla costruzione di una coesa e violenta visione drammatica. Un capolavoro.

La compagnia di canto, ha visto brillare Zuzana Markovà quale Violetta, convincendo e vincendo oltre che per la straordinaria padronanza vocale, soprattutto per la travolgente passionalità interpretativa. La capacità di uscire dai contorni di eccellente virtuosa per buttarsi in un canto appassionato dal timbro denso e luminoso quanto vibrante e generoso nell’emissione, ha dimostrato la volontà da parte della Markovà di essere interprete prima di tutto.

L’Alfredo di Airam Hernandez ha di contro deluso le aspettative riposte. La sua interpretazione è stata, pur nella correttezza complessiva, piuttosto priva di raffinatezza. C'era la febbrilità del personaggio, le enfatizzazioni della linea vocale; c'erano le note, tutte, più o meno belle. Non c'era però la rifinizione del canto, la ricerca delle mezze voci, la volontà di scavare tra i suoni una psicologia più complessa per il proprio personaggio.

Vladimir Stoyanov è stato un Giorgio Germont più sicuro e raffinato del “figlio”, frutto di esperienza e sensibilità: non un mattatore, certo, ma comunque un cantante pregevolissimo soprattutto nella chiarezza interpretativa, riuscendo a stemperare con sobria eleganza, la pedanteria moralistica di Giorgio Germont.

Discreto il resto della compagnia ( Sabrina Vianello, Annina; Elisabetta Martorana, Flora; Enrico Iviglia, Gastone; William Corrò, Douphol; Luciano Leoni, Grenvil; Matteo Ferrara, Obigny; Cosimo D’Adamo, Giuseppe).

Applausi di circostanza da parte di un pubblico composto in larghissima maggioranza da turisti, incantati più dall’atmosfera del Teatro che dalla rappresentazione dell’opera.

Pierluigi Guadagni

 

PRODUZIONE

Direttore                                                Stefano Ranzani

Regia                                                      Robert Carsen

Scene e Costumi                                    Patrick Kinmonth

Luci                                                        Robert Carsen e Peter van Praet

Maestro del Coro                                  Marino Moretti

INTERPRETI 

Violetta Valéry                                       Zuzana Markovà

Alfredo Germont                                   Airam Hernandez

Giorgio Germont                                  Vladimir Stoyanov

Flora Bervoix                                        Elisabetta Martorana

Annina                                                   Sabrina Vianello

Gastone                                                  Enrico Iviglia

Il barone Douphol                                William Corrò

Il dottor Grenvil                                   Luciano Leoni

Il marchese d'Obigny                           Matteo Ferrara

Giuseppe                                                Cosimo D’Adamo

Un domestico di Flora                          Franco Zanette

Un commissionario                               Nicola Nalesso

CORO E ORCHESTRA TEATRO LA FENICE DI VENEZIA

Foto Michele Crosera

   

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