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L’HEURE ESPAGNOLE DI RAVEL E GIANNI SCHICCHI DI PUCCINI INAUGURANO LA STAGIONE D’OPERA AL GRANDE DI BRESCIA – VENERDI’ 27 SETTEMBRE 2019

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Con un doppio appuntamento il Teatro Grande di Brescia inaugura la stagione d’Opera e Balletto nel segno del primo Novecento, con l’Heure espagnole di Maurice Ravel e Gianni Schicchi di Giacomo Puccini, brevi componimenti che hanno in comune lo sguardo sulle dinamiche famigliari e su come certi equilibri apparentemente stabili siano solo fittizi e nient’affatto scontati. Nell’opera di Ravel, nella Toledo del Diciottesimo secolo, la coppia di orologiai di quartiere è in realtà sormontata da corna che abbondantemente la cara mogliettina fa crescere sulla testa del maritino ogni volta che costui si reca in città per regolarne gli orologi. Altrettanto scombinata e tutt’affatto legata da affetto sincero è la ben nota ‘famigliola’ dei Donati che se non altro riceve la meritata pariglia dal ‘fidato’ e sapiente Schicchi. Potremmo aggiungere che nulla è cambiato nel corso degli anni e che l’accoppiamento di questo dittico è tutto sommato azzeccato, sdrammatizzando comunque per sua natura, ma anche concezione registica, le differenti situazioni e lo sfacelo sociale che sembra ormai inesorabile ai giorni nostri.

A suo tempo l’Heure espagnole incontrò non poche difficoltà per essere portata in scena, ci arrivò nel 1911, proprio a causa del tema ‘scottante’, nonché per la sua concezione musicale così diversa dal solito, come se musica e testo andassero su due binari  differenti, tralasciando la cantabilità e musicalità delle arie cui il pubblico era abituato nel secolo precedente. Escludendo il grazioso quintetto finale, più vicino alla tradizione, la musica risulta composta da brevi momenti che si succedono raccontando in un ambiente piuttosto asettico, pur fatto di assaggi melodici, le buffe situazioni che ruotano attorno a Concepción. Si odono naturalmente echi del Bolèro e qualche volta si strizza l’occhio ad una moderna Carmen, che del resto è molto vicina alla protagonista femminile.

Il Settecento neanche lontanamente viene sfiorato nello spettacolo di Carmelo Rifici, che invece sembra partire dalla musica, così dissonante e atemporale, per ambientare la bottega di Torquemada in un asettico negozio (scene di Guido Buganza) immerso tra i numeri delle ore sulle pareti e degli inquietanti orologi a cucù che escono dalle pareti in momenti specifici della narrazione come a sottolineare certi passaggi. Il bancone e le poche sedute presenti entrano in scena calati dall’alto pronte a scomparire all’uopo, ed il tempo narrativo è scandito da una clessidra al centro della scena, anch’essa presente solo ad inizio e fine messa in scena. Gli stessi personaggi hanno nei costumi di Margherita Baldoni elementi meccanici che fanno pensare essi stessi ad orologi personificati, viste anche certe movenze meccaniche che sono chiamati a svolgere. Gli interpreti sono infatti più attori che cantanti in questo caso, grazie ad una scrittura molto recitata e dove gli spunti canori sono spesso anche parodistici di quanto udito fino ad allora. Torquemada è un po’ il cornuto consapevole, del resto sul finale tutti insieme parlano di ‘amante giusto’ riconoscendolo quasi come figura ‘istituzionale’ all’interno di un menage famigliare. E nel suo bizzarro costume va avanti ed indietro gestendo la sua bottega al meglio Jean- François  Novelli, vestendo i panni dell’orologiaio con simpatia e tono.

La furba ed annoiata consorte  Concepción è una spigliatissima Antoinette Dennefeld, la cui scrittura offre diversi spunti in cui si possano apprezzare colore e vocalità agile, oltre al fatto che il regista la vuole quasi ballerina in scena, snodata ed abile sul palco. Figura macchiettistica il primo spasimante, poi liquidato, Gonzalve che Didier Pieri interpreta col giusto spirito dell’amante tutto fumo e poco arrosto, un po’ smielato nei sui acuti in falsetto che Ravel ha evidentemente scritto per sottolineare il carattere vacuo del soggetto. Così come Andrea Concetti è chiamato a caricare di goffaggine il ruolo di Don Inigo Gomez, altro inutile amante tutto soldi e nulla più. La meglio va al tuttofare Ramiro, Valdis Jansons, cui è affidata l’immagine di uomo forzuto e sempre disponibile, portata in scena con simpatia dal baritono che anche vocalmente offre scioltezza e disinvoltura, avendo la meglio tanto sul su cervello quanto sui soldi degli altri concorrenti in amore.

Per Schicchi non è certo amore ciò che unisce la ricca e blasonata famiglia Donati, il cui unico interesse sono i quattrini del povero Buoso che Rifici porta in scena tra i protagonisti grazie all’utilizzo di un fantoccio, che in tal modo ben chiarisce quanto il povero defunto sia considerato dal suo parentado, sballottato qua e là e addirittura rinchiuso in una consolle da bar in attesa del nuovo testamento. Come in un film tra realtà e finzione, i protagonisti si trovano stavolta in una sala da cinema con le immagini mortuali del povero Buoso e la processione di parenti serpenti che vi si avvicendano per l’estremo saluto. Qui il regista ha potuto semplicemente seguire la frizzante musicalità pucciniana assecondando con i fatti ciò che la partitura di per sé descrive e visualizza in ogni nota. Sono tutte macchiette coloro che compongono la famiglia Donati, ciascuno parodia di se stesso e caricatissimo in palco. Citiamo l’esuberante Zita di Agostina Smimmero e la disinvolta Nella di Marta Calcaterra; la Ciesca è Cecilia Bernini. La compagine maschile vede impegnati  il Rinuccio di Pietro Adaini, Didier Pieri come Gherardo, Andrea Concetti come il petulante Beito di Signa, Simone è Mario Luperi, per Marco torna in scena  Valdis Jansons , il serioso e rispettoso Maestro Spinelloccio, nonché Messer Amantio Di Nicolao è  Nicolò Ceriani , Pinellino è Zabulon Salvi, Marco Tomasoni veste i panni di  Guccio, infine il piccolo Gherardino è l’adorabile Giorgio  Marini.  Il vero mattatore è ovviamente lo Schicchi di Sergio Vitale che con interpretazione assai marcata e vigore nel canto aggiunge quanto occorre alla sua voce dal colore comunque già interessante, per centrare il personaggio. La Lauretta di Serena Gamberoni è una figlia amorevole ma nient’affatto ingenua e delicata; bello il timbro di Pietro Adaini, generoso ed efficacie, anche se il suo Rinuccio soffre un pochino i volumi dell’orchestra, per lo meno rispetto alla nostra postazione.

Meglio a nostro avviso l’Orchestra I Pomeriggi Musicali nel lavoro di Ravel secondo la lettura di Sergio Alapont che ha potuto seguire con una personale interpretazione vivace e schietta le grottesche situazioni poste in essere sul palco; meno efficacie in taluni passaggi dello Schicchi ove ci è parso perdere in piccoli momenti il contatto con gli interpreti, chiamati del resto alla continua interazione tra realtà e filmati sullo sfondo. Le sonorità sono generose considerando comunque l’intimità del racconto che in ogni caso ha offerto guizzi di colore opportuni al momento.

Pubblico delle grandi serate in festa e soddisfatto tanto degli interpreti quanto delle produzione.

Maria Teresa Giovagnoli

PRODUZIONE  

Maestro Concertatore e Direttore              Sergio Alapont

Regia                                                             Carmelo Rifici

Scene                                                             Guido Buganza

Costumi                                                        Margherita Baldoni

Luci                                                               Valerio Tiberi

 

INTERPRETI L’HEURE ESPAGNOLE

Concepción                           Antoinette Dennefeld

Gonzalve                               Didier Pieri

Ramiro                                   Valdis Jansons

Don Inigo Gomez                 Andrea Concetti

Torquemada                          Jean- François  Novelli

 

INTERPRETI  GIANNI SCHICCHI

 

Gianni Schicchi                    Sergio Vitale

Lauretta                                Serena Gamberoni

Zita                                        Agostina Smimmero

Rinuccio                                Pietro Adaini

Gherardo                              Didier Pieri

Nella                                      Marta Calcaterra

Beito di Signa                        Andrea Concetti

Simone                                   Mario Luperi

Marco                                    Valdis Jansons

La Ciesca                              Cecilia Bernini

Maestro Spinelloccio /

Messer Amantio Di Nicolao  Nicolò Ceriani

Pinellino                                 Zabulon Salvi

Guccio                                   Marco Tomasoni

Gherardino                           Giorgio  Marini

 

Orchestra I Pomeriggi Musicali

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Coproduzione Teatri di Operalombardia

Foto Umberto Favretto

 

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