AMOROSA PRESENZA, NICOLA PIOVANI - TEATRO VERDI DI TRIESTE, 21 GENNAIO 2022

Dopo essere rimasta chiusa in un cassetto per 45 lunghi anni, Amorosa presenza ha visto finalmente la luce al Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

La prima opera del premio Oscar Nicola Piovani infatti era stata abbozzata nel 1977 in seguito a una commissione dell’Opera di Atene - commissione poi venuta meno - in collaborazione con lo scrittore Vincenzo Cerami, ancor prima che questi scrivesse il romanzo omonimo.

E questo era il prologo della prima avventura operistica del compositore romano, fino a quando tre anni fa è emerso l’interessamento della fondazione giuliana dopo una sua intervista in cui egli raccontava la vicenda. Così  Piovani ha continuato a lavorare sul libretto  (a dire il vero un po’ stucchevole, alla lunga)  assieme ad Aisha Cerami, figlia dello scrittore, e ha rimesso mano alla partitura per arrivare a creare la versione definitiva di questa opera che ha definito semiseria.

La trama è relativamente semplice e racconta la storia di Orazio, un giovane che cerca di conquistare una ragazza di nome Serena di cui si è innamorato. Il timore del rifiuto però è troppo grande ed egli decide di conoscerla travestendosi da donna e presentandosi a lei come Letizia. Sotto mentite spoglie Letizia-Orazio riesce a diventare amica di Serena e tessendo le lodi del misterioso Orazio riesce a far invaghire la giovane. Tuttavia anche Serena, decisa a conoscere l’innamorato, sceglie di travestirsi per avvicinarlo e lo fa diventando a sua volta un'altra persona: Carmine. Da qui la storia procede tra mille fraintendimenti, inframezzati dai vani consigli dei rispettivi tutori, fino ad arrivare al punto di rottura: entrambi i giovani ammettono all’altro di amare i rispettivi oggetti del desiderio come sé stessi (perché in effetti lo sono).

L’amore alla fine trionfa facendo ritrovare i giovani (nella loro versione en travesti) a una festa e portandoli a baciarsi e infine riconoscersi per chi sono realmente. 

La musica composta da Piovani per questa sua prima opera ha due grandi punti di forza: il primo è utilizzare linguaggi e generi musicali di epoche completamente diverse ma che sono direi immediatamente identificabili dallo spettatore medio che riesce così a sentirsi subito coinvolto e rassicurato. Il secondo, di conseguenza, è la grande varietà della narrazione musicale che riesce ad essere ricchissima e sfaccettata ma allo stesso tempo pare seguire uno schema preciso in base a quello che l’autore vuole esprimere, anzi direi che utilizza il linguaggio dei migliori per ogni campo: i momenti più descrittivi sono molto pucciniani, i momenti di freeze richiamano Rossini, i momenti più folli Kurt Weill, fino ai momenti più lirici in cui emerge il Piovani cinematografico che conosciamo. Il tutto accompagnato da ritmi blues, tango, il rimando a Tosti nella romanza della Tata e qualche citazione più esplicita, il verdiano “O ciel… domani” pronunciato da Orazio.

In fin dei conti questi sono tutti quei linguaggi musicali che convivono nella quotidianità e che Piovani riesce a fondere perfettamente dando vita a un lavoro di indubbio fascino anche grazie alla buona prestazione dell’Orchestra triestina. 

L’allestimento di Chiara Muti sfrutta ed evidenzia molto bene i tratti più schiettamente favolistici della trama - simpatici i quattro cespugli che animano i deliri dei due protagonisti - oltre che alla grande varietà dei generi musicali utilizzati da Piovani, riuscendo a realizzare uno spettacolo scorrevole e molto godibile. Le controscene, coadiuvate dalle coreografie di Miki Matsuse, sono dinamiche e il lavoro sui singoli pare abbastanza approfondito. Leila Fteita sembra essersi ispirata ai lavori di Magritte per quanto riguarda gli abiti dei figuranti (eleganti e con bombetta) e il grande albero centrale che domina la scena scandendo le stagioni della grande metropoli in cui è ambientata la vicenda. Sempre calzanti le luci di Vincent Longuemare. 

Buona la prova di tutto il cast formato da giovani che ha dimostrato grande omogeneità e affiatamento.

Motoharu Takei si è trovato a sostituire alla prima il tenore titolare e ha convinto nei panni di Orazio-Letizia grazie a una presenza scenica collaudata (da diversi anni lo si vede in ruoli da comprimario a Trieste), una bella voce lirica, anche se non di grande volume, ma sorretta da una tecnica affidabile.

Maria Rita Combattelli è partita un po’ in sordina ma passata la tensione della prima ha dipinto una Serena-Carmine aggraziata, ma decisa. La voce è leggera e il soprano viene a capo senza problemi di una parte non facilissima.

Rassicurante il Tutore del baritono William Hernandez, dotato di voce corposa, e Aloisa Aisemberg, Tata premurosa e spigliata.

Completa la compagnia l’Albero di Cristian Saitta, la cui prova è valida ma un po’ penalizzata dalla posizione sul palcoscenico.

Positiva la prova del Coro anche se purtroppo l’uso della mascherina ha penalizzato un po’ la nitidezza della dizione.

Teatro non al completo, ma il pubblico presente si è dimostrato molto caloroso ai saluti finali, con picchi di entusiasmo per il Maestro Piovani e per la coppia di protagonisti.

 

Andrea Bomben

 

La recensione si riferisce alla prima del 21 gennaio 2022

 

Musica di Nicola Piovani

Libretto di Aisha Cerami e Nicola Piovani

liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami

Nuova commissione della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi

Prima esecuzione mondiale

 

Serena Maria Rita Combattelli

Orazio Motoharu Takei

Tata Aloisa Aisemberg

Tutore William Hernanderz

L’albero Cristian Saitta

Orchestra, coro e tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi

Direttore Nicola Piovani

Maestro del coro Paolo Longo

Regia Chiara Muti

Scene e costumi Leila Fteita

Light designer Vincent Longuemare

Coreografie Miki Matsuse

Assistente alla regia Noa Naamat

Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

Foto Fabio Parenzan