IL BARBIERE DI SIVIGLIA, GIOACHINO ROSSINI - TEATRO DONIZETTI DI BERGAMO, 30 GENNAIO 2022

Il Barbiere di Siviglia del Circuito OperaLombardia giunge al capolinea con l’ultima tappa al Teatro Donizetti di Bergamo, proponendo un cast parzialmente alternativo rispetto alle precedenti rappresentazioni andate in scena lo scorso autunno a Como, Pavia, Cremona, Brescia.

Non varia invece l’allestimento - coprodotto con lo Shangai Conservatory of Music - fatto più di ombre che di luci…letteralmente. Ivan Stefanutti firma regia, scene e costumi di un Rossini impregnato di atmosfere dark, sospese fra una Transilvania da Rocky Horror Picture Show e un’ipotetica Londra notturna i cui vicoli bui sono solo debolmente illuminati dalla luna piena e sorvegliati da gargoyle in pietra e dall’effigie di un drago che sormonta un orologio fermo sulla mezzanotte. L’unico riferimento a Siviglia sta nella maestosa struttura orientaleggiante posta sul fondo a delimitare la dimora kitsch e cupa di Don Bartolo, in discontinuità con la stessa veduta esterna che - durante la serenata del Conte, in apertura - presentava la facciata di una villetta vittoriana, più in continuità con il contesto generale. Gli arredi interni sono in linea con il generale taglio tetro: undici teschi animali appesi alla parete, un cervo impagliato sopra un imponente camino in pietra, pesanti tendaggi di velluto, poltrone imbottite rivestite in pelle scura e una sedia a dondolo scricchiolante.

A dare un ulteriore tocco spettrale è presente con insistenza anche l’elemento magico. Don Bartolo non è un semplice medico, ma una sorta di scienziato pazzo che mescola intrugli e lancia incantesimi. Questa sua caratterizzazione è lampante nel finale primo “Mi par d’esser con la testa in un’orrida fucina”, in cui folgora ripetutamente i soldati irrotti in casa strofinando una sfera magica e causando loro una sorta di elettroshock (piuttosto grossolane qui come in altri punti le luci di Fiammetta Baldisserri, che ripropone gli stessi flash intermittenti anche nella scena del temporale del secondo atto). Non mancano nemmeno fumogeni colorati e creature fantastiche, a partire dall’ingombrante presenza di un grosso mostro con corna e pelliccia folta che si aggira goffamente per la dimora e scopriamo essere il maggiordomo Ambrogio, probabilmente trasfigurato da un incantesimo malriuscito del Dottore. A chiudere il cerchio troviamo la costante presenza di quattro sinuosi gatti neri - associabili alla stregoneria - interpretati con efficacia da quattro figuranti sempre agili, espressivi e disinvolti sia da felini sia nell’improbabile veste di colf bipedi, ancora con code nere ma anche grembiuli e cuffiette di pizzo.
Al di là dell’ambientazione inusuale che pur con qualche incoerenza può stare in piedi e rimanere impressa, la messinscena rivisitata resta comunque di impostazione tradizionale e potrebbe funzionare se supportata dall’incisività di una forte chiave di lettura registica, che in questo caso ci è tuttavia parsa insufficiente. Assistiamo ad un bulimico accumularsi di gags e oggetti di scena che si avvicendano sul palco a intermittenza - non senza una certa ripetitività - dalle provette da laboratorio trasportate avanti e indietro su un carrello alla palla da carcerato che a tratti impedisce Rosina, palesandosi e dileguandosi senza apparente criterio.

Anche la presenza di una curiosa e ingombrante figura come quella del mostro non è del tutto risolta e, per quanto questa creatura susciti tenerezza e simpatia, si limita ad aggirarsi per il palco e presenziare di aria in aria più come un riempitivo distraente più che per dare un twist in più alla scena. Lo stesso si può dire per i gatti, come si è detto ben interpretati e anche funzionali nei cambi scena, ma sempre in movimento e sconfinanti nel molesto alla lunga. Concludendo, il risultato complessivo è uno spettacolo insipido nonostante il contesto scenico insolito, che non sembra tuttavia in grado di reggersi su un calderone di tanti (troppi) spunti anche irriverenti ma fini a se stessi, nessuno davvero portato fino in fondo o legittimato da significati ulteriori.

Se con tutti i limiti del caso la messinscena non entusiasma, non troviamo nemmeno troppo conforto nella concertazione.

Jacopo Rivani non adotta mezze misure nello staccare i tempi, passando di continuo da un estremo all’altro con accelerazioni febbrili da un lato e rallentando quasi soporiferi dall’altro. Una conduzione che non sembra mettere particolarmente a proprio agio né l’Orchestra I Pomeriggi Musicali, né il Maestro al Fortepiano Hana Lee, né i solisti, spesso in rincorsa o costretti a tenere l’occhio fisso sul podio per non ingarbugliare inesorabilmente i numerosi pezzi d’insieme (ma invano: i momenti di scollamento tra strumentisti e cantanti sono tristemente frequenti). Anche la gestione del volume non aiuta, tendenzialmente chiassosa e colpevole di seppellire troppo spesso le voci.

Dal canto suo, il cast vocale se la cava nel complesso piuttosto bene. 

Su tutti si distingue il giovane Conte d’Almaviva di Matteo Roma (classe 1994), che con brio e squillo se la cava meglio di altri nell’emergere dal frastuono orchestrale. Musicale e fluido nelle agilità, sfoggia da subito una cavatina fresca e morbida nell’emissione (“Ecco ridente in cielo”), aprendo una performance in costante crescita che dispiace non si chiuda con la funambolica aria “Cessa di più resistere”, tagliata come da tradizione.

Anna-Doris Capitelli è una Rosina dotata di voce ampia e ben proiettata, come dimostra sin da “Una voce poco fa”, interpretata con personalità e solidità tecnica. Il timbro suona leggermente metallico, ma il mezzosoprano italo-tedesco si disimpegna con sicurezza in ogni aria così come in duetti e terzetti, con varietà dinamica e ottima proiezione.

Più sottotono Paolo Ingrasciotta nei panni di Figaro, apparentemente non al meglio della sua forma. Approssimativo nel fraseggio e non sempre impeccabile vocalmente, il baritono siciliano impersona il barbiere con simpatia e disinvoltura, ma senza lasciare davvero il segno a livello musicale.

Ottima la prova di Diego Savini che interpreta un Bartolo ricco di personalità, forte di una vocalità robusta impreziosita da emissione morbida e omogenea. Nell’aria “A un dottor della mia mia sorte” dimostra inoltre una grandissima padronanza del sillabato, che gli permette di gestire in tranquillità tutte le insidie tipicamente rossiniane destinate a questo ruolo.

Alessandro Abis è un Basilio di lusso, solenne nella sua Aria della Calunnia che ne valorizza le qualità interpretative, dal fraseggio variegato alla vocalità profonda e debordante nel volume. Si distingue anche a livello scenico, impersonando un maestro di musica austero e al tempo stesso brillante per naturale verve comica.

Divertente anche l’interpretazione di Tiberia Monica Naghi, una minacciosissima Berta che vediamo sovente aggirarsi sul palco armata di ascia. Non impeccabile nella sua unica aria “Il vecchiotto cerca moglie”, ma sempre incisiva nei concertati.

Completano il cast Pierpaolo Martella (Fiorello), Pietro Miedico (Un ufficiale) e l’attore Federico Pinna (Ambrogio).

Buono l’apporto del Coro OperaLombardia preparato dal Maestro Massimo Fiocchi Malaspina. 

Al termine applausi per tutti gli interpreti, con punte di entusiasmo per Anna-Doris Capitelli, Matteo Roma e Diego Savini. 

 

Camilla Simoncini

 

PRODUZIONE E INTERPRETI 

 

Direttore  Jacopo Rivani 

Regia, scene, costumi  IvanStefanutti

Luci  FiammettaBaldiserri

Assistente alla regia e scene  FilippoTadolini

Assistente ai costumi  Stefano Nicolao

Assistente alle luci  Gianni Bertoli

Maestro del Coro  Massimo Fiocchi Malaspina

 

Il Conte d'Almaviva  Matteo Roma

Bartolo  Diego Savini

Rosina   Anna-Doris Capitelli

Figaro  Paolo Ingrasciotta

Basilio  Alessandro Abis

Berta   Tiberia Monica Naghi Fiorello 

Pierpaolo Martella

Ambrogio  Federico Pinna

Ufficiale  Pietro Miedico 

 

Orchestra I Pomeriggi Musicali

Coro OperaLombardia

Foto Rossetti-PHOCUS