FONDAZIONE ARENA DI VERONA, SESTO CONCERTO SINFONICO AL TEATRO FILARMONICO, SABATO 23 APRILE 2022

Prosegue la rassegna sinfonica della Fondazione Arena di Verona con il sesto concerto in programma che ha visto in locandina il pirotecnico Concerto no.1 op.6 di Paganini per violino ed orchestra e la Sinfonia no. 4 op.60 di Beethoven.

Che Paganini venisse sempre descritto come un saltimbanco, un affabulatore dello strumento, un demonietto con la coda nascosta sotto il frac, che incantava platee estasiate mentre puzza di zolfo e fiamme infernali lo seguivano al suo passare, è arcinoto. Meno noto invece è che sia stato anche un grande musicista. Questa immagine di Paganini ha molto condizionato l’interpretazione della sua musica, svalutandola, sminuendola, facendoci dimenticare che il violino di Paganini incarna l’anima del canto, utilizzando in maniera meravigliosa tutta la vasta gamma di suoni dello strumento.  Genialmente riportò sul violino lo stile del melodramma, che allora aveva intorno. 

Lui, amico di Rossini, Bellini, Donizetti, non si cimentò mai con l’opera, ma ognuno dei suoi Concerti per violino è una piccola opera: in miniatura trovi l’Ouverture, i recitativi, il cantabile, la cabaletta, ossia le forme del teatro dell’Ottocento. Molta colpa dell’avversione della critica musicale nei confronti di Paganini deriva purtroppo proprio dalle cattive esecuzioni, dove da un lato si dimentica la cantabilità e dall’altro si cambia quanto indicato sui pentagrammi. Così mentre il solista fa quello che vuole, il direttore si tira indietro, pensando: tanto la star è lui, il violino. Questo è anche il motivo per cui in tanti - anche grandissimi - non lo hanno mai toccato: ad esempio Heifetz e Stern. 

Già Konzertmeister dell’Opera e Filarmonica di Vienna, nonché recentemente vincitore del Secondo Premio e del Premio del pubblico al prestigioso Concorso Internazionale di Violino “Premio Paganini” 2018 a Genova, il violinista franco- russo Fedor Rudin si sta rapidamente affermando come uno dei più singolari concertisti della generazione di oggi. Rudin e il direttore d’orchestra Pietro Rizzo (anch'egli violinista) scelgono di eseguire a Verona il concerto con l’originale “scordatura” : la scrittura infatti è in mi bemolle maggiore ma Paganini  prevede che il violino sia accordato un semitono sopra la norma, per ottenere un suono più brillante e penetrante. Rudin, in perfetta sintonia con il gesto mai carico ma presente di Rizzo,  domina la scena con un virtuosismo iperbolico che stupisce per la sicurezza, la continuità e la scioltezza. Non solo possiede un’ottima tecnica, mostra una padronanza pirotecnica dello strumento, per intonazione, brillantezza, agilità, controllo delle arcate e di tutte le funamboliche esigenze che questo concerto richiede. E, dunque, se il virtuosismo diventa elemento strutturale, dispiega la sua dialettica anche attraverso un’articolazione del suono che Rudin coglie come eminentemente belcantista: un sottilissimo gioco di emissioni differenti e contrasti armonici che se da un lato tralasciano una visione meno muscolosa del Paganini “demonio”, dall’altra esaltano la furbizia della “scordatura” esaltando un suono più brillante e penetrante. Pietro Rizzo accompagna con attenzione, lascia spazio al solista e controlla l’estroversa scrittura orchestrale in cui Paganini  si bea della ricchezza dell’organico soprattutto nella sezione degli ottoni.

Al termine applausi entusiasti per Rudin.

Nel dinamismo della Quarta sinfonia di Beethoven,  circola un'inquietudine che la rende un ponte fra Terza e Quinta. Più che un sereno intervallo, una "pausa" fra le due gigantesche composizioni, come la si considera a volte. Pietro Rizzo si smarca per l’originalità di un percorso interpretativo che, tra gli altri aspetti, recupera un’opulenza sonora (grazie ad un organico sostenuto) e tende ad una estrema chiarezza narrativa dello sviluppo delle idee tematiche. Dal podio, il gesto incisivo e sempre attento agli aspetti ritmici della partitura, di Rizzo ha disegnato una Quarta vivida e ben definita nelle sue intenzioni prismatiche come, ad esempio, nel sincero e un po’ grossolano buonumore che sprigiona dall’Allegro vivace iniziale, sbocciato impazientemente al termine dell’Adagio introduttivo dal sapore ancora haydniano. I tempi particolarmente sostenuti hanno conferito un incedere palpitante e marcato dell’arco melodico dell’Adagio. Rizzo e i musicisti dell’Orchestra della Fondazione Arena, riescono comunque a costruire quattro mondi musicali diversi, uno per ogni movimento, quattro racconti di vita che si compenetrano alla perfezione, fedeli al significato del termine sinfonia, in un affresco di una piacevolezza non comune tra i leggi dell’Orchestra Veronese.

Il pubblico premia l’esecuzione con un lungo applauso.

 

Pierluigi Guadagni


La locandina:

 

Niccolò Paganini

Concerto no.1 in mi b maggiore per violino ed orchestra, op.6

 

L.V.Beethoven

Sinfonia no.4 in si b maggiore op.60

 

Direttore   Pietro Rizzo

Violino       Fedor Rudin

 

Orchestra della Fondazione Arena di Verona

FOTO ENNEVI