Finalmente si riparte. Dopo tanto (troppo) tempo alle prese con chiusure, platee fantasma e opere in streaming, L’Elisir d’Amore inaugura finalmente la stagione del Festival Donizetti Opera, con un’edizione speciale di cui scriveremo approfonditamente più avanti. L’emozione e il clima di festa sono palpabili, l’accoglienza del pubblico calorosa: ancor prima di entrare in teatro riecheggiano in piazza le note dell’opera con il tipico teatro di marionette e una banda in accompagnamento. All’ingresso le maschere distribuiscono ad ogni spettatore una bandierina gialla e rossa (i colori della città) con una citazione dal libretto dell’opera: “Cantiamo, facciam brindisi a sposi così amabili. Per lor sian lunghi e stabili i giorni del piacer!”. Poco dopo scopriremo, istruiti dal Maestro delle Cerimonie impersonato dall’istrionico Manuel Ferreira, che saremo chiamati a sventolare bandiere e cantare insieme al coro quel brano, durante la scena delle nozze. Una trovata in apparenza un po’ naïf, ma coinvolgente quanto basta a strappare un sorriso al folto pubblico (finalmente) in sala per celebrare tutti insieme, con leggerezza, la ripartenza del Festival dopo due anni, in una città così colpita e purtroppo simbolo della pandemia.


Questo clima di festa prosegue idealmente nell’impianto registico ideato da Frederic Wake-Walker, il quale più che proporre una particolare lettura del capolavoro donizettiano preferisce concentrarsi su una sorta di omaggio alla città natale del compositore. Ne racconta gli spazi e le tradizioni, a partire dalla piazza come luogo d’incontro del popolo e calcando poi l’accento sulla tradizione artistica lombarda del teatro dei burattini, come anticipavamo, e riproposto durante lo spettacolo. Una lettura che ci è parsa in linea con il sentiment dell’evento inaugurale, ma così poco incisiva da potersi quasi applicare ad una qualsiasi della settantina di opere del prolifico Maestro bergamasco.

Risultano dunque appena funzionali le scene di Federica Parolini che si riducono purtroppo a mera cornice, inquadrando la vicenda nella piazza antistante il Teatro Donizetti, della cui facciata svetta una gigantografia che fungerà da fondale statico per tutto lo spettacolo. Gradevoli le luci di Fiammetta Baldiserri che distinguono efficacemente i momenti diurni dai momenti notturni. I costumi firmati da Daniela Cernigliaro risultano però il tratto più caratteristico e originale dell’allestimento, a partire dagli abiti coloratissimi che fanno spiccare i personaggi principali e le loro controparti, dai bravissimi bimbi-mimo alle marionette di Daniele Cortesi .In contrasto, i costumi del coro di popolani sono in continua evoluzione, inizialmente impostati su tinte dimesse dal beige al grigio e sempre più variopinti con l’incedere dell’opera, come contagiati e trascinati dai protagonisti.

Ed è proprio dei protagonisti il merito di questa riapertura di successo, da ricercarsi nell’altissima qualità vocale degli artisti sul palco ma, nondimeno, nell’interesse filologico di questo particolare Elisir, con la brillante iniziativa del direttore Riccardo Frizza di proporci un titolo così noto ma in una rara versione integrale, nell’edizione critica di Alberto Zedda. Un’operazione che fa onore al Festival Donizetti Opera – di cui Frizza è anche direttore musicale - sottolineando il costante lavoro di profonda ricerca e riscoperta del compositore, in continuità con le passate proposte di titoli donizettiani desueti o mai ascoltati in epoca moderna. E in fondo, per quanto l’Elisir d’Amore sia tra le sue opere più rappresentate al mondo, in questa veste non abbiamo mai avuto il piacere e la possibilità di ascoltarla dal vivo, nei nostri teatri italiani: passaggi musicali da sempre tagliati, modulazioni, variazioni, porzioni di recitativi mai ascoltati, il La accordato a 432 Herz come all’epoca in luogo dei 442 o 444 cui siamo abituati oggi, che sposta tutta la partitura quasi di un semitono sotto e non può che suonarci quantomeno insolito con sfumature più morbide, calde, posate. A questa percezione contribuisce anche l’impiego di strumenti storici, tra archi con corde di budello, ottoni d’epoca, un flauto in legno e i due pezzi forti della Collezione di Villa Medici Giulini, collocati non in buca ma giustamente in bella vista nei primi due palchi laterali: un fortepiano “a tavolo” del 1796 e un’arpa Érard, costruita nel 1919 su modello progettato nel 1839.

Lodevole insomma su ogni fronte la proposta musicale, e l’esecuzione non è da meno. Frizza guida l’orchestra Gli Originali con una lettura vigorosa, incalzante, mai banale né piatta, con una cura timbrica maniacale in grado di mettere in risalto ogni peculiarità degli strumenti storici messi in campo. Altrettanto attento è il coordinamento tra buca e solisti, con tempi sempre tendenti al sostenuto ma senza mai perdere in sincronia o affaticare i cantanti.

In proposito, tra voci note e grandi rivelazioni, quello che ascoltiamo sul palco è davvero sorprendente.

Javer Camarena è un Nemorino ben più complesso e sfaccettato del caricaturale contadino sempliciotto e vocalmente piatto che spesso purtroppo ci viene proposto. Ricco di sfumature, sia nel gesto scenico sia nel fraseggio, Camarena conquista con facilità l’empatia del pubblico e offre una prestazione vocale di altissimo livello per la varietà di accenti, la pastosità del timbro, le eleganti e calibrate mezze voci in “Una furtiva lagrima”, che contribuiscono a scatenare fragorosi applausi al termine dell’aria.

Se il tenore messicano è già noto e acclamato sulla scena internazionale (non deludendo affatto le aspettative), la vera rivelazione di questo Elisir è l’Adina di Caterina Sala. Poco più che ventenne, il soprano comasco sorprende da subito per la disinvoltura con cui affronta questo debutto, tenendo il palco con il carisma di una primadonna. Ma più di tutto stupiscono le innate doti vocali. Impressionano l’estensione e la consistenza del suono caldo e brunito nelle zone più gravi e squillante negli acuti, a tratti così voluminosi da intorpidire per un momento l’orecchio. Potrebbe essere interessante in futuro la ricerca di uno smusso maggiore e meno sfogo sulle puntature più spericolate (seppur godibilissime anche così!). Forte di uno strumento di sì rara qualità e di una tecnica già ben solida, l’unanime trionfo si consacra definitivamente con l’ascolto della complessa cabaletta alternativa “Ah, l’eccesso del contento” a seguito del cantabile “Prendi, per me sei libero”, che in questa edizione sostituisce la più nota “Il mio rigor dimentica”. La scrittura del brano è tutt’altro che comoda, ma il giovane soprano si disimpegna in colorature, picchiettati e vertiginosi salti d’ottava con una disinvoltura disarmante. Vogliamo sbilanciarci: segnatevi questo nome perché ne sentiremo sicuramente parlare in futuro!

Meno eclatante la performance del baritono Florian Sempey, un Belcore vigoroso vocalmente che accusa tuttavia un fraseggio meno raffinato dei colleghi, restituendo un’interpretazione credibile ma piuttosto anonima.

Molto ben cantato il Dulcamara di Roberto Frontali, interessante soprattutto per il piglio serioso ed estremamente cinico del personaggio – solitamente di taglio più buffo - subito evidente dall’accento sprezzante con cui porge il verso iniziale “Udite, udite, o rustici”, nella sua cavatina. Onore alla regia, oltre che agli interpreti, in sottigliezze come questa: se la lettura di questa produzione risulta complessivamente un po’ opaca, l’approfondimento psicologico dei personaggi è ben evidente.

Gradevole la prova di Anaïs Mejías nel ruolo di Giannetta e ottimo l’apporto del Coro diretto da Fabio Tartari.

Al termine successo suggellato da lunghissimi applausi ed ovazioni, in particolare all’indirizzo di Javier Camarena e Caterina Sala.

 

Camilla Simoncini

 

PRODUZIONE ED INTERPRETI 

 

Direttore Riccardo Frizza 

Regia Frederic Wake-Walker

Scene Federica Parolini

Costumi Daniela Cernigliaro

Luci Fiammetta Baldiserri 

Assistente alla regia Lorenzo Ponte

Assistente ai costumi Marta Solari

Assistente alle luci Emanuele Agliati

 

L’Elisir d’Amore

di Gaetano Donizetti

Melodramma giocoso in due atti di Felice Romani

Edizione critica a cura di Alberto Zedda

 

Adina Caterina Sala

Nemorino Javier Camarena

Belcore Florian Sempey

Dulcamara Roberto Frontali

Giannetta Anaïs Mejías

Maestro delle cerimonie Manuel Ferreira

I burattini sono di Daniele Cortesi

ORCHESTRA GLI ORIGINALI

Maestro al fortepiano    Daniela Pellegrino 

Coro Donizetti Opera

Maestro del coro Fabio Tartari