FIDELIO, LUDWIG VAN BEETHOVEN – INAUGURAZIONE STAGIONE AL TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, SABATO 20 NOVEMBRE 2021

FIDELIO, LUDWIG VAN BEETHOVEN – INAUGURAZIONE STAGIONE AL TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, SABATO 20 NOVEMBRE 2021

Come l’anno scorso abbiamo continuato a ribadire quanto fosse un peccato che i teatri soffrissero le chiusure dettate dall’emergenza sanitaria e le prime produzioni dopo il totale lockdown fossero menomate e prive degli elementi essenziali che ne costituiscono l’essenza, siamo lieti di ripeterci quest’anno, ma nel piacere di ritrovare i posti occupati con capienza piena e gli spettacoli che finalmente possono beneficiare di tutto ciò che è sempre servito per essere completi. Viviamo comunque un periodo di allerta anche perché non siamo affatto usciti dal tunnel ed anzi sussistono ancora dati allarmanti, soprattutto fuori ed in prossimità del nostro Paese.

Detto questo quando la Fenice decide di fare le cose in grande chiama autorità politiche (il Ministro Brunetta era in sala), personaggi di spicco ed ospiti di riguardo per una inaugurazione con tutti i crismi e lo charme che contraddistingue le belle serate inaugurali delle stagioni d’opera. L’occasione è stata il ritorno in scena del Fidelio di Beethoven dopo il lontano 1998 al Palafenice con un allestimento firmato dal regista Joan Anton Rechi che si è avvalso delle scene di Gabriel Insignares e dei costumi di Sebastian Ellrich. Le luci che hanno  accompagnato e forse anche migliorato diverse scene sono di Fabio Barettin. C’è da dire che apparentemente il regista aveva una idea molto specifica di come trattare e portare in scena la complicata e coraggiosa storia di Leonore in cerca del marito imprigionato ingiustamente; spiace solo che ad un primo sguardo difficilmente se ne coglie l’essenza e forse ci vien da pensare che la messa in scena sia stata leggermente forzata e magari poco fruibile per uno spettacolo che anche drammaturgicamente forse aveva qualche carenza. Rechi  ha pensato al famoso monastero nel municipio di San Lorenzo de El Escorial, noto come ‘la Valle dei Caduti’, costruito negli anni Quaranta dai prigionieri politici della guerra civile che nella sua idea potevano essere paragonati nella loro angoscia ed ingiustizia subita al prigioniero Florestan, anch’esso recluso per motivi politici, nella Spagna del Diciottesimo secolo.   Il richiamo al Monastero è costituito da una statua che i prigionieri costruirono allora durante la loro prigionia, qui in scena con fattezze romane la cui testa troneggia su tutto il primo atto ad indicare una idea mitologica del racconto e dell’opera stessa. Altrettanto criptica la seconda parte: un tunnel buio e claustrofobico in cui cerchi concentrici avvolgono l’azione di sofferenza e poi di lieto ritrovamento dello sposo di Leonore e la giusta condanna del tirannico Pizarro. Non sappiamo se chi non ha letto il programma di sala abbia colto questi richiami.

Senza dilungarci sulla travagliata gestazione musicale dell’opera registriamo la messa in scena dell’edizione 1814 con l’esecuzione della Ouverture Leonore che fu invece composta per la seconda versione. Alla testa dell’orchestra feniciana ritroviamo con gioia il Maestro Myung-Whun Chung che possiamo ormai considerare un ‘padre’ artistico per i musicisti della compagine musicale.

La sua lettura è certamente vibrante e carismatica, mette nel braccio quella tensione dettata dai sentimenti d’amore e lotta politica di cui è intriso il lavoro del compositore, cercando slanci emotivi ogni qual volta la partitura si arricchisce; è una direzione come sempre raffinata, potente e concreta, e solo in piccolissimi rari istanti gli interpreti sembrano leggermente in asincrono. La cura con cui Chung scava nel profondo dei protagonisti per offrire agli interpreti un valido sostegno esecutivo e permettere ad essi di esprimere il meglio vocalmente è a noi nota e la parte musicale ne beneficia come sempre, pur con i dovuti distinguo. Se Fidelio/Leonore si avvale della prorompente Tamara Wilson, la cui enfasi interpretativa è sottolineata da una voce matura e calda dal carattere quasi mascolino che si adatta al ruolo con decisione, ci spiace registrare una serata non convincente da parte del tenore Ian Koziara, Florestan, che ha subito in diversi punti le impervie del ruolo costruito per il suo registro; non sappiamo se indisposto, ha sicuramente dalla sua un timbro interessante che vorremmo riascoltare. Oliver Zwarg è un perfido Pizarro tanto vocalmente quanto scenicamente che mostra come anche senza particolari dettami registici si possa caratterizzare un personaggio contando su presenza e voce adatta; altrettanto interessante il personaggio di Rocco che Tilmann Rönnebeck propone  con carattere e con una voce veramente particolare. Graziosa la Marzelline di Ekaterina Bakanova, una brezza di serenità e freschezza tanto scenica che vocale nell’oscurità del racconto e delle atmosfere. Leonardo Cortellazzi è un corretto e delicato spasimante per Marzelline, mentre autorevole è il Ministro Fernando di Bongani Justice Kubheka. Concludono il cast i due prigionieri Dionigi D’Ostuni  e Antonio Casagrande.  

Claudio Marino Moretti prepara correttamente come sempre il Coro del Teatro La Fenice.

Successo vivissimo per tutti gli interpreti con punte di acclamazione per i protagonisti principali ed il direttore. Pubblico elegantissimo ma non sempre corretto.

 

Maria Teresa Giovagnoli

 

PRODUZIONE E INTERPRETI

 

Direttore        Myung-Whun Chung
Ma
estro del Coro      Claudio Marino Moretti
Regia              Joan Anton Rechi
Scene              Gabriel Insignares
Costumi         Sebastian Ellrich
Light designer Fabio Barettin

 

Don Fernando          Bongani Justice Kubheka
Don Pizzarro             Oliver Zwarg
Florestan        Ian Koziara
Leonore         Tamara Wilson
Rocco                         Tilmann Rönnebeck
Marzelline      Ekaterina Bakanova
Jaquino          Leonardo Cortellazzi

Primo prigioniero     Dionigi D’Ostuni  

Secondo prigioniero Antonio Casagrande 

Foto Michele Crosera

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

 



 

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