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AIDA, G. VERDI - ARENA DI VERONA, SABATO 23 GIUGNO 2018

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Si dice Arena di Verona ma si legge Aida. Si dice Aida del '13 come si dice Amarone del '64.

L'idea di rappresentare in Arena la dolorosa storia di un generale, vittorioso in guerra ma chiacchierone in amore, che finisce, involontario traditore della patria, sepolto vivo, spartendo con l'adorata schiava figlia di re, la tomba e il poco ossigeno all'interno, venne ad un tenore veronese, Giovanni Zenatello, che rimpatriato dopo una fortunata carriera in America, volle provare per pura curiosità l'acustica del colossale contenitore.

Acustica perfetta! In poco più di un mese fu allestito uno spettacolo imponente, direttore d'orchestra Tullio Serafin (di cui quest'anno ricorre il cinquantenario della scomparsa), bozzetti di Ettore Fagiuoli, cantanti acclamatissimi, illuminazione fornita dalle fotocellule del Regio Esercito e sedie prestate dalle chiese vicine.

Fu l'inizio di un simbiosio che dura tutt'ora, Aida\Arena, e che rinnova la magia di un'opera che sembra trovare nel catino romano, la sua collocazione perfetta.

E ce ne siamo accorti anche in occasione della prima rappresentazione del 2018 di un' Aida reinventata da Franco Zeffirelli con le sue scene senza tempo ed esageratamente kitsch e i costumi tempestati di paillettes e profusioni di perline etniche e sandaloni egizi di Anna Anni.

Una regia, quella del Zeffirelli sempreverde, che nella sua rutilante ed esagerata abbondanza, trova quella chiave di lettura che fa del Kolossal a tutti i costi la pietra di un paragone che piace tanto allo spettatore areniano, come pure le cinematografiche coreografie di Vladimir Vassiliev.

E' inutile girarci intorno, la stagione lirica veronese è un irraggiante centro di sviluppo della cultura musicale a livello di popolo, perché questa è la peculiarità dell'Arena e del suo palcoscenico: spettacoli d'alto pregio artistico e forte richiamo delle masse, la qualità del prodotto e la quantità dei consumatori.

Se poi si aggiunge un cast di altissimo livello e un direttore musicale di rara preparazione e che sa il fatto suo, si centra l'obbiettivo come è stato.

Il direttore d'orchestra Jordi Bernàcer è riuscito nel faticosissimo intento di elevare la qualità di una rappresentazione dalla mera routine alla più intrigante concertazione che io ricordi di quest'opera negli ultimi anni, dimostrando che l'Orchestra della Fondazione Arena, se ben guidata (e magari vi fosse un direttore musicale fisso) si dimostra una delle più perfette ed oliate  “macchine da guerra” in questo repertorio.

Bernàcer propone una lettura musicale ricca di sfumature, dove tutto però procede nell'equilibrio più assoluto, nella chiarezza e in quella semplicità tanto cara a Verdi e che qui si sviluppa con una fibrillazione continua tra un fraseggio che evoca, narra e suscita uno stupore di una affabilità timbrica ed una cantabilità morbidissima tipicamente italiana dove non mancano i bagliori dorati di un suono esotico e l'impeto da kolossal.

L'Aida di Anna Pirozzi si inserisce perfettamente in questa lettura. Ed è una lettura fatta di un profluvio di armonici di una voce baciata dalla fortuna che va a far vibrare di suono ogni gradino dell'arena.

Voce luminosa, smagliante, impressionante per accento e per quel do sopracuto dei “Cieli azzurri” raggiunto con disarmante facilità di emissione e modulazione.

La Pirozzi sbalordisce per l' accento drammatico che ricorda voci d'altri tempi e una misura stilistica comunicativa eccellente.

Il Radames di Yusif Eyvazov al confronto ne esce un po' ammaccato, non tanto per le sue capacità tecniche perfette che gli permettono di portare a termine una recita eccellente, quanto per una voce che possiede tutto tranne che la bellezza armonica alla quale si unisce una comunicativa del timbro generica ed una tendenza a forzare l'emissione fino a divenire fibrosa e stentata.

Luca Salsi possiede tutte le carte per affrontare il ruolo di Amonasro con autorevolezza.

Voce rotonda, nobile e a completo agio in tutta la gamma sonora.

Se solo riuscisse a non voler strafare ogni volta che la parte gliene dà la possibilità, sarebbe perfetto.

Nonostante una annunciata indisposizione all'inizio del terzo atto, la voce di Amneris, Violeta Urmana, ha come al solito unito grande professionalità ad una tecnica superba che le ha permesso di affrontare le asperità del quarto atto con una la solida professionalità alla quale ci ha sempre abituati.

Il Re di Romano dal Zovo si contraddistingue per alterigia vocale e profondità di accento, profondità che invece manca al Ramfis di Vitalij Kowaliow, voce in affanno in più punti.

Ottima la prova del Messaggero Antonello Ceron e della Sacerdotessa Francesca Tiburzi.

Di livello come sempre in quest'opera il coro della Fondazione Arena di Verona diretto da Vito Lombardi.

Al termine ovazioni per tutti da parte di un'Arena esaurita in ogni ordine di posti.

Pierluigi Guadagni

LA   PRODUZIONE

 

Direttore d'Orchestra            Jordi Bernàcer 

Regia e Scene                          Franco Zeffirelli

Costumi                                   Anna Anni

Coreografia                             Vladimir Vasiliev

 

GLI   INTERPRETI

Il Re                                       Romano Dal Zovo

Amneris                                 Violeta Urmana 
Aida                                       Anna Pirozzi 

Radamès                                Yusif Eyvazov 
Ramfis                                   Vitalij Kowaljow 
Amonasro                              Luca Salsi 
Un messaggero                      Antonello Ceron 

Sacerdotessa                          Francesca Tiburzi 


Primi Ballerini                      Beatrice Carbone, Petra Conti, Gabriele Corrado 

Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici Dell’Arena di Verona

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

 

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