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IL SETTEMBRE DELL’ACCADEMIA 2018: PHILHARMONIA ORCHESTRA DI LONDRA, ESA-PEKKA SALONEN DIRETTORE - TEATRO FILARMONICO DI VERONA 22.09.18

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E' il tardo romanticismo a fare da padrone nel programma presentato dalla Philarmonia Orchestra di Londra nel concerto diretto da Esa-Pekka Salonen per il Settembre dell'Accademia al Teatro Filarmonico.

Schoenberg e Bruckner, due facce di una medaglia appuntata malamente sul petto di una vecchia Signora che si avvia ad una conclusione ingloriosa, quella Finis Austriae divisa musicalmente tra le operette degli Strauss e gli struggenti lieder di Wolf.

Werklaerte nacht” opera giovanile di uno Schoenberg non ancora completamente espressionista (la prima partitura radicalmente innovativa arriverà sette anni dopo con quella Kammersymphonie nata sotto il segno inconfondibile di rottura con la tradizione) è un poema sinfonico composto con la singolare destinazione, anziché per grande orchestra come nel modello straussiano, per pochi strumenti ad arco. In partitura sono segnati i progressivi riferimenti alla poesia di Dehmel dalla quale prende ispirazione, fino alla conclusione “trasfigurata” che risente in modo decisivo del linguaggio armonico wagneriano per la continua tensione delle frasi e per il continuo ed incessante cromatismo annacquato in un sviluppo tematico stupefacente.

Salonen, a capo della Philarmonia orchestra, ce lo presenta nella versione per orchestra d'archi composta dallo stesso autore nel 1917 ed è subito evidente quale sarà la chiave di volta della serata: esaltazione del colore fino allo spasimo e perfezione di suono impareggiabile.

Il direttore finlandese guida i superbi archi della Philarmonia orchestra con gesto ampio ma essenziale nella ribollente drammaturgia cromatica strumentale evocata da quella poetica di Dehmel, esaltando tutte le risorse timbriche e tecniche degli strumenti.

Ecco quindi che le spesse trame sonore coagulano le arditissime linee armoniche alla loro forza sinuosa grazie ad un lirismo ad altissima densità e ad una tensione strutturale al calor bianco fino a sfociare in quella intimità confessionale che conclude il lavoro.

Salonen riesce ad estrapolare da tanta tensione strumentale, un suono coinvolgente ma razionale, normalizzando ed esaltando la descrizione della natura e l'espressione dei sentimenti umani.

Proseguire il programma della serata con la Sinfonia n.7 di Bruckner ha significato mettere di fronte l'uno all'altro il passato ed il futuro musicale della Vienna nell'età giuseppina.

Bruckner pare specchiare come nessun'altra espressione d'arte la sua patria nella sua epoca, retta da persone attempate ed indugiante in una quiete priva di provocazioni: senza contare che in lui e nelle sue opere, l'ansia di decadenza e l'insicurezza proverbiale, derivavano dalla stessa formazione individuale. Solo se inquadrato in questo suo tempo, Bruckner giustifica quella sorta di irresolutezza piena di continue revisioni delle sue opere, di continui rimandi ad una felicità immobile e fittizia che oggi all'ascoltatore moderno possono in parte disturbare.

Con la sinfonia n.7 Bruckner trova un carattere ed un rilievo particolari rispetto alle altre, risultando un'opera effusiva e lirica dove il musicista di Ansfelden si trova nella sua massima efficienza spirituale, nel fervore più felice ed ispirato.

Salonen, da quel grande musicista che è, riesce a cavarne una esecuzione che ribalta in parte gli stereotipi esecutivi fin oggi ascoltati, avvicinandosi in parte a quella che per me rimane la più rivoluzionaria interpretazione di questo capolavoro dato da Karajan a capo dei Wiener Philarmoiker nella registrazione del 1989 poco prima della sua morte e che ne è il suo testamento musicale.

Ecco quindi scomparire la monumentalità armonica fine a se stessa che ha caratterizzato fino ad oggi quel suono “tedesco” tipico e ricercato da bacchette del passato, per trovare ed esaltare una struggente musicalità fatta di fonde tensioni e di fantasiose sollecitazioni che gli strumentisti della Philarmonia accettano volentieri, restituendole sotto forma di un'atmosfera luminosa e sospesa.

Mirabile l'esecuzione del grande Adagio che Salonen, con la sua voluta intensità emotiva,  leva a sofferta meditazione della morte sospesa tra la cupezza delle tube wagneriane e il caldo registro degli archi in quella melodia incantevolmente confidenziale che nel secondo tema vena di nostalgie profonde la trasparenza di una esecuzione in filigrana.

L'approccio con cui Salonen si accosta a questo capolavoro non potrebbe essere più limpido e trasparente, dove la scrittura di Bruckner viene esaltata in tutto il suo sfolgorante splendore.

Al termine dell'esecuzine, dopo alcuni secondi di interminabile silenzio, una tempesta di applausi si abbatte su Direttore ed esecutori che si congedano dal folto pubblico del Filarmonico per fortuna senza concedere alcun bis.

Pierluigi Guadagni

 

IL  PROGRAMMA

 

Arnold Schönberg Verklärte Nacht Op. 4
Anton Bruckner Sinfonia n. 7 in mi bemolle maggiore

© Brenzoni

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